Scendere sempre più in basso 8

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Scendere sempre più in basso 8
Scritto da Impotente@proton.me

Annabella e Alberto partirono nel primo pomeriggio, dopo aver avvisato i rispettivi parenti con telefonate frettolose e aver spento i cellulari. «Ci prendiamo qualche giorno di break dal mondo», avevano detto, e non era del tutto una bugia. La macchina avanzava, direzione Bolzano, e il silenzio tra loro era denso, carico di tutto ciò che la sera prima avevano lasciato entrare e di tutto ciò che ancora non sapevano come gestire.
Annabella teneva lo sguardo fisso sul paesaggio che scorreva. Dentro di lei si agitavano ancora le immagini del capannone, i sei ragazzi, Osvaldo, lo sguardo di Alberto mentre si masturbava e poi si inginocchiava. E poi i messaggi. Quella valanga di numeri sconosciuti, di proposte oscene, di insulti mescolati a desiderio. Sapeva che i video di Osvaldo e Dragan avevano già fatto il giro. Sapeva che ormai, in certi ambienti, era la professoressa troia, la ninfomane, la latrina disponibile. Quella consapevolezza la spaventava. Le stringeva lo stomaco. E allo stesso tempo le faceva pulsare la figa con una violenza che la faceva arrossire di vergogna.
Alberto guidava con una mano sola, l’altra appoggiata sulla coscia di lei. La sentiva taciturna, assorta, gli occhi altrove. Dopo un lungo tratto di silenzio parlò, la voce calma ma con un filo di malizia sotto.
«Tranquilla, amore. Ne usciremo. In un modo o nell’altro. Ma dimmi la verità… quanto ti eccita sapere che adesso ti conoscono tutti così? Quanti cazzi pensi si siano già segati guardando quei video? Quanti litri di sborra sono già usciti pensando a te in ginocchio, a te piena, a te che prendi?»
Annabella girò appena il viso verso di lui. Le guance erano calde.
«Non lo so… e non voglio saperlo. O forse sì. Cazzo, Alberto… sei uno stronzo un porco ... questo mi spaventa. Mi spaventa da morire. Ma quando ci penso… quando immagino tutti quei tipi che mi hanno vista, che hanno visto il mio viso mentre succhiavo, mentre venivo, mentre mi facevo riempire… e che adesso si toccano pensando a me… sento una cosa strana. Un potere. Una sporcizia che mi fa sentire viva. E mi fa schifo e mi piace nello stesso istante.»
Alberto sorrise di lato, senza distogliere lo sguardo dalla strada.
«Allora sei proprio diventata una troia ninfomane. La mia. E non è una domanda. È una constatazione. Ti piace essere desiderata da chiunque. Ti piace saperti usata, filmata, passata di mano. E ti piace ancora di più sapere che io lo so e che mi eccita.»
Lei non rispose subito. La mano destra scivolò piano, con decisione, e andò a posarsi sul pacco di Alberto. Lo trovò già semi-duro. Lo strinse attraverso il tessuto, lo accarezzò lentamente, sentendolo indurirsi sotto le dita.
«Sì maiale siiiiiiiiiiiiii!» ammise a voce bassa, quasi un sussurro. «Nonostante la vergogna. Nonostante questo abbia stravolto tutto. Nonostante la figa e il culo mi facciano ancora male come non mai… è la prima volta che mi hanno usata così. Con quella violenza, con quella quantità… ogni movimento mi fa ricordare tutto. Eppure al solo pensiero di tutti quei cazzi che fremono per me, di quanti si saranno masturbati, di quanti avranno schizzato guardandomi fare quelle cose… quel potere… quella sensazione… mi eccita immensamente. Mi bagna anche adesso, mentre ti sto toccando. Anche se laggiù pulsa di dolore.»
Alberto deglutì, la mano sulla coscia di lei che strinse un poco di più.
«Allora siamo fottuti tutti e due. E mi piace.»
A circa metà strada si fermarono a un autogrill. Il parcheggio era affollato. Alberto dovette sistemarsi in una zona di solito riservata ai camionisti. Mentre scendevano e si prendevano per mano, passarono proprio accanto a una grande autocisterna. Accanto al mezzo c’era un uomo sui quarant’anni, grande, biondo, braccia forti e abbronzate, che stava trafficando con qualcosa sul lato del camion. Alzò lo sguardo.
I suoi occhi si posarono su Annabella.
Lei sentì la scossa. Netta. Immediata. Come se quell’uomo avesse letto qualcosa su di lei, qualcosa di sporco e di disponibile, senza bisogno di video o di spiegazioni. Lui si raddrizzò lentamente, si girò appena, e il suo sguardo la seguì. Poi, deliberatamente, si passò una mano sulla patta dei jeans, sistemandosi, spingendo in avanti il grosso rigonfiamento già evidente. Lo fece in modo che lei lo vedesse. Chiaro. Senza pudore.
Annabella si aggrappò al braccio di Alberto, le dita che si chiudevano forti.
«Amore… hai visto quello?» sussurrò, la voce un po’ roca. «Oddio… come mi fa sesso. Mi ha guardata e… cazzo, si è toccato. Come fa ad aver capito? Non ha visto i video. Non può saperlo. Eppure… lo sa. Mi ha letta. Dimmi la verità, Alberto. Si vede così tanto che sono una vacca? Non sono vestita da troia. Non ho niente di provocante. Eppure…»
Alberto la guardò di lato, e rise piano, basso, quasi tenero.
«Tesoro, ormai tutti ti guarderanno così. Sei troppo frizzante. Troppo leggera. Troppo… aperta. Anche quando cerchi di sembrare normale. Amore, ormai tu sei una troia. E io sono il tuo cornuto innamorato. Ma sai che ti dico?» Si fermò un attimo, le strinse la mano e la girò verso di sé. «Sono orgoglioso della mia Donna. Mi piace. Mi piace da morire.»
La baciò forte. Un bacio lungo, pieno, che sapeva di complicità e di qualcosa di più oscuro. La strinse a sé in mezzo al parcheggio, tra i camion e l’odore di olio rancido, e per un momento il mondo intorno a loro sparì.
Entrarono nell’autogrill tenendosi per mano. L’aria dentro era calda, piena di odori di cibo fritto e caffè. Ordinarono un panino da dividere a metà, due caffè lunghi e, al momento di pagare, Alberto prese anche un Bacio Perugina.
