Una brava moglie ed un marito generoso... 3
di
Impotente
genere
corna
La brava moglie ed un marito generoso... 3
Scritto da Impotente@proton.me
Maria dopo quell'unica volta capii che era ormai tornata nei ranghi di brava moglie fedele, anche se sono sicuro mi pensava e io non potevo di certo dimenticarla, non perché sia stata una volta memorabile ma perché fra noi c'era molto di più di una scopata... c'era quella sintonia che era preludio ad una storia d'Amore vero senza altro, di cui il sesso era una parte importante si ma solo una parte...
Mi mancava moltissimo, come fosse una parte di me persa nel tempo...
Il sabato mattina mentre ero in ufficio solo a cercare di risolvere un problema di un cliente, il telefono squillò.
Numero sconosciuto.
Risposi.
Dall’altra parte c’era un gran casino di voci.
«Pronto? Chi è?»
Nessuno rispose. Solo il rumore di fondo, vociare di persone, sembrava un mercato.
«Boh…» mi dissi, e riattaccai.
Dieci minuti dopo la cosa si ripete.
Stesso numero.
«Pronto? Pronto?»
Questa volta il vociare era più distante. Si sentiva un respiro. Qualcuno c’era.
«Pronto, chi sei?» alzai un po’ la voce.
Poi arrivò la risposta. Una voce di donna, tagliente, arrabbiata:
«Stronzo. Cazzo, neppure il mio numero ti sei registrato? Mi hai scopata nel cesso e poi così, senza nemmeno un ciao, un messaggio, un salvare il contatto… sei solo uno stronzo come tutti. Cazzo, ti speravo diverso, porco!»
E riattaccò.
Restai a guardare lo schermo.
subito pensai Sara!
Oddio.
Ero stato così preso da Maria che non avevo più pensato a niente altro. Non avevo nemmeno memorizzato il suo numero. Che squallore.
La richiamai subito.
«Oddio, Sara… perdonami. Sono stato un vero bastardo. Scusa.»
Lei era giustamente arrabbiata e delusa.
«No, non ti scuso. Ma cazzo ho voglia di rivederti, porco. E non voglio rivederti in un cesso. Lo so che sono brutta, ma puttana eva… almeno un messaggio carino. Scaricami con una scusa. No, nulla. Come se non ti fosse piaciuta quella sveltina. Stronzo.»
«Sara, ti prego. Non voglio lasciare un ricordo così. Non te lo meriti. Perdonami. Anzi… come posso farmi perdonare?»
Ci fu una pausa. Poi la sua voce, più secca:
«Mi porti fuori a cena.»
«Certo. Figurati. È il minimo.»
«No, caro. Non come pensi tu. Una cena e poi un pompino in auto come tutti.»
Pensai: cazzo, questa è esperta. Chissà con quanti.
«No certo» risposi subito. «Ti porto dove vuoi. E poi facciamo solo quello che vuoi fare tu. Lo giuro. Voglio farmi perdonare.»
Dall’altra parte del telefono restò un silenzio breve.
Poi Sara, un po’ più calma ma ancora seccata:
«Vediamo se sei capace di farti perdonare, ci sentiamo dopo, porco.»
E riattaccò.
Io restai a guardare il telefono.
Le mandai un messaggio di scuse.
Aggiunsi che non sapevo se fosse anche “troia”, ma di sicuro brutta proprio no. Anzi, che mi piaceva molto fisicamente.
Rispose quasi subito:
«Beh, devi dimostrarmelo. Mi porti dove ti conoscono tutti. Da te. Voglio vedere se non ti vergogni a farti vedere in giro con una piccola grassa.»
Le mandai un cuoricino e un «Ok».
Poi aggiunsi:
«Tutto quello che vuoi. Ma tuo marito ti lascia uscire a cena così di sabato?»
La risposta arrivò secca:
«Mio marito è in Croazia a caccia per tutta la settimana. È partito questa mattina. Va a caccia di cinghiali, lepri… e soprattutto troie dell’Est nei bordelli. E io voglio ripagarlo facendomi scopare da te. Porco!»
Restai a guardare lo schermo un attimo.
Poi scrissi:
«Oddio, Sara… quello che vuoi. Mi piaci. Allora, se vuoi, questa sera vieni con me. Devo andare a una cena organizzata dalla mia associazione, dove mi conoscono tutti. Tu sarai la mia dama.»
La risposta fu immediata, carica:
«Sì, cazzo, così. Certo che ci vengo, stronzo. Vediamo se hai il coraggio di portare con la piccola troia grassoccia!»
Pensai, bho è cosi giovane e carina perché si sminuisce tanto, deve avere qualche complesso.
Verso le quattro del pomeriggio mi chiamò mentre ero ancora in ufficio.
«Dimmi dove devo venire. Sono appena uscita dall’estetista e dalla parrucchiera. Ho speso un bel po’ di soldi di quel deficiente di mio marito per farmi bella per te!»
Sorrisi, nonostante tutto.
«Cavoli, Sara… ma mi piaci già così, al naturale. Dai, ti aspetto al lavoro. Così dà meno nell’occhio per te.»
Lei rise, secca e carica.
«Ma chissenefrega. Tanto mi dovrai scopare anche lì. Cazzo, ti voglio, porco.»
Riattaccò.
Dopo un’ora mi chiamò di nuovo.
«Mandami la posizione esatta con WhatsApp. Subito, stronzo!»
Gliela mandai.
Quindici minuti dopo sentii il motore di una grossa Mercedes fuoristrada entrare nel cortile. Guardai dalla finestra.
Cazzo.
Come era bella e sexy.
Sì, grassoccia, ma porco cane come si era fatta. Scarpine con un tacco incredibile, calze scure tutte lavorate un po volgari ma avevano il loro perché, una gonnellina al ginocchio che nascondeva appena le cosce esuberanti. Camicetta di seta scollata, e sotto un reggiseno di pizzo nero che si vedeva in contrasto. Pettinatura a caschetto perfetta. Prese dall’auto un giacchino di pelle nera e la borsetta.
Alzò lo sguardo e mi vide.
Sorrise. Un sorriso carico, che era già un preludio.
Mi voltai. Aprii il cassetto della scrivania, presi due Cialis da 5 mg… e ne aggiunsi un terzo non si sa mai con questa... hahaha
Mi si prospettavano straordinari.
Il cazzo, al solo pensiero, si irrigidì.
Le andai incontro.
Gli uffici erano deserti.
Appena entrò, mi saltò al collo. Lingua in bocca, occhi truccatissimi ma non volgari — si vedeva la mano dell’estetista. Cazzo, messa così era figa da paura.
Non chiudemmo nemmeno la porta.
Ci abbracciammo, ci baciammo, ancora lì nell’atrio.
