Scendere sempre più in basso

di
genere
corna

Scritto da impotente@proton.me
Questo racconto nasce dalle fantasie più intime e condivise di Annabella e Alberto (nomi di fantasia), due giovani sposi uniti da un amore profondo e da una curiosità che li ha spinti oltre i confini della monogamia tradizionale.
Le loro confidenze, i desideri sussurrati nelle notti in e le immagini che da tempo popolano i loro pensieri mi hanno ispirato queste pagine.
Non si tratta di un gioco leggero né di una mera provocazione: ciò che li muove è una spinta autentica, voluta e reciproca, verso una relazione cuckold intensa, erotica e totalizzante.
Un percorso in cui gelosia e piacere si intrecciano, in cui il possesso si trasforma in offerta e la fedeltà assume forme nuove e più ardite.
Le parole che seguono sono il riflesso di quelle fantasie: un viaggio narrativo che cerca di dare corpo e voce a ciò che Annabella e Alberto stanno vivendo e desiderando con sempre maggiore intensità.
Annabella ha trentasette anni e, a guardarla, sembra la donna più tranquilla del mondo.
Bella di una bellezza senza età senza tempo, bionda, occhi azzurri chiari, capelli lunghi che spesso raccoglie in una coda bassa o lascia sciolti sulle spalle. Seconda di seno, fianchi stretti, un culo sodo e tondeggiante, cosce belle e compatte. Un metro e sessantacinque per cinquantatré chili. Pelle chiara, quasi di porcellana. Insegna lettere alle superiori e veste sempre in modo impeccabile, sobrio, quasi severo: camicie bianche abbottonate fino al collo, gonne al ginocchio, maglioni di lana, scarpe basse. Nessuno, guardandola passare tra i banchi o parlare con i genitori durante i colloqui, potrebbe mai immaginare che sotto quella superficie ordinata covi qualcosa di ben più caldo e oscuro.
Frequenta la parrocchia del quartiere, fa volontariato due pomeriggi a settimana, la domenica va a messa e, ogni tanto, si confessa. Il prete la conosce bene: una donna pia, riservata, fedele. Una moglie esemplare.
Suo marito, Alberto, ha quarant’anni. Alto un metro e settantanove, magro, settantatré chili, pochi capelli, fisico asciutto. Un uomo normale, dal cazzo normale – circa quindici centimetri – e da una vita altrettanto normale. Sono sposati da cinque anni e non hanno figli. La loro esistenza scorre tranquilla, prevedibile, quasi monotona. Cene in silenzio, notizie in televisione, qualche passeggiata nel weekend, sesso regolare ma discreto, sempre al buio, sempre nelle stesse posizioni.
Eppure, da qualche mese, qualcosa sta cambiando.
Annabella, ogni tanto, sceglie gonne un po’ più corte per andare a scuola. Non indecenti, no. Solo… più aderenti. Qualche scollatura appena più profonda. E Alberto, una sera, mentre lei è in bagno, apre il suo tablet e scopre le cronologie: racconti erotici. Non i soliti banali racconti di amplessi, ma storie di dominazione, di sottomissione, di trasgressione. Di donne rispettabili che di notte diventano altro. Di mariti che scoprono – o lasciano scoprire – il lato oscuro delle proprie mogli.
Non le dice nulla.
Ma da quel giorno, ogni volta che la guarda sistemarsi la gonna davanti allo specchio, o chinarsi a raccogliere qualcosa, o sorridere in modo un po’ troppo dolce al prete dopo la messa, Alberto sente una domanda agitarsi sotto la pelle.
Cosa cova davvero, sotto quella camicia bianca abbottonata fino in fondo?
E, soprattutto… fino a dove è disposta ad arrivare?
A scuola nessuno direbbe mai che Annabella è una troia nell’anima.
Entra in classe con la solita aria composta, i capelli raccolti, la voce ferma, lo sguardo serio. Spiega, interroga, corregge. È la professoressa modello. Quella che i genitori apprezzano e i colleghi rispettano.
Ma nell’ultima classe, quella dei ragazzi ormai maggiorenni, qualcosa di diverso si muove sotto la superficie.
Quando ci sono i compiti in classe, Annabella passa tra i banchi con un’andatura lenta, leggermente ondulata. Le gonne aderenti di questi ultimi mesi seguono ogni movimento dei fianchi. Non esagera. Non si sporge in modo volgare. Eppure il modo in cui cammina, il modo in cui si ferma accanto a certi banchi, il modo in cui lascia scivolare lo sguardo… è diverso.
I più bulli, quelli con la faccia da stronzi e il fisico già da uomini, la guardano. Lei li sente. Le piace la loro sfacciataggine, quel modo di stare seduti con le gambe divaricate, di risponderle con un mezzo sorriso, di non abbassare gli occhi quando lei si avvicina.
