Latrina 4

di
genere
corna

Quando arrivammo a casa era quasi sera.
Livia si svegliò solo mentre entravo nel box. Aprì gli occhi confusa, ci mise qualche secondo a capire dove fosse. Poi mi guardò e, senza dire niente, mi tese la mano. La aiutai a scendere. Camminava ancora un po’ incerta, il corpo non aveva dimenticato quei giorni.
In casa la feci sedere sul divano. Le tolsi le ciabattine di stoffa, le massaggiai piano i piedi. Lei restava in silenzio, lo sguardo basso. Solo quando le misi tra le mani una tazza di tè caldo alzò gli occhi.
«Non voglio parlare stasera», disse a voce bassa. «Non ancora.»
«Va bene.»
La lasciai stare. Preparai qualcosa di leggero da mangiare, anche se lei ne toccò appena. Poi la accompagnai in bagno. Aprii l’acqua della doccia, la regolai tiepida e la aiutai a entrare. Lei si lasciò lavare come una bambina. Io le passai le mani sui capelli, sulle spalle, sulla schiena, tra le cosce, con una delicatezza irrituale. Ogni tanto emetteva un piccolo suono, non certo di piacere, ma di stanchezza che si scioglieva.
Quando la asciugai, la portai a letto. Si sdraiò sul fianco e mi fece posto. Mi distesi dietro di lei, un braccio intorno alla sua vita, e la tenni stretta. Per un pezzo restammo così, senza parlare, ascoltando solo il respiro l’uno dell’altra.
A un certo punto, nel buio, lei parlò.
«Avevo paura.»
La voce era piccola.
«Non all’inizio. All’inizio… mi eccitava. Essere usata così, senza limiti, da chiunque. Ma dopo… quando mi hanno portata là… ho capito che non potevo più uscirne da sola. E ho avuto paura. Paura vera.»
Io le baciai la spalla e non dissi niente. Lasciai che parlasse quanto voleva.
«Lucio sapeva cosa stava facendo», continuò dopo un po’. «Lo aveva organizzato. E Aldo… Aldo sapeva. Forse non i dettagli, ma sapeva. E si è eccitato lo stesso. Forse proprio per questo.»
Fece una pausa lunga.
«Io non voglio più così. Non in quel modo. Voglio ancora… quello. Essere usata. Essere puttana. Ma non voglio più sparire. Non voglio più ritrovarmi in un posto da cui non posso uscire.»
Si voltò verso di me, il viso a pochi centimetri dal mio.
«Tu ci sei sempre stato. Anche quando io sparivo. Anche quando tornavo distrutta. Tu non mi hai mai mandata via. E non mi hai mai costretta a restare.»
Io le accarezzai la guancia con il dorso delle dita.
«Perché ti amo», risposi semplicemente. «Anche quando fa male. Anche quando non capisco. Anche quando ho voglia di spaccare tutto.»
Lei chiuse gli occhi e si strinse più forte contro di me.
«Allora aiutami», sussurrò. «Aiutami a non perdermi di nuovo. Anche quando sarò io a volerlo. Anche quando ti chiederò di lasciarmi andare.»
Quella notte non facemmo di certo l’amore.
Restammo solo abbracciati, nudi, nel buio della stanza.
Per la prima volta, dopo Begato, sentii che qualcosa stava cambiando.
Non era ancora chiaro.
Ma il filo, quello teso e fragile che ci legava, aveva regnato ancora una volta.
E lei, per la prima volta, mi aveva chiesto di aiutarle a tenerlo, a non lasciare che si spezzasse.
Dormì abbastanza serena.
Solo un paio di volte il suo parlare nel sonno mi svegliò. Parole incomprensibili, mormorii confusi, e poi, chiaro, un «Nooo… noooo… ti prego…». Non si svegliò. Io restai immobile, ascoltandola, e la lasciai nei suoi incubi.
Al mattino si svegliò presto.
Appena aprii gli occhi capii che qualcosa non andava. Era calda. La fronte, il collo, il petto. Si teneva una mano sul basso ventre e aveva il viso contratto.
«Ho la vagina in fiamme», disse a voce roca.
Le misurai la temperatura: 37,8. Non altissima, ma abbastanza. La accompagnai in bagno. Mentre faceva pipì emise un lamento lungo, quasi un pianto trattenuto.
«Brucia… brucia tutto…»
Era davvero sofferente. Camminava curva, le cosce strette.
Chiamai un mio amico medico. Anche se era presto, rispose. Gli spiegai in poche parole: dolore al basso ventre, bruciore forte alla minzione, febbricola, e il contesto degli ultimi giorni. Lui non chiese dettagli inutili.
«Portala qui in clinica. Organizzo io gli esami.»
