Scendere sempre più in basso 7
di
Impotente
genere
corna
Scendere sempre più in basso 7
scritto da Impotente@proton.me
Al mattino Annabella si sveglia con un gemito soffocato.
Tutto il corpo le grida. La figa non pulsa più di voglia: pulsa di male. È gonfia, irritata, dolorante. Ogni singolo muscolo, ogni articolazione, ogni punto in cui è stata presa e usata le fa male. Il culo brucia, la gola è arsa, le cosce tremano solo a cercare di muoversi.
Alberto si sveglia al suo fianco.
La guarda un attimo, ancora assonnato, la testa nel pallone per tutto quello che hanno vissuto. Poi le accarezza piano la guancia e la bacia sulle labbra, lento, delicato.
«Amore… come stai?»
Lei riesce solo a sussurrare:
«Male… tanto. Devo pisciare… ma da sola non ce la faccio. Accompagnami.»
Alberto si alza subito.
La prende quasi di peso, la sorregge e la porta in bagno. L'aiuta a sedersi sul water. Lei resta lì, nuda, tremante, e mentre fa pipì un brivido di sollievo e di dolore le attraversa il basso ventre. Piano piano si riprende un poco. Alza gli occhi e vede Alberto nudo davanti a lei. Il corpo magro, il cazzo ancora morbido, lo sguardo pieno di cura e di qualcosa di più profondo.
La voglia le torna.
Non la voglia bestiale della notte prima. Qualcosa di più tenero, di più riconoscente. Vuole il suo cazzo. Vuole ringraziarlo per esserci stato, per averla tenuta, per aver condiviso tutto.
Con uno sforzo si sporge e lo chiama a sé.
«Vieni… amore…»
Alberto si avvicina.
Lei gli prende il membro tra le labbra e comincia a succhiarlo. Lento. Innamorata. Lo coccola nella bocca, lo accarezza con la lingua, lo tiene con delicatezza. Non c’è fretta, non c’è porcheria. Solo gratitudine e amore. Alberto chiude gli occhi e si lascia andare. Si eccita nel ricordo di tutto quello che hanno vissuto insieme la notte prima, e allo stesso tempo è felice di godere tra le labbra della sua bella moglie. Le accarezza i capelli – ancora tutti impiastricciati di sborra secca – e le sussurra:
«Sei bellissima… anche così… soprattutto così.»
Annabella continua finché non lo sente indurirsi completamente, Alberto viene senza fretta senza lussuria... viene abbondante, riversa il suo sperma nella bocca della bella moglie e lei lo bacia sul glande lo ringrazia ... poi si stacca e alza lo sguardo.
«Ti Amo Alberto... grazie di esserci»
«Lavami, amore. Aiutami. Toglimi tutto da fuori e da dentro di me. Ti amo.»
Alberto l’aiuta ad alzarsi e a entrare in doccia.
Apre l’acqua calda. Il getto scorre sui loro corpi. Si abbracciano stretti sotto l’acqua. Si cercano. Le mani di lui le scorrono sulla schiena, sul culo ancora dolorante, tra le cosce. Le dita entrano piano nella figa e nel culo per pulirla con cura, con pazienza, togliendo ogni residuo. Lei gli si stringe contro, la faccia nascosta nel suo collo, e geme di sollievo e di tenerezza.
Vorrebbero quasi compenetrarsi, fondersi, diventare una cosa sola.
Sotto l’acqua calda si baciano a lungo, si toccano, si stringono come se avessero paura di separarsi anche solo di un centimetro. Gli odori degli altri uomini se ne vanno piano piano, sostituiti dal sapone.
Quando escono dalla doccia sono puliti, ma ancora stanchi.
Si asciugano a vicenda. Poi tornano a letto, nudi, e si stringono di nuovo.
Annabella posa la testa sul petto di Alberto e sussurra:
«Anche così… siamo una cosa sola. Complici delle nostre perversioni… ma uniti. Innamorati. Più di prima.»
Alberto le bacia i capelli ancora umidi e risponde a bassa voce:
«Più di prima. Sempre.»
Restano abbracciati a lungo, in silenzio.
Il dolore del corpo è ancora lì, ma sotto c’è qualcosa di più forte: la consapevolezza di essersi spinti fino in fondo e di essersi ritrovati ancora più uniti.
Annabella, ancora avvolta nel lenzuolo, prende il telefono con mano tremante.
Chiama la scuola. La voce le esce rauca, quasi spezzata – non deve fingere molto. Dice che non si sente bene, che ha molta raucedine e un po’ di febbre. Poi chiama il medico di base. Gli descrive gli stessi sintomi. Lui, senza troppe domande, le manda il certificato: cinque giorni di malattia.
Riaggancia e si gira verso Alberto.
