Latrina

di
genere
corna

Latrina by Impotente

Avevo cinquantacinque anni.
Un metro e novanta, centocinque chili di un corpo ancora solido, abituato a comandare fra cantieri e riunioni. Capelli castani tagliati corti, occhiali neri opachi che mi davano un’aria severa anche quando, dentro, non lo ero affatto. Vivevo solo. Tre anni dalla fine del matrimonio, tre mesi dalla fine con Monica. All’inizio del 2016 mio cugino mi aveva trascinato, quasi per gioco, in un club privé. Era la prima volta che mettevo piede in un posto del genere.
La prima volta che la vidi, Livia era già sul letto grande dalle lenzuola di raso scuro. Stava a pecorina. Un uomo della mia età la stava montando da dietro con una violenza meccanica, quasi rabbiosa. Due altri le erano davanti: uno seduto contro la spalliera, l’altro in ginocchio a lato della testa. Lei prendeva entrambi in bocca, alternandoli senza fretta, mentre il terzo le spingeva dentro fino in fondo. Intorno al letto altri due uomini nudi aspettavano, cazzi già duri, occhi fissi su di lei come animali in attesa.
Pensai solo: O cazzo… che troia. Incredibile.
Rimasi a guardare quella scena così densa, così palesemente sporca, finché la curiosità di vedere altro mi spinse nelle stanze successive. Un ora dopo tornai. Lei era sdraiata sulla schiena. Un altro uomo — mi sembrò diverso dai precedenti — la stava scopando a missionario. Proprio mentre arrivavo, si irrigidì e le sparò dentro con un gemito basso. Due di quelli di prima erano seduti sul bordo del letto a guardarla. Livia godeva a bocca aperta, lo sguardo perso, i capelli scompigliati sul cuscino. Il letto sotto di lei aveva già una larga chiazza scura e lucida. Quando l’uomo si staccò, scrollò il cazzo ancora mezzo duro e le lasciò cadere le ultime gocce sul pube. Lei era un disastro: schizzi bianchi sul ventre, fili densi che le colavano dalla figa e, mi sembrò, anche dal culo.
All’inizio mi fece ribrezzo. Un ribrezzo fisico, quasi nauseante.
Poi alzò lo sguardo.
I nostri occhi si incontrarono.
Fu quasi una scossa elettrica. Non aveva senso. Non c’era ragione. Eppure qualcosa mi attraversò il petto come una lama calda.
Il tipo che l’aveva appena scopata le si avvicinò alla bocca e le offrì il cazzo da pulire. Lei lo prese in mano con naturalezza, allungò la lingua, lo leccò, lo succhiò fino a lasciarlo lucido e pulito da ogni traccia. Io mi ero già avvicinato, attratto come da una calamita. Quella donna era magnetica. Aveva lo sguardo di chi invita al peccato senza nemmeno provarci, come se il peccato fosse la sua lingua madre.
Mi guardò e disse, con voce roca e sorridente:
«E tu, porco, che fai lì? Vieni a scoparmi.»
L’idea di infilarmi in quella figa piena dello sperma di chissà quanti altri mi disgustava. Mi disgustava sul serio. Eppure la voglia era più forte di qualsiasi ribrezzo, più forte della ragione, più forte di tutto ciò che credevo di sapere di me stesso. Mi sfilai i pantaloni e le mutande in fretta, restando con la camicia addosso — errore che avrei pagato con il sudore. Lei mi sorrise ancora, aprì le gambe e mi invitò con un gesto lento, quasi pigro.
«Vieni, porco. Vieni e scopami.»
Salii su di lei. Avevo già il cazzo duro da fare male. La guardai negli occhi e spinsi.
Entrai d’un colpo.
Quella vagina non era più una figa. Era una latrina calda e scivolosa di sperma. Larga, umida, piena. Il mio cazzo scivolò fino in fondo con un rumore umido e osceno, uno sciacquettio denso di sborra che usciva ai lati mentre io andavo fino alla radice. Sentii il calore di altri uomini ancora dentro di lei, il liquido viscoso che mi avvolgeva, che mi unse l'anima. Che schifo, pensai. Che schifo infinito. E allo stesso tempo non riuscivo a fermarmi. Non volevo fermarmi. Quella sensazione di sporcizia totale, di essere solo l’ultimo di una fila, di spingere il mio cazzo in un buco già usato e riempito come una fogna, mi mandò in un’eccitazione così violenta che mi mancò il respiro.