Si spartirono il panino in silenzio, sorridendosi ogni tanto. Poi Annabella aprì il cioccolatino, lo morse rompendolo a metà e guardandolo con desiderio gli porse una parte con le dita come per dire "Amore ti Amo". Si baciarono mentre lo mangiavano, un bacio lento, dolce e un po’ sporco allo stesso tempo, con il sapore del cioccolato che si mescolava alle loro lingue. Il Bacio finì così, diviso in due, come tutto il resto della loro vita ormai.
Dopo il caffè ciascuno andò in bagno. Annabella si chiuse nello stallo, si sollevò la gonna e controllò. La figa era ancora gonfia, sensibile, un po’ arrossata. Si lavò le mani a lungo, poi si guardò allo specchio: gli occhi lucidi, le labbra ancora un po’ sporche di cioccolato e vide la sua immagine... bella bionda e riconobbe che il suo sguardo era diverso, più intenso, con la lingua si pulì il labbro sporco e i suoi ricordi andarono alle sue labbra sporche di sperma e la sua lingua che lo raccoglieva e se lo portava dentro la bocca... oddio pensò la fitta alla figa du immediata forte da farle stringere le cosce. Quando uscì, Alberto la stava già aspettando vicino all’uscita.
Ripassarono tra i camion. L’autocisterna era ancora lì. Il biondo era salito in cabina, la portiera aperta. Stava seduto di traverso, le gambe divaricate, e quando li vide arrivare il suo sguardo si piantò di nuovo su Annabella. Sfacciato. Lento. Come se già la spogliasse. Lei sentì quegli occhi addosso, caldi e diretti, e strinse forte la mano di Alberto.
Lui ricambiò la stretta e, fermarsi, le sussurrò all’orecchio mentre camminavano:
«Dimmi la verità. Vorresti salire in cabina da quel porco, vero?»
Annabella deglutì. Le guance le si scaldarono di colpo.
«Oddio, amore… sì. Come vorrei che mi sbatta come una puttana di strada. Lì dentro, con l’odore di gasolio e di sudore, che mi usi venendomi dentro… Oddio, sei un mostro. Ormai mi capisci al volo.» Strinse ancora di più la sua mano. «Andiamo, ti prego. Non vedo l’ora di arrivare. Ho voglia di andare in camera e fare l’amore con te… anche se mi fa male ovunque. Voglio sentirmi la tua puttana. La tua troia. La tua donna, cornuto.»
Salirono in macchina. Alberto la guardò negli occhi, lento, e posò la mano sulla coscia nuda. Poi scivolò più in basso, sotto l’orlo della gonna, fino alle mutandine. Le dita la toccarono con delicatezza, attraverso il tessuto già umido. Sentì subito quanto era bagnata. Le grandi labbra, più gonfie del solito, ancora sensibili e allargate dai trattamenti rudi della sera prima, da tutti quei cazzi che l’avevano aperta e riempita. Nonostante il dolore residuo, Annabella gemette piano, le cosce che si aprirono appena di più contro la sua mano.
Alberto le accarezzò ancora un poco, sentendo il calore e l’umidità, e parlò a voce bassa, rauca:
«Annabella… sei diventata la regina delle troie. E io sono tuo marito cornuto fino al midollo. Felice. Felice di sentirti così bagnata solo per lo sguardo di quel porco. Oddio… come sono eccitato. Non vedo l’ora di fare l’amore con la mia mogliettina troia.»
Avviò il motore. La mano restò ancora un momento tra le sue cosce, poi tornò sul cambio. Annabella si lasciò andare contro il sedile, gli occhi socchiusi, e il desiderio di arrivare divenne quasi fisico. Ogni chilometro li avvicinava a una camera dove, per qualche giorno, sarebbero stati solo loro due.
Arrivano a destinazione nel tardo pomeriggio.
L’hotel delle Terme di Dxxxxx è bello, silenzioso, avvolto dalle montagne. Solito rito della registrazione alla reception, e via in camera. La camera è ampia, con vista sulle cime. Quando la porta si chiude alle loro spalle, per la prima volta davvero lontani da tutto.
Entrambi sotto la doccia.
L’acqua calda scorre sui corpi. Si baciano a lungo, lenti, cercandosi. Poi Annabella si stacca appena e gli confessa, la voce bassa contro il suo collo:
«Amore… gli sguardi degli uomini mi eccitano. Prima non ci facevo caso, o li ignoravo. Ora no. All’autogrill c’era quel camionista dell’Est… grosso, con due spalle enormi. Quando gli siamo passati vicino mi ha seguita con lo sguardo. Ha cambiato espressione. E si è messo una mano sul pacco. Io… mi sono bagnata. Sto diventando una vera puttana ninfomane. Alberto, sono malata. Aiutami. Anche se ho la figa distrutta… fammi godere. Ti prego.»
Alberto non risponde con parole.
La tinne stretta sotto l’acqua e cominciò a toccarla con estrema delicatezza. Le dita le accarezzano il clitoride piano, lentissime, quasi senza pressione. Le sussurra all’orecchio porcherie basse, intime, fatte apposta per lei:
«Sei la mia puttana… la mia ninfomane… ti eccitano gli sguardi degli altri heee! Ma poi torni da me… avrei voluto che tu entrassi in quella cabina del cammion... avrei voluto che la porta si chiudesse e che lui ti montasse come una puttana siiiiiiiiiiii! Io ti aspettavo giù eccitato e quando la porta si riapriva ti avrei aiutata a scendere... piena di lui con la tua figa che grondava il suo sperma... mmm non resisto! ti voglio adesso… vieni per me… vieni per il tuo cornuto... godi amore al pensiero di salire in quella cabina e lui che ti monta come una Puttana raccolta per strada... la mia splendida Puttana!»
Annabella con la testa buttata indietro chiude gli occhi ed a quelle immagini descritte dal suo cornuto... viene.
Un orgasmo forte, liberatorio, che le fa tremare le gambe e le strappa un gemito lungo. Si abbandona contro di lui e si abbracciano ancora più stretti sotto l’acqua calda, come se volessero fondersi.
Poi escono, si asciugano appena e vanno sul letto.
Annabella si mette subito a pecorina. Inarca la schiena, apre le natiche con le mani e guarda Alberto da sopra la spalla.
«La figa mi fa troppo male… montami nel culo ti voglio! Cornuto monta la tua Vacca. Voglio sentirti, ti voglio dentro.»