Gli occhi azzurri sono stanchi, ma chiari.
«Oggi resta con me. Ti voglio qui accanto, mio. Ti prego.»
Alberto non esita.
Annulla tutto quello che doveva fare, manda un messaggio al lavoro e torna a sdraiarsi al suo fianco. Si abbracciano di nuovo, nudi sotto il lenzuolo leggero, e si riaddormentano. Il corpo di lei è ancora dolorante, ma il calore di lui la calma. Dormono così, stretti, fino al primo pomeriggio.
Quando si svegliano la luce filtra bassa dalle tapparelle.
Restano distesi uno di fronte all’altro, le gambe intrecciate. Il telefono di Annabella vibra continuamente sul comodino. Messaggi. Tanti. Lei lo guarda un attimo, poi lo prende e lo mette in silenzioso senza aprire nulla. Lo posa a faccia in giù.
«Non adesso» dice piano. «Questo momento è solo nostro. Dobbiamo capire.»
Alberto annuisce.
La silenziosa complicità della notte prima è ancora tra loro, ma adesso c’è spazio per le parole.
Parlano a bassa voce, senza fretta.
Annabella comincia:
«Io… non so più chi sono. O forse lo so troppo bene. Da mesi sentivo questa fame. Non era solo sesso. Era il bisogno di cadere, di essere ridotta a oggetto, di sentirmi usata senza pietà. E più scendevo, più mi sentivo… viva. Quando ti ho coinvolto, quando ti ho visto guardarmi mentre mi prendevano, qualcosa in me si è completato. Non ero più sola nella mia sporcizia. Tu c’eri. E questo mi ha fatto sentire ancora più tua. Ma anche libera. Si perché ho capito che il nostro Amore è forte che supera il possesso e la gelosia... il nostro Amore è Libertà.»
Alberto resta in silenzio qualche secondo, poi risponde con onestà cruda:
«Io ho sentito gelosia. Rabbia. Disgusto. E allo stesso tempo un’eccitazione così forte che mi faceva male. Vederti piena di altri uomini, umiliata, e vedere che godevi… mi ha eccitato più di qualsiasi cosa avessimo fatto prima. E quando mi hanno messo in ginocchio, quando mi hanno fatto pulire i loro cazzi… parte di me voleva scappare. Un’altra parte, più grande, voleva restare. Voleva essere esattamente lì. So di essere un cornuto come mio padre, ora so cosa provava mentre Salvatore montava mamma. So solo che quando ti vedevo presa e felice in quel modo, mi sentivo… legato a te in un modo nuovo. Più oscuro. Più vero. Consapevole.»
Si guardano a lungo.
Poi Annabella cerca le parole per dare una forma a quello che stanno diventando:
«Forse… forse non siamo rotti. Forse siamo solo arrivati a toccare una parte di noi che di solito resta sepolta. Io ho bisogno di sentirmi offerta, usata, a tratti annientata. Tu hai scoperto di avere bisogno di vedere quella parte di me, di condividere la mia caduta, di esserci dentro anche tu – anche se da una posizione diversa. Non è tradimento se lo facciamo insieme. Non è distruzione se dopo torniamo qui, così, abbracciati, e ci riconosciamo ancora.»
Alberto le accarezza i capelli ancora un po’ arruffati.
«È una forma di amore distorta, sporca. O forse è solo più completa. Tu mi dai la tua fame. Io ti do il permesso di viverla e allo stesso tempo la vivo con te. Ci umiliamo insieme e poi ci ritroviamo più uniti. Ieri sera, mentre ti guardavo e mi toccavo, mentre leccavo quei cazzi… non pensavo di perderti. Pensavo di appartenerti di più.»
Annabella chiude gli occhi un momento, poi li riapre.
«Allora questa può essere la nostra spiegazione o quella che facciamo nostra. Non siamo due persone che si stanno distruggendo. Siamo due persone che hanno trovato un modo estremo, sporco e pericoloso di amarsi. Io sono la tua puttana. Tu sei il mio cornuto consapevole. E insieme, in questa dinamica, siamo più uniti di quando fingevamo di essere solo “normali”.»
Alberto annuisce lentamente.
«Sì. Possiamo chiamarla così. Una complicità totale. Una caduta condivisa. Finché restiamo noi due al centro… anche quando ci sono altri corpi in mezzo… allora va bene. Forse possiamo reggerla.»
Il telefono vibra di nuovo sotto il cuscino, ma nessuno dei due lo guarda.
In quel letto, ancora impregnato degli odori della notte prima e del sapone della doccia, i due coniugi restano abbracciati. Hanno messo una parola su quello che sono diventati. Non è una giustificazione completa, non è una soluzione definitiva. È solo un primo accordo fragile e sincero: questo siamo noi adesso. E lo facciamo insieme.