Lei sorrise, come se leggesse ogni pensiero.
«Baciami, porco. Baciami.»
Pensai alla sua bocca. Alla stessa bocca che aveva appena pulito un cazzo ancora gocciolante di sperma. Alla stessa bocca che aveva succhiato chissà quanti altri quella sera. Chiusi gli occhi e la baciai lo stesso. Il sapore era salato, amaro, decisamente di cazzo e di sborra. Eppure fu meraviglioso. Scoparla forte e baciarla allo stesso tempo, sentire quel sapore sporco mentre la figa mi stringeva e il suo bacino veniva incontro a ogni volta che spingevo, fu la cosa più eccitanti e degradante della mia vita fino ad allora. Uno sporco che mi entrava sotto la pelle, che mi contaminava, e che io cercavo ancora di più.
Godeva. Stringeva. Mi cercava con una fame che non aveva senso. Come se fosse tanto tempo che non faceva sesso, anche se quella sera ero solo l’undicesimo — me lo avrebbe detto dopo, con un sorriso quasi orgoglioso, quasi compiaciuto.
E tra noi, mentre la montavo in quella latrina di sperma, nacque qualcosa di assurdo. Un feeling incontenibile, illogico, violento. Non c’era ragione. Non c’era tempo. Non c’era nulla di sensato. Eppure era lì, tra i nostri sguardi, tra il sapore della sua bocca e il calore umido della sua figa piena. Un legame sporco, immediato, impossibile da spegnere. Come se in mezzo a tutta quella carne usata e a tutto quello sperma di altri, qualcosa di nostro si fosse acceso e non volesse più spegnersi.
Quando sentì che stavo per venire, lei lo capì immediatamente.
«Dentro… dentro… vienimi dentro… sìii…»
Sborrai. Sborrai come non mi era mai successo. Giorni di astinenza, palle gonfie, una voglia animale che non conosceva più limiti. La riempii ancora di più, aggiungendo il mio sperma a quello di tutti gli altri. Quella sensazione di scaricare tutto dentro una donna sconosciuta, già piena come una latrina, mentre la baciavo e sentivo il sapore di sperma sulla sua lingua, fu la sborrata più intensa della mia vita.
In quei quindici minuti avevo varcato tabù che credevo intoccabili: penetrare una sconosciuta dopo undici uomini, baciarla con la bocca ancora sporca, godere della luridità invece di fuggirla, e — peggio di tutto — sentire nascere qualcosa di vero e di impossibile da spegnere in mezzo a tutto quello schifo.
Livia mi guardò, sorridente, beata, i capelli un disastro, il corpo lucido di sudore e sperma.
E io, ancora dentro di lei, con la camicia inzuppata, capii che qualcosa in me era appena cambiato per sempre.
E che quel feeling, illogico e incontenibile, non se ne sarebbe più andato.
Poi arrivò la cosa più schifosa.
Livia mi guardò intensamente, con quel sorriso da gatta in calore che non chiedeva, ma comandava. Gli occhi semi-chiusi, le labbra ancora lucide del bacio e dello sperma, la voce bassa e sicura:
«Porco… ora leccami la figa. Leccami.»
Non fu una richiesta. Fu un ordine.
E io, ormai perso di ogni controllo, obbedii.
Mi sdraiai tra le sue cosce piegate. Il letto sotto di lei era un disastro: lenzuola di raso scuro inzuppate, una chiazza larga e calda proprio sotto la sua figa. L’odore mi arrivò prima ancora della lingua: acido, salato, denso, mischiato di sudore e di sperma di troppi uomini. Che schifo, pensai. Che schifo infinito. Eppure non riuscivo a fermarmi. Quel feeling assurdo che era nato tra noi mentre la scopavo non si era spento. Al contrario: si era fatto più forte, più sporco, più irrazionale. Come se proprio in mezzo a tutta quella sporco qualcosa di nostro si fosse acceso e non volesse più spegnersi.