Livia non voleva andare. Scuoteva la testa, diceva che sarebbe passata, che voleva solo restare a letto. Io insistetti con fermezza. Alla fine si arrese. Si infilò una gonna di jeans e una maglietta larga. Uscimmo. Non riusciva a camminare dritta.
In macchina si rannicchiò sul sedile. Prese il telefono. Lo schermo era un delirio di notifiche: Aldo, Lucio, forse altri numeri. Lei non aprì niente. Spense il telefono e lo ributtò nella borsetta con uno scatto di stizza.
Arrivammo in clinica.
La portarono direttamente nell’ambulatorio di ginecologia. Io restai con lei: non voleva che uscissi. Assistetti alla visita. La vagina era completamente infiammata, le mucose arrossate e gonfie, con una vistosa produzione di muco biancastro e denso. Il medico lavorò in silenzio, prelevò tamponi, sangue, urine.
Passarono un paio d’ore.
Eravamo in una saletta di attesa, a bere un caffè che non sentivamo, quando arrivarono i risultati.
Il dottore entrò con la cartella in mano. Guardò me e fece per chiedermi di uscire. Livia lo fermò subito.
«No. Lui resta.»
Il medico annuì e parlò con calma professionale.
«Signora, è un caso piuttosto carico. Ha contratto clamidia e gonorrea. In più una vaginite batterica piuttosto purulenta, che le ha provocato anche una cistite importante. L’infiammazione è estesa e dolorosa. Serve una terapia antibiotica mirata e intensa, da iniziare subito.»
Si voltò verso di me.
«Anche lei deve fare gli esami. È importante. Le faccio fare il prelievo adesso.»
Poi aggiunse, guardando di nuovo Livia:
Il dottore spiegò che, data l’intensità dell’infiammazione e il rischio che l’infezione salisse verso l’utero, preferiva tenerla in osservazione i primi tre giorni mentre partiva la terapia.
Livia abbassò lo sguardo. Non disse niente. Solo un piccolo cenno del capo.
Il dottore chiuse la cartella.
«Per fortuna sono tutte infezioni curabili. Anche se in forma piuttosto aggressiva. Con la terapia giusta in pochi giorni dovrebbe migliorare sensibilmente. Ma per ora restiamo cauti.»
Io firmai i fogli.
Feci il prelievo.
Poi accompagnai Livia in camera.
Quando restammo soli, lei era stesa sul letto d’ospedale, pallida, una flebo già attaccata al braccio. Mi tese la mano. La strinsi. Non c’era bisogno di parole.
Sapevamo entrambi da dove veniva tutto quello.
E sapevamo entrambi che, questa volta, il prezzo era arrivato.
Arrivarono anche i miei esami.
Il dottore mi chiamò da parte, in un piccolo ufficio accanto alla camera di Livia. Aveva la cartella aperta sul tavolo.
«Lei risulta positivo a una infezione da gonorrea paucisintomatica. Forma probabilmente asintomatica, o comunque molto poco manifesta. Non c’è ancora una conferma colturale definitiva, ma i marker sono chiari. Iniziamo comunque la terapia.»
Uscì e mi lasciò solo qualche minuto.
Restai fermo, guardando il foglio.
Una sospetta gonorrea.
Forma latente.
Feci mente locale.
Da quando l’avevo portata via da Begato non avevamo avuto rapporti. Solo contatto di corpi, abbracci, il fatto di dormire nudi uno contro l’altra. Niente di più. Quindi non poteva essere di quei giorni.
Era prima.
Sicuramente prima.
Quando frequentava gli “amici” di Lucio. Quando tornava da me dopo le serate e io, nonostante tutto, la prendevo, la leccavo, la baciavo, entravo in lei. Allora. In uno di quei momenti in cui la gelosia e il desiderio vincevano su qualsiasi prudenza.
Mi era restata addosso.
Silenziosa.
Senza darmi quasi nessun segnale.
Tornai in camera.
Livia era stesa sul fianco, la flebo ancora attaccata, lo sguardo spento rivolto verso la finestra. Quando mi vide alzò appena la testa.
«E tu?» chiese.
Mi sedetti sul bordo del letto e le presi la mano.
«Anch’io. Gonorrea. Probabilmente una forma silente. Me la sono presa prima… di Begato.»
Lei chiuse gli occhi un attimo. Non sembrò sorpresa. Solo stanca. Molto stanca.
«Mi dispiace», mormorò.
Io scossi la testa.
«Non adesso. Adesso pensiamo solo a farci curare entrambi.»
Il dottore aveva già preparato anche per me la terapia. Antibiotici mirati, da iniziare subito. Niente ricovero, solo controlli.
Restai seduto accanto a lei, la sua mano ancora nella mia.
