Scendere sempre più in basso 6

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Scendere sempre più in basso 6

scritto da Impotente@proton.me

Il giorno dopo come al solito Lei si sazia del marito che oggi è stranamente più taciturno e la lascia fare... gode nella sua bocca e poi la bacia... come per dirle ci sono Amore sono con te qualsiasi cosa accada, ma sempre con te.
Lei si prepara come al solito e poi la sequenza, lo stanzino sono soli, Osvaldo ancora più prepotente, ancora più porco... quando dopo averla usata come suo sborratoio ed averle riempito la bocca, le prende il mento sporco e le ordina di aprire le sputa dentro un grumo denso di saliva e poi la trattiene e deliberatamente le sputa anche sul viso... Lei a quel gesto geme... sente bagnarsi ha capito che la disprezza ancor di più, in fondo gli scoccia condividere la sua schiava con il bullo... ma anche deve essergli piaciuto vantarsi con lui della sua conquista di averla resa sua schiava ignobile.
Poi la fa alzare e la butta fuori nel corridoio ancora con il viso sporco, da cattivo... lei si pulisce il viso e va in classe...
Quando distribuisce i compiti in classe con i voti, Annabella non ha alzato il voto di Dragan.
Quando è il suo turno e lo chiama alla cattedra, lui si avvicina e se ne va grugnendo e guardandola con odio!
Poi dopo torna alla cattedra alla fine della lezione, con quel sorriso da bullo sicuro di sé, lui le porge il compito corretto. Il voto è basso.
Dragan abbassa gli occhi sul foglio, poi li alza su di lei. Il sorriso si fa più stretto.
«Professoressa… credo che abbiamo un problema.»
Annabella tiene lo sguardo calmo, anche se il cuore le batte forte.
«Nessun problema. Hai studiato poco. Il voto è quello che meriti.»
Lui si china un poco, la voce bassa e velenosa:
«Ho una foto che dice il contrario. E non mi accontento più di un pompino nello stanzino. Voglio di più. Allora se è cosi che la metti, voglio usarti. E voglio farti usare dai miei amici. Quelli giusti. Quelli che sanno come si tratta una puttana come te.»
Annabella non batte ciglio.
Ha già parlato con Alberto. Sa cosa rispondere.
«Per me va bene! Anzi per noi va bene! Mio marito sa tutto sarà li con me, se vuoi usarmi… lo farai alle nostre condizioni. O non lo farai affatto. Organizza noi ci saremo!»
Dragan resta un attimo in silenzio.
Poi ride, basso, incredulo e divertito allo stesso tempo.
«Tuo marito? Quel cornuto? Hahaha… ancora meglio! Allora gli dirò io come si fa. Stasera ti mando il posto e l’ora. Porta pure il tuo omino, se ha il coraggio. I miei amici saranno contenti di conoscere la professoressa col cornuto… e di fotterla!»
Si allontana senza aspettare risposta, lasciandola dietro la cattedra con le mani che tremano appena.
Annabella tira fuori il telefono e scrive ad Alberto:
Ha detto che mi vuole usare... ma anche con i suoi amici.
Stasera manda posto e ora.
Alberto preoccupato: Ma quanti?
Annabella. Amore non lo so.... ho paura ma sono eccitata... Alberto ti Amo!
La risposta di Alberto arriva quasi subito:
Amore questa sera sarò li ad ammirare la mia donna mentre la fottono. Troia lo sento che sei bagnata solo all'idea! Ti Amo!
Annabella chiude gli occhi un momento.
La paura c’è. La vergogna c’è. Ma sotto tutto questo, più forte di ogni altra cosa, c’è una fame che adesso ha il permesso di crescere.
E Dragan, senza saperlo, sta per scoprire che il ricatto non gli dà più il potere che credeva di avere.
Annabella chiude il telefono e resta immobile dietro la cattedra.
Il messaggio di Alberto le brucia ancora sugli occhi: Amore questa sera sarò li ad ammirare la mia donna mentre la fottono.
La figa le è già un lago.
Sente il tessuto delle mutandine appiccicarsi, caldo, denso. I ragazzi dell’ultima classe chiacchierano, si alzano, raccolgono i libri. Dragan, in fondo, le rivolge un sorriso lento, sicuro, come se avesse già vinto. Lei gli restituisce uno sguardo fermo. Non più da preda terrorizzata. Ma il viso di una donna che ha deciso di cadere… e di farlo con gli occhi aperti.
Eppure dentro di lei le due voci non smettono di azzannarsi.
La prima, quella della professoressa, che corregge temi su Leopardi, che si confessa, le sussurra ancora: Sei pazza. Stai rovinando tutto. Hai una vita, un marito, una faccia da mantenere. Fermati.
La seconda, più bassa, più umida, le scivola dritta tra le cosce: Vuoi quei cazzi giovani. Vuoi sentirli gonfi, impazienti, pieni di sperma caldo. Vuoi che ti usino in tanti, che ti riempiano, che ti lascino colare. Vuoi che Alberto guardi. Vuoi che veda quanto sei diventata puttana e che se ne ecciti lui stesso.
La mente e il corpo sono in guerra.
La mente ha ancora paura. Il corpo, invece, trema di anticipazione.
Esce da scuola all’orario previsto.
Non saluta quasi nessuno. Sale in macchina e guida con le cosce strette, sentendo ogni scossa del motore come una carezza sul clitoride già duro. Arriva a casa prima di Alberto. Si spoglia, si mette solo una vestaglia leggera, e aspetta.