Alberto si posiziona dietro di lei.
È già duro. Entra piano, con cura, rispettando il dolore ancora presente. Ma una volta dentro, mentre la prende con spinte lente e profonde, la mente gli si riempie di tutte le immagini più sporche e depravate: i ragazzi del capannone, Osvaldo, Omar, gli sguardi dell’autogrill, le proposte dei messaggi. Immagina sua moglie usata, riempita, umiliata… e proprio quelle immagini lo fanno godere di più. Accelera, la fotte senza riguardo, le tiene i fianchi e dopo una monta breve ma intensa, viene dentro di lei con un gemito basso, lungo, quasi grato. Annabella trema e geme ancora quando sente il suo sperma scaldarle l'intestino...
Restano uniti ancora qualche minuto.
Poi si lasciano scivolare di lato, sempre abbracciati. Fuori le montagne sono già in ombra. Dentro la camera c’è solo il loro respiro e la consapevolezza di essersi scelti di nuovo, anche in mezzo a tutta quella fame.

Quella sera cenarono in camera.
Volevano stare solo loro.
Quando arrivò il carrello, fu Alberto ad aprire. Indossava soltanto un asciugamano bianco allacciato ai fianchi. Annabella, distesa sul letto nuda, lo guardava dalla stanza. Lo vedeva parlare con la cameriera, una ragazza giovane, africana, pelle d’ebano liscia, capelli ricci raccolti in una coda alta, sorriso bianco e calmo.
Mentre Alberto allungava la mancia, le loro mani si sfiorarono un secondo di troppo. Si guardarono negli occhi. Lei gli sorrise.
Annabella sentì un brivido netto di gelosia.
Il suo Alberto che toccava un’altra donna. Bella. Giovane. Nera.
E un pensiero le balzò in testa, improvviso e tagliente:
Se ora lui mi concede tutta questa libertà… di farmi scopare da chiunque… poi vorrà anche lui la libertà di accoppiarsi con altre donne?
Il ruolo di cornuta le andava stretto. Alberto era solo suo.
Alberto prese il carrello e lo spinse vicino al letto. Si sedettero a cenare nudi. Il suo cazzo era già un poco duro, nonostante lei glielo avesse svuotato solo un’ora prima, in doccia.
Il pensiero pungente non la lasciava.
Si è eccitato per quella bella ragazza nera con tutti quei ricci?
Non riuscì a tacere.
«Amore… che bella ragazza, vero?»
Alberto alzò lo sguardo dal piatto e annuì, sincero.
«Sì. Una gran figa.»
Annabella lo punzecchiò, la voce leggera ma con un filo di tensione sotto:
«Ti piacerebbe scopartela?»
Lui capì subito il gioco. Sorrise di lato, le prese la mano e se la portò alle labbra.
«Amore… ho già te da tenere a bada. E da essere il tuo marito cornuto. Non avrei la forza di pensare a un’altra. Davvero.»
Annabella sorrise. Si tranquillizzò.
Ma i suoi sensi, ormai, stavano attenti a ogni segnale.

La mattina dopo scoprono le terme.
L’acqua termale è calda, leggermente solforosa, e le vasche all’aperto sono avvolte dal panorama delle montagne. Annabella indossa un bikini striminzito, quasi indecente: due pezzi neri che esaltano il seno, i fianchi stretti e il culo sodo. Nonostante i dolori ancora presenti, è bellissima. La pelle chiara, qualche piccolo ematoma si vede e si può intuire cosa ha fatto... i capelli biondi sciolti, gli occhi azzurri luminosi. Cammina con naturalezza, e Alberto resta sempre al suo fianco, protettivo e consapevole.
Poi arriva lui.
Un uomo sui sessantacinque anni, alto, grosso, con una pancia prominente e una faccia da maiale: mascella larga, naso carnoso, occhi piccoli e lucidi. È accompagnato da una ragazza molto più giovane, una ventenne con la faccetta da porcellina, capelli a caschetto, labbra gonfie da pompinara e un seno rifatto esagerato per la sua corporatura. Sicuramente una “segretaria” di quelle particolari.
Il vecchio nota Annabella quasi subito.
Lo sguardo le si appiccica addosso e non la molla più. Più la guarda, più si invaghisce in modo palese, grezzo. Annabella se ne accorge all’istante. Si volta appena verso Alberto e gli mormora, a voce bassissima:
«Quello… mi sta mangiando con gli occhi.»
Comincia un gioco sottile.
Sguardi. Ammiccamenti a distanza. Il vecchio non è discreto: ogni volta che Annabella esce dall’acqua o si sistema il bikini, i suoi occhi scendono sul seno, sul ventre, tra le cosce. A un certo punto, senza alcun pudore, si sistema gli slip e mette in evidenza una grande proboscide già semi-dura che preme contro il tessuto bagnato. Grosso. Gonfio. Evidente.
Annabella prova a ignorarlo.
Ma non ci riesce. La figa, che da ore non pulsava più di voglia ma solo di dolore, ricomincia a dare segni di vita. Pulsazioni nette, calde. Si bagna. Il pensiero le arriva netto e senza filtri: vorrebbe farsi montare da quell’uomo imponente e dall'aspetto dominante, dallo sguardo sfrontato. Vuole quel grosso cazzo dentro di sé. Vuole sentire il peso di quel corpo da maiale sopra di lei.
Non dice niente ad Alberto.
Non ancora. Cerca di distogliere lo sguardo, di concentrarsi sul marito, sull’acqua, sulle montagne. Ma ogni volta che il vecchio la guarda e si tocca appena la proboscide, un nuovo brivido le scende dritto tra le cosce.
La figa ormai pulsa troppo.
E Annabella sa che non riuscirà a fingere ancora a lungo.
La mattina, a parte quei turbamenti, trascorre piuttosto tranquilla.
Nuotano, restano in vasca, si scambiano sguardi complici. Poi arriva l’ora di pranzo.
Tornano in camera a cambiarsi.
Annabella si prepara con cura. Si mette una collana di coralli rossi e orecchini di corallo e oro. Sceglie un vestito blu elettrico, molto scollato, che le arriva sopra il ginocchio e lascia scoperte le spalle. Senza reggiseno. I seni, ancora sodi, muovono appena a ogni passo. Si guarda allo specchio e sorride: è splendida. I sandaletti con un tacco alto ma non eccessivo le fanno sculettare in modo naturale, quasi provocante.