Due corpi segnati dalla stessa storia.
Uno solo dei due, però, se n’era accorto in tempo.
Comunque mi alterai.
Seduto sul bordo del letto, con la sua mano ancora nella mia, il pensiero mi montò dentro all’improvviso, freddo e tagliente. Non erano solo clamidia e gonorrea. Poteva essere ben altro. Sifilide. HIV. Epatiti. Cose che non si curano in tre giorni di antibiotici. Cose che restano.
La guardai.
«Livia, sei una miracolata», dissi a voce bassa, ma dura. «Pensa se ti avessero contagiata con ben altro… con qualcosa che non si toglie più.»
Il suo viso si strinse in una smorfia. Le lacrime le scesero subito sulle guance, silenziose, una dopo l’altra. Non si coprì il volto. Restò a guardarmi mentre piangeva.
«E io… avrei potuto contagiare te, amore…» riuscì a dire. La voce le si spezzò. «Oddio, sto male… Ti amo… Gianni… ti prego, fermami. Te lo chiedo io…»
Quelle parole restarono sospese tra noi nella stanza d’ospedale.
Fermami.
Te lo chiedo io.
Non era più solo il corpo infiammato e la terapia. Era lei che, per la prima volta in modo così esplicito, mi chiedeva di diventare il limite che da sola non riusciva a darsi.
Io non risposi subito. Le asciugai le lacrime con il pollice, lentamente, e poi le presi il viso tra le mani.
«Va bene», dissi solo. «Va bene, Livia.» Non era una promessa leggera.
Era il riconoscimento di un compito nuovo.
Più pesante di tutti quelli che avevo accettato fino a quel momento.
La lasciai tranquilla.
Restai ancora un pezzo seduto sul bordo del letto, la sua mano stretta nella mia, finché il respiro non le si fece regolare e pesante. Si stava addormentando. Il viso, finalmente, sembrava un po’ più disteso.
Il mio smartphone non smetteva di lampeggiare. Messaggi, chiamate perse, impegni che non potevo continuare a ignorare. Alla fine mi alzai piano, cercando di non muovere troppo il materasso.
Le baciai la fronte.
Lei aprì gli occhi solo un attimo, confusa.
«Amore, devo andare a lavorare», le sussurrai. «Altrimenti mi linciano. Torno questa sera.»
Le chiesi cosa voleva che le portassi.
Lei, ancora mezzo addormentata, elencò quattro cose con voce fioca: una maglietta morbida, il suo dentifricio, le cuffiette e una barretta di cioccolato fondente. Poi mi tese appena il viso e mi diede un bacio leggero sulla guancia.
«Sì, amore… e grazie di tutto. Di tutto.»
Io le sistemai la coperta sul petto e le accarezzai i capelli.
«Figurati», risposi. «Se non si fanno certe cose per la donna che ami…»
Uscii dalla stanza chiudendo la porta con delicatezza.
Nel corridoio della clinica l’aria era fredda e disinfettata.
Mi incamminai solo verso l'uscita, lasciando la donna che amo e mi si strinse il cuore, ma almeno confidando che era in buone mani.
La sera tornai da lei.
La trovai già più pimpante. Il riposo forzato e le cure stavano facendo effetto. Era seduta sul letto, con un libro aperto sulle ginocchia, i capelli tirati indietro in una coda sciatta. Quando entrai alzò lo sguardo e sorrise, un sorriso stanco ma vero.
Feci per baciarla.
Lei si tirò indietro appena, una mano sul mio petto.
«No, amore… ancora per un po’ vogliono che eviti contatti. Non vorrei contagiarti di più di quello che ho già fatto…» Fece una pausa, gli occhi che si restringevano con un lampo di malizia. «O oltre me sei andato con qualche zoccola?»
Scoppiai a ridere.
«Sì, e dove trovo un’altra zoccola più di te? Hahaha. Tu le batti tutte, sei da libro dei record.»
Lei rise, allegra, davvero allegra per la prima volta dopo giorni. Quella risata mi rincuorò più di qualsiasi esame.
Le diedi le cose che mi aveva chiesto: la maglietta morbida, il dentifricio, le cuffiette, la barretta di cioccolato. Poi tirai fuori anche un caricabatterie nuovo.
«Questo no, Gianni. Portalo via. Non voglio più accenderlo.»
Scossi la testa e glielo lasciai sul comodino.
«No, cara. Lo tieni tu. Ma d’ora in poi ho pensato a cinque punti. Regole. Da usare da adesso in avanti.»
Mi sedetti sulla sedia accanto al letto, la guardai dritto negli occhi e cominciai.
«Uno. Ora chiariamo la situazione con tuo marito. Decidi tu se lasciarlo, ma mi sembra evidente che non lo ami più.»