Quando sente le chiavi nella toppa, il cuore le fa un salto.
Alberto entra.
La guarda.
Lei non dice niente. Si alza, gli va incontro, e gli mette le mani sul petto.
«Stasera…» comincia, la voce un po’ roca. «Dragan ha scritto. Un posto fuori città. Un capannone. Lui e… due amici. Tutti della sua “compagnia”.»
Alberto resta fermo.
Gli occhi si scuriscono. La gelosia gli sale in gola come un nodo caldo, misto a qualcosa di più oscuro, più vergognoso. Vuole picchiare qualcuno. Vuole proteggerla. E allo stesso tempo vuole vedere. Vuole vedere quei ragazzi giovani, pieni di ormoni, prendere sua moglie, aprirla, riempirla, farla gridare. Vuole vedere Annabella perdere la compostezza da insegnante e diventare solo carne che gode.
Non sa ancora dare un nome a questa cosa.
O forse si sta diventando un vero cuckold.
Il cazzo gli si è indurito di colpo, e che la rabbia e l’eccitazione sono la stessa cosa.
«Quanti?» chiede, la voce bassa.
«Tre in tutto. Lui e due.»
Alberto deglutisce.
Le passa una mano sui capelli, poi scende a stringerle la nuca.
«Allora andiamo.»
Annabella chiude gli occhi.
La figa le contrae. Un filo caldo le scende già lungo la coscia interna.
«Ho paura» ammette. «Paura di quanto mi piacerà. Paura di non riuscire più a tornare indietro. Paura di te… di quello che potresti pensare quando mi vedrai così.»
Alberto la bacia, duro, quasi con rabbia.
«Io non so cosa penso. So solo che voglio esserci. Voglio vedere la mia donna usata. Distrutta. Che gode mentre cade. E dopo… dopo voglio riportarti a casa e riempirti di nuovo io. Capito?»
Lei annuisce.
La mente grida ancora. Il corpo, invece, ha già deciso.
Si vestono in silenzio.
Annabella sceglie una gonna corta, una camicetta bianca abbottonata solo a metà, niente reggiseno, mutandine sottili. Alberto la guarda mentre si prepara e sente il cazzo pulsare contro i pantaloni. Le mette una mano sotto la gonna, le accarezza la figa già fradicia, e mormora:
«Sei già pronta… sei già una puttana in calore.»
Lei non risponde.
Si limita a spalancare un poco le gambe e a spingersi contro le sue dita.
Quando escono di casa, il sole sta calando.
Annabella guida. Alberto sta seduto accanto, silenzioso, gli occhi fissi sulla strada. Ogni tanto le posa una mano sulla coscia nuda e la stringe, come per ricordarle che è ancora sua… anche mentre sta per darla ad altri.
Il messaggio di Dragan arriva mentre sono in auto:
Capannone via dell’Industria 47. Dietro. Porta laterale. 21:30. Porta il cornuto se vuole guardare. I miei amici sono già arrapati.
Annabella e Alberto scendono insieme dall’auto.
Lui le prende la mano e la stringe forte. Non la lascia un secondo. Camminano verso la porta laterale del capannone, le dita intrecciate, il cuore di entrambi che batte troppo forte. Lei trema già. La gonna corta le sfarfalla sulle cosce nude, le mutandine sono un disastro: la figa cola senza sosta, un filo caldo le scende già lungo l’interno coscia.
Alberto apre la porta senza bussare.
Entrano.
La scena li accoglie come un pugno nello stomaco.
I ragazzi in piedi ad asspettarli non sono tre ma sei...
Ma nessuno parla marito e moglie entrano... non chiedono spiegazioni sul numero dei tori...
Dragan al centro, sorriso storto e compiaciuto, e intorno a lui altri cinque: facce da stronzi, corpi giovani, jeans stretti, pacchi già evidenti. Tutti più grandi, ventenni, non giovani pischelli, tutti con gli occhi lucidi di ormoni e voglia. Sono tesi, irrequieti, le mani che si muovono nelle tasche o si sistemano i cazzi già semi-duri. Fremono. Quella bella donna bionda, la professoressa modello, sta per diventare il loro sborratoio collettivo e l’aria è densa di anticipazione animale.
Più di lato seminascosto, seduto su una vecchia cassettiera ribaltata, c’è Osvaldo.
Il bidello. Il porco claudicante. Le gambe divaricate, le mani sulle ginocchia, il sorriso laido già pronto. Quando li vede entrare – Annabella tenuta per mano dal marito – scoppia a ridere. Una risata grossa, rauca, piena di disprezzo.
«Ma guardali…» urla in dialetto siciliano, a voce alta, perché tutti sentano. «A professoressa e u so’ cornuto! Hahaha! Arrivaru ‘nzemi… quantu si’ puttana, bedda mia… e quantu si’ cornuto tu, ‘mbecille! Portasti a to’ mugghieri a fàrisi muntari da sti picciotti… guarda quantu si’ arrapata già, troia… a fica ti cola già ‘n terra!»
I ragazzi ridono.
Forti, sguaiati. Ma gli occhi restano fissi su Annabella. Tesi. Affamati. Il cazzo di qualcuno preme già contro la patta in modo indecente. Sanno cosa sta per succedere. Tra poco quella figa, quel culo, quella bocca saranno loro. La monteranno a turno, la riempiranno, la lasceranno colare. Diventerà il loro sborratoio. E fremono.