Alberto le si avvicina da dietro, le posa le mani sui fianchi e le sussurra all’orecchio:
«Troia… oggi ti voglio senza mutandine.»
Lei ride piano, allegra, e obbedisce subito. Si toglie le mutandine e le lascia sul letto, felice di accontentarlo. Alberto la guarda e sente già il sangue scendere. Vedendola così bella, elegante, e sapendo che sotto il vestito è nuda, non riesce a non pensare di esibirla. Di farla desiderare da tutti, la sua natura cuckold sta esplodendo libera dentro di lui.
Scendono.
Annabella gli passa il braccio sotto il suo e camminano verso la sala da pranzo. L’effetto è immediato. Gli uomini li guardano. Alcuni con discrezione, altri in modo più palese. Gli occhi scendono sulla scollatura, sui fianchi che si muovono, sulle gambe. Alberto lo sente e ne prova un misto di orgoglio e di eccitazione torbida.
Entrano nella sala.
Il vecchio maiale della piscina è già seduto a un tavolo centrale, proprio di fronte all’ingresso. Non si è cambiato: indossa ancora l’accappatoio bianco aperto sul petto. Accanto a lui c’è la sua “segretaria”, direttamente in bikini e infradito, il seno rifatto esagerato in bella mostra. Quando vede Annabella, il porco sorride in modo vistoso, quasi volgare. Gli occhi le si piantano addosso e non la mollano più.
Il caso vuole che l’unico tavolo libero sia proprio quello di fianco al suo.
Il cameriere li accompagna.
Annabella e Alberto si siedono. Lei sistema il vestito, consapevole di essere nuda sotto, e alza appena lo sguardo. Il vecchio la sta ancora guardando. Le fa un leggero cenno di saluto con la testa, il sorriso sempre più largo. La ragazza al suo fianco nota lo scambio e fa una smorfia quasi divertita.
Annabella sente già il calore salirle tra le cosce.
La figa, nuda sotto il vestito, comincia a bagnarsi di nuovo. Alberto glielo legge in faccia. Le posa una mano sulla coscia, sotto il tavolo, e le stringe piano la carne nuda.
Il pranzo è appena iniziato.
E il gioco, evidentemente, anche.
Annabella si alza dal tavolo con un sorriso.
«Vado a prendermi qualcosa. Aspettami, amore… la borsetta resta qui.»
Alberto annuisce e la segue con lo sguardo mentre lei si allontana verso il bancone degli antipasti. Il vestito blu elettrico le ondeggia sui fianchi, il culmine del tessuto le segna le natiche a ogni passo, e il fatto che sia senza mutandine la rende ancora più provocante. Più di un uomo nella sala gira la testa.
Il vecchio non perde tempo.
Si sporge leggermente verso il tavolo di Alberto, l’accappatoio aperto sul petto peloso, e attacca bottone con una parlantina sciolta, da uomo abituato a ottenere quello che vuole.
«Mi scusi… siete arrivati oggi?»
Alberto si volta, un po’ colto di sorpresa.
«No,ieri sera.»
«Ah, non vi ho visto a cena ieri sera, una donna come sua moglie l'avrei notata...
Alberto con un groppo in gola alle parole del tipo risponde «Ieri sera abbiamo cenato in camera!»
Il tipo «Be con una moglie cosi l'avrei fatto anch'io... bellissimo. E come vi trovate? Io vengo qui ogni anno, sempre la stessa settimana. L’acqua fa miracoli, sa? Soprattutto se uno ha… certi acciacchi.»
Ride, una risata grossa, un po’ rauca. Poi aggiunge, già più diretto:
«Sua moglie… è davvero una meraviglia. Mi scusi la franchezza, ma è impossibile non notarla.»
Alberto sorride, un po’ imbarazzato, ma risponde con cortesia:
«Grazie… sì, Annabella mia moglie.»
Il vecchio alza le sopracciglia, fingendo sorpresa.
«E poi… una donna così… come dire… sembra quasi troppo bella per essere vera. Ha un modo di muoversi…»
Si interrompe un attimo, gli occhi che seguono ancora Annabella al bancone, poi torna su Alberto con un sorriso più sfrontato.
«Scusi se esagero, ma ha un corpo da far perdere la testa. E quella scollatura… mamma mia. Lei è un uomo fortunato. O forse… un uomo che sa apprezzare le cose belle e sa anche farle apprezzare.»
Alberto sente il calore salirgli al viso.
Risponde con un mezzo sorriso, la voce un po’ più bassa:
«Sì… ha ragione, è molto bella.»
Il vecchio non molla. Anzi, alza il tiro.
«Bella è dir poco. Guardi come la guardano tutti qui dentro. Io per primo, lo ammetto. Se fosse sola… beh, non le nascondo che ci proverei. Ma visto che è con lei… mi dica la verità: lei è del tipo geloso… o del tipo che gli piace vedere la propria donna desiderata?»
Alberto resta un secondo in silenzio.
L’imbarazzo è evidente, ma sotto c’è anche quel brivido ormai familiare. Risponde con un filo di voce, quasi come se non volesse farsi sentire troppo:
«Dipende… da come lo si intende.»
Il vecchio ride di nuovo, soddisfatto, e si passa una mano sulla pancia.
«Ah, capisco… capisco benissimo. Allora siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Sa, io ho sempre pensato che una donna così non andrebbe tenuta chiusa. Andrebbe… condivisa. Nel senso buono, ovviamente.»
Alberto abbassa lo sguardo un momento, poi lo rialza.
Annabella sta tornando verso il tavolo con il piatto in mano. Il vecchio se ne accorge e abbassa appena il tono, ma lo sguardo resta carico:
«Sua moglie sta tornando. Se mai le va di continuare questa chiacchierata… io e la mia amica siamo qui tutta la settimana. Magari dopo cena, al bar. O dove preferisce.»
Alberto non risponde.
Si limita a un cenno di testa, il cuore che batte un po’ più forte, mentre Annabella si risiede al suo fianco, ignara di quanto la conversazione sia già diventata esplicita.
Alberto si alza a sua volta.
«Vado a prendermi qualcosa anch’io. Torno subito.»
Annabella annuisce e resta seduta.
Il vestito blu elettrico le scivola appena più in alto sulle cosce quando si sistema meglio sulla sedia. Sa di essere nuda sotto. Lo sente.