Livia abbassò lo sguardo un attimo, poi annuì lentamente.
«Hai ragione. Non lo amo più. Forse non lo amo da anni. Solo… non sapevo come uscirne. Va bene. Devo farlo!»
«Due. Vieni a vivere con me. Non nel mio appartamento, quello lo sai già che lo voglio lasciare. Quando esci da qui ci trasferiamo nella mia villa fuori Voghera. Facciamo come se fossimo già marito e moglie, senza fronzoli.»
Il suo viso si illuminò di qualcosa di quasi timido.
«Nella villa…?» Ripeté piano. Poi sorrise. «Sì. Voglio. Voglio venire a vivere con te come tua moglie! Si!»
«Tre. Basta Lucio, Claudio o elementi del genere. Quando vuoi fare la troia e la tua figa non può farne a meno, ti porto io dove vuoi. Nei privé dove almeno un minimo di controllo c’è, oppure cerchiamo insieme i tori che ti piacciono. Ma li incontrerai in mia presenza. Se devo fare il marito cornuto, lo voglio fare a pieno titolo. Onori e oneri compresi.»
Livia restò in silenzio qualche secondo. Poi alzò gli occhi e ci fu in loro una luce diversa, più seria.
«Questo… è importante. Non voglio più sparire. Non voglio più ritrovarmi in posti da cui non posso uscire. Se ci sei tu… sì. Accetto. Voglio che tu ci sia sempre!»
«Quattro. Basta sesso senza protezione con sconosciuti. O hanno gli esami del sangue come si deve, oppure solo con preservativo. Lo so che sei affamata di sborra, ma cazzo, basta rischiare così.»
Fece una smorfia, quasi di dispiacere, ma annuì.
«Lo so. Hai ragione. È stata una cazzo di stupidità. Va bene. Preservativo, o esami. Niente più cazzi a caso senza niente.»
«Cinque. Ti amo e ti voglio sempre vivace e felice intorno a me. Ti lascerò tutta la libertà che vuoi, ma per dio lasciami il compito di frenare certi eccessi. Concordi e accetti? Amore, altrimenti io non sono l’uomo giusto per te. Non posso permettere che ti distruggi anche da sola. Lasciami intervenire.»
Livia non rispose subito. Le lacrime le tornarono agli occhi, ma questa volta non erano solo di paura o di colpa. C’era anche qualcosa di più caldo.
Si sporse un poco, nonostante la regola dei contatti, e mi prese una mano.
«Concordo. Accetto. Tutti e cinque. E ti ringrazio… perché sei il primo che non mi ha solo usata o subìta. Mi hai guardata davvero. E adesso mi stai anche proteggendo da me stessa.»
Strinse la mia mano.
«Sono d’accordo, Gianni. Amore. Davvero. Si frenami quando esagero ti prego!»
Io le accarezzai le dita con il pollice e la baciai sulla fronte... lei annuii. Le regole erano dette.
E lei le aveva accettate.
I giorni passarono.
Quando Livia uscì dalla clinica andammo direttamente alla nuova casa. Non facemmo nemmeno tappa al vecchio appartamento. Avevo già portato avanti le mie cose nei giorni precedenti; il resto potevamo recuperarlo dopo.
La villa fuori Voghera l’avevo costruita e preparata per quasi due anni. Era praticamente pronta, arredata in gran parte con i mobili antichi che avevo ereditato dai miei e con pezzi scelti da me. Mancava però il tocco femminile. Quello che dà carattere.
Appena entrammo, mentre lei guardava intorno in silenzio, le dissi:
«Tesoro, guarda… è quasi tutta pronta. Ma molti mobili sono solo quelli che ho ereditato, sono solo provvisori. Il tuo compito, nel prossimo futuro, è completarla e darle un aspetto che piaccia a te. Scegli gli arredi che preferisci, le tende se le vuoi, gli accessori, i colori. Questa è creta nelle tue mani. Rendila a tua immagine. Sei libera.»
Livia girò lentamente su se stessa, osservando il soggiorno ampio, le grandi finestre, il camino, la cucina aperta. Poi uscimmo in giardino. C’era una piccola piscina già pronta. Lei restò a guardarla a lungo senza parlare.
Alla fine mi prese sottobraccio.
«È bellissima Amore», disse solo.
Alla fine la accompagnai al piano interrato.
In fondo al corridoio c’era una porta di ferro scuro.
Mi fermai davanti e misi la mano sulla maniglia.
«E qui… c’è la sala giochi.»
Livia mi guardò con un sorriso curioso, leggero. Si aspettava qualcosa di normale. Un biliardo, forse. Un divano, uno schermo, una stanza da uomini soli.
Aprii.