Il resto – i messaggi, Dragan, Osvaldo, la scuola, il futuro – può aspettare.
Per il momento c’è solo il loro respiro sincronizzato e la consapevolezza di essersi guardati fino in fondo senza voltarsi dall’altra parte.
Dopo pochi minuti il citofono suona.
Il suono è netto, improvviso, e fa sobbalzare entrambi.
Alberto si alza, indossa solo i boxer e va a rispondere.
«Sì?»
Dal citofono arriva una voce maschile, un po’ esitante:
«A… no, sbagliato.»
Clic. La comunicazione si interrompe.
Alberto resta un momento fermo, la mano ancora sul ricevitore. Poi si avvicina alla finestra del salotto e spalanca un poco la tenda. Giù, sul marciapiede, riconosce subito Omar. Accanto a lui c’è un altro ragazzo, più basso, magro, con una maglietta scura. I due si allontanano a passo svelto, senza voltarsi.
Alberto torna in camera.
Annabella è ancora a letto, semi-seduta contro i cuscini, il lenzuolo tirato fino al petto.
«Era Omar» dice lui. «Ha suonato. Poi è andato via. C’era un altro con lui.»
Annabella resta in silenzio qualche secondo.
Poi, a voce bassa, quasi come se parlasse a se stessa:
«Omar avrà voluto venire a montarmi… e mi portava anche un altro. Non so chi sia l’altro.»
Mentre lo dice, nonostante il dolore ancora presente, nonostante la figa gonfia e irritata, sente una scossa netta. La figa pulsa. Si bagna nonostante tutto. Chiude gli occhi e scuote appena la testa, incredula.
«Oddio… anche dopo ieri sera… distrutta come sono… mi pulsa all’idea di quel maiale egiziano. Oddio, come sono malata…»
Alberto la guarda.
Ha capito. Omar ha riconosciuto la sua voce al citofono e ha preferito andarsene. Si aspettava quella di Annabella. E al pensiero che quei due volessero salire, che volessero fottere sua moglie qui, in casa loro, un piccolo fremito gli percorre il cazzo. Si indurisce appena contro il tessuto dei boxer.
Si siede sul bordo del letto e lo dice senza giri di parole:
«Amore… ti confesso che al pensiero che quelli volevano salire a fotterti… mi sono eccitato. Devo essere più malato di te.»
Si guardano.
E si sorridono. Un sorriso stanco, un po’ amaro, ma pieno di quella complicità nuova e pericolosa che hanno cominciato a costruire solo poche ore prima.
Annabella allunga una mano e gli accarezza il braccio.
«Amore… ma sai che anche la mia figa mi ha dato la scossa? Proprio adesso. Solo a pensarci. Oddio… siamo persi, amore mio.»
Alberto le prende la mano e se la porta alle labbra.
La bacia piano sulle nocche.
«Siamo persi» ripete lui, a bassa voce. «E stiamo cominciando a stare bene così.»
Fuori la strada è di nuovo silenziosa.
Omar e l’altro sono spariti. Il telefono di Annabella resta a faccia in giù sul comodino, ancora pieno di messaggi non letti. Ma in quel momento, nel letto disfatto, i due coniugi restano a guardarsi. Consapevoli. Eccitati. Un po’ spaventati. E più uniti di quanto avrebbero mai immaginato solo pochi giorni prima.
I due si alzano dal letto e vanno in cucina.
Hanno fame. Fame vera, di cibo. Alberto apre il frigorifero e resta un attimo a guardare: ci sono ancora tutte le mele. Quelle di Omar. La cassetta è quasi piena.
Si guardano.
Poi sorridono.
Annabella ne prende una, la lava sotto l’acqua e la morde. Il succo le cola un poco sul mento. Alberto fa lo stesso. Masticano in silenzio per qualche secondo, poi lei dice piano, con un filo di ironia stanca:
«Le mele del peccato… quelle di Omar.»
Alberto ride basso.
«Adamo ed Eva cacciati dal paradiso. Solo che noi abbiamo appena scoperto che l’inferno non è poi così male.»
«Il girone dei lussuriosi ci ha presi» aggiunge Annabella, e questa volta ride davvero, una risata roca, ancora un po’ spezzata dalla raucedine. «E non vogliamo più uscirne.»
Restano lì, appoggiati al bancone, a mordere le mele, a sorridersi, a sentirsi uniti in quella strana, sporca consapevolezza.
Poi Annabella gira il telefono.
Lo sblocca e apre WhatsApp.
È un disastro.