«Porco… scopami qui. Dai, che aspetti?»
«Andiamo in ufficio…»
Lei mi prese il cazzo duro in mano attraverso i pantaloni e strinse.
«No. Qui. Ora. Stasera fai tutto quello che voglio io. Me lo hai promesso. Devi farti perdonare, stronzo e porco.»
L’accontentai.
La spinsi contro il muro dell’atrio. Le sollevai la gonnellina. Sotto aveva solo le autoreggenti. Niente mutandine. La figa era un lago: calda, fradicia, doveva essersi toccata in auto guidando.
Le afferrai le cosce carnose, le sollevai un poco e le infilai il cazzo d’un colpo solo.
«Ahhh… cazzo… sììì…»
Era stretta più di quanto ricordassi. Mi accolse tutto, spingendo il bacino incontro a me. Cominciai a scoparla in piedi, contro il muro, con spinte profonde. Il suono umido delle nostre pelli che si scontravano riempiva l’atrio deserto.
Sara era in pieno calore.
«Più forte… porco… scopami… sì… così… cazzo come mi piace così… montami… sono una Troia»
Le mani le scivolarono sotto il culo, la sollevai di più, le gambe le avvolse intorno ai miei fianchi. Continuavo a spingere, sempre più a fondo, sentendo la sua figa che mi succhiava. Le tettone le ballavano sotto la seta a ogni colpo; le tirò fuori fuori dal reggiseno per offfrirmele e le succhiai i capezzoli mentre la fottevo.
«Sììì… prendile… succhiale… scopami porco… voglio sentirlo tutto…»
Accelerai. Il muro dietro di lei batteva leggermente a ogni spinta. Sara gettava la testa all’indietro contro il muro, gli occhi socchiusi, la bocca aperta in gemiti bassi e continui.
«Sto venendo… porco… non fermarti… cazzo… sììì…»
Sentii i suoi muscoli contrarsi forte intorno al mio cazzo. Venne con un brivido lungo, le unghie conficcate nelle mie spalle, la figa che mi strinse a ritmo. Continuai a spingere attraverso il suo orgasmo, più duro, più profondo, finché non arrivai anch’io.
Sborrai dentro di lei, cazzo che goduria la sua figa, lei mi teneva stretto con quelle cosce e mormorava:
«Sì… riempimi… tutta siiii… porco…»
Restammo così, ansimanti, il mio cazzo ancora dentro, le gambe di lei tremanti intorno a me.
L’atrio era silenzioso.
Solo il nostro respiro e il leggero ticchettio dell’orologio appeso al muro.
Sara aprì gli occhi, mi guardò con un sorriso sazio e un po’ cattivo, e sussurrò:
«Così si, comincia a farsi perdonare… stronzo.»
Lei mi baciò.
Lunga, lenta.
«Porco… sei solo un porco. Ma cazzo, come mi è piaciuto nel cesso essere presa… e ora sì, mi è piaciuto ancora di più.»
Mi guardò dritto negli occhi, il sorriso cattivo ancora sulle labbra.
«Guarda che questa sera io ti asciugo. Mi devi scopare fin quando dal tuo cazzo non uscirà più niente. Mi devi scopare a mio comando. Capito?»
Annuii, felice, ancora un po’ ansimante.
«Sì, Sara. Prosciugami.»
Si sistemò la gonnellina. Poi mi diede un colpetto sul petto.
«Ora andiamo a cena. Andiamo con la mia macchina. Questa sera comando io. Tu le chiavi, guida tu. Fammi da autista.»
Prese le chiavi della Mercedes e me le buttò contro il petto.
«Dai, a che ora dobbiamo essere dai tuoi amici?»
«Alle venti e trenta.»
«Bene. Allora portami a fare un aperitivo. Nel bar più bello di Voghera. Voglio farmi vedere da tutti con te.»
Si slacciò il reggiseno di pizzo con un gesto plateale, lo tolse e me lo porse.
«Questo mi ha già rotto. Questa sera niente. Te lo regalo. L’appendo qui.»
Lo appese all’appendiabiti nell’atrio, ben in vista.
«Così lunedì, quando entrano i tuoi dipendenti, vedranno che sei stato con una che ha la settima. Hahaha… porco!»
Rise, si sistemò la camicetta di seta senza niente sotto — le tettone morbide e grandi si muovevano libere sotto il tessuto — e mi fece cenno di seguirla.
Uscimmo.
Lei davanti, con quel passo sicuro sui tacchi alti.
Io dietro, come un cagnolino.
Come sembrava sicura di se... quasi mi spaventava.
In auto ci fu un interrogatorio...
Mentre lasciavamo l’ufficio, Sara all'inizio restò zitta.
Guardava fuori dal finestrino, le braccia incrociate sotto il seno. Si sentiva la tensione.
Poi, senza girarsi, parlò.
«Allora.
Spiegami.
Mi scopi nel cesso ad una grigliata, mi riempi, mi fai venire… e poi sparisci.
Nemmeno un messaggio. Nemmeno un “ciao, tutto bene?”.
Niente.
Mi sono sentita una qualsiasi. Una di quelle che si scopano e si dimenticano.
E guarda che non è la prima volta che mi succede… ma te, cazzo, ti credevo diverso.»
Io tenevo gli occhi sulla strada.
«Hai ragione» dissi piano.
«Sono stato uno stronzo.»
Lei si voltò di scatto.
«Non mi basta “sono stato uno stronzo”.
Voglio sapere perché.
Ti ero piaciuta o mi hai usata e basta?»
Feci un respiro più lungo del solito.
Dovevo inventare qualcosa di credibile, qualcosa che non la ferisse ancora di più ma che tenesse fuori Maria.
«Nei giorni dopo… ho avuto un casino grosso.
Un problema serio con un cantiere. Un fornitore che ha fatto una cazzata, un cliente che minacciava di portarmi in causa. Sono stato giorni a spegnere incendi, telefono e riunioni.
E… ho preso una di quelle mie crisi da stronzo. Quelle in cui mi chiudo e non voglio sentire nessuno.
Tu mi eri piaciuta.
Mi eri piaciuta troppo, anzi.
Perché quando qualcuno mi scuote un po’ troppo… io sparisco.
Brutta abitudine. Vecchia.»
Sara restò in silenzio qualche secondo.
Si vedeva che stava pesando le parole, decidendo se crederci o no.
«Quindi» disse alla fine, più bassa «ti ero piaciuta sul serio.»
«Sì.»
«E invece di scrivermi sei scappato.»
«Sì.»
Lei soffiò dalle narici, scuotendo appena la testa.
«Sei un coglione, Gianni.
Un coglione con il cazzo buono e la testa di merda.»
Poi, dopo un altro tratto di strada, aggiunse:
«Stasera me la paghi comunque.