La luce si accese lentamente.
La stanza era ampia, dalle pareti grigio antracite e il pavimento in resina scura. Al centro un robusto cavalletto di legno nero una gogna dove bloccare la testa ed i polsi, anelli d’acciaio per bloccare le caviglie. Barre di metallo fissate alle pareti, punti di ancoraggio, una gabbia nera abbastanza grande da contenere un corpo in ginocchio. Un lettino regolabile con cinghie di cuoio già pronte. L’armadio a muro aperto mostrava fruste, paddle, legacci, bende, gags, collari, cinture di castità, plug e dildo di ogni misura. Una sedia tipo ginecologica particolare. Luci regolabili, alcune rosse. L’aria aveva un odore secco di cuoio e di legno trattato.

Livia entrò in quella sala guardandosi intorno in estasi, come pregustando.
La leggerezza di prima sparì all’improvviso. Gli occhi si allargarono, le labbra si aprirono appena. Non era più la farfalla. Era qualcosa di più immobile, più intenso.
«Ma Gianni…» sussurrò. «Ma cazzo… oddio… non me ne hai nemmeno mai parlato.»
«Ma Livia sinceramente da quando ci conosciamo non abbiamo mai avuto troppo tempo per parlare hahaha»
Lei rise sonoramente aggiungendo «Anche questo è vero Amore o cazzo come mi piaci! »
Fece un passo dentro, poi un altro. Toccò con la punta delle dita una cinghia di cuoio, poi il legno scuro. Quando si voltò verso di me aveva negli occhi una luce che conoscevo troppo bene.
«Dimmi quante donne hai portato qui.»
Scossi la testa e mi avvicinai. Le presi il viso tra le mani, i pollici sulle guance, e la costrinsi a non abbassare lo sguardo.
«Nessuna. Sei tu la prima. Questa stanza l’ho costruita pezzo per pezzo immaginando una donna che ancora non conoscevo. L’ho ideata aspettando te. Anche quando non sapevo che esistessi.»
Livia respirò a fondo, il petto che si alzava e si abbassava troppo in fretta. Un brivido le corse visibile lungo la schiena. Poi la voce le uscì eccitata, quasi spezzata dalla fame.
«Oddio… Gianni… sì. Mi piace. Mi piace da morire. Per due settimane non possiamo toccarci come vorrei… ma dopo… voglio tutto. Voglio provare ogni cosa che c’è qui dentro. Voglio che mi leghi. Voglio che mi usi. Voglio che mi faccia usare. Tutto. Tuttooooo. Siiiiii!»
Io non sorrisi. Le strinsi appena il viso tra le mani e le parlai contro le labbra, senza baciarla.
«Quando i medici ci daranno il via libera, questa stanza diventerà tua quanto mia. E io terrò il filo mentre tu farai e ti farai fare quello che vuoi...»
Chiusi la porta di ferro dietro di noi.
«Amore, ora fatti bella che andiamo a pranzo. Ho fame! Ti voglio splendente. Voglio che illumini il ristorante quando entri.»
Livia alzò lo sguardo e sorrise, un sorriso vero, luminoso.
«O Gianni… sììì. Sai una cosa? Sono felice. Oddio, ti amo.» Fece una piccola pausa, le labbra che si arricciavano in una smorfia dolce e sporca allo stesso tempo. «Ho la figa che mi brucia ancora tanto… ma cazzo, come vorrei dirti: portami giù, legami e scopa la tua troia.»
Rise piano, mi diede un bacio veloce sulla guancia e salì lo scalone con quella sua leggerezza da farfalla. La sentii chiudere la porta della camera.
Io restai al piano di sotto. Ne approfittai per sistemare qualche cosa in cucina, mettere in ordine i bicchieri, controllare le chiavi della macchina. Ogni tanto alzavo gli occhi verso le scale, in attesa.
Poi la sentii scendere.
Alzai la testa.
Livia era una visione.
Indossava un abito nero corto, aderente, con una scollatura profonda che lasciava indovinare il seno senza mostrarlo del tutto. Il tessuto seguiva ogni curva del suo corpo, fermandosi a metà coscia. Portava calze velate scure e décolleté con un tacco alto che le allungava le gambe in modo quasi doloroso. I capelli sciolti, ondulati, le cadevano sulle spalle con un disordine voluto. Un leggero trucco accentuava gli occhi e la bocca. Al collo una collana sottile, discreta. Non c’era niente di volgare. Era eleganza pura, e proprio per questo sensuale fino all’osso. Una donna che, entrando in un ristorante, avrebbe fatto girare le teste senza bisogno di parlare.
Si fermò due gradini prima della fine, mi guardò da sopra e sorrise.