In mezzo alla stanza, per terra, c’è un vecchio materasso.
Macchiato. Sporco. Grigio-giallo, con chiazze scure e lucide che si intrecciano, alcune più chiare, altre ingiallite dal tempo. È disgustoso. Puzza di chiuso, di sudore vecchio, di sesso. Ha visto troppe monte. Troppi corpi. Troppa sborra.
Annabella lo guarda.
E trema.
La figa le si contrae di scatto. Un lago.
Solo all’idea che tutte quelle macchie siano sperma – di sconosciuti, di porci, di ragazzi che hanno scopato lì sopra altre puttane – le viene un brivido così forte che le fa stringere le cosce. Vuole essere stesa lì. Vuole aggiungere le sue macchie. Vuole che quei sei cazzi giovani la riempiano finché il materasso non assorba ancora di più.
Alberto le tiene ancora la mano.
Sente il tremito di lei. Vede lo sguardo fisso sul materasso. Vede Osvaldo che ride e li umilia. La gelosia gli brucia il petto, la rabbia gli fa stringere la mandibola… e il cazzo gli è già duro da far male. Non sa bene perché. Sa solo che vuole vedere. Vuole stare lì mentre la usano. Vuole sentire le parole sporche, vedere i corpi giovani che si accaniscono su sua moglie, vedere Annabella godere mentre cade.
Osvaldo continua, la voce ancora più laida:
«Veni ccà, baldracca… mettiti ‘n ginocchiu. E tu, cornuto, restaci a guardari. Guardala mentri sti picciotti ti a sfannu… quantu si’ bedda quannu ti fai muntari…»
Dragan fa un passo avanti.
Gli altri lo seguono. Gli occhi lucidi, i respiri già corti. Uno di loro, il più massiccio, si passa una mano sul pacco e mormora:
«Cazzo… guardala… sta già colando…»
Annabella non riesce più a parlare.
La mano di Alberto è ancora nella sua. Calda. Ferma. Presente.
E mentre i sei ragazzi si avvicinano e Osvaldo ride dalla cassettiera, lei guarda di nuovo il materasso macchiato e pensa solo a una cosa:
Voglio essere stesa lì. Voglio che mi riempiano. Voglio che Alberto veda tutto.
La mente grida ancora.
Il corpo ha già ceduto.
E la figa continua a colare, pronta.
Dragan avanza verso Annabella con passo lento, sicuro, gli occhi già pieni di disprezzo e di voglia. Si ferma a un passo da lei e da Alberto, ancora uniti per mano. La voce gli esce bassa, cattiva, da padrone:
«Tu. Cornuto. Spogliala. Adesso. Davanti a noi. Voglio che ce la offri tu. Toglile tutto. La gonna, la camicetta, le mutandine. Fallo. Offrici tua moglie!»
Alberto resta immobile un secondo.
La gelosia gli brucia il petto, la rabbia gli fa stringere i denti… e il cazzo gli preme già duro contro i calzoni. Con mani che tremano appena, lascia la mano di Annabella e la guarda ancora una volta cerca i suoi occhi vuole che Lei gli dia il consenso... e lei con un cenno della testa dice si... si metto dietro la schiena di lei l'abbraccia, comincia a sbottonarle la camicetta. I bottoni cedono uno dopo l’altro. Le tette escono nude, i capezzoli già turgidi. Poi le fa scendere la gonna, le abbassa le mutandine fradice fino alle caviglie. Annabella resta nuda, in piedi, sotto gli sguardi affamati dei sei ragazzi e di Osvaldo.
Osvaldo ha già il telefono in mano.
Lo schermo è acceso. Riprende. Non perde un secondo. Inquadra i seni, la figa colante, il viso di Alberto mentre spoglia la moglie.
Annabella, a voce rotta, chiede:
«Perché… perché c’è anche lui? Perché Osvaldo…»
Osvaldo si alza di scatto dalla cassettiera, il volto contorto dalla rabbia. La voce gli esplode in dialetto, alta, volgare, da padrone:
«Io sugnu u to’ padruni, puttana! Io! Sugnu io ca ti avi ‘n pugno! Vogghiu vidiri a mia schiava farsi sbattere da sti picciotti! Vogghiu vidiri quantu si’ arrapata mentri ti muntanu! Sta zitta e ubbidisci, baldracca!»
I ragazzi ridono, tesi, i cazzi già fuori.
Sei membri duri, diversi: lunghi, grossi, venosi, già lucidi di liquido prostatico. Fremono. Si toccano, si accarezzano, aspettano.
Dragan non aspetta oltre.
«In ginocchio. Sul materasso. Adesso.»
Annabella obbedisce.
Si inginocchia sul vecchio giaciglio macchiato, disgustoso, che puzza di sborra secca e di sudore. I sei ragazzi la circondano subito. Tutti i cazzi fuori, a pochi centimetri dal suo viso, dal suo corpo nudo. La circondano. La toccano. Le passano i membri sulle guance, sulle labbra, sui seni. Uno le sfrega il glande contro la bocca, un altro le strofina il cazzo tra le tette. L’aria è piena di odore di cazzo giovane, di ormoni, di sudore. È caotico. Mani ovunque. Cazzi che la toccano, che la picchiano leggermente sulle labbra, che le lasciano strisce di liquido pre-sborra sulla pelle.
Annabella trema.
La figa cola a filo continuo sul materasso già sporco. Chiude gli occhi un attimo, poi li riapre e cerca quelli di Alberto.
Dragan prende il comando.