Tutta.
E non pensare di cavartela solo con due scopate.
Voglio di più.»
Posò di nuovo la mano sulla mia coscia, questa volta più in alto, e strinse.
«Guida e stai zitto.
Devo ancora decidere se sono più arrabbiata o più eccitata.»
Io annuii e continuai a guidare verso piazza del Duomo.
Parcheggiai in piazza del Duomo a Voghera.
Scendemmo e andammo al bar. Sara scelse di proposito il tavolino più in vista, proprio sotto i portici.
C’erano alcuni miei conoscenti. Ci guardarono.
Lei faceva di tutto per farsi notare. Mi abbracciava stretto, camminava con quel culo importante sculettando in modo plateale. Aveva proprio l’atteggiamento da troia voleva umiliarmi di fronte a chi mi conosceva. Invece di nascondere quella latteria abbondante, la teneva ben in vista sotto gli sguardi di tutti. Senza reggiseno, con la seta che le seguiva ogni movimento, i capezzololoni che si vedevano evidenti, era sguaiata. Sexy.
Le donne ai tavoli vicini avevano la classica espressione dispregiativa: ma che puttana quella lì. Guarda quello, con che troia va e lui già vecchiotto con questa baldracca giovane
Gli uomini, invece, la guardavano con un altro tipo di giudizio: ma che puttanone… me la farei.
Appena ci sedemmo arrivò il cameriere. Un ragazzo marocchino, giovane, gentile, ma se la mangiava già con gli occhi. Sara se ne accorse e si lasciò mangiare.
Si chinò un poco verso di me, la voce bassa e divertita:
«Mmm… bello il ragazzone. Quasi quasi me lo faccio. Che ne pensi, Gianni? Me lo porto nel cesso come hai fatto tu con me? Hahaha.»
La guardai di traverso.
«Sara… fai la brava.»
Lei rise, si sistemò i capelli e ordinò un spritz senza nemmeno distogliere lo sguardo dal cameriere.
Il ragazzo arrossì leggermente, ma non smise di guardarla.
E Sara, chiaramente, se la stava godendo.
Dopo un po’ Sara si chinò verso di me, gli occhi lucidi di cattiveria.
«Cazzo… voglio punirti per la tua stronzaggine.»
Poi, più forte, abbastanza da farsi sentire:
«Chiama il cameriere, porco.»
Gli feci un cenno.
Il ragazzo marocchino si avvicinò, sorridente, ancora un po’ impacciato. Sara lo fissò dritto e, a voce bassa ma chiarissima, disse:
«Senti, bel ragazzone… io avrei voglia di assaggiare la crema del tuo grosso cannoncino che vedo nei calzoni. Che ne dici se vado in bagno e poi mi raggiungi?»
Cazzo. Che sfrontatezza. Che troia.
La cosa mi eccitò in un modo sporco e improvviso.
Il cameriere arrossì, imbarazzato, e mi guardò come per chiedere un consenso. Sara non gliene diede il tempo.
«Porco… digli di sì. Offrimi a lui. Tanto tu ci sei abituato ad offrire le tue donne no. Diglielo tu di darmi la crema. Hahaha.»
Restai un attimo inebetito. Poi, a voce bassa, quasi senza crederci:
«Va bene. Accontenta la signora. Poi ti lascio la mancia.»
Sara scoppiò in una risatina trionfante.
«Sìììì… cazzo così! Pagami gli uomini che mi scopo!»
Si alzò di scatto, lasciò lo spritz sul tavolo e si diresse verso il bagno con quel passo sicuro e sculettante, ben consapevole che quasi tutti i presenti avevano capito esattamente cosa stesse succedendo.
Il cameriere mi guardò un’ultima volta, incerto. Io annuii appena.
Lui deglutì, posò il vassoio e la seguì a distanza sorridente.
Restai solo al tavolino, sotto i portici, con gli sguardi dei miei conoscenti addosso e il cazzo che, nonostante tutto, si faceva di nuovo duro.
Sara stava riuscendo a punirmi.
E lo stava facendo alla perfezione.
Passarono circa dieci minuti.
Poi la vidi.
Arrivava con quello sguardo piantato dritto nel mio e il passo sculettante, sicuro, trionfante. Il sorriso le illuminava il viso. Un leggero sbaffo di rossetto. Non si sedette. Venne direttamente al mio fianco, si chinò e mi baciò.
Risposi.
L’abbracciai leggermente per i fianchi e, capendo esattamente la sua provocazione, la feci scivolare a sedere sulle mie gambe. La gonna le salì birichina fino all’elastico di pizzo delle autoreggenti, lasciando vedere chiaramente a chi stava di fronte che era senza mutandine.
Il vocio al bar salì di tono.
La tenni in grembo e la baciai con la lingua. Lei mi guardò negli occhi: lo sguardo, prima sfidante, diventò più dolce, quasi sorpreso. La sua bocca sapeva esattamente di cazzo e della sborra del cameriere. Continuammo a limonare. Lei rispondeva con fame.
Quando le nostre labbra si staccarono un attimo, mi guardò, sorrise e sussurrò:
«Oh cazzo, porco… sì… così... Gianni sei proprio un maiale sììì!»
Mi baciò di nuovo.
Limonammo più a fondo. Sentiva il mio cazzo duro che premeva contro la sua coscia burrosa e morbida.
Si avvicinò all’orecchio, la voce bassa e roca:
«Oh cazzo, porco… come mi piaci… oddio come sei porco… Portami a scopare. Ora. Subito. Immediatamente.»
La strinsi un po’ di più contro di me.
Sotto i portici di Voghera, con mezzo bar che ci guardava.
Voleva essere presa.
E lo voleva adesso.
Chiamai il cameriere.
Arrivò ancora un po’ imbarazzato, le guance leggermente rosse, lo sguardo che evitava quello di Sara.
Pagai il conto e gli lasciai cinquanta euro di mancia.
Lui sorrise, un sorriso misto di gratitudine e complicità.
«Grazie, dottore. Vi aspetto quando volete.»
Annuii appena.
Mentre lui si allontanava pensai:
Certo che ci vuole vedere ancora. Farsi fare un pompino da una bella donna sexy in calore e ricevere pure cinquanta euro dal “fidanzato”… ma quando ti ricapita.
Sara, ancora seduta sulle mie gambe, mi guardò di traverso e rise piano.
«Cazzo sei proprio un porco vero! Hai dato la mancia al cameriere per farsi fare un pompino da me.... oddio come sono eccitata!»
Le strinsi un fianco.
«Andiamo Troia!»
L’abbracciai stretta.
Mentre attraversavamo l’acciottolato della piazza, da stronzo rallentai apposta per metterla in difficoltà con quei tacchetti alti. Lei barcollò un attimo, mi guardò e rise.