Poi scese del tutto, si avvicinò e mi sfiorò le labbra con un bacio leggero, quasi solo un respiro.
«Che dici? Così ti faccio fare bella figura?»
La voce era bassa, divertita, un po’ roca.
«Dimmi quanti cazzi pensi che diventeranno duri guardando tua “moglie”… perché ti prendo alla lettera. Ora sono tua moglie.»
Io la guardai da capo a piedi, lentamente, e sentii il sangue salirmi alle tempie.
«Troppi», risposi. «E tutti avranno ragione.»
Le tesi il braccio.
«Andiamo. Prima che decida di non farti uscire più di casa.»
Arrivammo al ristorante.
Era una bella trattoria dell’Oltrepò Pavese, una di quelle dove le cose sono sempre giuste: salumi favolosi, agnolotti fatti a mano, vini della zona frizzantini e briosi che sanno di terra e di sole. Il proprietario era un amico, e anche un vecchio cliente: anni prima gli avevo ristrutturato il locale.
Ci accolse sulla porta con un sorriso largo e un abbraccio caloroso. Quando vide Livia, però, il sorriso gli si fece quasi solido. Restò a guardarla un secondo di troppo, ammaliato, prima di riprendersi.
«Madonna, Gianni… ma dove l’hai trovata una donna così bella?»
Poi si rivolse direttamente a lei, con quella sfacciataggine bonaria tipica di chi conosce bene l’altro.
«Gianni non ti merita, lo sai vero?»
Livia rise, elegante, e gli tese la mano. Lui la baciò con un gesto quasi teatrale, continuando a farle complimenti a raffica mentre ci accompagnava al tavolo.
Quando restammo soli, a una distanza sufficiente perché nessuno sentisse, mi chinai verso di lei e le sussurrai all’orecchio:
«Se sapesse dove ti ho vista la prima volta, e come, gli verrebbe un infarto. Hahaha.»
Livia mi lanciò uno sguardo di finto scandalo e mi diede un pizzicotto sulla coscia, sotto il tavolo.
«Scemo. È stato così carino… ed è simpatico.»
Io le presi la mano e la strinsi piano.
Lei sorrise, abbassò gli occhi sul menù, ma il pizzicotto era ancora caldo sulla mia pelle.
Intanto la breve passeggiata dal bancone al tavolo aveva attirato l’attenzione del locale.
L’eco del vociare portava pezzi di frasi: ammirazione aperta, qualche bofonchio di signore attempate, e parole più forti, basse, da uomini che non si trattenevano. Qualcuno aveva detto «madonna che figa», un altro aveva riso e aggiunto qualcosa di ancora più diretto. Livia fece finta di niente. Continuò a guardare il menù con aria composta, le ciglia abbassate, il collo dritto.
Poi, senza alzare gli occhi, mi parlò a voce bassissima, solo per me:
«Vedo che la tua mogliettina non è passata inosservata…»
Fece una piccola pausa, e la voce le si fece ancora più bassa, quasi un filo caldo contro l’orecchio.
«E porco? Vero che sei ancora il mio porco? Non solo mio marito?»
Io posai il menù, la guardai un secondo di troppo e le risposi allo stesso tono, senza sorridere:
«Sempre. Il tuo porco. Solo tuo. E anche tuo marito!»
Lei abbassò appena gli angoli della bocca in un mezzo sorriso soddisfatto e tornò a scorrere le righe del menù, come se non fosse successo niente. Ma sotto il tavolo la sua gamba sfiorò la mia e restò lì, ferma, calda.
Arrivò il cameriere un bel ragazzone moro, alto e forte 25 enne che venne a prendere le ordinazioni e non riusciva a staccare gli occhi da Livia anche se lei faceva finta di leggere il menù. Poi appena andò via...
Si rivolse a me, gli occhi già cambiati, la voce bassa e increspata:
«Gianni… Gianni… la tua mogliettina, anche se ha ancora la figa in fiamme, si bagna comunque al pensiero di quel bel ragazzone. Dai… fammi eccitare del tutto. Questo lo porteresti giù in sala giochi… a scopare la tua moglie puttana? Raccontami cosa gli chiederesti di farmi e come mi prepareresti per lui.»
Io la guardai un lungo secondo. Poi mi chinai verso di lei, quasi labbra contro labbra, e le parlai a voce bassissima, solo per lei.