«Basta. È il mio turno. Stenditi!»
La afferra per i capelli e la butta di peso sul materasso. Con un piede le fa allargare le gambe, la sistema in malo modo, a gambe aperte, in posizione missionaria. Il giaciglio è lercio, le macchie di sborra vecchia le appiccicano alla schiena e al culo. Dragan si mette tra le sue cosce, il cazzone lungo e spesso già in mano. Senza preamboli, senza delicatezza, se lo spinge dentro con una spinta secca, brutale, fino in fondo.
Annabella urla.
Il dolore e il piacere si mescolano. Dragan non le dà tregua. La fotte con colpi profondi, pesanti, ritmati, il bacino che sbatte contro di lei con violenza. La tiene ferma per i fianchi, le gambe divaricate, e continua a scoparla senza fermarsi un secondo. I gemiti di lei diventano sempre più alti, sempre più disperati.
Intorno, gli altri cinque ragazzi si segano.
Fremono. I cazzi in mano, le mani che vanno su e giù veloci, gli occhi fissi sulla figa di Annabella che si apre e si chiude intorno al membro di Dragan. Qualcuno geme basso. Qualcun altro sputa sulla sua stessa mano per lubrificarsi meglio. Osvaldo continua a riprendere, ridendo a tratti, commentando in dialetto:
«Guardala… a mia schiava… quantu si’ bagnata… piglia, puttana… piglia stu cazzu…»
Annabella gode.
Gode forte. La figa le si contrae a ondate, l’orgasmo arriva violento, le fa inarcare la schiena e gridare. Continua a venire mentre Dragan la martella senza pietà. E mentre gode, tiene gli occhi fissi su Alberto.
Alberto è pietrificato accanto a loro.
In piedi, a un metro dal materasso, il cazzo duro che preme contro i calzoni, le lacrime che gli scendono lente sulle guance. Non piange di dolore soltanto. Piange di qualcosa di più confuso, più osceno. I ricordi del loro amore puro – le notti tenere, i baci dolci, le parole d’amore – gli passano davanti agli occhi e si spezzano. Adesso sono due maiali. Due maiali assatanati di sesso, di lussuria, di umiliazione. E proprio in quella caduta, in quella sporcizia, sta trovando un piacere che non aveva mai immaginato. Vede sua moglie piena del cazzo di un altro, che grida di piacere, e il suo stesso membro pulsa più forte. Le lacrime gli scendono, ma non distoglie lo sguardo.
Dragan accelera ancora.
La fotte come un animale, senza tregua, fino a quando non sborra. Getti caldi, densi, profondi. La riempie fino a farla traboccare. Quando estrae, una striscia bianca cola subito dal suo buco e si mescola alle macchie vecchie del materasso.
Annabella resta a gambe aperte, ansimante, il seme di Dragan che le esce, gli occhi ancora fissi su quelli del marito.
E Alberto, con le lacrime sulle guance e il cazzo duro, non riesce a distogliere lo sguardo.
Dragan estrae il cazzo ancora semi-duro e gocciolante di sborra.
Una striscia densa cola dalla figa di Annabella e si mescola alle macchie vecchie del materasso. Non ha ancora ripreso fiato che gli altri cinque si avventano.
Vince il più forte e il più svelto.
Il massiccio, alto, muscoloso e largo di spalle, si butta tra le cosce di lei prima degli altri. Afferra le sue gambe, le divarica ancora di più e se la infilza con una spinta secca. Il cazzo è grosso, potente, e entra fino in fondo con un suono umido. Annabella grida. Lui comincia a scoparla subito, colpi profondi e ritmati, il bacino che sbatte contro di lei con violenza. Gli altri non restano a guardare. Due si inginocchiano ai lati del suo viso, i cazzi già in mano, e le li spingono contro le labbra.
«Apri, puttana.»
Annabella apre.
Uno le entra in bocca, l’altro le sfrega il glande sulle guance. Il terzo le afferra un polso e se lo porta al proprio membro, facendole stringere e muovere la mano. Il quinto le passa il cazzo sulla testa, fra i capelli, lasciando strisce lucide. È caos. Mani ovunque. Cazzi ovunque. L’odore di sesso giovane, di sudore e di sperma già presente riempie l’aria.
L’orgia è sfrenata.
Il massiccio la monta senza pietà, le tiene le cosce aperte e la fotte a ritmo forsennato. Ogni tanto estrae e le lascia entrare un altro per qualche spinta, poi riprende il posto. Annabella viene una prima volta mentre ha un cazzo in figa e due in faccia. Geme intorno ai membri, la saliva e lo sperma di Dragan che le cola dal mento. Un ragazzo le sborra sulla lingua, un altro le schizza sui seni. Lei non riesce più a pensare. Solo a sentire. Solo a prendere.
Dragan, dopo qualche minuto, riprende il controllo.
Alza la voce, tagliente:
«Basta così. Organizziamo. Uno alla volta in figa. Gli altri in bocca e sulle tette. Non le toccate il culo. Capito? Il culo è fuori. Il culo è del bidello!»
Osvaldo, dalla cassettiera, annuisce soddisfatto, il telefono ancora puntato.
«U culu è miu… solo miu. Dopo. Quannu aviti finutu di sfogarivi.»
I ragazzi obbediscono.
Si mettono in fila. Uno continua a scoparla in posizione missionaria, gli altri le offrono i cazzi a turno. Annabella è presa da tutti. Chi le fotte la figa già piena di sborra, chi le riempie la bocca, chi le passa il membro tra i seni sudati. I gemiti si mescolano alle risate e ai commenti sporchi. Lei viene ancora, e ancora. La figa cola, il materasso sotto di lei è un disastro di liquidi.