Il vecchio non aspetta neanche che Alberto sia a metà sala.
Si sporge verso di lei con un sorriso largo, gli occhi già bassi sulla scollatura.
«Signora mi permetta. Suo marito mi ha appena detto che siete arrivati anche voi ieri sera. Roberto, per servirla.»
Annabella gli restituisce un sorriso educato, ma già percepisce la direzione.
«Piacere. Annabella.»
Roberto non perde tempo.
La voce diventa più bassa, più confidenziale, e le parole più sfacciate.
«Annabella… che bel nome. Sa, prima stavo parlando con suo marito. Le confesso che non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Quel vestito… quella scollatura… e il modo in cui cammina. Sembra quasi che lo faccia apposta.»
Lei tiene lo sguardo calmo, ma sotto il tavolo stringe leggermente le cosce.
La figa, nuda, comincia già a bagnarsi.
«Lei esagera» risponde, cercando di restare leggera.
«No, non esagero. Guardi…»
Si sistema l’accappatoio senza alcun pudore, mettendo ancora più in evidenza il rigonfiamento anormale tra le gambe. «Da quando l’ho vista in piscina questa mattina non mi è più calato. E adesso, vestita così… è ancora peggio. Suo marito è un uomo fortunato. O forse… un uomo generoso?»
Annabella deglutisce.
Capisce perfettamente dove vuole arrivare. L’uomo non sta più neanche fingendo. La sta provocando apertamente, e ogni parola le arriva dritta tra le cosce. Si sente già umida. Il tessuto del vestito le sfiora la figa nuda e le ricorda quanto sia esposta.
Roberto continua, ancora più diretto:
«Le confesso una cosa. Se fossi suo marito – dico… se fossi al posto di suo marito – una donna come lei non la terrei solo per me. La farei guardare. La farei desiderare. Magari… anche toccare. Lei mi sembra il tipo che saprebbe apprezzare certe attenzioni. Sbaglio?»
Annabella sente il calore salirle al viso e, più in basso, un nuovo filo caldo scenderle lungo l’interno coscia.
Non risponde subito. Si limita a guardarlo, le labbra appena socchiuse, e il vecchio legge tutto nel suo silenzio.
Sorridendo ancora più soddisfatto, vede lo sguardo di Annabella raggiungere il suo cazzo semi duro e aggiunge a voce bassissima:
«Se mai le va di continuare questa conversazione in privato… io e la mia amica siamo nella suite 214. Suo marito è invitato, ovviamente. Anzi… specialmente lui.»
Annabella abbassa lo sguardo un attimo sul piatto, poi lo rialza.
La figa ormai è un disastro. Bagnata, pulsante, e lui lo sa.
Il pranzo prosegue.
Roberto non smette di guardare Annabella. Ogni volta che lei alza gli occhi lo trova già con il sorriso pronto, insistente, quasi possessivo. La sua amichetta – che si presenta come Chiara – sorride e sta al gioco con naturalezza. Sa esattamente dove il suo accompagnatore vuole arrivare. È abituata. Lui la usa sia per il proprio piacere sia come specchietto per le allodole: mariti che, attratti dalla ragazza giovane e formosa, finiscono per cedere la propria moglie ai desideri del porco.
A un certo punto Roberto alza il bicchiere di vino bianco e propone, a voce abbastanza alta da farsi sentire al tavolo vicino:
«Un brindisi, se permettete. Agli sposini… e alla bellezza delle donne. Specialmente quando è così… generosa.»
Chiara ride piano e alza il suo bicchiere.
Annabella e Alberto, un po’ imbarazzati ma già presi nel meccanismo, ricambiano. I bicchieri si toccano a mezz’aria.
Poi arriva il momento dei primi.
Annabella si alza di nuovo per andare a servirsi. Il vestito blu elettrico le ondeggia sui fianchi nudi sotto il tessuto, e più di uno sguardo la segue.
Roberto non perde l’occasione.
Si sporge verso Alberto non appena lei si allontana e attacca di nuovo, questa volta con un tono più confidenziale e pieno di sé.
«Mi scusi se non mi sono presentato bene prima. Roberto Brambilla, di Milano. Commendatore. Ho una piccola catena di negozi di abbigliamento… abbastanza conosciuta in Lombardia, sa. Vengo qui ogni anno per staccare.»
Alberto annuisce, cortese ma già sulla difensiva.
«Piacere.»
Roberto continua, senza giri di parole:
«Sua moglie è… deliziosa. E uso la parola nel senso più completo. Non solo bella. Ha qualcosa di… disponibile nello sguardo. Quel modo di muoversi, di guardare. Io me ne intendo, crederà. E Chiara qui presente… beh, lei sa quanto mi piacciano le donne che non hanno paura di certi giochi.»
Chiara, al suo fianco, sorride e conferma con un cenno del capo, quasi orgogliosa del ruolo che ricopre.
Roberto abbassa appena la voce, ma resta sfrontato:
«Le confesso che da quando l’ho vista in piscina questa mattina non penso ad altro. E adesso, vestita così… senza reggiseno, se non erro… e con quel culmine del vestito che le segna tutto… è una tentazione continua. Lei è un uomo fortunato. O forse, come le dicevo prima, un uomo che sa apprezzare certe… aperture.»
Alberto sente di nuovo il calore salirgli al viso.
Risponde con un filo di imbarazzo, ma senza tagliare corto:
«Lei è molto diretto, signor Brambilla.»
«Roberto, la prego. E sì, sono diretto. Alla mia età non ho più tempo per i giri di parole. Una donna come la sua… meriterebbe di essere goduta appieno. Da più di una persona, se me lo permette. E io sarei onorato di… contribuire.»
In quel momento Annabella sta tornando con il piatto di pasta in mano.
Roberto se ne accorge e si ritrae appena, ma gli lascia un ultimo sorriso carico di significato prima di rivolgersi di nuovo alla sua Chiara, come se niente fosse.
Alberto resta un attimo in silenzio, il cuore che batte più forte, mentre sua moglie si risiede al suo fianco, ignara di quanto la conversazione sia diventata esplicita in sua assenza.
Alberto si alza di nuovo.
«Vado a prendermi il secondo. Torno subito.»
Lascia Annabella sola al tavolo, proprio di fianco a Roberto e a Chiara. Mentre si allontana sente già la gelosia mescolarsi all’eccitazione. L’idea che quel maiale stia per provarci apertamente con sua moglie gli fa pulsare il cazzo nei pantaloni. Non si volta, ma ascolta con la coda dell’orecchio.