«Porco… sei un porco. Baciami ancora.»
La strinsi forte contro di me e ci baciammo lì, in mezzo alla piazza. Sentivo il suo corpo fremere, ancora eccitata, ancora calda. Quando ci staccammo appena, lei sussurrò contro la mia bocca:
«Porco… porco… porco… ti piace la mia bocca che sa di sborra, eh? Oddio che porco che sei…»
«Sì, troia. Mi piace. La tua bocca sa di cazzo… Sara, come mi piaci così. Io sono un porco e tu una vacca. Perfetti animali da fattoria.»
Lei gemette piano.
«Gianni… mi stai facendo impazzire. Ora, dopo aver succhiato quel cazzo e dopo i nostri baci… ho voglia di cazzo. Di cazzo. Portami a scopare, maiale.»
Salimmo in macchina.
La portai fuori Voghera, fino al parcheggio del piccolo aeroporto. A quell’ora non c’era nessuno.
«Andiamo dietro» ordinai.
Salimmo sui sedili posteriori. Mi slacciai i calzoni e li calai alle caviglie. Il cazzo saltò fuori, bello duro.
«Ora succhiami il cazzo, puttana. Come hai fatto con il cazzo di quel ragazzo.»
Sara mugolò un «Mmm…» subito si accucciò tra le mie gambe. Me lo prese in bocca con desiderio, labbra morbide e calde. La mia mano le sollevò la gonna e si intrufolò tra le cosce. La figa era un lago: fradicia, pronta. Le infilai due dita e cominciai a muoverle mentre lei mi adorava il cazzo con la bocca, mugugnando di piacere a ogni spinta delle mie dita.
Dopo un po’ non reggevo più.
«Vacca… vieni. Impalati. Dai, veloce. Ho voglia.»
Lei non se lo fece ripetere. Mi saltò sopra, guidando il pene con le mani si infilò tutta d’un colpo. Era caldissima, stretta, grondante. La trattenni ferma un attimo, stringendola forte contro di me, baciandola. Poi la lasciai libera.
Si mise a cavalcarmi. Forte. Fremeva ogni volta che arrivavo nel fondo della sua vagina. Le cosce carnose che battevano contro le mie.
La guardai negli occhi.
«Sei una troia. Sììì… e ti voglio così. Vacca. Cazzo, Sara… mi piaci. Mi fai impazzire.»
Lei era felice. Si vedeva. Mi cavalcava sempre più forte, gemendo, chiudendo gli occhi. Le mie mani le strizzavano il seno attraverso la camicetta di seta, impastandolo, pizzicandole i capezzoli duri.
«Troia… dai… impalati bene. Fino in fondo.»
Sara accelerò. I suoi gemiti diventarono più alti, più ansimanti.
«Sì… sono una troia… sono una troiaaaaa… sììì… sborrami dentro… dentro… sììì… oggi voglio tutta la tua sborra dentro di me.»
La sentivo contrarsi. La figa le pulsava intorno al mio cazzo, sempre più stretta. Continuava a salire e scendere, bagnandomi tutto, il suono umido e osceno che riempiva l’auto.
«Non fermarti… porco… scopami… usami… sììì…»
Venne.
Un orgasmo lungo, violento, che le fece tremare le cosce e spingere il bacino contro di me con forza. Continuò a muoversi attraverso il piacere, gemendo il mio nome, chiamandosi troia da sola.
Io non reggevo più.
La afferrai per i fianchi, la bloccai piantata fino in fondo sul mio cazzo e sborrai.
Getti succosi, mentre lei mi stringeva ancora e mormorava:
«Sì… tutto… dentro… dentrooooo porco… riempimi…»
La tenni così, bloccata su di me, il mio cazzo che pulsava gli ultimi schizzi nella la sua figa.
Sara ansimava, sudata, felice, lo sguardo velato.
Mi baciò piano sulle labbra e sussurrò:
«Così si punisce un porco… e si fa contenta una vacca. Gianni mi fai felice... ma perché non ti sei fatto più sentire cazzo! Lo sento che ti piaccio... allora perché stronzo... neanche una parola... oddio Gianni ti voglio!»
Limonammo ancora un po’, come due innamorati, poi partimmo.
La cena era in un agriturismo lì vicino.
Quando arrivammo c’erano già tanti miei amici e conoscenti. Ci accolsero con un saluto collettivo.
Passai lungo il tavolone per raggiungere il mio posto. C’erano diverse coppie, ma anche parecchi singoli. I commenti si sprecavano. Le donne, le più cattive, vedendo quella morettina formosa con il seno così scollacciato e libero sotto la seta, sussurravano tra loro con cattiveria e un filo di odio.
A un certo punto ci trovammo di fronte a Osvaldo, il presidente della mia associazione.
Un uomo grande come me, sui novanta chili, ottant’anni, calvo, con i soliti occhiali da pilota militare, camicia azzurro cielo e calzoni da cavallerizzo ancora infilati negli stivali. Ex colonnello, amante dei cavalli, con quel fare gentile ma militaresco che non aveva mai perso.
Si alzò in piedi al nostro passaggio.
«Ciao Gianni, ben arrivato… ma che meravigliosa creatura ti accompagna.»
Prese la mano sinistra di Sara e, da vero gentiluomo, le fece un baciamano con un leggero inchino. Si gustò da pochi centimetri il suo prorompente seno che traspariva dalla camicetta di seta.
«Spero che questa umile cena sia di suo gradimento. Perdoni i commensali… sono sempre un po’ troppo irruenti nei loro modi provinciali.»
Io sorrisi tra me e me.
Proprio quella manina che lui stava baciando con tanta eleganza, un’ora prima aveva stretto due cazzi… e di uno aveva anche raccolto lo sperma del cameriere marocchino.
Osvaldo si voltò verso un cameriere.
«Prego, fai accomodare il signore e la sua splendida accompagnatrice.»
Sara era in brodo di giuggiole, ricevuta dal “capo” con tutti gli onori.
Il cameriere che ci accompagnò ai posti era un bel ragazzone dai capelli chiari e dal fisico palestrato: il figlio del proprietario dell’agriturismo.
Sara si ritrovò alla sua destra la moglie di un notaio — una stronza di prima categoria, pensai.
Alla mia sinistra c’era invece la bella moglie del mio amico Sandro, l’architetto. Ci conoscevamo da anni. Mi salutò con un misto di amicizia e riconoscenza: qualche anno prima l’avevo tirato fuori da un grosso problema su un solaio lesionato.
La cena era appena iniziata.
Profusione di salumi, formaggi e tanto vino dell’Oltrepò.
Sara si sistemò al mio fianco, le cosce ancora calde, lo sguardo già pronto a combinare altri guai.