Infilai la lingua.
Quella non era più una vagina. Era una latrina calda e scivolosa. Sperma di altri, il mio, forse anche di quelli di prima ancora, tutto mescolato in un liquido viscoso e salato che mi riempì subito la bocca. Leccai. Leccai come un disperato. La lingua entrava, usciva, raccoglieva, puliva. Sentivo il sapore di cazzi che non erano i miei, il calore di uomini che l’avevano usata prima di me, e quello schifo mi penetrava l’anima mentre io continuavo.
Le sue mani mi si infilarono tra i capelli. Dita forti, sicure, che mi premevano contro di lei e mi davano il ritmo. Non mi lasciava scappare. Mi usava. Mi guidava. Ogni volta che spingevo la lingua più a fondo, lei gemeva più forte. Ogni volta che il naso le sfiorava il clitoride, il suo bacino si alzava incontro alla mia faccia. Più leccavo veloce, più godeva. Più mi premeva contro quella figa sporca, più il suo piacere diventava irrefrenabile.
Oddio… come ho mai potuto fare questo?
Qui, di fronte a tutti.
Di fronte a quelli che l’avevano appena scopata, che ancora guardavano con cazzi mezzi duri e occhi affamati.
Ma non riuscivo a fermarmi. E lei lo sapeva.
Livia era una regina del sesso. Non subiva gli sguardi: se ne nutriva. Ogni occhio ammirato, ogni cazzo ancora teso che la guardava mentre io le pulivo la figa con la lingua, era cibo per lei. Godeva anche di quello. Si nutriva della propria umiliazione e della propria gloria allo stesso tempo. E io, con la faccia sepolta tra le sue cosce, con la bocca piena del sapore di tutti gli altri, facevo parte di quel banchetto.
Continuai a leccare. Disperato. Affamato. Contaminato.
Le mani di lei mi tenevano premuto contro quella latrina calda, e ogni gemito suo mi spingeva a leccare ancora più forte, ancora più a fondo. Il naso le strofinava il clitoride con ritmo quasi frenetico. Lei veniva di nuovo. Un orgasmo lungo, umido, che le fece stringere le cosce contro le mie orecchie e spingere ancora di più la mia faccia dentro di sé.
Lei gemette forte.
Un suono acuto, quasi disperato, che le uscì dalla gola mentre si inarcava contro la mia bocca. Il suo bacino si sollevò di scatto, le cosce mi strinsero la testa, e venne.
Non fu un orgasmo qualsiasi. Squirtò. Un getto caldo, improvviso, che mi colpì le labbra, il mento, il naso. Come se quella sera non fosse ancora venuta abbastanza, come se il mio leccarla fino in fondo avesse scoperchiato qualcosa di più profondo e incontrollabile. Il liquido mi riempì la bocca, si mescolò allo sperma che già c’era, e io non capivo più niente. Ero annientato. La faccia inzuppata, il respiro corto, la mente vuota. Solo il sapore, l’odore, e le sue mani che ancora mi tenevano premuto contro di lei mentre il corpo le tremava.
Quando tutto si calmò, per un attimo rimase ferma, respirando a fatica.
Poi, di scatto, si sedette.
Mi venne incontro con la bocca.
Non ci fu preavviso. La sua lingua si infilò nella mia con una premura che non capivo, quasi delicata e allo stesso tempo affamata. Mi baciò come se volesse riprendersi tutto ciò che le avevo leccato via, come se volesse assaggiare se stessa sulla mia lingua. Io risposi. Limonammo. Le mie mani le strinsero la schiena, la tirai contro di me, e i nostri corpi ancora nudi, ancora sudati e sporchi, si pressarono l’uno all’altro.
I nostri occhi si incrociarono a pochi centimetri.
E lì, in mezzo a quel bacio pieno del sapore di figa e di sperma, scattò qualcosa di diverso.
Non era più solo fame di sesso.
Era un’altra fame. Più profonda. Più primitiva.
Una cosa che non aveva senso, che non avrebbe dovuto esistere in un posto del genere, dopo undici uomini, dopo averle leccato la latrina che era diventata la sua vagina, dopo averle sentito lo squirt sulla faccia. Eppure era lì. Una corrente elettrica, un riconoscimento immediato e brutale, come se in mezzo a tutto quello schifo i nostri corpi avessero riconosciuto qualcosa che le menti non potevano ancora nominare.