Alberto non resiste più.
In piedi a un metro dal materasso, pietrificato, le lacrime ancora sulle guance, non resiste, estrae il cazzo. È duro, pulsante, già lucido. Comincia a masturbarsi. La mano va su e giù lenta, umiliata, come quella del padre mentre Salvatore fotteva la mamma, mentre guarda sua moglie piena di altri uomini. Il branco se ne accorge subito.
Le risate esplodono.
«Guarda il cornuto! Si sega! Hahaha!»
«Guardalo… si tocca mentre gli fottono la moglie!»
«Che bella faccia da cornuto…»
Osvaldo inquadra anche lui, ridendo a crepapelle in dialetto:
«U cornuto si sta’ a sborrari… quantu si’ arrapato, ‘mbecille! Guardala mentri ti a sfannu… e toccatillu bono, ca stasira a to’ mugghieri torna a casa piena!»
Alberto continua.
Non riesce a fermarsi. La vergogna e l’eccitazione lo stanno divorando. Ogni volta che un ragazzo sborra dentro Annabella o sulla sua faccia, la sua mano accelera. Le lacrime gli scendono ancora, ma il piacere è più forte. Sta diventando esattamente quello che i ragazzi e Osvaldo dicono: un cornuto che si sega mentre sua moglie viene usata.
L’orgia prosegue.
Uno dopo l’altro i ragazzi si sfogano. La figa di Annabella viene riempita più volte. La bocca altrettanto. Il corpo è coperto di strisce di sperma. Il culo, però, resta intatto. Nessuno lo tocca. L’accordo tiene. Dragan sorveglia, ogni tanto prende di nuovo il posto e la monta per qualche minuto, poi lascia spazio agli altri.
Annabella è persa.
Gli occhi azzurri, lucidi, cercano sempre quelli di Alberto. Lo vede masturbarsi, umiliato, schernito, e proprio quella visione la fa venire più forte. La mente ha smesso di gridare. C’è solo il corpo, la fame, e il piacere sporco di essere il sborratoio di quel branco mentre il marito la guarda e si tocca.
Osvaldo continua a riprendere.
E aspetta.
Il culo, alla fine, sarà solo suo.
Annabella non ha più voce.
A furia di gemere e urlare le corde vocali sono arse: escono solo rantoli rochi, umidi, spezzati. Ma la figa non le dà tregua. Ogni volta che viene umiliata, usata, sborrata, un nuovo orgasmo la attraversa come una scossa. Il corpo trema, le cosce si contraggono, i liquidi le colano senza controllo.
Il viso è una maschera bianca e lucida di sperma.
Capelli biondi appiccicati alla fronte, ciglia incollate, labbra gonfie e lucide di sborra. Il seno perfetto è striato di getti densi, alcuni già quasi asciutti, altri ancora caldi che le scendono tra le tette e le marchiano il ventre. La figa è un disastro: aperta, rossa, gonfia, colante di seme di almeno sei ragazzi. Sembra una latrina.
I ragazzi stanno finendo i colpi.
Chi è venuto due volte, chi tre. Ora sono lì, intorno al materasso, i cazzi ancora semi-duri o morbidi, si toccano di tanto in tanto, gli occhi ancora eccitati ma più tranquilli. Guardano.
Marco, il più sfrontato e grosso del gruppo, è ancora su di lei. La vuole ancora nonostante ormai la sua figa sia traboccante e viscida.
La tiene a gambe aperte e la sbatte per l’ennesima volta. Il cazzo grosso e teso entra e esce con suoni umidi e osceni nella figa ormai ridotta a un buco molle e pieno. Annabella geme senza voce, gli occhi socchiusi, e viene ancora mentre lui accelera.
Osvaldo si alza dalla cassettiera.
Il telefono ancora in mano, ma adesso la voce è imperiosa:
«Basta. Accordo è accordo. U culu è miu. Marco, finisci. Ora tocca a mia.»
Marco grugnisce, accelera gli ultimi colpi e sborra per la terza volta.
Getti caldi e abbondanti che si aggiungono a tutto quello che già riempie Annabella. Quando estrae, una cascata densa cola dal suo buco e impregna ulteriormente il materasso.
Dragan prende la parola, la voce cattiva, da capo-branco:
«Tu. Cornuto. Smettila di segarti. Prepara la prof per il bidello. Girala. Falla mettere a pecorina. E leccale il buco del culo.»
Alberto obbedisce.
La mano lascia il proprio cazzo ancora duro e gocciolante. Si china su Annabella. Nonostante tutto, nonostante il viso coperto di sborra, nonostante il corpo distrutto, lei gli sorride. Un sorriso debole, rotto, pieno di qualcosa di tenero e di completamente perso.
Un breve dialogo, a voce bassissima, quasi un sussurro tra i due:
«Ti amo…» mormora Alberto, la voce strozzata.
«Come ti senti, amore?»
Annabella risponde con un filo di voce, le labbra che si muovono tra lo sperma:
«Ti amo… sono tua… anche così…»
Si baciano.
Il bacio è lento, disperato. Alberto sente il sapore di tutti quegli uomini sulla bocca di lei, lo sperma che gli cola sulle labbra e sul mento. Non si ritrae.
Poi la fa mettere carponi.