«Lo porterei giù. Gli direi di sedersi e di guardare mentre ti preparo. Ti farei spogliare lentamente davanti a lui, pezzo per pezzo, finché non resti nuda. Poi ti legherei sul letto, polsi e caviglie, aperta, esposta. Ti metterei un collare. Ti lascerei lì qualche minuto, solo a essere guardata, mentre lui si tocca aspettando. Poi gli direi di avvicinarsi. Gli ordinerei di leccarti finché non tremi, ma senza farti venire. Quando sarai ridotta a chiedere, gli direi di scoparti. Forte. Di usarti come una puttana di sua proprietà. Di riempirti. E mentre lui ti monta, io ti terrei la testa e ti farei guardare me. Ti farei dire “grazie” ogni volta che lui spinge a fondo dentro di te. Alla fine, quando sarà uscito da te e tu sarai piena e legata, mi inginocchierò e ti pulirò con la lingua, davanti a lui, finché non verrai di nuovo. Solo allora ti slegherò.»
Livia chiuse gli occhi.
Un brivido le attraversò il corpo intero. Le labbra si aprirono e la voce le uscì quasi un gemito trattenuto:
«Oddio… sììììììì… voglio così… Porco, sì… Cazzo, mi piaci… ti amo… sono bagnata… colo… anche così, ancora malaticcia…»
Sotto il tavolo la sua mano cercò la mia e la strinse con forza.
Il cameriere stava tornando con il pane.
Lei riaprì gli occhi, il viso ancora arrossato, e sorrise come se niente fosse.
Ma io sapevo.
E lei sapeva che io sapevo.
Mi avvicinai di più, le labbra quasi contro il suo orecchio, e le dissi a voce bassissima:
«Ti amo, puttana. E lo so che la tua figa, ora, in questo stato, non si limiterebbe a farsi sbattere dal giovane cameriere. Vorrebbe anche quei tre camionisti là in fondo. Il veterinario con il suo assistente a quel tavolo. E ancor di più quei due agricoltori… specialmente quello con le mani grosse, dove la forchetta sembra sparire.»
Livia girò lentamente lo sguardo per il locale. Passò sui camionisti, sul veterinario, sugli agricoltori. Quando i suoi occhi si fermarono sulle mani enormi di quello più anziano, un brivido le scosse le spalle.
Si voltò di nuovo verso di me, le pupille dilatate, la voce già spezzata dall’eccitazione:
«Sì, Gianni… cazzo, sììì… vorrei farmi sbattere da tutti. Tutti. Poi quello con quelle mani… oddio, come vorrei che mi allargasse la figa…»
Mi afferrò il polso sotto il tavolo e lo strinse forte.
«Sei un porco. Un porco. Un porcooo… oddio, come mi piaci! Come conosci la tua mogliettina, la tua Puttana! »
Il suo respiro era corto.
Le guance accese.
E sotto l’abito nero, sapevo perfettamente cosa le stava succedendo.
Livia mangiava i suoi ravioli, ma con la mano sinistra mi stringeva il polso della mia destra. Io dovetti usare la sinistra per avvolgere gli spaghetti.
Mi piaceva come mi teneva.
Quella presa non era solo affetto: stava sublimando i desideri che ancora non poteva soddisfare, scaricando tutta la tensione nel mio braccio. Ogni tanto le dita si contraevano più forte, e io sentivo esattamente quanto fosse bagnata solo da quel contatto.
Quando finimmo i primi, posai la forchetta e le parlai a voce bassissima, quasi contro il suo orecchio:
«Sai… ora che ci siamo dati delle regole, dobbiamo cercare di rispettarle. Fuori di qui andiamo in farmacia e compro dei preservativi. Tanti. E direi che quattro o cinque devi sempre tenerli nella borsetta. Non si sa mai. Hahaha»
Feci una piccola pausa, lasciando che le parole le scendessero addosso.
«Quando torneremo in un ristorante così… l’idea di mandarti a farti sbattere al cesso da quei tre camionisti, uno dopo l’altro… mmm, come mi piace. Vorrà dire che faremo un gioco nuovo. Li fai sborrare nel preservativo. Poi glielo togli tu, lo annodi… e quando te li sei fatti tutti e tre, prendi i tre palloncini pieni e te li infili nella figa. Dopo ci penserò io a tirarteli fuori… uno per uno.»
Livia chiuse gli occhi.
Il respiro le si spezzò. La mano che mi stringeva il polso si contrasse con una forza quasi dolorosa. Un brivido lungo le attraversò tutto il corpo, e per un attimo pensai che stesse per venire lì, seduta a tavola, in mezzo al ristorante.