Messaggi su messaggi. Notifiche accumulate dalla sera prima. Il suo numero è ormai di dominio quasi pubblico. Chi l’ha montata, chi ha saputo, chi ha passato il contatto. Apre le chat una dopo l’altra, il viso che si fa sempre più serio mentre Alberto le resta accanto e legge insieme a lei.
Ecco cosa trova:
Osvaldo
troia dove cazzo sei
non sei venuta stamattina
ho le palle piene da svuotare
rispondi puttana o mando i video in giro
sugnu u to padruni e ti voglio a ginocchio puttana!
Dragan
Prof stasera si rifà la festa
ho altri amici che vogliono provarla
porta pure il cornuto se vuole guardare di nuovo
rispondi o la foto con il mio cazzo in bocca parte a tutta la scuola
Numeri sconosciuti (i ragazzi della sera prima e altri)
Marco: ancora mi brucia il cazzo dal tuo culo e dalla tua figa. Quando ci rivediamo puttana?
+39 3xx xxx 4512: ho saputo che sei la professoressa che si fa montare da tutti. Voglio il mio turno
+39 3xx xxx 7823: mi hanno passato il tuo numero. Dicono che sei una latrina. Voglio riempirti io
+39 3xx xxx 3341: ciao puttana. Sono un amico di Dragan. Quando ti facciamo un gangbang serio?
+39 3xx xxx 9902: ho visto i video. Sei una troia. Voglio scoparti il culo anch’io
+39 3xx xxx 1176: la prossima volta ti voglio in bocca mentre gli altri ti riempiono. Disponibile?
+39 3xx xxx 5540: passami l’indirizzo. Vengo a casa tua e ti monto sul tavolo di cucina
+39 3xx xxx 2289: quanto prendi a farti sborrare dentro da cinque alla volta?
+39 3xx xxx 6613: sei la più bella puttana della scuola. Voglio provarla pure io
+39 3xx xxx 4477: il bidello dice che sei sua. Ma io ti prendo lo stesso. Rispondi
+39 3xx xxx 6651: Puttana! Ho visto che ti sei fatta scopare dal mio ragazzo, vengo li e ti spacco quella faccia da Troia che hai! Vergognati professoressa del cazzo!
Annabella scorre ancora.
Ci sono altre chat aperte, altre richieste, altri insulti mescolati a proposte oscene. Il telefono vibra di nuovo mentre lo tiene in mano.
Alza lo sguardo su Alberto.
Il sorriso di prima è sparito. In faccia le è rimasta solo la consapevolezza fredda di quello che hanno scatenato.
«È partito» dice a bassa voce. «Il mio numero… adesso è di tutti.»
Alberto resta in silenzio qualche secondo, poi le prende il telefono dalle mani e lo posa sul tavolo, a faccia in giù.
«Lo immaginavo... ma pazienza ora siamo qui fra noi.»
Annabella scorre ancora i messaggi, il telefono stretto tra le dita.
Ogni proposta oscena, ogni insulto, ogni richiesta la fa pulsare. La figa, nonostante sia ancora gonfia e indolenzita, si bagna di nuovo. Vorrebbe fare tutto. Vorrebbe tutti quei cazzi, uno dopo l’altro, fino a non reggere più. Ma sa perfettamente che materialmente non potrebbe. Il corpo è a pezzi. E soprattutto sa che Alberto, per quanto eccitato e complice, non potrebbe reggere un’altra bolgia così presto.
Alza lo sguardo su di lui.
Il viso le si illumina di un’espressione strana: allegra, quasi orgogliosa. Si sente desiderata da tutti quegli uomini, oggetto di una fame collettiva, e una parte di lei ne è profondamente soddisfatta. Ma quando gli occhi si posano su Alberto, qualcosa di più importante prende il sopravvento.
Si alza, gli si avvicina e gli prende il viso tra le mani.
«Amore… senti. Che ne dici di prenderci qualche giorno tutto per noi? Scappiamo per un po’. Tanto ormai siamo sputtanati… qui sarà sempre peggio. Partiamo. Andiamo qualche giorno alle terme. Stiamo insieme. E scopami solo tu. Voglio sentirmi solo tua.»
Alberto la guarda.
Quelle parole lo colpiscono dritto al centro. È lusingato. Profondamente. La sua donna, dopo tutto quello che ha vissuto e desiderato, gli sta chiedendo di essere solo sua per qualche giorno. Di fuggire insieme. Di ritrovarsi. Un sorriso lento gli si apre sulle labbra, misto a un’emozione calda e inaspettata.
«Sì» risponde senza esitare. «Partiamo. Subito.»
Annabella cerca e chiama le Terme di Dxxxxxx, in Trentino. C’è disponibilità. Prenotano tre notti. Alberto prepara una valigia leggera, lei mette due cambi e poco altro. Spengono i telefoni dopo un ultimo messaggio.