Annabella si sistema sul materasso ormai intriso di sperma fresco, la schiena inarcata, il culo alto, le ginocchia affondate nel giaciglio lercio.
Osvaldo si avvicina.
Guarda le natiche di lei, il culetto ancora chiuso ma già sporco di sborra che gli è colata sopra dalle precedenti sborrate. Fa una smorfia di disgusto e tira fuori da una tasca un pacchetto di fazzoletti di carta. Lo butta ad Alberto.
«Puliscila, cornuto. Così conciata mi fa schifo. Pulisci la to’ muiera. Lecca e pulisci. Fallo bono.»
Alberto, da bravo cornuto, da bravo schiavo, ubbidisce.
Si china dietro a sua moglie. Con i fazzoletti prima asciuga le natiche, toglie le strisce più grosse di sperma. Poi, senza esitare, allunga la lingua e lecca. Lecca il buco del culo di Annabella, lo pulisce, lo inumidisce. Infila un dito piano, poi un secondo, per allargarglielo un poco. Annabella geme di nuovo, senza voce, e spinge indietro il bacino contro la bocca e le dita del marito.
Osvaldo guarda, soddisfatto, il cazzo già duro e grosso in mano.
«Ora sì… ora è pronto. Sugnu u to’ padruni, puttana. E stasira u to’ culu è solo miu.»
Osvaldo afferra Annabella per un fianco e la trascina verso un angolo del materasso meno intriso di liquidi.
Il giaciglio è comunque lercio, ma lì le macchie sono un po’ più vecchie, meno fresche. La sistema a pecorina, la schiena inarcata, il culo alto.
Si sbottona i pantaloni e tira fuori il suo strano cazzo: corto, largo, con quella cappellona violacea enorme e paonazza, già dura e gonfia che Annabella conosce bene. Si inginocchia dietro di lei. Sputa abbondantemente sul buco del culo di Annabella e poi sul proprio membro, spargendosi la saliva con la mano.
Cerca di appoggiarlo.
La cappella enorme preme contro l’anello stretto. Spinge. Annabella si lamenta, un gemito rauco e doloroso le esce dalla gola senza voce. Il culo non cede. È troppo contratto, troppo chiuso dopo tutto quello che ha subito. Osvaldo grugnisce di rabbia e le tira uno schiaffo secco, forte, sulla natica.
«Apri stu culu, puttana! Apri!»
Annabella appoggia la faccia sul materasso lercio, proprio dove prima aveva avuto la figa aperta. Sente lo sperma fresco e quello più vecchio che le appiccica alla guancia e alle labbra. Con entrambe le mani si afferra le chiappe e cerca di divaricarle, di offrirsi meglio. Il culetto si apre un poco, ma non abbastanza. La cappella di Osvaldo continua a scivolare via.
Osvaldo alza gli occhi su Alberto, che sta in piedi a pochi passi, il cazzo ancora fuori e lucido.
«E tu che fai a guardare, cornuto? Datti da fare! Apri u culu dâ to’ muiera! Offrilo ô padrone!»
Alberto ubbidisce.
Si china di nuovo dietro Annabella. Con le mani le tiene aperte le natiche, le allarga il più possibile, e con i pollici le massaggia piano l’anello, cercando di rilasciarlo. Poi, con un dito, poi con due, la prepara ancora un poco, spalmandoci sopra la saliva di Osvaldo e il poco di sborra che gli è colata sopra.
«Così…» mormora Alberto, la voce rotta. «Adesso…»
Osvaldo non aspetta oltre.
Si riposiziona. La cappellona violacea preme di nuovo. Questa volta, con le mani di Alberto che tengono aperto il culo della moglie, riesce a farla entrare. Un centimetro. Poi un altro. Annabella emette un suono strozzato, di puro dolore. Osvaldo spinge ancora, lento ma inesorabile, finché l’intera cappella non scompare dentro. Poi, con una spinta più decisa, entra fino in fondo.
Annabella trema.
Il viso premuto contro il materasso sporco di sperma, le mani che ancora tengono le proprie chiappe. Osvaldo comincia a muoversi. All’inizio lento, poi sempre più forte. Il cazzo corto e largo le dilata il culo in modo brutale. Ogni affondo le fa uscire un gemito rotto. Lui la tiene ferma per i fianchi e la incula con colpi secchi, pesanti, senza riguardo.
Intorno, i sei ragazzi non perdono un attimo.
Si sono avvicinati. Alcuni si toccano di nuovo, altri restano a guardare con gli occhi lucidi. Qualcuno commenta a bassa voce, qualcuno ride. Dragan ha le braccia incrociate, soddisfatto. Marco fischia. Tutti guardano il bidello che scopa il culo della professoressa mentre il marito le tiene le chiappe aperte.
Osvaldo accelera.
La voce gli esce rauca, in dialetto, tra un gemito e l’altro:
«Piglia… piglia stu cazzu ntô culu… to’ si’ a mia… a mia puttana… a mia schiava…»
Annabella, nonostante il dolore, gode ancora.
La fame è inesauribile. Ogni spinta, ogni umiliazione, ogni sguardo dei ragazzi e di Alberto le provoca nuove ondate. La figa cola di nuovo, il clitoride pulsa contro l’aria. Viene senza voce, solo con il corpo che si contrae e trema.
Osvaldo non dura molto.
La tiene stretta per i fianchi, accelera gli ultimi colpi e sborra. Forte. Senza riguardi. Getti caldi e densi che le riempiono il culo in profondità. Continua a spingere mentre viene, svuotandosi completamente dentro di lei. Quando infine estrae, una striscia di sperma cola subito dal buco dilatato.
