Scendere sempre più in basso 2

di
genere
dominazione

Scritto da impotente@proton.me

La figa cola come se si stesse pisciando addosso.
Si masturba con foga, con violenza, dita che entrano e escono, unghie che graffiano, bacino che si muove contro la mano come se stesse scopando qualcuno. Quei orgasmi irrefrenabili stanno diventando una droga. Ogni volta è più forte. Ogni volta lascia la figa ancora più sensibile, ancora più affamata.
È spaventata.
Ma non ha mai provato un piacere così continuo, così totale, così sporco.
E sa che, prima o poi, non riuscirà più a limitarsi alla sola mano.
Quella sera Annabella ci prova.
Sono a letto, al buio. Alberto è già sdraiato, nudo sotto il lenzuolo leggero. Lei si avvicina, gli accarezza il petto, poi scende più in basso e sente che è già duro. La voce le trema un poco quando parla.
«Alberto… devo dirti una cosa. Ultimamente mi succedono… cose strane. Nella testa. Non riesco più a…»
Non fa in tempo a finire.
Lui la guarda, vede gli occhi lucidi, le guance calde, le labbra già socchiuse. Sente l’odore della sua figa già bagnata. E qualcosa in lui scatta. Non ascolta più le parole. Ascolta solo il corpo di lei.
«Cazzo, Annabella… sei già così umida…» mormora, e le scivola una mano tra le cosce. Le dita trovano la figa colante, le labbra gonfie, il clitoride duro. «Che ti prende stasera? Sei una fonte…»
Lei prova ancora.
«No, aspetta, volevo dirti che… che penso a cose sporche, che…»
Ma Alberto non la lascia parlare. La bacia con fame, le apre le gambe con decisione e si infila dentro di lei con un colpo solo. È già tutta aperta, tutta scivolosa. Geme forte, più forte del solito, e lui lo sente. Lo sente e impazzisce.
La scopa come non l’ha mai scopata in cinque anni di matrimonio.
La tiene ferma per i fianchi e la penetra a fondo, forte, ritmico. Poi la gira a pecora, le afferra i capelli e la tira indietro mentre la riempie di spinte. Lei urla nel cuscino, la figa che gli si stringe intorno al cazzo come una morsa. Si tocca il clitoride mentre lui la prende, e viene una prima volta, violenta, tremando. Alberto non si ferma. La ribalta di nuovo, le mette le gambe sulle spalle e continua a scoparla guardandola in faccia, vedendo quegli occhi azzurri persi nel piacere, la bocca aperta, i seni che ballano a ogni spinta.
«Sei una troia stasera…» le dice a bassa voce, quasi meravigliato. «La mia piccola troia…»
Quelle parole la fanno venire di nuovo. E lui, sentendola contrarsi, le sborra dentro con un gemito lungo, riempiendola fino a farla traboccare.
È la scopata più appagante del loro rapporto.
La più sporca. La più vera.
Quando finiscono, lei resta sdraiata con le cosce aperte, il seme di lui che le cola piano, e per la prima volta da settimane si sente… vuota. Soddisfatta. Quasi tranquilla.
La mattina successiva si sveglia così.
Il corpo è ancora rilassato, la mente un po’ meno affollata. Sorrise addirittura mentre si veste, mentre prepara la colazione, mentre esce di casa.
Quella tregua, però, dura poco.
Il tempo di arrivare a scuola.
Appena mette piede nel corridoio, appena sente le voci dei ragazzi dell’ultima classe, appena incrocia lo sguardo di Osvaldo che la segue con quegli occhi pieni di cupidigia… tutto torna.
La figa si bagna di nuovo.
I pensieri sporchi riprendono il controllo.
E Annabella capisce che una notte di sesso, per quanto intensa, non basterà a spegnere quello che le sta crescendo dentro.
La mattina scorre abbastanza tranquilla.
Annabella spiega, interroga, corregge compiti. Cerca di tenersi concentrata, di non pensare a niente di sporco. Ci riesce quasi… fino a quando lo sguardo le cade in fondo all’aula.
Dragan.
Il suo alunno più spregiudicato, più bullo. Rumeno, alto un metro e novanta, vent’anni perché ripetente. Quello dell’ultimo banco. Accanto a lui c’è Sara: ragazza carina, piena di tatuaggi, la più troietta della classe. I due fanno finta di niente, ma Annabella nota subito il movimento. Il braccio di Sara che va su e giù sotto il banco, lento e ritmico. Dragan ha lo sguardo fisso davanti a sé, le labbra strette, il respiro un po’ più pesante.