Per info o commenti: Impotente@proton.me
scritto da Impotente@proton.me
Al mattino Annabella si sveglia con un gemito soffocato.
Tutto il corpo le grida. La figa non pulsa più di voglia: pulsa di male. È gonfia, irritata, dolorante. Ogni singolo muscolo, ogni articolazione, ogni punto in cui è stata presa e usata le fa male. Il culo brucia, la gola è arsa, le cosce tremano solo a cercare di muoversi.
Alberto si sveglia al suo fianco.
La guarda un attimo, ancora assonnato, la testa nel pallone per tutto quello che hanno vissuto. Poi le accarezza piano la guancia e la bacia sulle labbra, lento, delicato.
«Amore… come stai?»
Lei riesce solo a sussurrare:
«Male… tanto. Devo pisciare… ma da sola non ce la faccio. Accompagnami.»
Alberto si alza subito.
La prende quasi di peso, la sorregge e la porta in bagno. L'aiuta a sedersi sul water. Lei resta lì, nuda, tremante, e mentre fa pipì un brivido di sollievo e di dolore le attraversa il basso ventre. Piano piano si riprende un poco. Alza gli occhi e vede Alberto nudo davanti a lei. Il corpo magro, il cazzo ancora morbido, lo sguardo pieno di cura e di qualcosa di più profondo.
La voglia le torna.
Non la voglia bestiale della notte prima. Qualcosa di più tenero, di più riconoscente. Vuole il suo cazzo. Vuole ringraziarlo per esserci stato, per averla tenuta, per aver condiviso tutto.
Con uno sforzo si sporge e lo chiama a sé.
«Vieni… amore…»
Alberto si avvicina.
Lei gli prende il membro tra le labbra e comincia a succhiarlo. Lento. Innamorata. Lo coccola nella bocca, lo accarezza con la lingua, lo tiene con delicatezza. Non c’è fretta, non c’è porcheria. Solo gratitudine e amore. Alberto chiude gli occhi e si lascia andare. Si eccita nel ricordo di tutto quello che hanno vissuto insieme la notte prima, e allo stesso tempo è felice di godere tra le labbra della sua bella moglie. Le accarezza i capelli – ancora tutti impiastricciati di sborra secca – e le sussurra:
«Sei bellissima… anche così… soprattutto così.»
Annabella continua finché non lo sente indurirsi completamente, Alberto viene senza fretta senza lussuria... viene abbondante, riversa il suo sperma nella bocca della bella moglie e lei lo bacia sul glande lo ringrazia ... poi si stacca e alza lo sguardo.
«Ti Amo Alberto... grazie di esserci»
«Lavami, amore. Aiutami. Toglimi tutto da fuori e da dentro di me. Ti amo.»
Alberto l’aiuta ad alzarsi e a entrare in doccia.
Apre l’acqua calda. Il getto scorre sui loro corpi. Si abbracciano stretti sotto l’acqua. Si cercano. Le mani di lui le scorrono sulla schiena, sul culo ancora dolorante, tra le cosce. Le dita entrano piano nella figa e nel culo per pulirla con cura, con pazienza, togliendo ogni residuo. Lei gli si stringe contro, la faccia nascosta nel suo collo, e geme di sollievo e di tenerezza.
Vorrebbero quasi compenetrarsi, fondersi, diventare una cosa sola.
Sotto l’acqua calda si baciano a lungo, si toccano, si stringono come se avessero paura di separarsi anche solo di un centimetro. Gli odori degli altri uomini se ne vanno piano piano, sostituiti dal sapone.
Quando escono dalla doccia sono puliti, ma ancora stanchi.
Si asciugano a vicenda. Poi tornano a letto, nudi, e si stringono di nuovo.
Annabella posa la testa sul petto di Alberto e sussurra:
«Anche così… siamo una cosa sola. Complici delle nostre perversioni… ma uniti. Innamorati. Più di prima.»
Alberto le bacia i capelli ancora umidi e risponde a bassa voce:
«Più di prima. Sempre.»
Restano abbracciati a lungo, in silenzio.
Il dolore del corpo è ancora lì, ma sotto c’è qualcosa di più forte: la consapevolezza di essersi spinti fino in fondo e di essersi ritrovati ancora più uniti.
Annabella, ancora avvolta nel lenzuolo, prende il telefono con mano tremante.
Chiama la scuola. La voce le esce rauca, quasi spezzata – non deve fingere molto. Dice che non si sente bene, che ha molta raucedine e un po’ di febbre. Poi chiama il medico di base. Gli descrive gli stessi sintomi. Lui, senza troppe domande, le manda il certificato: cinque giorni di malattia.
Riaggancia e si gira verso Alberto.
Gli occhi azzurri sono stanchi, ma chiari.