Annabella resta a pecorina, ansimante, il viso ancora premuto sul materasso sporco, il culo aperto e colante.
E anche adesso, dopo tutto, nonostante tutto, la figa continua a pulsare
Osvaldo si alza in piedi, soddisfatto, il respiro ancora pesante.
Il cazzo corto e largo gli pende tra le gambe, lucido di sborra e di altro. Ride. Una risata grossa, laida, piena di disprezzo. Guarda Annabella ancora a pecorina, il culo aperto e colante, poi sposta lo sguardo su Alberto.
«Guardatili…» dice a voce alta, in dialetto, perché tutti sentano. «A professoressa cu u culu chinu dâ mia sborra… e u so’ cornuto ca sta a tremari. Hahaha! Quantu si’ puttana tu… e quantu si’ porcu tu, ‘mbecille!»
I ragazzi ridono.
Alcuni ancora si toccano, altri scuotono la testa divertiti. Osvaldo stringe il proprio cazzo in mano, lo scuote un poco verso Alberto e gli ordina, la voce imperiosa:
«Ora, porcu. Pulisci e baciami u cazzu ca ha inculatu a to’ bella muiera. Lecca u cazzu dû padruni di to’ mugghieri. Fai u bravu cornuto. Subito.»
Alberto trema.
La vergogna gli brucia il viso, le orecchie, il petto. Ma il cazzo gli è ancora duro, pulsante, e l’eccitazione malata è più forte di qualsiasi resistenza. Si inginocchia di fronte a Osvaldo, sul materasso lercio, a pochi centimetri dal corpo di Annabella ancora carponi.
Il cazzo del bidello è sporco.
Lucido di sperma, di saliva, e di tracce scure, porche, di merda di Annabella. L’odore è forte, acre, nauseante. Osvaldo lo tiene fermo a pochi centimetri dalla bocca di Alberto e aspetta.
Alberto allunga la lingua.
Prima lecca piano la cappella violacea, togliendo le strisce più evidenti. Il sapore è amaro, salato, sporco. Non si ferma. Lecca lungo il membro, pulisce le tracce scure, le raccoglie con la lingua e le ingoia. Osvaldo geme basso, soddisfatto, e gli posa una mano sulla testa.
«Così… lecca bono, porcu. Pulisci tutto. Sugnu u padruni di to’ mugghieri… e ora pure di tia.»
Alberto obbedisce.
Apre la bocca e prende la cappella tra le labbra. Succhia. Lecca. Bacia. La lingua gira intorno al glande, pulisce ogni piega, ogni residuo. Il sapore della merda di Annabella mescolato allo sperma di Osvaldo gli riempie la bocca. Non si ritrae. Continua. Succhia più a fondo, le labbra strette, mentre Osvaldo gli muove appena i fianchi e ride.
«Guardatilu… u cornuto ca suka u cazzu ca ha sfuttutu u culu dâ so’ muiera… quantu si’ arrapato, ‘mbecille… quantu si’ porcu…»
I ragazzi intorno commentano, ridono, qualcuno fischia.
Annabella, ancora a pecorina, gira appena la testa e guarda. Vede il marito in ginocchio, la bocca piena del cazzo del bidello, e nonostante tutto un nuovo brivido le scende lungo la schiena. La figa cola di nuovo.
Alberto continua.
Lecca, succhia, bacia la cappella, pulisce ogni traccia. Quando Osvaldo estrae il membro, una striscia di saliva e di residui cola dal labbro inferiore di Alberto. Il cornuto resta in ginocchio, ansimante, il viso rosso di umiliazione e di eccitazione, e aspetta il prossimo ordine.
Tutti ridono.
Le risate riempiono il capannone, sguaiate, crude. Osvaldo si sistema i pantaloni con un sorriso soddisfatto, ancora con il cazzo semi-duro lucido di saliva di Alberto.
Annabella si gira.
A pecorina com’è, il culo ancora aperto e colante, riesce a vedere il marito in ginocchio. Lo vede con la bocca ancora umida, il viso rosso, gli occhi bassi. Un’ondata di umiliazione le attraversa il corpo: suo marito, l’uomo che ama, sta lì a pulire e succhiare il cazzo del bidello che l’ha appena inculata. Eppure, insieme all’umiliazione, sale qualcosa di più forte. Orgoglio. Orgoglio di lui, che è riuscito a spingersi fin lì. Orgoglio di se stessa, che è riuscita a coinvolgerlo così tanto, a trasmettergli la propria fame, a farlo diventare parte di questa caduta.
I loro sguardi si incontrano.
Occhi d’amore. Di intesa. Di complicità sporca e totale. Per un attimo, in mezzo a tutto quel sudiciume, sono solo loro due. Annabella gli fa un piccolo cenno quasi impercettibile con la testa, un sorriso debole tra lo sperma che ancora le cola sulle labbra. Alberto le risponde con lo stesso sguardo: sono qui, amore. Anche così.
Osvaldo si scansa.
Appena si sposta, Marco, il più sfrontato e grosso, prende il suo posto. Si pianta di fronte ad Alberto ancora in ginocchio, il cazzo grosso e ancora semi-duro, lucido di sborra e dei liquidi di Annabella. Lo guarda dall’alto con disprezzo e gli parla con voce sprezzante:
«Ora ringrazia e pulisci il mio cazzo, maiale. Quello che ha fatto godere tua moglie. Leccalo. Succhialo. Fagli i complimenti al cazzo che le ha riempito la figa tre volte. Dai, porco.»