Qualcuno ha notato il cambiamento. Si scambiano battute allusive a voce bassa, ma abbastanza forte perché lei le senta.
«Guarda come si muove oggi…»
«La prof sta diventando interessante…»
«Guarda che culo…»
Annabella finge di non sentire. Continua a camminare. Ma le guance si scaldano appena. Il respiro le si fa un po’ più corto. Quelle parole, quegli sguardi che si incrociano con i suoi, la eccitano. La fanno sentire vista. Desiderata. Sporca.
Quando interroga alla lavagna, la cosa diventa ancora più evidente.
I ragazzi si alzano, si avvicinano alla cattedra o restano in piedi davanti al banco. E lei, mentre fa domande o ascolta le risposte, lascia scivolare lo sguardo più in basso del dovuto. Sul pacco. Su quei rigonfiamenti evidenti sotto i jeans stretti. Alcuni sono già semi-duri solo per il fatto di essere osservati da lei.
I più sgamati se ne accorgono.
Vedono i suoi occhi azzurri indugiare un secondo di troppo. Vedono le labbra che si schiudono appena. Vedono il desiderio che lei non riesce a nascondere del tutto.
E anche loro cominciano a farci qualche pensierino sopra. Sulla bionda della cattedra. Su cosa ci sarà sotto quella camicia abbottonata. Su quanto sarebbe bello farle perdere quella compostezza da insegnante modello.
Annabella lo sa.
Lo sente nell’aria della classe.
E, mentre torna al suo posto con le cosce che si sfiorano sotto la gonna, pensa che non dovrebbe piacerle così tanto.
Ma le piace.
Molto.
Gli ormoni dei ragazzi sono alle stelle verso la fine della scuola. Annabella è come se li sentisse quei richiami invisibili ma pressanti è sempre eccitata ed i pensieri si fanno sporchi nella sua testa... non riesce a non pensare a tutti i loro cazzi, alle loro gonadi piene di sperma caldo ... pensa che li vorrebbe tutti su di lei che la fottano e le riempiano la figa, l'utero del loro seme. Le allusioni diventano sempre più palesi, più spudorate. Non più solo sussurri. Adesso qualcuno osa guardarla dritto negli occhi mentre passa tra i banchi e le dice, a mezza voce:
«Prof, oggi è particolarmente in forma…»
Oppure, quando lei si china a raccogliere un foglio:
«Che vista, professoressa…»
Annabella finge di non sentire, ma ogni parola le scivola dritta tra le cosce. La figa le resta umida per ore. Il tessuto delle mutandine le si appiccica, e lei deve stringere le ginocchia sotto la cattedra per non far vedere quanto sia eccitata.
Durante l’intervallo non resiste quasi mai.
Va in bagno, chiude lo sportello, si siede sul water con la gonna sollevata e le mutandine tirate di lato. Chiude gli occhi e pensa a quei cazzi in subbuglio. Ai pacchi gonfi sotto i jeans. Ai ragazzi che la guardano come se volessero chiuderla contro la lavagna e usarla. Si masturba con foga, due dita che entrano e escono veloci, il pollice che sfrega il clitoride già duro. Cerca di non fare rumore, di trattenere i gemiti tra i denti. A volte ci riesce. A volte no.
Un giorno, convinta di essere sola, non si accorge di nulla.
Osvaldo, il bidello, è entrato nell’antibagno per prendere dei tovaglioli di carta. È un uomo piccolo, brutto, con una gamba più corta dell’altra e un’andatura claudicante. Si muove in silenzio, per abitudine. Quando sente i primi gemiti soffocati, si ferma. Ascolta.
Dentro lo sportello, Annabella è immersa nel piacere. Le dita vanno sempre più veloci, i fianchi si muovono contro la sua mano, il respiro è corto e irregolare. Sta per venire. Quando l’orgasmo la colpisce, un piccolo gemito le sfugge comunque dalle labbra, acuto, inconfondibile.
Osvaldo capisce subito cosa sta facendo l’irreprensibile insegnante.
Aspetta qualche secondo, poi, con voce calma, quasi gentile, dice:
«Tutto bene? Sta bene…?»
Annabella resta pietrificata. Il cuore le batte in gola. Con voce tremula, imbarazzata, cerca di dissimulare:
«S-sì… sì, tutto bene. Ho solo avuto un po’ di nausea, ma ora va meglio… grazie.»
Osvaldo riconosce la voce. È lei. La professoressa Annabella. Quella che tutti considerano una santa. Quella che va in chiesa e si confessa.
