Il bacio nel bagno 3

di
genere
corna

Di: impotente@proton.me

Lei rideva come una ragazzina: bella e un po’ spaventata.
Appena si rese conto di avermi lasciato così, a metà, mi si avvicinò e mi baciò.
«Tesoro… scusami.»
Mi prese il sesso in mano e lo accarezzò con delicatezza, poi lo prese in bocca, seduta di fianco a me. Il pompino fu intenso, lento e profondo, fino a quando non le venni tra le labbra.
Si girò verso di me, aprì la bocca e mi mostrò lo sperma con un gesto teatrale, quasi da attrice esperta. Poi, sorridendo, deglutì.
Che maiala, pensai.
Mi leccò con cura, risucchiò ogni residuo, e si avvicinò al mio viso.
«Porco… baciami ora, se hai il coraggio.»
La baciai. Ci baciammo a lungo, profondamente.
Fu bellissimo.

Fu felice di quel bacio sporco. Mi sorrise e disse:
«Ma mi hai baciata così… sporca. Che porco che sei. Mio marito non l’avrebbe mai fatto, giuro.»
Io risposi:
«Mia bella Lella… sapessi quanto di peggio ho fatto.»
Lei, curiosa come una scimmia, insistette:
«Voglio che mi racconti, porco.»
«Dai… prima o poi ti racconterò. Ma ora sistemiamo questo casino.»
Lei guardò intorno, un po’ smarrita.
«E adesso che facciamo? Non so da dove iniziare.»
«Prendi della carta igienica, asciughiamo un po’. Poi laviamo con acqua e un po’ di ammoniaca per togliere l’odore. Di nuovo carta, e infine il phon. Mezz’ora e non si capisce più niente.»
Rise e obbedì. Seguì le mie istruzioni con una sorta di solerzia allegra, e in breve tempo risolvemmo il pasticcio.
Poi ci lavammo e ci rendemmo di nuovo quasi presentabili.
Tra di noi, però, era nata qualcosa di nuovo: un’allegria leggera e, soprattutto, un’intima complicità.

Dopo aver cercato di rimediare, tamponammo con carta igienica i suoi schizzi, l’urina e tutto il resto. Poi lavammo con acqua e un filo di ammoniaca sia il tappeto sia il divano. Alla fine ripresero un aspetto quasi normale, come se qualcuno ci avesse rovesciato del caffè e avesse tentato, goffamente, di ripulire. Lella accettò quella scusa, nel caso il marito se ne fosse accorto e avesse chiesto spiegazioni. Io, intanto, con il phon cercai di far asciugare il più possibile l’umidità dei tessuti.
Quando tutto sembrò di nuovo decoroso, ci concedemmo un attimo di quiete. Mi sedetti su una poltrona di pelle e lei mi si sdraiò in braccio. Ci baciammo piano, mentre le mani si stringevano l’una all’altra con una tenerezza quasi stanca.
In quel momento dolce, accoccolati, lei ricominciò a chiedermi di me.
«Chi sei davvero, Gianni? Perché sei single?»
Così incominciai a raccontarle la mia storia. Partii dalla prima volta.
Avevo quindici anni. Ogni estate i miei mi portavano per tre mesi dai parenti in Oltrepò pavese, nella casa di nonna. Lì, per un quarto d’anno, diventavo anch’io un contadino. Aiutavo nei campi, nella stalla delle vacche di mio zio, accudivo i cavalli e ne approfittavo per lunghe cavalcate tra i vigneti. Frequentavo i ragazzi e le ragazzine del posto. Erano estati spensierate, sempre in movimento. Quei lavori manuali, quei giochi di forza e di competizione – chi caricava più in fretta il fieno e la paglia – mi avevano forgiato il corpo. Io ero il più giovane del gruppo. Gli altri avevano tutti qualche anno in più. Quelle giornate rude e libere – biciclette, motorini, sere a cercare di limonare con le coetanee – mi avevano tolto dalla monotonia delle estati di città.
Il vero passaggio da ragazzino a uomo, però, avvenne una sera al ritorno da una festa paesana. Eravamo in cinque, stipati in una Cinquecento di un amico già ventenne: quattro maschi e una ragazza appena diciottenne, con gli ormoni a mille. Prima di arrivare a casa, lei – conosciuta da tutti come la “zoccolina” del gruppo – disse che voleva provare a fare sesso con tutti noi.
Io mi sentii improvvisamente agitato. Ero l’unico che non aveva ancora “pucciato il biscotto”.
Il mio amico, entusiasta, svoltò di botto in una stradina di campagna e ci portò in un posto noto, dove le coppiette andavano a fare l’amore.