Annabella resta immobile dietro la cattedra.
Non riesce a distogliere gli occhi.
Poi lo vede.
Il grosso cazzone di Dragan che ormai spunta dal bordo del banco, scoperto, rosso, come la testa di un serpente. Sara continua a segarlo senza vergogna, la mano che gli stringe il glande a ogni salita. Dragan non resiste più. Un gemito soffocato gli esce dalla gola e sborra. Schizza un’enorme quantità di sperma, bianco e denso, che gli cola sulle dita di Sara e gli schizza sul bordo del banco.
Annabella impazzisce.
La figa le si contrae di scatto, si bagna scandalosamente. Sente le mutandine impregnarsi in un secondo. Il cuore le batte così forte che teme lo sentano tutti. Poi vede Sara raccogliere quello sperma con due dita e portarselo alla bocca. Lo lecca lentamente, guardando Dragan con sfida e piacere, mentre lui resta inebetito dall’orgasmo, il cazzo ancora pulsante.
Annabella avrebbe voluto essere lì.
Avrebbe voluto leccare lei tutto quello sperma.
Avrebbe voluto sentirsi sfondata da quel cazzone, usata come una cagna proprio lì, in fondo all’aula, sotto gli occhi di tutti.
Ha quasi un capogiro.
Sta male dalla voglia. Le tremano le gambe. Deve aggrapparsi al bordo della cattedra per non cedere. Riesce a controllarsi solo con uno sforzo immane: distoglie lo sguardo, finge di controllare un compito, respira a fondo. Ma tra le cosce è un disastro. La figa cola, il clitoride pulsa, e ogni secondo che passa le sembra un’eternità.
Quando finalmente suona la campanella, Annabella rimane seduta qualche istante in più, sperando che nessuno noti quanto è rossa in viso… e quanto le tremano le mani.

Annabella non regge più.
La voglia è una droga. Fugge in bagno, controlla che non ci sia nessuno, si chiude dentro. Si siede sul water, alza la gonna, abbassa le mutandine alle caviglie e finalmente si tocca. Chiude gli occhi e rivede tutto: la grossa cappella di Dragan che spunta dal banco, lo sperma che schizza e imbratta, Sara che lo raccoglie con le dita e se lo porta alla bocca, che lo lecca, che lo beve. Geme a denti stretti, le dita che entrano e escono furiosamente nella figa fradicia. L’orgasmo arriva veloce, violento. Un gemito strozzato le esce comunque dalla gola.
Osvaldo ha visto quella bella donna correre disperata in bagno... capisce che non era un urgenza fisiologica ma era ben altro e silenzioso e marpione la segue ed entra nell’antibagno.
Ascolta nel silenzio del locale i gemiti che inevitabilmente sfuggono dalle labbra di Annabella, capisce quale urgenza aveva quella splendida donna. Si avvicina in silenzio. La scusa è che crede che qualcuno stia male in bagno... ma lo sa che è altro, che abbia di nuovo quella “nausea”? hahaha Usa il passepartout e apre la porta.
Si trova davanti la bella professoressa semisdraiata sul water, stravolta dal piacere onanistico. Cosce aperte, mano ancora sulla figa colante, mutandine alle caviglie, spalle appoggiate alla parete, occhi chiusi.
Annabella li apre.
Resta immobile un secondo. È combattuta. La vergogna le sale in gola, il cuore le batte come un martello. Ma la voglia è troppo feroce. Troppo. Non riesce a fermarsi.
Osvaldo con quegli occhi porcini infoiato chiude la porta dietro di se e senza dire una parola si slaccia la cintura e tira fuori il cazzo ormai semi eretto... Annabella non ne può più non riesce a resistere e allunga una mano, afferra il membro del porco. Con dita tremanti lo stringe.
Il cazzo di Osvaldo non è lungo, ma è grosso, largo, la cappella a fungo e poi appena sotto è grosso come fosse grasso, gonfio più da un lato, un po' deforme come il suo padrone.