Alberto ubbidisce.
Allunga di nuovo la lingua e comincia a leccare. Pulisce il membro di Marco, toglie i residui di sborra e di umidità di Annabella, bacia la cappella, la prende in bocca. Marco gli tiene la testa e ride.
«Così… bravo cornuto. Guarda come ti piace.»
Non finisce lì.
Appena Marco si stacca, un altro si avvicina. Poi un altro ancora. Uno dopo l’altro i ragazzi del branco si mettono di fronte ad Alberto e gli offrono i cazzi ancora sporchi di sua moglie.
«Pulisci anche il mio.»
«Lecca, cornuto.»
«Ringrazia per averla fatta squirtare.»
«Succhia quello che le è entrato in figa.»
Alberto li pulisce tutti.
Uno dopo l’altro. Lecca, succhia, bacia, ingoia i residui. Il volto gli è lucido di saliva e di sborra altrui. Ogni volta che alza gli occhi, cerca quelli di Annabella. E ogni volta li trova: pieni di amore, di complicità, di una fame che adesso è diventata di entrambi.
I ragazzi ridono, commentano, si passano il telefono per riprendere anche questa parte. Osvaldo, in piedi di lato, annuisce soddisfatto.
«U viditi? Ora è completamente nostro. A mugghieri e u maritu. Due porci. Due schiavi.»
Annabella resta a guardare.
Il culo ancora colante, la figa che pulsa, e nel petto un sentimento strano e potente: non è più sola nella sua caduta. Ha trascinato Alberto con sé. E lui, in ginocchio a pulire i cazzi che l’hanno usata, le sta dicendo con gli occhi che va bene così. Che è esattamente dove vuole essere.
È tardi.
Il branco comincia a sfilacciarsi. Uno dice che deve tornare dalla fidanzata, un altro che il padre lo sta già cercando, un terzo che ha lavoro la mattina. Uno dopo l’altro escono dal capannone, ancora commentando a bassa voce, ridacchiando, sistemandosi i jeans. Alla fine restano solo Dragan e Osvaldo.
Alberto si china su Annabella.
Lei è distrutta. Sfatta. Trema tutta. Il corpo è coperto di sperma secco e fresco, di saliva, di sudore. Ha gli occhi semi-chiusi, le labbra gonfie, e forse ha pure un filo di febbre dal troppo godere. Le gira la testa. Quando cerca di alzarsi le gambe non la reggono.
Alberto la prende tra le braccia e la aiuta a tirarsi in piedi.
Lei gli si abbandona contro, la faccia nascosta nel suo collo. Lui le raccoglie i vestiti sparsi e la aiuta a indossarli alla meno peggio: la camicetta ancora macchiata, la gonna, niente mutandine. Lei non riesce quasi a stare in piedi. Trema e si lascia andare.
Dragan li guarda uscire con un mezzo sorriso.
Osvaldo, dalla cassettiera, alza appena il mento e mormora in dialetto:
«A dumani, puttana… e tu pure, cornuto durmite bene!»
Non rispondono.
Escono da quello scannatoio tenendosi stretti. Alberto la sorregge quasi di peso fino all’auto. La fa sedere sul sedile del passeggero, le allaccia la cintura, chiude lo sportello e gira intorno per mettersi al volante.
Durante il tragitto Annabella resta appoggiata al finestrino, gli occhi chiusi.
È sfinita. Il corpo le fa male ovunque: la figa, il culo, la gola, i muscoli. Eppure, anche così, la sua mano cerca il fianco di Alberto. Le dita gli si posano sopra i vestiti e restano lì, ferme, come se non volesse rompere quel contatto. Non parla. Non ha più voce. Solo il respiro leggero e la mano che lo tocca.
Alberto guida in silenzio.
Ogni tanto le getta un’occhiata. La vede distrutta, sporca, eppure ancora la sua. La gelosia, la rabbia, l’umiliazione, l’eccitazione… tutto si è mescolato in qualcosa di più grande e più quieto. Non dice niente. Guida soltanto.
Arrivano a casa.
Alberto scende, gira intorno all’auto e la prende di nuovo tra le braccia. Lei gli si abbandona, la testa contro il suo petto. Lui la porta dentro, chiude la porta con il piede e la porta direttamente in camera da letto.
La adagia sul materasso.
Con gesti lenti, quasi delicati, la aiuta a spogliarsi di nuovo. Le toglie la camicetta macchiata, la gonna, e la lascia nuda. Il corpo di lei è ancora coperto degli odori di tutti quegli uomini: sperma, sudore, il sentore acre del capannone, l’odore di Osvaldo. Alberto non la lava. Non questa notte. Si spoglia anche lui e si sdraia accanto.
Si addormentano così.
Tutti luridi. Con addosso gli odori dei maschi, del posto, dell’umiliazione. Annabella gli si stringe contro, la faccia nascosta nel suo collo, una gamba buttata sopra di lui. Alberto le cinge i fianchi con un braccio e la tiene stretta.
Sono sfiniti.
Dalle emozioni, dal corpo, da tutto quello che hanno appena vissuto e lasciato entrare. Non parlano. Non c’è bisogno.
Dormono abbracciati, sporchi, e per la prima volta da mesi il silenzio tra loro non è fatto di segreti, ma di qualcosa di condiviso.

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scritto il
2026-08-01
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