«Oggi resta con me. Ti voglio qui accanto, mio. Ti prego.»
Alberto non esita.
Annulla tutto quello che doveva fare, manda un messaggio al lavoro e torna a sdraiarsi al suo fianco. Si abbracciano di nuovo, nudi sotto il lenzuolo leggero, e si riaddormentano. Il corpo di lei è ancora dolorante, ma il calore di lui la calma. Dormono così, stretti, fino al primo pomeriggio.
Quando si svegliano la luce filtra bassa dalle tapparelle.
Restano distesi uno di fronte all’altro, le gambe intrecciate. Il telefono di Annabella vibra continuamente sul comodino. Messaggi. Tanti. Lei lo guarda un attimo, poi lo prende e lo mette in silenzioso senza aprire nulla. Lo posa a faccia in giù.
«Non adesso» dice piano. «Questo momento è solo nostro. Dobbiamo capire.»
Alberto annuisce.
La silenziosa complicità della notte prima è ancora tra loro, ma adesso c’è spazio per le parole.
Parlano a bassa voce, senza fretta.
Annabella comincia:
«Io… non so più chi sono. O forse lo so troppo bene. Da mesi sentivo questa fame. Non era solo sesso. Era il bisogno di cadere, di essere ridotta a oggetto, di sentirmi usata senza pietà. E più scendevo, più mi sentivo… viva. Quando ti ho coinvolto, quando ti ho visto guardarmi mentre mi prendevano, qualcosa in me si è completato. Non ero più sola nella mia sporcizia. Tu c’eri. E questo mi ha fatto sentire ancora più tua. Ma anche libera. Si perché ho capito che il nostro Amore è forte che supera il possesso e la gelosia... il nostro Amore è Libertà.»
Alberto resta in silenzio qualche secondo, poi risponde con onestà cruda:
«Io ho sentito gelosia. Rabbia. Disgusto. E allo stesso tempo un’eccitazione così forte che mi faceva male. Vederti piena di altri uomini, umiliata, e vedere che godevi… mi ha eccitato più di qualsiasi cosa avessimo fatto prima. E quando mi hanno messo in ginocchio, quando mi hanno fatto pulire i loro cazzi… parte di me voleva scappare. Un’altra parte, più grande, voleva restare. Voleva essere esattamente lì. So di essere un cornuto come mio padre, ora so cosa provava mentre Salvatore montava mamma. So solo che quando ti vedevo presa e felice in quel modo, mi sentivo… legato a te in un modo nuovo. Più oscuro. Più vero. Consapevole.»
Si guardano a lungo.
Poi Annabella cerca le parole per dare una forma a quello che stanno diventando:
«Forse… forse non siamo rotti. Forse siamo solo arrivati a toccare una parte di noi che di solito resta sepolta. Io ho bisogno di sentirmi offerta, usata, a tratti annientata. Tu hai scoperto di avere bisogno di vedere quella parte di me, di condividere la mia caduta, di esserci dentro anche tu – anche se da una posizione diversa. Non è tradimento se lo facciamo insieme. Non è distruzione se dopo torniamo qui, così, abbracciati, e ci riconosciamo ancora.»
Alberto le accarezza i capelli ancora un po’ arruffati.
«È una forma di amore distorta, sporca. O forse è solo più completa. Tu mi dai la tua fame. Io ti do il permesso di viverla e allo stesso tempo la vivo con te. Ci umiliamo insieme e poi ci ritroviamo più uniti. Ieri sera, mentre ti guardavo e mi toccavo, mentre leccavo quei cazzi… non pensavo di perderti. Pensavo di appartenerti di più.»
Annabella chiude gli occhi un momento, poi li riapre.
«Allora questa può essere la nostra spiegazione o quella che facciamo nostra. Non siamo due persone che si stanno distruggendo. Siamo due persone che hanno trovato un modo estremo, sporco e pericoloso di amarsi. Io sono la tua puttana. Tu sei il mio cornuto consapevole. E insieme, in questa dinamica, siamo più uniti di quando fingevamo di essere solo “normali”.»
Alberto annuisce lentamente.
«Sì. Possiamo chiamarla così. Una complicità totale. Una caduta condivisa. Finché restiamo noi due al centro… anche quando ci sono altri corpi in mezzo… allora va bene. Forse possiamo reggerla.»
Il telefono vibra di nuovo sotto il cuscino, ma nessuno dei due lo guarda.
In quel letto, ancora impregnato degli odori della notte prima e del sapone della doccia, i due coniugi restano abbracciati. Hanno messo una parola su quello che sono diventati. Non è una giustificazione completa, non è una soluzione definitiva. È solo un primo accordo fragile e sincero: questo siamo noi adesso. E lo facciamo insieme.