Un sorriso lento gli si disegna sulle labbra. Da quel giorno la guarda con occhi diversi. Occhi pieni di cupidigia. Ogni volta che la vede passare nel corridoio, o chinarsi a raccogliere qualcosa, o sistemarsi la gonna, il suo sguardo le resta addosso più a lungo del dovuto. Annabella lo sente. E ogni volta che i loro occhi si incrociano, le torna in mente quel gemito che non è riuscita a trattenere… e la figa le si bagna di nuovo.
Da quel giorno nel bagno, Osvaldo non le toglie più gli occhi di dosso.
Non fa nulla di palese. Non la tocca. Non le dice niente di troppo diretto. Ma ogni volta che la incontra nei corridoi, o quando lei esce dall’aula all’intervallo, lui si trova sempre lì. Con quella sua andatura claudicante, il corpo piccolo e storto, il viso brutto e un po’ sudato. Si ferma a una distanza che sembra casuale, ma non lo è.
«Buongiorno, professoressa…» mormora, con quella voce bassa e un po’ rauca. «Tutto bene oggi?»
Annabella risponde con un cenno di testa, cercando di mantenere la compostezza. Ma lui non si allontana subito. Resta fermo, le mani nelle tasche del camice grigio, e la guarda. Lo sguardo le scende lentamente dal collo al seno, poi più in basso, sulle cosce strette nella gonna, e torna su, fino agli occhi.
Lei nota il rigonfiamento.
Nella patta dei pantaloni di Osvaldo c’è qualcosa di grosso. Grosso e già semi-duro. Preme contro il tessuto logoro, evidente, quasi indecente. Non cerca nemmeno di nasconderlo. Anzi, sembra che lo spinga un poco in avanti, come se volesse farle vedere quanto è spesso.
Annabella deglutisce.
È brutto. Ripugnante. Squallido. Ha le unghie sporche, l’odore di sudore e disinfettante per pavimenti che gli resta addosso, la gamba più corta che lo fa dondolare appena quando si muove. Tutto in lui è laido. Eppure… la figa le si stringe. Un brivido caldo le scende lungo la schiena e le arriva dritto tra le cosce. Si sente umida in un istante.
I suoi pensieri le si leggono in faccia. Gli occhi azzurri si fanno un po’ più spalancati, le labbra si schiudono. C’è un lampo di desiderio che non riesce a nascondere. Osvaldo lo vede. E sorride, un sorriso storto, pieno di cupidigia.
«Ha un’aria un po’… calda, oggi» dice piano, quasi confidenziale. «Forse è meglio che stia attenta. Questi corridoi sono pieni di occhi.»
Si avvicina di un passo. Solo uno. Abbastanza perché lei senta meglio il suo odore. Abbastanza perché il rigonfiamento nella patta sia ancora più evidente.
«Se ha di nuovo… nausea» aggiunge, con un tono appena più basso, più sporco, «sa dove trovarmi. Io sono sempre in giro. Sempre disponibile.»
Annabella non risponde. Non riesce. Il cuore le batte forte e tra le gambe sente il calore che sale, insistente. Sa che dovrebbe allontanarsi, rimproverarlo, tornare a essere la professoressa irreprensibile. Invece resta ferma qualche secondo di troppo, gli occhi fissi su quel cazzo grosso che preme contro il tessuto, e il pensiero le sfugge: 'quanto sarà lungo… quanto sarà spesso…'
Osvaldo lo legge sul suo volto. E il sorriso gli si fa ancora più laido.
«A dopo, professoressa» mormora, e si allontana con il suo passo claudicante, lasciandola lì, con le cosce umide e la testa piena di immagini che non dovrebbe avere.
Le tentazioni di Annabella non si limitano alla scuola.
Sulla strada del ritorno a casa c’è un negozietto di frutta e verdura gestito da tre egiziani. Un posto piccolo, un po’ sporco, pieno di cassette di legno, di odori forti di terra e di prodotti maturi. Lì lavorano Amin, Karim e Omar.
Amin ha circa sessant’anni. È bruttino, piccoletto, con la pelle rugosa e scura, le mani dure, screpolate, sempre un po’ sporche di terra e di succo di verdura. All’inizio quelle mani le facevano quasi schifo, quando prendevano la frutta o la verdura per imbustarla e pesarla. Ora invece Annabella le guarda in modo diverso. La mente, già corrotta dai racconti sporchi che legge la sera, le fa immaginare quelle stesse mani forti che le strizzano i capezzoli, che le mungono il seno, che si intrufolano con violenza tra le cosce e le graffiano le pareti della figa. A quel pensiero si bagna. Diventa un lago. Sente il tessuto delle mutandine appiccicarsi e deve stringere le cosce mentre aspetta che Amin le consegni la busta.