Cazzo.
Quel bacio fece scoppiare tra noi un legame che non aveva logica.
Un legame che, più avanti, ci avrebbe portati a diventare una coppia.
Ma in quel momento non lo sapevamo. Sapevamo solo che non riusciva a staccarsi dalle mie labbra, e io non riuscivo a staccarmi dalle sue. Che i nostri sguardi si mangiavano con una fame diversa, più antica, più pericolosa. Che sotto lo schifo, sotto la degradazione, sotto gli occhi di tutti quelli che ancora ci guardavano, stava nascendo qualcosa di impossibile da spegnere.
Lei mi baciò ancora, più a fondo, e io la strinsi più forte.
E per la prima volta quella sera, in mezzo a tutto quel sudiciume, sentii paura.
Non della sporcizia.
Di quello che stava nascendo tra noi.
Mi alzai.
Le gambe ancora un po’ tremanti, la camicia inzuppata di sudore, il mento lucido di ciò che le avevo leccato.
Livia si fece aiutare da due di quelli che l’avevano chiavata prima di me. Le tesero le mani e lei si sollevò dal letto con una naturalezza quasi elegante, come se non fosse appena stata usata da undici uomini, come se il letto sotto di lei non fosse una chiazza scura e densa di sperma.
E lì, in piedi, la vidi davvero.
Nella sua stronza bellezza incontenibile.
Il corpo ancora lucido di sudore e di liquidi, i capelli scompigliati, le cosce che vibravano leggermente, eppure c’era in lei qualcosa di regale. Una naturale eleganza che non riusciva a essere cancellata da niente. Mi chiesi, mentre la guardavo: Ma come può una donna così bella, così naturalmente elegante, ridursi a fogna?
E subito dopo, con una sincerità che mi fece quasi male: Cazzo, come mi piaceva.
Lei, quasi per gioco, allungò la mano e diede un colpetto al cazzo di uno dei due che l’avevano aiutata. Un gesto leggero, quasi affettuoso, come si fa con un cane. Poi si voltò verso di me.
Io cercavo goffamente di infilarmi i calzoni, ancora nudo dalla vita in giù, ancora confuso. Lei si pose proprio davanti a me, a pochi centimetri, e mi guardò da sotto in su con quel sorriso da gatta che ormai conoscevo.
«E tu, porco… come ti chiami?
Che porco che sei.
Vieni, accompagnami. Voglio conoscerti.»
Nel dire quelle parole allungò la mano, raccolse con due dita un po’ di sperma che mi colava ancora dal mento e se lo portò lentamente alla bocca. Lo assaggiò senza fretta, con naturalezza disarmante, come se fosse la cosa più normale del mondo. Poi, senza lasciarmi tempo di reagire, mi baciò di nuovo. Caddi seduto sul letto e lei si sedette sulle mie gambe, ancora nuda, ancora calda, e mi baciò a fondo mentre io restavo lì, a mezzo vestito, con il sapore di lei e di tutti gli altri che mi tornava in bocca.
Quando si staccò di poco, mi guardò negli occhi e chiese, con voce bassa:
«Ti sono piaciuta?»
Ero ammaliato. Quasi balbettavo.
«Sì… sììì… sei una dea.
Una dea del peccato.»
Lei si crogiolò in quelle parole. Rise piano, un riso soddisfatto, quasi vanitoso.
«Sììì… hai ragione. Sono una dea.»
Poi si alzò e mi tese la mano.
«Vieni, porco. Aiutami.»
L’accompagnai verso una stanza a lato, un bagno. Camminava ancora un po’ incerta sulle gambe, e io le tenevo il braccio. Appena fummo sulla soglia lei si girò di scatto, mi prese il viso tra le mani e mi baciò di nuovo, più forte di prima.
«Cazzo… come mi hai fatto godere…»
mi soffiò contro le labbra.
«Cazzo, mi piaci, porco.»
E in quel bacio, ancora una volta, sentii quella fame diversa. Non solo sesso. Qualcosa di più primitivo, di più pericoloso. Qualcosa che non aveva senso nascere lì, in mezzo a tutto quello schifo, e che invece stava già mettendo radici.