La cappella è enorme, paonazza, già quasi dura. Annabella non ha mai visto un cazzo così grosso. Solo una volta, al suo addio al nubilato, le amiche avevano ingaggiato un ballerino di colore. Lui verso la fine del suo repertorio aveva estratto un membro lungo come il braccio di Annabella e spesso, più del suo delicato polso e lei, quasi ubriaca e incitata dalle risate e dalle urla delle amiche, gli aveva fatto una sega a due mani di fronte a tutte le amiche ed ai dipendenti del locale. Nota di colore... in quell'occasione due sue amiche Sabrina e Simona, una la più troia di tutte e l'altra ritenuta una santarellina e già madre di tre figli... si erano messe in ginocchio con la bocca spalancata e la lingua fuori davanti a quel cazzo memorabile e quanto il bel ballerino è venuto hanno raccolto nella loro bocche ogni schizzo, ogni goccia di sperma aiutate dalle mani di Annabella che dirigevano il getto di sperma proprio in quelle fameliche labbra spalancate... alla fine poi si baciarono fra loro in un tripudio di urla delle amiche. Ma lì c’era l’alcol. Qui è sobria. Non ha scuse. Solo la voglia che le toglie ogni inibizione.
Allunga la mano e lo tasta. Lo stringe. Sente il peso, il calore, la pelle tesa. Osvaldo geme basso e comincia a parlarle in dialetto siciliano, con quella voce rauca e sporca:
«Cosi, bedda mia… toccamelo bono… quantu si’ bagnata, troia… quantu si’ arrapata… guardati, a professoressa cu ‘a fica aperta… sugnu u to porcu ora…»
Annabella non risponde. Tiene gli occhi fissi su quel cazzo grosso e largo, la mano che lo accarezza sempre più sicura, mentre la figa continua a colare e il respiro le si fa corto.
Osvaldo la guarda dall’alto, il sorriso storto e laido. La voce gli esce rauca, carica di dialetto siciliano:
«Suka, professoressa… suka, baldracca! Suka stu cazzu… to’ u vulevi, eh? To’ u vulevi chistu…»
Annabella non aspettava altro.
Apre la bocca a dismisura e prende quella cappella enorme tra le labbra. È calda, pesante, e puzza di piscio stantio e di sudore acido. Un odore forte, maschio, sporco. Eppure lei la succhia come se fosse la cosa più bella del mondo. Le labbra si chiudono strette intorno al glande paonazzo, la lingua gli gira intorno, lo lecca, lo assaggia. Tira dentro più che può, anche se la larghezza le fa male agli angoli della bocca.
Osvaldo geme basso, una mano le afferra i capelli biondi e le tiene la testa ferma.
«Cosi… cosi, troia… sugnu u to porcu… sugnu u to padruni ora… suka cchiù funnu…»
Lei tiene il cazzo grosso e largo con una mano, le labbra avvinghiate alla cappella, e succhia con foga. L’altra mano scappa con urgenza tra le sue cosce. Si infila due dita nella figa fradicia e si masturba furiosamente, il bacino che si muove contro la sua stessa mano mentre continua a succhiare. I gemiti le escono soffocati intorno al cazzo di Osvaldo, umidi, disperati.
Il bidello la guarda, gli occhi pieni di cupidigia, e continua a parlarle sporco, in dialetto, spingendole appena il bacino in avanti:
«Guardati… a professoressa chi suka u cazzu dû bidellu… a bedda Annabella cu ‘a fica bagnata… quantu si’ puttana… quantu si’ arrapata…»
Annabella non si ferma.
Succhia più forte. Si masturba più veloce. La figa le schizza intorno alle dita e il gusto di quel cazzo le riempie la bocca, nauseante e delizioso allo stesso tempo.
Osvaldo accelera i movimenti del bacino. Tiene Annabella per i capelli e le spinge la cappella enorme più a fondo, quasi a farle male. Geme sempre più forte, in dialetto, le parole sporche che le escono a raffica:
«Tieni… tieni, baldracca… to’ ti riempiu a vucca… sugnu pronto… sugnu pronto, troia…»
Un ultimo gemito rauco e sborra.
Lo sperma gli esce denso, abbondante, salato, quasi rancido. Le riempie la bocca a getti caldi e pesanti. Annabella non indietreggia. Lo tiene stretto tra le labbra e lo beve, lo ingoia a fatica, sente il sapore forte e nauseante che le scende in gola. Qualche filo le cola dagli angoli della bocca e le scende sul mento.
Gode.
Gode e geme intorno a quel cazzo che ancora pulsa.
Quell’uomo laido, brutto, claudicante, con l’odore di sudore e piscio, la eccita da morire. Lo vuole. Vuole essere usata. Vuole che lui la tratti come un sborratoio, che le riempia la bocca, la figa, il culo, dove vuole. Vuole sentirsi sua. Sottomessa a questo scherzo della natura. Vuole sentirsi sporca, troia, schiava.