Per commenti e/o contatti: impotente@proton.me
Scritto da Impotente@proton.me
Maria dopo quell'unica volta capii che era ormai tornata nei ranghi di brava moglie fedele, anche se sono sicuro mi pensava e io non potevo di certo dimenticarla, non perché sia stata una volta memorabile ma perché fra noi c'era molto di più di una scopata... c'era quella sintonia che era preludio ad una storia d'Amore vero senza altro, di cui il sesso era una parte importante si ma solo una parte...
Mi mancava moltissimo, come fosse una parte di me persa nel tempo...
Il sabato mattina mentre ero in ufficio solo a cercare di risolvere un problema di un cliente, il telefono squillò.
Numero sconosciuto.
Risposi.
Dall’altra parte c’era un gran casino di voci.
«Pronto? Chi è?»
Nessuno rispose. Solo il rumore di fondo, vociare di persone, sembrava un mercato.
«Boh…» mi dissi, e riattaccai.
Dieci minuti dopo la cosa si ripete.
Stesso numero.
«Pronto? Pronto?»
Questa volta il vociare era più distante. Si sentiva un respiro. Qualcuno c’era.
«Pronto, chi sei?» alzai un po’ la voce.
Poi arrivò la risposta. Una voce di donna, tagliente, arrabbiata:
«Stronzo. Cazzo, neppure il mio numero ti sei registrato? Mi hai scopata nel cesso e poi così, senza nemmeno un ciao, un messaggio, un salvare il contatto… sei solo uno stronzo come tutti. Cazzo, ti speravo diverso, porco!»
E riattaccò.
Restai a guardare lo schermo.
subito pensai Sara!
Oddio.
Ero stato così preso da Maria che non avevo più pensato a niente altro. Non avevo nemmeno memorizzato il suo numero. Che squallore.
La richiamai subito.
«Oddio, Sara… perdonami. Sono stato un vero bastardo. Scusa.»
Lei era giustamente arrabbiata e delusa.
«No, non ti scuso. Ma cazzo ho voglia di rivederti, porco. E non voglio rivederti in un cesso. Lo so che sono brutta, ma puttana eva… almeno un messaggio carino. Scaricami con una scusa. No, nulla. Come se non ti fosse piaciuta quella sveltina. Stronzo.»
«Sara, ti prego. Non voglio lasciare un ricordo così. Non te lo meriti. Perdonami. Anzi… come posso farmi perdonare?»
Ci fu una pausa. Poi la sua voce, più secca:
«Mi porti fuori a cena.»
«Certo. Figurati. È il minimo.»
«No, caro. Non come pensi tu. Una cena e poi un pompino in auto come tutti.»
Pensai: cazzo, questa è esperta. Chissà con quanti.
«No certo» risposi subito. «Ti porto dove vuoi. E poi facciamo solo quello che vuoi fare tu. Lo giuro. Voglio farmi perdonare.»
Dall’altra parte del telefono restò un silenzio breve.
Poi Sara, un po’ più calma ma ancora seccata:
«Vediamo se sei capace di farti perdonare, ci sentiamo dopo, porco.»
E riattaccò.
Io restai a guardare il telefono.
Le mandai un messaggio di scuse.
Aggiunsi che non sapevo se fosse anche “troia”, ma di sicuro brutta proprio no. Anzi, che mi piaceva molto fisicamente.
Rispose quasi subito:
«Beh, devi dimostrarmelo. Mi porti dove ti conoscono tutti. Da te. Voglio vedere se non ti vergogni a farti vedere in giro con una piccola grassa.»
Le mandai un cuoricino e un «Ok».
Poi aggiunsi:
«Tutto quello che vuoi. Ma tuo marito ti lascia uscire a cena così di sabato?»
La risposta arrivò secca:
«Mio marito è in Croazia a caccia per tutta la settimana. È partito questa mattina. Va a caccia di cinghiali, lepri… e soprattutto troie dell’Est nei bordelli. E io voglio ripagarlo facendomi scopare da te. Porco!»
Restai a guardare lo schermo un attimo.
Poi scrissi:
«Oddio, Sara… quello che vuoi. Mi piaci. Allora, se vuoi, questa sera vieni con me. Devo andare a una cena organizzata dalla mia associazione, dove mi conoscono tutti. Tu sarai la mia dama.»
La risposta fu immediata, carica:
«Sì, cazzo, così. Certo che ci vengo, stronzo. Vediamo se hai il coraggio di portare con la piccola troia grassoccia!»
Pensai, bho è cosi giovane e carina perché si sminuisce tanto, deve avere qualche complesso.
Verso le quattro del pomeriggio mi chiamò mentre ero ancora in ufficio.
«Dimmi dove devo venire. Sono appena uscita dall’estetista e dalla parrucchiera. Ho speso un bel po’ di soldi di quel deficiente di mio marito per farmi bella per te!»
Sorrisi, nonostante tutto.
«Cavoli, Sara… ma mi piaci già così, al naturale. Dai, ti aspetto al lavoro. Così dà meno nell’occhio per te.»
Lei rise, secca e carica.
«Ma chissenefrega. Tanto mi dovrai scopare anche lì. Cazzo, ti voglio, porco.»
Riattaccò.
Dopo un’ora mi chiamò di nuovo.
«Mandami la posizione esatta con WhatsApp. Subito, stronzo!»
Gliela mandai.
Quindici minuti dopo sentii il motore di una grossa Mercedes fuoristrada entrare nel cortile. Guardai dalla finestra.
Cazzo.
Come era bella e sexy.
Sì, grassoccia, ma porco cane come si era fatta. Scarpine con un tacco incredibile, calze scure tutte lavorate un po volgari ma avevano il loro perché, una gonnellina al ginocchio che nascondeva appena le cosce esuberanti. Camicetta di seta scollata, e sotto un reggiseno di pizzo nero che si vedeva in contrasto. Pettinatura a caschetto perfetta. Prese dall’auto un giacchino di pelle nera e la borsetta.
Alzò lo sguardo e mi vide.
Sorrise. Un sorriso carico, che era già un preludio.
Mi voltai. Aprii il cassetto della scrivania, presi due Cialis da 5 mg… e ne aggiunsi un terzo non si sa mai con questa... hahaha
Mi si prospettavano straordinari.
Il cazzo, al solo pensiero, si irrigidì.
Le andai incontro.
Gli uffici erano deserti.
Appena entrò, mi saltò al collo. Lingua in bocca, occhi truccatissimi ma non volgari — si vedeva la mano dell’estetista. Cazzo, messa così era figa da paura.
Non chiudemmo nemmeno la porta.
Ci abbracciammo, ci baciammo, ancora lì nell’atrio.
«Porco… scopami qui. Dai, che aspetti?»