Poi entrò lui.
Claudio. Un ragazzo più o meno della sua età. Lei, lo avrei scoperto poco dopo, ne aveva trentanove.
Livia lo fissò e la voce le si fece subito tagliente:
«E tu dove cazzo sei stato? Mi hai abbandonata. Con quale troia sei stato?»
Lui alzò le mani, difensivo.
«Ma no, ero al bar… avevo sete.»
«Sì, al bar, stronzo.»
Poi si voltò verso di me. Gli occhi si ammorbidirono di colpo, come se Claudio non esistesse più.
«Mi accompagni tu a casa, vero?»
Io, ancora mezzo vestito, ancora con il sapore di lei in bocca, balbettai:
«Sì… certo. Figurati.»
Lei guardò di nuovo Claudio, e la voce tornò di ghiaccio.
«Vai. Mi hai delusa.»
Lui tentò di scusarsi, di recuperare, di dire qualcosa che potesse farla tornare sui suoi passi. Ma Livia aveva già deciso. Era una dea, e una dea non permetteva che il suo accompagnatore l’abbandonasse in mezzo a una sala piena di cazzi. Lo liquidò con uno sguardo e poi, rivolgendosi di nuovo a me, disse con naturalezza:
«Porco, vai di là a recuperare i miei vestiti. Intanto mi lavo un po’. Non posso tornare a casa da mio marito così.»
Mio marito?
La frase mi colpì come uno schiaffo.
Oddio… è pure sposata.
E suo marito… sa di tutto questo?
Ero allibito. Eppure non dissi niente. Lasciai lei con Claudio che ancora cercava di rimediare, e andai a cercare i suoi vestiti. Trovai un abito color nocciola con la cintura, e un paio di scarpe con tacchi impossibili. Glieli portai.
Quando rientrai nel bagno lei stava ancora gridando:
«Vai via! Non ti voglio più vedere!»
Claudio sbatté la porta e se ne andò.
Livia si voltò verso di me. Lo sguardo era cambiato di nuovo: gentile, quasi dolce.
«Ti prego, porco… aiutami.»
Mi occupai di lei.
Aprii l’acqua della doccia, la regolai tiepida. Lei ci entrò e io la seguii con le mani. L’accarezzai dolcemente mentre l’acqua le scorreva addosso, portando via le tracce di quella folle sera. Sperma, sudore, saliva, tutto scendeva lungo le sue cosce e spariva nel piatto della doccia. Quando passai le mani sul pube e sulla figa per aiutarla a sciacquarsi, lei emise un piccolo lamento.
«Oddio… mi fa male. È tutta ammaccata. Questa sera la mia micina ha fatto gli straordinari.»
E lì, all’improvviso, ridemmo.
Un riso vero, stanco, quasi intimo.
Continuai a sciacquarla con delicatezza. Poi l'asciugai con un salviettone grande, passandolo sulle spalle, sul seno, sul ventre, tra le cosce. Lei si beava di quel trattamento. Chiudeva gli occhi, si lasciava toccare, si lasciava curare. Era strano. Pochi minuti prima era stata una latrina di sperma, una regina del sesso usata da undici uomini. Ora, sotto le mie mani, stava tornando a essere una bella donna. Elegante. Fragile. Quasi normale.
Mentre si rivestiva — l’abito color nocciola, la cintura, i tacchi impossibili — la guardavo trasformarsi.
La fogna spariva.
Restava lei.
E quel feeling assurdo, illogico, che era nato sul letto e si era rafforzato mentre le leccavo la figa e mentre ci baciavamo pieni di schifo, era ancora lì. Più quieto, forse. Ma più profondo.
Appena fu pronta mi lavai alla meglio anch’io.
La camicia era fradicia di sudore, di acqua e di altro. Mi sciacquai la faccia, il collo, le mani, cercando di togliermi di dosso almeno l’odore più forte di quella sera. Poi la seguii.