Quando Osvaldo estrae il cazzo ancora semi-duro, una striscia di sperma le resta appiccicata alle labbra. Annabella lo guarda dal basso, gli occhi azzurri lucidi, la mano ancora tra le cosce che continua a toccarsi. La voce le esce rotta, quasi un sussurro:
«Ancora… usami…»
Osvaldo la fissa, il sorriso ancora più laido di prima, e le accarezza il viso con la mano sporca, spalmando il suo stesso sperma sulle guance di lei.
«U vidi… to’ si’ già a mia…»
Annabella se ne accorge solo in quel momento.
Osvaldo ha il cellulare in mano. Lo schermo è ancora acceso. L’ha ripresa. L’ha filmata mentre gli succhiava il cazzo, mentre si masturbava, mentre beveva il suo sperma.
Il sangue le si gela.
Si spaventa di colpo. La vergogna e la paura le salgono in gola come un nodo. Lo sputtanamento. I colleghi. I genitori degli alunni. Alberto. La parrocchia. Tutto. Tutto potrebbe crollare.
«No…» sussurra, la voce rotta. «Cancella… ti prego…»
Osvaldo sorride, quel sorriso storto e laido. Abbassa il telefono, ma non spegne nulla. Le accarezza il viso con la mano ancora umida del suo stesso seme e le parla basso, in dialetto, quasi confidenziale:
«Stai tranquilla, bedda… nun ti sputtanu a nisciunu. Chista è sula mia. Sta sira mi segu guardannu a mia baldracca chi mi svota i palle… quantu si’ bedda quannu suka… quantu si’ puttana…»
Le mostra lo schermo per un attimo: si vede chiaramente lei, a cosce aperte, con la bocca piena del suo cazzo e gli occhi chiusi dal piacere. Poi blocca il telefono e se lo rimette in tasca.
«Nun ti preoccupari… resti a mia segreta. Ma ora sai chi tieni u to padruni… e u to padruni tieni u video.»
Annabella resta ferma, il cuore che le martella, lo sperma ancora sulle labbra e sulla lingua. La paura è reale. Ma sotto la paura, più in basso, tra le cosce ancora aperte e bagnate, qualcosa continua a pulsare. Qualcosa di sporco e di irrefrenabile.
Osvaldo le sistema i capelli con un gesto quasi possessivo, poi si rialza i pantaloni e le fa un cenno col mento.
«Vatti a lavari… e torna ‘n classa. U vedemu dumani, professoressa.»
E esce dallo sportello lasciandola lì, con le mutandine ancora alle caviglie e la testa piena di terrore… e di voglia.
Annabella resta seduta sul water ancora qualche minuto dopo che Osvaldo è uscito.
È spaventata.
Spaventata da tutto quello che è appena successo: il video, la possibilità dello sputtanamento, il rischio di perdere tutto. Ma ancor più di questo è spaventata da sé stessa.
La figlia perfetta, studiosa, sempre morigerata.
La moglie irreprensibile, fedele, quella che va in chiesa e si confessa.
Si sta trasformando in una ninfomane. In una schiava affamata di cazzi. Non si capisce. Non si capacitа. È totalmente confusa.
La fame, almeno per ora, si è placata. La figa le fa male per quanto forte si è masturbata, le labbra gonfie e sensibili, il clitoride ancora pulsante ma sazio. In gola ha ancora quell’odore e quel sapore: cazzo puzzolente di vecchio, sudore acido, sborra densa e quasi rancida. Dovrebbe nausearla. Dovrebbe farle vomitare.
Invece le piace.
Si sente, per un momento, appagata.
Si alza lentamente, si sistema le mutandine, abbassa la gonna, si guarda allo specchio sopra il lavandino. Gli occhi azzurri sono lucidi, le labbra un po’ gonfie, una leggera traccia di sperma ancora all’angolo della bocca. Si lava la faccia con acqua fredda, si sciacqua la bocca più volte, ma il sapore resta. Come un marchio.
Esce dal bagno con le gambe ancora un po’ molli.
Cammina lungo il corridoio cercando di sembrare la solita professoressa composta. Ma dentro di sé sa che qualcosa è cambiato per sempre. Non è più solo fantasia. Non è più solo la mano sotto le lenzuola o i racconti sporchi sul tablet.
Ha succhiato il cazzo del bidello.
Ha bevuto la sua sborra.
Ed è stata filmata mentre lo faceva.
E, nonostante la paura, nonostante la confusione, una piccola parte di lei… non vede l’ora che succeda di nuovo.

Per info o commenti impotente@proton.me
scritto il
2026-07-29
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