«Andiamo in ufficio…»
Lei mi prese il cazzo duro in mano attraverso i pantaloni e strinse.
«No. Qui. Ora. Stasera fai tutto quello che voglio io. Me lo hai promesso. Devi farti perdonare, stronzo e porco.»
L’accontentai.
La spinsi contro il muro dell’atrio. Le sollevai la gonnellina. Sotto aveva solo le autoreggenti. Niente mutandine. La figa era un lago: calda, fradicia, doveva essersi toccata in auto guidando.
Le afferrai le cosce carnose, le sollevai un poco e le infilai il cazzo d’un colpo solo.
«Ahhh… cazzo… sììì…»
Era stretta più di quanto ricordassi. Mi accolse tutto, spingendo il bacino incontro a me. Cominciai a scoparla in piedi, contro il muro, con spinte profonde. Il suono umido delle nostre pelli che si scontravano riempiva l’atrio deserto.
Sara era in pieno calore.
«Più forte… porco… scopami… sì… così… cazzo come mi piace così… montami… sono una Troia»
Le mani le scivolarono sotto il culo, la sollevai di più, le gambe le avvolse intorno ai miei fianchi. Continuavo a spingere, sempre più a fondo, sentendo la sua figa che mi succhiava. Le tettone le ballavano sotto la seta a ogni colpo; le tirò fuori fuori dal reggiseno per offfrirmele e le succhiai i capezzoli mentre la fottevo.
«Sììì… prendile… succhiale… scopami porco… voglio sentirlo tutto…»
Accelerai. Il muro dietro di lei batteva leggermente a ogni spinta. Sara gettava la testa all’indietro contro il muro, gli occhi socchiusi, la bocca aperta in gemiti bassi e continui.
«Sto venendo… porco… non fermarti… cazzo… sììì…»
Sentii i suoi muscoli contrarsi forte intorno al mio cazzo. Venne con un brivido lungo, le unghie conficcate nelle mie spalle, la figa che mi strinse a ritmo. Continuai a spingere attraverso il suo orgasmo, più duro, più profondo, finché non arrivai anch’io.
Sborrai dentro di lei, cazzo che goduria la sua figa, lei mi teneva stretto con quelle cosce e mormorava:
«Sì… riempimi… tutta siiii… porco…»
Restammo così, ansimanti, il mio cazzo ancora dentro, le gambe di lei tremanti intorno a me.
L’atrio era silenzioso.
Solo il nostro respiro e il leggero ticchettio dell’orologio appeso al muro.
Sara aprì gli occhi, mi guardò con un sorriso sazio e un po’ cattivo, e sussurrò:
«Così si, comincia a farsi perdonare… stronzo.»
Lei mi baciò.
Lunga, lenta.
«Porco… sei solo un porco. Ma cazzo, come mi è piaciuto nel cesso essere presa… e ora sì, mi è piaciuto ancora di più.»
Mi guardò dritto negli occhi, il sorriso cattivo ancora sulle labbra.
«Guarda che questa sera io ti asciugo. Mi devi scopare fin quando dal tuo cazzo non uscirà più niente. Mi devi scopare a mio comando. Capito?»
Annuii, felice, ancora un po’ ansimante.
«Sì, Sara. Prosciugami.»
Si sistemò la gonnellina. Poi mi diede un colpetto sul petto.
«Ora andiamo a cena. Andiamo con la mia macchina. Questa sera comando io. Tu le chiavi, guida tu. Fammi da autista.»
Prese le chiavi della Mercedes e me le buttò contro il petto.
«Dai, a che ora dobbiamo essere dai tuoi amici?»
«Alle venti e trenta.»
«Bene. Allora portami a fare un aperitivo. Nel bar più bello di Voghera. Voglio farmi vedere da tutti con te.»
Si slacciò il reggiseno di pizzo con un gesto plateale, lo tolse e me lo porse.
«Questo mi ha già rotto. Questa sera niente. Te lo regalo. L’appendo qui.»
Lo appese all’appendiabiti nell’atrio, ben in vista.
«Così lunedì, quando entrano i tuoi dipendenti, vedranno che sei stato con una che ha la settima. Hahaha… porco!»
Rise, si sistemò la camicetta di seta senza niente sotto — le tettone morbide e grandi si muovevano libere sotto il tessuto — e mi fece cenno di seguirla.
Uscimmo.
Lei davanti, con quel passo sicuro sui tacchi alti.
Io dietro, come un cagnolino.
Come sembrava sicura di se... quasi mi spaventava.
In auto ci fu un interrogatorio...
Mentre lasciavamo l’ufficio, Sara all'inizio restò zitta.
Guardava fuori dal finestrino, le braccia incrociate sotto il seno. Si sentiva la tensione.
Poi, senza girarsi, parlò.
«Allora.
Spiegami.
Mi scopi nel cesso ad una grigliata, mi riempi, mi fai venire… e poi sparisci.
Nemmeno un messaggio. Nemmeno un “ciao, tutto bene?”.
Niente.
Mi sono sentita una qualsiasi. Una di quelle che si scopano e si dimenticano.
E guarda che non è la prima volta che mi succede… ma te, cazzo, ti credevo diverso.»
Io tenevo gli occhi sulla strada.
«Hai ragione» dissi piano.
«Sono stato uno stronzo.»
Lei si voltò di scatto.
«Non mi basta “sono stato uno stronzo”.
Voglio sapere perché.
Ti ero piaciuta o mi hai usata e basta?»
Feci un respiro più lungo del solito.
Dovevo inventare qualcosa di credibile, qualcosa che non la ferisse ancora di più ma che tenesse fuori Maria.
«Nei giorni dopo… ho avuto un casino grosso.
Un problema serio con un cantiere. Un fornitore che ha fatto una cazzata, un cliente che minacciava di portarmi in causa. Sono stato giorni a spegnere incendi, telefono e riunioni.
E… ho preso una di quelle mie crisi da stronzo. Quelle in cui mi chiudo e non voglio sentire nessuno.
Tu mi eri piaciuta.
Mi eri piaciuta troppo, anzi.
Perché quando qualcuno mi scuote un po’ troppo… io sparisco.
Brutta abitudine. Vecchia.»
Sara restò in silenzio qualche secondo.
Si vedeva che stava pesando le parole, decidendo se crederci o no.
«Quindi» disse alla fine, più bassa «ti ero piaciuta sul serio.»
«Sì.»
«E invece di scrivermi sei scappato.»
«Sì.»
Lei soffiò dalle narici, scuotendo appena la testa.
«Sei un coglione, Gianni.
Un coglione con il cazzo buono e la testa di merda.»
Poi, dopo un altro tratto di strada, aggiunse:
«Stasera me la paghi comunque.
Tutta.