Poiché Carlo non voleva usare la sua “macchina bella” come alcova, organizzammo un giaciglio di fortuna. Rompemmo una balla di erba medica e la spargemmo per terra. L’effetto fu strano e bello allo stesso tempo: il profumo dolce e secco del fieno, e lei che, illuminata solo dalle luci di posizione dell’auto, si tolse le mutandine. Era un invito nudo, diretto, quasi primitivo.
Carlo, il più grande e padrone della macchina, si arrogò il diritto di essere il primo. A quell’età non sapevamo nemmeno cosa fossero i preservativi. Tutto avvenne nel modo più grezzo e naturale possibile. Lei a gambe aperte, senza preliminari, senza baci, senza leccate. Lui si abbassò i calzoni e, con l’aria da bullo, la penetrò. Antonella lo accolse ridendo e guaiendo. Noi stavamo intorno, ammirati ed estatici, a guardare quel rapporto carnale così scoperto.
Carlo durò pochi minuti e le riempì la figa. Lei ebbe qualche gemito, ma solo più tardi, quando venne davvero, capii cosa fosse un orgasmo femminile.
Poi, per ordine di età, toccò a Sandrino. Era un ragazzetto mingherlino, ma il suo cazzo, quando lo vedemmo, era il più lungo di tutti: esile, sottile, proporzionato al suo corpo magro. Super eccitato, nonostante le vantate prestazioni, ci mise meno di un minuto. Antonella lo redarguì con un sorriso cattivo:
«Ma Sandro… tutto qui?»
Lui si alzò comunque tronfio, soddisfatto.
Seguì Peppinello: piccolo di statura, tarchiato. Le montò sopra, infilò l’arnese e in poco più tempo di Sandro riversò anche lui il suo sperma nella vagina calda di Anto.
Poi toccò a me.
Ero pieno d’emozione, quasi in panico. Avevo il cazzo duro come non mai, ma quando mi trovai davanti a lei con le cosce aperte e quel sorriso sfrontato, pronto a ricevermi, mi bloccai. Tutto andò a molle. Inerme.
Lei e gli altri cominciarono a schernirmi.
«Giannino, ma eri così duro… e adesso? Mica ti sei già sborrato addosso?»
Antonella, curiosa e presa dalla mia debacle, mi fece avvicinare.
«Ma Giannino… non dirmi che è la prima volta.»
«Sì», risposi.
Allora, con la figa che ancora colava lo sperma degli altri, si sedette e mi prese in mano. Solo il contatto con quella manina calda, mentre gli altri guardavano, fu come un unguento. Il cazzo tornò vigoroso. Lei, che di cazzi ne aveva provati tanti (anche di uomini molto più vecchi), sorrise e disse:
«Ma vedi, Giannino… non è mica male.»
Rincuorato, eppure ancora un po’ disgustato dall’idea di entrare dove erano già passati gli altri, la penetrati. La trovai completamente lubrificata dallo sperma di chi mi aveva preceduto. La scopai con forza, con un ritmo che mi venne naturale. Lei si godeva la mia monta. Io, a differenza dei precedenti, non venivo. Durai a lungo. Dopo qualche minuto cominciò a gemere davvero, a dimenarsi sotto di me come una tarantolata.
Per un attimo mi fermai, spaventato all’idea di farle male.
Lei mi fulminò:
«Ma che cazzo fai? Non fermarti!»
Ripresi con ancora più impegno. La scopai fino in fondo e lei venne urlando.
Quella sera, d’un colpo, imparai molte cose. Anche a far godere una donna con il cazzo.
Mentre raccontavo, Lella rideva piano. La sua mano, da un pezzo, trastullava il clitoride. Poi, d’improvviso, mi baciò con impeto.