Poi c’è Karim, il fratello un po’ più giovane. Magro, molto più alto. E lei non può fare a meno di notare il grosso bozzo che spinge sulla patta dei calzoni larghi. Oddio… si immagina un cazzo asinino, spesso, pesante, che le riempirebbe la bocca e la figa fino a farle male. Ogni volta che Karim si china a raccogliere qualcosa o si gira di lato, il rigonfiamento diventa ancora più evidente e Annabella deglutisce a vuoto.
Infine c’è Omar. Ha circa venticinque anni. Svelto e sveglio come un gatto, con due occhi neri penetranti. È una forza della natura. Si muove veloce e preciso tra le cassette, ha un modo di fare gentile ma anche da presa in giro, e la guarda sempre con voglia. Ogni volta che lei entra, Omar le sorride un sorriso troppo lungo, troppo consapevole, e i suoi occhi le scendono sul seno, sui fianchi, sulle cosce.
Annabella sogna.
Sogna di entrare in quel negozio e di essere trascinata nel retro, in mezzo a quello sporco, a quegli odori forti di frutta e verdura, di terra e di sudore. Sogna di essere presa con forza, di essere scopata come una cagna bianca, di sentirsi le mani dure di Amin sulle tette, il cazzo grosso di Karim che la sfonda, e Omar che la guarda negli occhi mentre le riempie la bocca.
Il suo viso non riesce più a dissimulare questi pensieri perversi. Le guance si colorano, le labbra restano socchiuse, lo sguardo si fa umido e un po’ perso. E i tre, forse, se ne sono accorti. Amin le tiene le mani un secondo di troppo quando le passa la busta. Karim si sistema la patta in modo appena più evidente quando lei è vicina. Omar le parla con un tono più basso, più intimo, e ogni tanto lascia cadere una battuta leggera, allusiva:
«Oggi la professoressa ha un’aria un po’… calda. Forse ha bisogno di qualcosa di fresco… o di qualcosa di più forte.»
Annabella abbassa gli occhi, prende la busta e se ne va con le gambe che tremano appena. Ma sa che loro l’hanno vista. Hanno letto il desiderio sul suo volto. E da quel giorno, ogni volta che passa davanti al negozietto, sente i loro sguardi addosso come mani invisibili che già la spogliano.
Annabella ormai sta diventando sempre più sensibile.
Non riesce più a non pensare ai cazzi di tutti quegli uomini. Le letture di racconti di dominazione, di gangbang violente, di schiave e padroni che le usano senza pietà le hanno aperto una porta che non riesce più a chiudere. Non capisce più niente di questa parte di sé stessa che non conosceva, quella che ha sempre castrato, represso, nascosto sotto strati di normalità e di morale.
Ora quella parte ha preso il controllo della sua figa. E dei suoi sensi. E dei suoi pensieri.
È spaventata da questa continua eccitazione che la attraversa come una corrente elettrica. Impaurita. Vorrebbe parlarne con Alberto, il marito tranquillo e fedele che ha sposato. Ma ha paura. Paura che la ripudi. Paura che la veda sotto un’altra luce, che smetta di considerarla la brava moglie, la professoressa irreprensibile, e inizi a vederla per quello che sta diventando: una donna affamata, sporca, che si bagna solo a pensare di essere usata.
Eppure non è la prima volta che qualcosa di proibito l’ha eccitata.
Qualche anno fa, quando erano ancora fidanzati, ogni tanto si appartavano in auto. Tre volte sono stati scoperti da dei guardoni. L’ultima volta lei stava cavalcando il cazzo di Alberto, i seni nudi fuori dalla camicetta, i capezzoli turgidi che si strizzava tra le dita mentre lo sentiva piantato in fondo alla figa. Nell’oscurità, due occhi si sono appiccicati al finestrino. Un uomo che la guardava, che si smanacciava ammirando i suoi turgidi seni e il modo in cui si muoveva su quel cazzo.
All’inizio si è spaventata. Poi ha capito. Ha capito che essere ammirata, essere ritenuta una troia da quel segaiolo sconosciuto, le piaceva. Le piaceva da morire. Ha avuto un orgasmo devastante, così forte che Alberto se n’è accorto e le ha sborrato dentro in maniera insolita, inondandola letteralmente, gemendo come non aveva mai fatto.
Ora è diversa.
Ora si sente schiava della sua voglia.
Prova a sforzarsi di non pensare a situazioni perverse, ai cazzi degli uomini, alle mani sporche di Amin, al bozzo di Karim, allo sguardo di Omar, al cazzo grosso di Osvaldo che premeva contro la patta. Ma non serve a niente. Più cerca di cacciarli via, più quei pensieri ritornano prepotenti. E la sua mano, inevitabilmente, scivola tra le cosce.

Per info impotente@proton.me
scritto il
2026-07-28
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