E non pensare di cavartela solo con due scopate.
Voglio di più.»
Posò di nuovo la mano sulla mia coscia, questa volta più in alto, e strinse.
«Guida e stai zitto.
Devo ancora decidere se sono più arrabbiata o più eccitata.»
Io annuii e continuai a guidare verso piazza del Duomo.
Parcheggiai in piazza del Duomo a Voghera.
Scendemmo e andammo al bar. Sara scelse di proposito il tavolino più in vista, proprio sotto i portici.
C’erano alcuni miei conoscenti. Ci guardarono.
Lei faceva di tutto per farsi notare. Mi abbracciava stretto, camminava con quel culo importante sculettando in modo plateale. Aveva proprio l’atteggiamento da troia voleva umiliarmi di fronte a chi mi conosceva. Invece di nascondere quella latteria abbondante, la teneva ben in vista sotto gli sguardi di tutti. Senza reggiseno, con la seta che le seguiva ogni movimento, i capezzololoni che si vedevano evidenti, era sguaiata. Sexy.
Le donne ai tavoli vicini avevano la classica espressione dispregiativa: ma che puttana quella lì. Guarda quello, con che troia va e lui già vecchiotto con questa baldracca giovane
Gli uomini, invece, la guardavano con un altro tipo di giudizio: ma che puttanone… me la farei.
Appena ci sedemmo arrivò il cameriere. Un ragazzo marocchino, giovane, gentile, ma se la mangiava già con gli occhi. Sara se ne accorse e si lasciò mangiare.
Si chinò un poco verso di me, la voce bassa e divertita:
«Mmm… bello il ragazzone. Quasi quasi me lo faccio. Che ne pensi, Gianni? Me lo porto nel cesso come hai fatto tu con me? Hahaha.»
La guardai di traverso.
«Sara… fai la brava.»
Lei rise, si sistemò i capelli e ordinò un spritz senza nemmeno distogliere lo sguardo dal cameriere.
Il ragazzo arrossì leggermente, ma non smise di guardarla.
E Sara, chiaramente, se la stava godendo.
Dopo un po’ Sara si chinò verso di me, gli occhi lucidi di cattiveria.
«Cazzo… voglio punirti per la tua stronzaggine.»
Poi, più forte, abbastanza da farsi sentire:
«Chiama il cameriere, porco.»
Gli feci un cenno.
Il ragazzo marocchino si avvicinò, sorridente, ancora un po’ impacciato. Sara lo fissò dritto e, a voce bassa ma chiarissima, disse:
«Senti, bel ragazzone… io avrei voglia di assaggiare la crema del tuo grosso cannoncino che vedo nei calzoni. Che ne dici se vado in bagno e poi mi raggiungi?»
Cazzo. Che sfrontatezza. Che troia.
La cosa mi eccitò in un modo sporco e improvviso.
Il cameriere arrossì, imbarazzato, e mi guardò come per chiedere un consenso. Sara non gliene diede il tempo.
«Porco… digli di sì. Offrimi a lui. Tanto tu ci sei abituato ad offrire le tue donne no. Diglielo tu di darmi la crema. Hahaha.»
Restai un attimo inebetito. Poi, a voce bassa, quasi senza crederci:
«Va bene. Accontenta la signora. Poi ti lascio la mancia.»
Sara scoppiò in una risatina trionfante.
«Sìììì… cazzo così! Pagami gli uomini che mi scopo!»
Si alzò di scatto, lasciò lo spritz sul tavolo e si diresse verso il bagno con quel passo sicuro e sculettante, ben consapevole che quasi tutti i presenti avevano capito esattamente cosa stesse succedendo.
Il cameriere mi guardò un’ultima volta, incerto. Io annuii appena.
Lui deglutì, posò il vassoio e la seguì a distanza sorridente.
Restai solo al tavolino, sotto i portici, con gli sguardi dei miei conoscenti addosso e il cazzo che, nonostante tutto, si faceva di nuovo duro.
Sara stava riuscendo a punirmi.
E lo stava facendo alla perfezione.
Passarono circa dieci minuti.
Poi la vidi.
Arrivava con quello sguardo piantato dritto nel mio e il passo sculettante, sicuro, trionfante. Il sorriso le illuminava il viso. Un leggero sbaffo di rossetto. Non si sedette. Venne direttamente al mio fianco, si chinò e mi baciò.
Risposi.
L’abbracciai leggermente per i fianchi e, capendo esattamente la sua provocazione, la feci scivolare a sedere sulle mie gambe. La gonna le salì birichina fino all’elastico di pizzo delle autoreggenti, lasciando vedere chiaramente a chi stava di fronte che era senza mutandine.
Il vocio al bar salì di tono.
La tenni in grembo e la baciai con la lingua. Lei mi guardò negli occhi: lo sguardo, prima sfidante, diventò più dolce, quasi sorpreso. La sua bocca sapeva esattamente di cazzo e della sborra del cameriere. Continuammo a limonare. Lei rispondeva con fame.
Quando le nostre labbra si staccarono un attimo, mi guardò, sorrise e sussurrò:
«Oh cazzo, porco… sì… così... Gianni sei proprio un maiale sììì!»
Mi baciò di nuovo.
Limonammo più a fondo. Sentiva il mio cazzo duro che premeva contro la sua coscia burrosa e morbida.
Si avvicinò all’orecchio, la voce bassa e roca:
«Oh cazzo, porco… come mi piaci… oddio come sei porco… Portami a scopare. Ora. Subito. Immediatamente.»
La strinsi un po’ di più contro di me.
Sotto i portici di Voghera, con mezzo bar che ci guardava.
Voleva essere presa.
E lo voleva adesso.
Chiamai il cameriere.
Arrivò ancora un po’ imbarazzato, le guance leggermente rosse, lo sguardo che evitava quello di Sara.
Pagai il conto e gli lasciai cinquanta euro di mancia.
Lui sorrise, un sorriso misto di gratitudine e complicità.
«Grazie, dottore. Vi aspetto quando volete.»
Annuii appena.
Mentre lui si allontanava pensai:
Certo che ci vuole vedere ancora. Farsi fare un pompino da una bella donna sexy in calore e ricevere pure cinquanta euro dal “fidanzato”… ma quando ti ricapita.
Sara, ancora seduta sulle mie gambe, mi guardò di traverso e rise piano.
«Cazzo sei proprio un porco vero! Hai dato la mancia al cameriere per farsi fare un pompino da me.... oddio come sono eccitata!»
Le strinsi un fianco.
«Andiamo Troia!»
L’abbracciai stretta.
Mentre attraversavamo l’acciottolato della piazza, da stronzo rallentai apposta per metterla in difficoltà con quei tacchetti alti. Lei barcollò un attimo, mi guardò e rise.