Livia camminava con il suo passo regale e sfrontato. Attraversava i corridoi del club come se fossero i corridoi di una sua dimora, indifferente ai lamenti di piacere, alle parole sporche di lussuria, ai gemiti di uomini e donne che saturavano l’aria. Io le restavo un passo indietro, ancora un po’ stordito, e la guardavo. Quella stessa donna che poco prima era stata una latrina di sperma ora avanzava con un’eleganza naturale che faceva quasi male.
Al bar il gestore ci venne incontro. Mario. L’abbracciò leggermente, senza baciarla, e le chiese:
«Ma tu e Claudio avete litigato?»
Si vedeva che il tipo era andato da lui a lamentarsi di qualcosa.
«Mi dispiace… sembravate così una bella coppia.»
Poi mi guardò e aggiunse:
«E questo chi è?»
Livia si voltò, rise, e rispose con naturalezza disarmante:
«Non lo so. È il mio porco. Non ci siamo ancora presentati.»
Mi allungò la mano, elegante, quasi ironica.
«Porco, io sono Livia. E tu come ti chiami?»
Io le strinsi le dita, ancora un po’ goffo.
«Gianni il porco per servirti.»
Lei rise forte, un riso vero, liberatorio. Poi si rivolse di nuovo a Mario:
«Lui è stato magnifico. Mi è piaciuto subito.
Mario, questa sera vado a casa veramente distrutta. Ciaooo.»
«Ma quando torni, tesoro?»
«Non lo so. Vedremo. Ciaooo.»
Uscimmo.
Io la tenevo stretta in vita e lei si appoggiava a me, un po’ stanca sui suoi tacchetti impossibili. Le aprii la portiera della macchina e lei salì con quella stessa eleganza innata, come se non avesse passato le ultime ore a farsi montare da undici uomini.
Appena seduti accesi il motore e le chiesi:
«Livia… dove ti porto?»
Lei mi guardò di lato, seria.
«Non voglio andare a casa da mio marito questa notte.
Portami da te. O sei sposato?»
Io rimasi un attimo in imbarazzo. Non per la domanda in sé, ma per quello che l’aspettava a casa mia. Dopo che Monica se n’era andata avevo lasciato tutto alla cazzo di cane. Piatti nel lavello, bicchieri ovunque, il letto sfatto da giorni, vestiti abbandonati sulle sedie, polvere, disordine da uomo solo che ha smesso di farsi domande.
«Se non ti spaventi del casino… ti porto da me.»
Lei scrollò le spalle, quasi divertita.
«Figurati. Ci vengo lo stesso. Mica mi faccio problemi.
Da mio marito no. Non ho voglia di vederlo.»
E allora andammo a casa mia.
Appena entrati, il disordine ci accolse come uno schiaffo. La cucina era un campo di battaglia: piatti ammucchiati nel lavello, pentole sul fornello, scatole di cibo aperto sul tavolo. In soggiorno giornali sparsi, una maglietta abbandonata sul divano, bicchieri vuoti sui ripiani. L’odore stantio di casa di uomo solo. Il letto, nella stanza da letto, era sfatto a metà, le lenzuola tirate da una parte sola, il cuscino ancora con l’impronta della mia testa.
Livia non fece una piega. Guardò intorno con un’indifferenza quasi affettuosa e poi disse, con voce stanca ma chiara:
«Gianni… portami a letto. Sono distrutta.»
Si spogliò nuda con la stessa naturalezza con cui prima si era fatta scopare di fronte a tutti. L’abito color nocciola scivolò a terra, la cintura, le mutandine, i tacchi. Restò nuda in mezzo al mio casino e io l’accompagnai fino al letto sfatto.
Si sdraiò, si stiracchiò un poco, e poi mi guardò con un sorriso stanco e furbo.
«Da quanto non ci viene una donna, qui?»
Io esitai un secondo.
«Tre mesi, Livia.»
Lei rise piano, quasi compiaciuta.
«Aaaah… ora mi spiego la tua fame.
Eri pieno, vero? Hehehe…
Meglio. Ti ho goduto al meglio.»
E in quella frase, detta a bassa voce in mezzo al mio disordine, mentre lei stava nuda nel mio letto e io ancora con la camicia umida addosso, sentii di nuovo quella corrente.
La stessa di prima.
Illogica.
Incontenibile.
E sempre più difficile da spegnere.