Era un bacio di complicità vera.
Lei, sposata a un uomo importante, era lì fra le mie braccia dopo un rapporto intenso e liberatorio per entrambi. Stavamo chiacchierando, giocando a suon di aneddoti, come due persone che all’improvviso si sono tolte la maschera e hanno scoperto di potersi raccontare tutto.
Poi, d’un tratto,

Il nostro idillio fu interrotto dall’arrivo del geometra Vittorio. Venne a parlare con Lella di alcuni lavori che sarebbero dovuti iniziare il giorno dopo.
Colsi l’occasione e mi presentai come suo consulente per l’impianto fotovoltaico. Insieme facemmo il giro della proprietà, individuando le superfici più adatte e i punti di discesa. Il geometra annotò tutto con precisione.
Quando se ne andò, Lella volle mostrarmi la cascina ereditata dalla sua famiglia. Dovevamo mantenere un distacco formale, ma a un certo punto mi indicò una vecchia scala di legno.
«Sali.»
Salii, e lei mi seguì in silenzio.
Arrivammo in un fienile pieno di grandi rotoli di fieno. C’era solo un piccolo passaggio libero. Mi indicò un angolo, e la sua voce cambiò tono.
«È qui che ho perso la verginità.»
Mi raccontò. Aveva quindici anni. Lui, il figlio del fattore, sedici. Erano saliti insieme. Allora il fieno era sciolto, ammucchiatо in alto vicino al tetto. Da lì si affacciavano a guardare il recinto del toro. Il padre del ragazzo e un altro contadino accompagnavano le vacche in estro da Germano, un toro enorme, un campione. Osservavano la monta: il bestione che entrava nella vacca con una forza primitiva e la prendeva senza pietà.
Lei si era eccitata in un modo che non conosceva ancora. Il ragazzo aveva capito. Aveva cominciato a toccarla, a baciarla. Lei aveva chiuso gli occhi e si era lasciata fare, finché lui le aveva tolto le mutandine e le era salito sopra. Si era lasciata penetrare. A quell’età la sua intimità era già un lago. Era stata sverginata in pochi minuti, quasi come la monta di Germano. Lui le era venuto dentro. Per fortuna non era rimasta incinta.
Mentre parlava, i suoi occhi non erano più quelli di una donna di settantacinque anni. C’era dentro qualcosa di giovane, di ferito e di vivo allo stesso tempo. Quella confessione non era solo un racconto: era un’offerta. Mi stava mostrando il posto esatto in cui era diventata donna, e mi stava chiedendo, senza dirlo, di entrarci anch’io.
Mi avvicinai. L’abbracciai. La strinsi. La baciai con una lentezza quasi reverente.
La presi per i glutei e l’appoggiai a un balla di fieno. Tentai di penetrarla, ma la secchezza mi fermò. Le facevo male. Mi fermai subito. Mi inginocchiai e le leccai la figa con pazienza, con tenerezza, cercando di far entrare più la saliva possibile nella sua vagina già arrossata per quello che avevamo fatto prima, volevo riaprirla al piacere. Lei gemeva piano, quasi piangesse, e teneva i miei capelli come se avesse paura che mi allontanassi.
Poi mi rialzai. La guardai negli occhi e le chiesi di sputarmi in mano tanto più volte, la mia saliva era tutta in lei. Lei stupita ma lasciandosi andare lo fece. Con quella dolce saliva mi lubrificai il cazzo e poi la ripresi. Questa volta entrai con dolcezza e profondità.
Si lasciò scopare guardandomi dritto negli occhi. Non c’era più gioco, non c’era più teatrino. C’era solo il bisogno di essere presi, di essere scelti, di essersi visti.
L’orgasmo le arrivò come un’onda lunga, silenziosa e violenta. Continuai a muovermi dentro di lei, la baciai e le sussurrai:
«Lella… sei la mia vacca?». Lei «sììììì…»
E le venni ancora dentro, con una intensità che mi lasciò senza fiato.
Restammo abbracciati a lungo, ancora uniti, il cuore che batteva contro il cuore.
Poi, senza pensarci, le dissi:
«Ti amo.»
Lei mi guardò. Gli occhi le brillavano.
«Ma dove cazzo sei stato tutto questo tempo… cazzo, ti amo, porco.»
In quel momento capii.
Non stavo solo scopando una donna di settantacinque anni in un fienile. Stavo entrando in un posto che lei aveva tenuto chiuso per decenni. E lei, a sua volta, stava entrando in me.
Non eravamo un toro e una vacca.
Eravamo due persone che, per un attimo, avevano smesso di fingere di essere invulnerabili.
Ed era bello così.
Era pericoloso.
Ed era vero.

Per info impotente@proton.me
scritto il
2026-07-27
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