Roberto non aspetta neanche un secondo.
Si sporge verso Annabella, l’accappatoio aperto, e le parla a voce bassa ma chiara, senza più alcun filtro:
«Allora, Annabella… adesso che siamo un po’ più soli. Suo marito mi sembra un uomo intelligente. E generoso. Lei invece… lei ha lo sguardo di una donna che sa quello che vuole. E da come mi ha guardato prima, credo di aver capito cosa vuole.»
Annabella sente subito il calore tra le cosce.
La figa nuda sotto il vestito si bagna di nuovo. Risponde con un mezzo sorriso, cercando di restare composta:
«Lei è molto sicuro di sé, Roberto.»
«Alla mia età o sei sicuro o sei morto» ride lui. Poi abbassa ancora la voce. «Le confesso che da questa mattina in piscina non penso ad altro che a montarla. A sentirla gemere sotto di me. Ha un culo… e un seno… fatti apposta per essere presi con forza. E quelle labbra… sembrano fatte per essere riempite.»
Chiara, al suo fianco, scoppia a ridere.
Una risatina acuta, da ochetta, e si porta una mano davanti alla bocca.
«Robertoooo… sei incorreggibile!» dice, ma gli occhi brillano. È chiaramente abituata. Anzi, si diverte.
Roberto continua, ancora più esplicito:
«Suo marito mi ha detto che dipende da come uno intende certe cose. Io le intendo così: io la monto. Lei gode. Lui guarda. O partecipa. O si fa spompinare da Chiara, se gli va. Lei è abituata, sa? È brava. Molto brava. E io… io sono grosso. Più di quello che sembra.»
Per sottolineare, si sistema di nuovo l’accappatoio e lascia che la proboscide già semi-dura prema chiaramente contro il tessuto.
Annabella deglutisce.
Le labbra le si schiudono appena. Sotto il tavolo le cosce si stringono, ma è inutile: è già fradicia.
«Lei… non le manca certo la faccia tosta» riesce a dire, la voce un po’ più roca.
Roberto sorride soddisfatto.
«La faccia tosta me la posso permettere. E lei, da come sta respirando adesso, non sembra poi così offesa. Anzi. Scommetto che sotto quel vestitino blu è già tutta bagnata. Sbaglio, Annabella?»
Chiara ride di nuovo, più forte, e dà una gomitata leggera a Roberto.
«Sei un porco… ma ha ragione, guarda come è diventata rossa!»
Annabella non risponde.
Si limita a tenere lo sguardo su di lui, le guance calde, e Roberto legge tutto. Abbassa ancora la voce, quasi un sussurro sporco:
«Suite 214. Dopo cena. Porti pure suo marito. Io la voglio. E da come mi guarda… lei vuole essere presa.»
In quel momento Alberto sta tornando con il piatto in mano.
Roberto si ritrae appena, ma il sorriso resta stampato in faccia. Annabella abbassa gli occhi sul tovagliolo, consapevole che il marito sta per sedersi di nuovo al suo fianco… e che la sua figa nuda sta colando sul sedile della sedia.
Annabella è annichilita.
La voglia ormai le è stampata in faccia quanto l’imbarazzo totale. Le guance bruciano, il respiro è corto, e sotto il vestito blu elettrico la figa nuda cola senza più controllo. Essere giudicata così apertamente – una vera puttana, una donna che si bagna solo a sentirsi parlare in quel modo – la eccita in modo vergognoso. Ma allo stesso tempo prova un senso di stordimento: come è possibile che anche qui, così lontano da casa, l’eco delle sue porcherie sia arrivato? Come se qualcosa in lei ormai trasudasse, impossibile da nascondere.
Quando arriva il momento dei dolci, coglie l’occasione per fuggire.
Si alza di scatto.
Il vestitino blu elettrico, aderente sui fianchi, rivela subito tutto: all’altezza del culo, proprio al centro, c’è una macchia scura, umida, inconfondibile. I succhi della sua figa hanno bagnato il tessuto. È palese.
Roberto lo nota all’istante.
Scoppia in una risata bassa, volgare, e dà una gomitata ad Alberto, indicando con il mento il sedere di Annabella mentre lei si allontana verso il bancone.
«Guardi là, suo moglie… guardi che bella macchia. Si è bagnata tutta. Solo a sentirsi parlare. Che puttanella… e pensa che stiamo solo chiacchierando. Immagini stasera.»
Chiara ride con quella risatina da ochetta e commenta:
«Mamma mia, Roberto, hai ragione… si vede tutto!»
Alberto resta inchiodato sulla sedia.
Offeso. Umiliato. Eppure il cazzo gli si indurisce di colpo. Il pensiero della sua delicata moglie – quella che insegna lettere, che va a messa, che fino a poco tempo prima sembrava la più composta delle donne – montata da quel gigante con la pancia e il cazzo enorme, mentre il vestito le resta appiccicato al culo bagnato, lo eccita in modo così palese che non riesce a nasconderlo. Si sistema i pantaloni senza successo, le guance in fiamme.
Roberto se ne accorge e sorride ancora più soddisfatto, quasi paternalistico:
«Ecco… vede? Non c’è bisogno di spiegarsi. Sua moglie è già pronta. E lei pure, a quanto pare.»
Annabella, al bancone dei dolci, finge di scegliere una mousse.
Non sa che la macchia sul vestito l’ha tradita. Non sa che in quel momento suo marito sta venendo classificato apertamente come il cornuto consapevole, e che il maiale sta già assaporando la vittoria.
Roberto non perde altro tempo.
Ormai i ruoli sono chiari e lui lo sa. Prima che Annabella torni dal bancone dei dolci, si sporge verso Alberto e gli parla a voce bassa, ma netta, da uomo abituato a concludere.
«Allora, senta… le do quattro possibilità. Chiare e semplici.
Prima: questa sera manda sua moglie da noi in camera. Lei resta nella vostra e aspetta. Io me la godo come merita, e domani mattina gliela restituisco felice e piena...
Seconda: viene anche lei. Guarda solamente. Si siede in un angolo e se la gode con gli occhi mentre io monto sua moglie. Se nel frattempo vuole… Chiara ha una boccuccia bravissima. Può aiutarla a passare meglio la serata.