Il resto – i messaggi, Dragan, Osvaldo, la scuola, il futuro – può aspettare.
Per il momento c’è solo il loro respiro sincronizzato e la consapevolezza di essersi guardati fino in fondo senza voltarsi dall’altra parte.
Dopo pochi minuti il citofono suona.
Il suono è netto, improvviso, e fa sobbalzare entrambi.
Alberto si alza, indossa solo i boxer e va a rispondere.
«Sì?»
Dal citofono arriva una voce maschile, un po’ esitante:
«A… no, sbagliato.»
Clic. La comunicazione si interrompe.
Alberto resta un momento fermo, la mano ancora sul ricevitore. Poi si avvicina alla finestra del salotto e spalanca un poco la tenda. Giù, sul marciapiede, riconosce subito Omar. Accanto a lui c’è un altro ragazzo, più basso, magro, con una maglietta scura. I due si allontanano a passo svelto, senza voltarsi.
Alberto torna in camera.
Annabella è ancora a letto, semi-seduta contro i cuscini, il lenzuolo tirato fino al petto.
«Era Omar» dice lui. «Ha suonato. Poi è andato via. C’era un altro con lui.»
Annabella resta in silenzio qualche secondo.
Poi, a voce bassa, quasi come se parlasse a se stessa:
«Omar avrà voluto venire a montarmi… e mi portava anche un altro. Non so chi sia l’altro.»
Mentre lo dice, nonostante il dolore ancora presente, nonostante la figa gonfia e irritata, sente una scossa netta. La figa pulsa. Si bagna nonostante tutto. Chiude gli occhi e scuote appena la testa, incredula.
«Oddio… anche dopo ieri sera… distrutta come sono… mi pulsa all’idea di quel maiale egiziano. Oddio, come sono malata…»
Alberto la guarda.
Ha capito. Omar ha riconosciuto la sua voce al citofono e ha preferito andarsene. Si aspettava quella di Annabella. E al pensiero che quei due volessero salire, che volessero fottere sua moglie qui, in casa loro, un piccolo fremito gli percorre il cazzo. Si indurisce appena contro il tessuto dei boxer.
Si siede sul bordo del letto e lo dice senza giri di parole:
«Amore… ti confesso che al pensiero che quelli volevano salire a fotterti… mi sono eccitato. Devo essere più malato di te.»
Si guardano.
E si sorridono. Un sorriso stanco, un po’ amaro, ma pieno di quella complicità nuova e pericolosa che hanno cominciato a costruire solo poche ore prima.
Annabella allunga una mano e gli accarezza il braccio.
«Amore… ma sai che anche la mia figa mi ha dato la scossa? Proprio adesso. Solo a pensarci. Oddio… siamo persi, amore mio.»
Alberto le prende la mano e se la porta alle labbra.
La bacia piano sulle nocche.
«Siamo persi» ripete lui, a bassa voce. «E stiamo cominciando a stare bene così.»
Fuori la strada è di nuovo silenziosa.
Omar e l’altro sono spariti. Il telefono di Annabella resta a faccia in giù sul comodino, ancora pieno di messaggi non letti. Ma in quel momento, nel letto disfatto, i due coniugi restano a guardarsi. Consapevoli. Eccitati. Un po’ spaventati. E più uniti di quanto avrebbero mai immaginato solo pochi giorni prima.
I due si alzano dal letto e vanno in cucina.
Hanno fame. Fame vera, di cibo. Alberto apre il frigorifero e resta un attimo a guardare: ci sono ancora tutte le mele. Quelle di Omar. La cassetta è quasi piena.
Si guardano.
Poi sorridono.
Annabella ne prende una, la lava sotto l’acqua e la morde. Il succo le cola un poco sul mento. Alberto fa lo stesso. Masticano in silenzio per qualche secondo, poi lei dice piano, con un filo di ironia stanca:
«Le mele del peccato… quelle di Omar.»
Alberto ride basso.
«Adamo ed Eva cacciati dal paradiso. Solo che noi abbiamo appena scoperto che l’inferno non è poi così male.»
«Il girone dei lussuriosi ci ha presi» aggiunge Annabella, e questa volta ride davvero, una risata roca, ancora un po’ spezzata dalla raucedine. «E non vogliamo più uscirne.»
Restano lì, appoggiati al bancone, a mordere le mele, a sorridersi, a sentirsi uniti in quella strana, sporca consapevolezza.
Poi Annabella gira il telefono.
Lo sblocca e apre WhatsApp.
È un disastro.
Messaggi su messaggi. Notifiche accumulate dalla sera prima. Il suo numero è ormai di dominio quasi pubblico. Chi l’ha montata, chi ha saputo, chi ha passato il contatto. Apre le chat una dopo l’altra, il viso che si fa sempre più serio mentre Alberto le resta accanto e legge insieme a lei.