«Porco… sei un porco. Baciami ancora.»
La strinsi forte contro di me e ci baciammo lì, in mezzo alla piazza. Sentivo il suo corpo fremere, ancora eccitata, ancora calda. Quando ci staccammo appena, lei sussurrò contro la mia bocca:
«Porco… porco… porco… ti piace la mia bocca che sa di sborra, eh? Oddio che porco che sei…»
«Sì, troia. Mi piace. La tua bocca sa di cazzo… Sara, come mi piaci così. Io sono un porco e tu una vacca. Perfetti animali da fattoria.»
Lei gemette piano.
«Gianni… mi stai facendo impazzire. Ora, dopo aver succhiato quel cazzo e dopo i nostri baci… ho voglia di cazzo. Di cazzo. Portami a scopare, maiale.»
Salimmo in macchina.
La portai fuori Voghera, fino al parcheggio del piccolo aeroporto. A quell’ora non c’era nessuno.
«Andiamo dietro» ordinai.
Salimmo sui sedili posteriori. Mi slacciai i calzoni e li calai alle caviglie. Il cazzo saltò fuori, bello duro.
«Ora succhiami il cazzo, puttana. Come hai fatto con il cazzo di quel ragazzo.»
Sara mugolò un «Mmm…» subito si accucciò tra le mie gambe. Me lo prese in bocca con desiderio, labbra morbide e calde. La mia mano le sollevò la gonna e si intrufolò tra le cosce. La figa era un lago: fradicia, pronta. Le infilai due dita e cominciai a muoverle mentre lei mi adorava il cazzo con la bocca, mugugnando di piacere a ogni spinta delle mie dita.
Dopo un po’ non reggevo più.
«Vacca… vieni. Impalati. Dai, veloce. Ho voglia.»
Lei non se lo fece ripetere. Mi saltò sopra, guidando il pene con le mani si infilò tutta d’un colpo. Era caldissima, stretta, grondante. La trattenni ferma un attimo, stringendola forte contro di me, baciandola. Poi la lasciai libera.
Si mise a cavalcarmi. Forte. Fremeva ogni volta che arrivavo nel fondo della sua vagina. Le cosce carnose che battevano contro le mie.
La guardai negli occhi.
«Sei una troia. Sììì… e ti voglio così. Vacca. Cazzo, Sara… mi piaci. Mi fai impazzire.»
Lei era felice. Si vedeva. Mi cavalcava sempre più forte, gemendo, chiudendo gli occhi. Le mie mani le strizzavano il seno attraverso la camicetta di seta, impastandolo, pizzicandole i capezzoli duri.
«Troia… dai… impalati bene. Fino in fondo.»
Sara accelerò. I suoi gemiti diventarono più alti, più ansimanti.
«Sì… sono una troia… sono una troiaaaaa… sììì… sborrami dentro… dentro… sììì… oggi voglio tutta la tua sborra dentro di me.»
La sentivo contrarsi. La figa le pulsava intorno al mio cazzo, sempre più stretta. Continuava a salire e scendere, bagnandomi tutto, il suono umido e osceno che riempiva l’auto.
«Non fermarti… porco… scopami… usami… sììì…»
Venne.
Un orgasmo lungo, violento, che le fece tremare le cosce e spingere il bacino contro di me con forza. Continuò a muoversi attraverso il piacere, gemendo il mio nome, chiamandosi troia da sola.
Io non reggevo più.
La afferrai per i fianchi, la bloccai piantata fino in fondo sul mio cazzo e sborrai.
Getti succosi, mentre lei mi stringeva ancora e mormorava:
«Sì… tutto… dentro… dentrooooo porco… riempimi…»
La tenni così, bloccata su di me, il mio cazzo che pulsava gli ultimi schizzi nella la sua figa.
Sara ansimava, sudata, felice, lo sguardo velato.
Mi baciò piano sulle labbra e sussurrò:
«Così si punisce un porco… e si fa contenta una vacca. Gianni mi fai felice... ma perché non ti sei fatto più sentire cazzo! Lo sento che ti piaccio... allora perché stronzo... neanche una parola... oddio Gianni ti voglio!»
Limonammo ancora un po’, come due innamorati, poi partimmo.
La cena era in un agriturismo lì vicino.
Quando arrivammo c’erano già tanti miei amici e conoscenti. Ci accolsero con un saluto collettivo.
Passai lungo il tavolone per raggiungere il mio posto. C’erano diverse coppie, ma anche parecchi singoli. I commenti si sprecavano. Le donne, le più cattive, vedendo quella morettina formosa con il seno così scollacciato e libero sotto la seta, sussurravano tra loro con cattiveria e un filo di odio.
A un certo punto ci trovammo di fronte a Osvaldo, il presidente della mia associazione.
Un uomo grande come me, sui novanta chili, ottant’anni, calvo, con i soliti occhiali da pilota militare, camicia azzurro cielo e calzoni da cavallerizzo ancora infilati negli stivali. Ex colonnello, amante dei cavalli, con quel fare gentile ma militaresco che non aveva mai perso.
Si alzò in piedi al nostro passaggio.
«Ciao Gianni, ben arrivato… ma che meravigliosa creatura ti accompagna.»
Prese la mano sinistra di Sara e, da vero gentiluomo, le fece un baciamano con un leggero inchino. Si gustò da pochi centimetri il suo prorompente seno che traspariva dalla camicetta di seta.
«Spero che questa umile cena sia di suo gradimento. Perdoni i commensali… sono sempre un po’ troppo irruenti nei loro modi provinciali.»
Io sorrisi tra me e me.
Proprio quella manina che lui stava baciando con tanta eleganza, un’ora prima aveva stretto due cazzi… e di uno aveva anche raccolto lo sperma del cameriere marocchino.
Osvaldo si voltò verso un cameriere.
«Prego, fai accomodare il signore e la sua splendida accompagnatrice.»
Sara era in brodo di giuggiole, ricevuta dal “capo” con tutti gli onori.
Il cameriere che ci accompagnò ai posti era un bel ragazzone dai capelli chiari e dal fisico palestrato: il figlio del proprietario dell’agriturismo.
Sara si ritrovò alla sua destra la moglie di un notaio — una stronza di prima categoria, pensai.
Alla mia sinistra c’era invece la bella moglie del mio amico Sandro, l’architetto. Ci conoscevamo da anni. Mi salutò con un misto di amicizia e riconoscenza: qualche anno prima l’avevo tirato fuori da un grosso problema su un solaio lesionato.
La cena era appena iniziata.
Profusione di salumi, formaggi e tanto vino dell’Oltrepò.
Sara si sistemò al mio fianco, le cosce ancora calde, lo sguardo già pronto a combinare altri guai.
Per commenti e/o contatti: impotente@proton.me
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