Terza: manda la mogliettina da me per tutta la notte. Io me la tengo fino al mattino. E Chiara viene da lei. È a completa sua disposizione. Tutta la notte. E soprattutto ubbidisce ad ogni ordine che lei desidera.
Quarta… beh, la quarta è che mi dice di no e ci salutiamo da bravi conoscenti. Ma da come sta respirando, e da come sua moglie si è bagnata il vestito… non credo sia questa l’opzione che vi interessa.»
Poi si volta verso Chiara e le passa una mano possessiva sulla coscia.
«Che dici, Chiaretta mia? Ti piacerebbe tenere compagnia al maritino cornuto stasera? Fargli sentire quanto sei brava mentre io mi occupo della sua bella moglie?»
Chiara ride di nuovo, quella risatina acuta da ochetta, e annuisce senza esitazione.
«Certo, Roberto. Se lui vuole… sono tutta sua. Sono abituata. Anzi, Alberto mi piace proprio!»
Roberto torna a guardare Alberto, il sorriso da maiale ancora più soddisfatto.
«Allora? Ha sentito le possibilità. Sua moglie sta tornando. Decida prima che si risieda. O dopo, se preferisce pensarci… ma non troppo a lungo. Io non sono tipo da aspettare.»
Alberto resta in silenzio, il cuore che martella, il cazzo duro contro i pantaloni, mentre Annabella si avvicina di nuovo al tavolo con la mousse in mano, ancora ignara di quanto i giochi siano già arrivati a quel punto.
Annabella si risiede.
Posa la mousse sul tavolo e alza gli occhi su Alberto. Lui la fissa dritto negli occhi, il viso teso, e senza preamboli le riferisce parola per parola quello che Roberto gli ha appena proposto.
«Ci ha dato quattro possibilità.
Uno: stasera ti mando da loro in camera e io resto da solo ad aspettarti.
Due: vengo anch’io. Guardo solamente. E se voglio, Chiara… mi aiuta con la bocca mentre lui ti monta.
Tre: ti mando da lui per tutta la notte. Lui ti tiene fino al mattino e Chiara viene da me, a mia completa disposizione.
Quattro: diciamo di no e finisce qui.»
Fa una pausa, la voce bassa, quasi roca.
«La decisione… la passo a te.»
Annabella resta in silenzio qualche secondo.
Sotto il tavolo le cosce sono strette, la macchia sul vestito ancora umida. Sente lo sguardo di Roberto addosso, prepotente, e quello di Chiara che sorride come un’ochetta consapevole. Il cuore le batte forte. La figa cola. Ma più di tutto sente gli occhi di Alberto fissi nei suoi.
Sa già cosa vuole.
Non vuole essere mandata via da sola.
Non vuole che Alberto resti fuori.
Vuole che lui sia presente. Che guardi. Che viva con lei anche questa caduta. E l’idea che Chiara possa tenerlo occupato mentre lei viene presa dal maiale la eccita in un modo sporco e inpreciso.
Allunga una mano sotto il tavolo, cerca quella di Alberto e la stringe forte. Poi, a voce bassa ma chiara, risponde:
«La seconda. Vieni con me. Guardi. E se ti va… lasciala fare. Voglio che tu sia lì. Voglio vederti mentre lui mi usa. Altrimenti non lo faccio.»
Alberto chiude gli occhi un attimo, poi li riapre.
Il sollievo e l’eccitazione gli si mescolano in faccia. Stringe la mano di lei e annuisce.
Roberto, che ha seguito tutto con attenzione, sorride largo, soddisfatto.
«Ottima scelta» commenta. «Suite 214. Dopo cena. Non fate tardi.»
Chiara ride piano e alza il bicchiere in un mezzo brindisi privato.
Annabella tiene ancora la mano di Alberto.
Ha deciso. E questa volta, anche nella sporcizia, l’ha fatto tenendolo con sé.
Roberto alza di nuovo il bicchiere, questa volta con un sorriso da vincitore.
«Allora… un brindisi. All’accordo. A stasera. E alle belle cose che sapremo darci.»
Chiara ride e alza il suo.
Annabella e Alberto, dopo un attimo di esitazione, ricambiano. I quattro bicchieri si toccano con un lieve tintinnio. L’accordo è sancito.
Roberto si alza, sistema l’accappatoio e dà un colpetto possessivo sulla spalla di Chiara.
«Dai, puttanella. Andiamo in camera. Mi devo riposare un po’… e tu mi devi massaggiare. Bene. Per prepararmi a stasera. Lasciamo soli i ragazzi. Devono godersi il momento.»
Chiara si alza obbediente, ancora in bikini e infradito, e gli passa il braccio sotto il suo. Prima di allontanarsi lancia un ultimo sguardo divertito ad Alberto e Annabella, quasi un saluto complice, poi i due spariscono verso l’ascensore.
Restano soli.
Il silenzio al tavolo è improvviso e pesante.
Annabella e Alberto si guardano. Sono perplessi. Eccitati. Tormentati. La gelosia, la rabbia, la passione e il desiderio si rincorrono sotto la pelle senza trovare un ordine preciso. Lei ha ancora la mano di lui stretta sotto il tavolo. Lui non la lascia andare. Anzi, la stringe di più.
Nessuno dei due parla per lunghi secondi.
Fuori dalla sala le voci degli altri ospiti continuano indifferenti. Dentro di loro, invece, tutto è già cambiato.
Annabella alla fine sussurra, la voce bassa:
«L’abbiamo fatto. Abbiamo detto di sì.»
Alberto annuisce, lo sguardo scuro, il cazzo ancora duro nei pantaloni.
«Sì. L’abbiamo fatto.»
Si stringono le mani ancora più forte.
Gelosia. Rabbia. Passione. Desiderio.
Tutto insieme. E nessuno dei due lascia andare l’altro.
Annabella ha la figa che vola.
Non riesce più a stare ferma. Ha bisogno che Alberto la faccia sua prima di questa sera, ha bisogno di sentirsi sua in modo totale. Ma sa anche che devono calmarsi, almeno un poco. Così, mentre escono dalla sala da pranzo, gli propone a voce bassa:
«Facciamoci una camminata nel parco. Solo noi due. Adesso.»
Alberto accetta senza esitare.