Andai a farmi una doccia.
Cercai anche di sistemare un minimo il bagno: tolsi gli asciugamani usati, passai una spugna sul lavandino, misi un po’ d’ordine tra i flaconi. Ci misi pochi minuti. Quando tornai in camera lei ormai si era addormentata.
Era bella.
Dolce.
Sembrava quasi una bambina, con i capelli sparsi sul cuscino e il volto rilassato, privo di ogni maschera. Mi coricai accanto a lei cercando di non dare fastidio, di non far cigolare troppo il materasso. E così passammo la nostra prima notte: semplicemente dormendo. Nudi, stanchi, vicini. Senza toccarci quasi, eppure già legati da qualcosa che non sapevamo ancora nominare.
Al mattino la sveglia squillò alle sei, come ogni giorno.
Mi ero dimenticato di spegnerla. Che pirla, pensai.
Lei si svegliò di soprassalto, gli occhi ancora pieni di sonno.
«Che ore sono…?»
«Le sei. Devo andare al lavoro.»
Livia si stiracchiò piano, emise un piccolo lamento e disse, con voce roca:
«Tesoro… ti scoccia se resto qui ancora un po’?
Sono tutta indolenzita. Ho la figa e il culo che mi fanno male proprio.»
Io la guardai dal bordo del letto, già in piedi.
«Figurati. Fai come se fosse casa tua, Livia.
Ti lascio un mazzo di chiavi sul comodino.»
Andai in bagno a prepararmi. Mentre mi facevo la barba con il rasoio a mano, lei arrivò. Entrò senza esitazione, si sedette sul water e fece pipì. Tanto, ormai, tra noi non c’erano più segreti. Quella figa l’avevo vista da vicino. Molto vicino.
Quando si alzò ero ancora appoggiato al lavandino, lo sguardo fisso allo specchio mentre finivo di radermi. Lei si avvicinò alle mie spalle, mi abbracciò con naturalezza e mi baciò la schiena nuda.
«Grazie, Gianni. Sei un porco meraviglioso.»
Le sue mani scesero. Trovarono il mio cazzo. Al contatto si svegliò subito, arzillo, già mezzo duro. Lei sorrise sorniona e cominciò a masturbarmi piano, con quelle manine esperte, leggere, quasi carezzevoli.
Poi, senza dire niente, prese un salviettone, lo gettò a terra e si inginocchiò, mi fece girare.
Mi prese in bocca.
Fu un pompino soave, lento, di chi ne aveva fatti tanti e sapeva esattamente cosa fare. La lingua girava intorno al glande con pazienza, le labbra scendevano e saliva senza fretta, creando un ritmo caldo e umido che mi faceva chiudere gli occhi. Mi guardava dal basso con quegli occhi che ti penetrano l’anima, mentre le sue mani massaggiavano i testicoli con delicatezza.
Oddio, che bello.
Si staccò un secondo, le labbra già lucide, e disse a bassa voce:
«La figa mi fa male… ma la bocca no.
Voglio la tua sborra.
Sborra nella bocca di questa troia, Gianni.
Ti voglio.»
Riprese a succhiarmi, più lento di prima, più profondo. Io le tenevo i capelli senza spingere, lasciandola fare. Il piacere saliva piano, denso, inevitabile. Quando venni, fu lungo e silenzioso. Sborrai direttamente sulla sua lingua, a fiotti caldi, mentre lei teneva la bocca aperta e riceveva tutto senza perdere una goccia.
Poi, con il mio sperma ancora in bocca, si alzò, mi venne incontro e mi baciò.
Limonammo. Un bacio tenero e sporco allo stesso tempo. Il sapore salato della mia sborra si mescolava al suo respiro, alle sue labbra, alla sua lingua che cercava la mia.
Quando si staccò mi guardò e sorrise, quasi felice.
«Buongiorno, Gianni.
Oggi ho fatto colazione con te.»
Poi tornò a letto, si raggomitolò sotto le coperte e si riaddormentò.
Io finii di vestirmi e andai al lavoro.
Con il sapore di quel bacio ancora in bocca e la certezza, ormai, che qualcosa tra noi era già cominciato sul serio.

Impotente

scritto il
2026-08-10
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