Ecco cosa trova:
Osvaldo
troia dove cazzo sei
non sei venuta stamattina
ho le palle piene da svuotare
rispondi puttana o mando i video in giro
sugnu u to padruni e ti voglio a ginocchio puttana!
Dragan
Prof stasera si rifà la festa
ho altri amici che vogliono provarla
porta pure il cornuto se vuole guardare di nuovo
rispondi o la foto con il mio cazzo in bocca parte a tutta la scuola
Numeri sconosciuti (i ragazzi della sera prima e altri)
Marco: ancora mi brucia il cazzo dal tuo culo e dalla tua figa. Quando ci rivediamo puttana?
+39 3xx xxx 4512: ho saputo che sei la professoressa che si fa montare da tutti. Voglio il mio turno
+39 3xx xxx 7823: mi hanno passato il tuo numero. Dicono che sei una latrina. Voglio riempirti io
+39 3xx xxx 3341: ciao puttana. Sono un amico di Dragan. Quando ti facciamo un gangbang serio?
+39 3xx xxx 9902: ho visto i video. Sei una troia. Voglio scoparti il culo anch’io
+39 3xx xxx 1176: la prossima volta ti voglio in bocca mentre gli altri ti riempiono. Disponibile?
+39 3xx xxx 5540: passami l’indirizzo. Vengo a casa tua e ti monto sul tavolo di cucina
+39 3xx xxx 2289: quanto prendi a farti sborrare dentro da cinque alla volta?
+39 3xx xxx 6613: sei la più bella puttana della scuola. Voglio provarla pure io
+39 3xx xxx 4477: il bidello dice che sei sua. Ma io ti prendo lo stesso. Rispondi
+39 3xx xxx 6651: Puttana! Ho visto che ti sei fatta scopare dal mio ragazzo, vengo li e ti spacco quella faccia da Troia che hai! Vergognati professoressa del cazzo!
Annabella scorre ancora.
Ci sono altre chat aperte, altre richieste, altri insulti mescolati a proposte oscene. Il telefono vibra di nuovo mentre lo tiene in mano.
Alza lo sguardo su Alberto.
Il sorriso di prima è sparito. In faccia le è rimasta solo la consapevolezza fredda di quello che hanno scatenato.
«È partito» dice a bassa voce. «Il mio numero… adesso è di tutti.»
Alberto resta in silenzio qualche secondo, poi le prende il telefono dalle mani e lo posa sul tavolo, a faccia in giù.
«Lo immaginavo... ma pazienza ora siamo qui fra noi.»
Annabella scorre ancora i messaggi, il telefono stretto tra le dita.
Ogni proposta oscena, ogni insulto, ogni richiesta la fa pulsare. La figa, nonostante sia ancora gonfia e indolenzita, si bagna di nuovo. Vorrebbe fare tutto. Vorrebbe tutti quei cazzi, uno dopo l’altro, fino a non reggere più. Ma sa perfettamente che materialmente non potrebbe. Il corpo è a pezzi. E soprattutto sa che Alberto, per quanto eccitato e complice, non potrebbe reggere un’altra bolgia così presto.
Alza lo sguardo su di lui.
Il viso le si illumina di un’espressione strana: allegra, quasi orgogliosa. Si sente desiderata da tutti quegli uomini, oggetto di una fame collettiva, e una parte di lei ne è profondamente soddisfatta. Ma quando gli occhi si posano su Alberto, qualcosa di più importante prende il sopravvento.
Si alza, gli si avvicina e gli prende il viso tra le mani.
«Amore… senti. Che ne dici di prenderci qualche giorno tutto per noi? Scappiamo per un po’. Tanto ormai siamo sputtanati… qui sarà sempre peggio. Partiamo. Andiamo qualche giorno alle terme. Stiamo insieme. E scopami solo tu. Voglio sentirmi solo tua.»
Alberto la guarda.
Quelle parole lo colpiscono dritto al centro. È lusingato. Profondamente. La sua donna, dopo tutto quello che ha vissuto e desiderato, gli sta chiedendo di essere solo sua per qualche giorno. Di fuggire insieme. Di ritrovarsi. Un sorriso lento gli si apre sulle labbra, misto a un’emozione calda e inaspettata.
«Sì» risponde senza esitare. «Partiamo. Subito.»
Annabella cerca e chiama le Terme di Dxxxxxx, in Trentino. C’è disponibilità. Prenotano tre notti. Alberto prepara una valigia leggera, lei mette due cambi e poco altro. Spengono i telefoni dopo un ultimo messaggio.
Per info o commenti: Impotente@proton.me
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