Il parco dell’hotel è silenzioso, solcato da un sentiero tortuoso tra alberi secolari. Camminano mano nella mano. L’aria è fresca, l’odore di resina e terra umida. Dopo qualche minuto Annabella parla, la voce un po’ tremante:
«Alberto… lo so che pensi che sia troppo troia… troppo puttana. Non ho resistito. Perdonami.»
Lui scuote la testa e minimizza, restando nel gioco.
«Non c’è niente da perdonare.»
A un certo punto, in un angolo nascosto tra due grandi alberi, la tira a sé. Le appoggia la patta dei calzoni contro il ventre e le fa sentire quanto è duro.
«Annabella… sono un porco anch’io. Questo mi ha eccitato troppo anche me. Ti voglio. E voglio vederti mentre ti monta. Come giudichi un marito così?»
Lei sorride, gli occhi lucidi.
«Un cornuto? O meglio… un cuckold?»
Ride piano, poi diventa seria, la voce carica di emozione.
«Ma cazzo, ti voglio così. Ti amo così. Sono così felice di questa nostra complicità. Ti desidero. E voglio che sia tu a offrirmi. Voglio come l’altra sera… che sia tu a spogliarmi per offrirmi al porco. Voglio sentire le tue mani tremanti che mi slacciano il vestito. Voglio vedere nei tuoi occhi il desiderio e il piacere di noi due… così uniti, così porci. Alberto, ti amoooo da impazzire.»
Quelle parole lo rincuorano.
Lo colpiscono dritto al centro. La bacia con forza, quasi con disperazione. Mentre la bacia, la mano gli scivola sotto la gonnellina e trova subito il lago tra le sue cosce. È fradicia. Le dita le entrano piano, poi più decise, e cominciano a muoversi con precisione. Il pollice le sfrega il clitoride mentre due dita le esplorano l’interno.
Annabella geme contro la sua bocca.
Si stringe a lui, le gambe che tremano, e viene in poco tempo. Un orgasmo forte, liberatorio, che le fa affondare le unghie nella sua schiena. Alberto la tiene stretta finché i tremiti non si calmano.
Restano abbracciati tra gli alberi, il respiro ancora corto.
Lei gli posa la fronte contro la sua e sussurra:
«Adesso… adesso mi sento un po’ più tua.»
Lui le bacia i capelli e risponde a bassa voce:
«Lo sei. Sempre. La sarai anche stasera e dopo.»
Annabella, ancora con le guance calde e gli occhi lucidi, prende Alberto per mano con un sorriso allegro e furtivo.
Lo tira verso un angolo ancora più nascosto, dove le siepi alte formano una piccola nicchia verde. Senza una parola si accuccia davanti a lui, gli apre i pantaloni e gli estrae il cazzo già duro.
Comincia a succhiarlo.
Si impegna al massimo. Labbra strette, lingua esperta, ritmo costante e profondo. Lo guarda ogni tanto dal basso, gli occhi azzurri pieni di complicità e di voglia. Alberto geme basso, le posa una mano sui capelli e si lascia andare. Dura a lungo, più del solito, ma lei non molla. Continua, paziente e affamata, fino a quando lui non ce la fa più.
Proprio mentre due pensionati passano al di là della siepe, Alberto viene.
Schizza in bocca ad Annabella con un gemito più forte, trattenuto a metà. Lei resta in ginocchio e lo beve tutto, deglutendo piano.
I due anziani si fermano un attimo, si guardano interrogativi. Hanno sentito chiaramente i gemiti.
Uno dei due alza le sopracciglia. L’altro scuote la testa con un mezzo sorriso.
Annabella si alza.
Ha ancora una colata di sperma evidente ai lati delle labbra. Si volta verso Alberto e lo bacia a lungo, passandogli un po’ del suo stesso sapore. Solo allora si accorge dei due pensionati che li osservano da oltre la siepe.
Invece di imbarazzarsi, ride.
Una risata sguaiata, libera, quasi di sfida, mentre lo sperma le cola ancora un poco sul mento.
I due vecchietti scoppiano a ridere a loro volta.
«Beata gioventù!» esclama uno. «Quella che non c’è più…»
L’altro annuisce, divertito, e i due riprendono a camminare scuotendo la testa.
Annabella si volta di nuovo verso Alberto, gli asciuga appena le labbra con il dorso della mano e gli sussurra, ancora ridendo:
«Adesso sì che mi sento più tua porco e cornuto.»
Alberto scuote la testa, mezzo incredulo e mezzo eccitato, e la bacia di nuovo tra le siepi.
Alberto la guarda ancora con le labbra lucide del suo stesso sperma e sorride, un sorriso sporco e tenero allo stesso tempo. Le accarezza il viso con il dorso della mano e le risponde a bassa voce, mentre sistemano i vestiti tra le siepi:
«Poi ora hai un metro di paragone fresco… quando quella troietta ti succhierà il cazzo potrai giudicare chi è più brava, no?»
Annabella ride piano, ancora un filo di sborra agli angoli della bocca, e gli dà un leggero schiaffetto sul petto.
«Sei un porco. Un cornuto porco. E ti amo da morire proprio per questo.»
Si sistemano in fretta.
Il sentiero è di nuovo deserto. I due pensionati sono già lontani. Annabella gli passa il braccio sotto il suo e riprendono a camminare verso l’hotel, ancora un po’ scossi, ancora eccitati, e ormai pienamente consapevoli di cosa li aspetta dopo cena nella suite 214.
Il pomeriggio è ancora lungo.
Ma la sera si sta già avvicinando
Il pomeriggio lo passano quasi interamente in spa.
Vanno da una stanza all’altra: sauna finlandese, bagno turco, vasche di acqua calda e fredda, zone relax. Restano sempre vicini, quasi sempre tenendosi per mano. Si cercano. Si vogliono. Sono allegri in un modo nuovo, più leggero e più carico allo stesso tempo. Si amano palesemente: baci furtivi, carezze sotto gli accappatoi, sguardi lunghi. Chi li vede li scambia per una coppia qualsiasi in vacanza, innamorata e un po’ maliziosa.
Verso sera fanno un aperitivo al bar dell’hotel.
Un prosecco, qualche stuzzichino. Annabella ha ancora il vestito blu elettrico ormai asciugato, e sotto è di nuovo senza mutandine, come Alberto le ha chiesto. Ogni tanto lui le sfiora la coscia sotto il tavolino e lei gli sorride.
Poi arriva l’ora della cena.

Per info o commenti: Impotente@proton.me
scritto il
2026-08-03
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