Mi chinai ancora di più, le labbra quasi contro il suo orecchio, e continuai a voce bassissima, lenta, precisa:
«Pensa… torniamo a casa con nella figa le tre palline gommose piene. Ti porto in sala giochi. Ti metto sulla poltrona ginecologica. Ti lego i polsi. Ti metto il collare e il guinzaglio, e lo aggancio stretto. Poi ti sollevo le gambe una ad una, le poggio sui supporti e ti lego le caviglie. A quel punto prendo uno speculum… e te lo infilo nella tua figa usata dai tre. Ancora un po’ arrossata, calda. Te la allargo. Tanto. Ma tanto. Poi punto la luce dentro il tuo antro e, con le dita, vado a caccia dei preservativi pieni e annodati. Li cerco uno per uno, in fondo. E mentre lo faccio… ti lecco il clitoride. Il clitoride della mia moglie puttana. Te li estraggo lentamente… e ti faccio uscire da lì, con la figa spalancata a dismisura.»
Feci una pausa, il respiro caldo contro la sua pelle.
«Ti amo, puttana.»
Livia emise un suono basso, strozzato, quasi un gemito che riuscì a trattenere a metà. Gli occhi si chiusero di scatto, le unghie si conficcarono nel mio polso. Sotto il tavolo le cosce si strinsero con forza, e per un lunghissimo secondo restò immobile, tremante, come se stesse lottando per non venire in mezzo al ristorante.
Quando riaprì gli occhi aveva le pupille dilatate e la voce vibrante, quasi spezzata:
«Oddio… porco… porco… maiale… ma come fai a pensare a certe cose… oddio, maritino… siiii… sto male… ho una voglia che sto impazzendo…»
Io le accarezzai le dita che ancora mi stringevano e sorrisi appena, crudele e innamorato allo stesso tempo.
Sotto il tavolo la sua coscia premeva contro la mia, calda, tremante.
Poi aggiunsi, ancora più basso, contro il suo orecchio:
«E poi ti sbatto. Ti scopo con tutta la forza che ho. E ti vengo dentro con la mia sborra calda. Irroro direttamente il tuo utero.»
Livia impazzì.
Gli occhi si chiusero di scatto, il corpo si tese tutto in un arco breve e violento. La mano sinistra lasciò il mio polso e scese rapidissima tra le sue cosce, sotto la tovaglia, a strapazzarsi il clitoride con due dita. Strozzò ogni gemito, le labbra strette, il respiro spezzato in piccoli singhiozzi silenziosi. Tremava. Continuò a toccarsi per alcuni secondi lunghissimi, finché un ultimo brivido più forte non le attraversò le gambe e il bacino.
Quando riaprì gli occhi aveva le guance infuocate e lo sguardo perso.
«O cazzo… porco… sìììì… sei un porco assurdo… sìììì… e io… una troia persa… persa…»
La voce le uscì rotta.
«Oddio… mi hai fatto venire… senza toccarmi…»
Io le presi di nuovo la mano, quella ancora umida, e me la strinsi tra le dita sotto il tavolo.
«Brava», sussurrai. «Adesso finisci il vino. Poi vieni con me in ufficio che ora che sei mia moglie è giusto che veda la mia azienda per intero non solo per allargare le cosce sulla mia scrivania.»
Livia annuì, ancora tremante, e afferrò il calice con la mano che le vibrava leggermente. Bevve un sorso lungo, gli occhi ancora lucidi, poi posò il bicchiere e si alzò con una lentezza studiata, sistemandosi l’abito nero.
Il padrone del locale ci stava osservando da dietro il bancone. Aveva visto abbastanza: i lunghi sussurri, il modo in cui Livia aveva chiuso gli occhi, il brivido che le aveva attraversato il corpo. Quando passammo vicino a lui, ci rivolse un sorriso largo, leggermente sbeffeggiante.
«Gianni… vedo che la tua bellissima signora ha molto caldo… Divertitevi! Hehehe… beati voi!»
Io gli strinsi la mano con naturalezza e risposi solo con un cenno del capo.
Livia gli dedicò un sorriso breve, elegante, quasi innocente, e uscì davanti a me.
Fuori, l’aria era frizzante.
Lei mi prese sottobraccio e si strinse contro il mio fianco.
«Ufficio, allora…», mormorò, ancora un po’ impastata. «E dopo… casa però!»
Io le aprii la portiera della macchina e, prima che salisse, le sfiorai l’orecchio con le labbra. «Dopo casa. E la sala giochi. Ma prima voglio vederti seduta alla mia scrivania.»
Lei rise, mi guardò e mi baciò.
Anche se ci avevano detto di evitare contatti, limonammo lì, fuori dal ristorante, felici, senza fretta. Le labbra di Livia erano calde, ancora un po’ tremano, e il sapore del vino si mescolava al suo respiro corto. Io la strinsi forte contro di me, una mano sulla sua schiena, l’altra tra i capelli.
Quando ci staccammo appena, le parlai contro la bocca, a voce bassa:
«Il tuo porco assurdo ama la sua regina delle troie… da impazzire.»
Livia sorrise, gli occhi ancora lucidi, e mi diede un altro bacio più leggero, quasi dolce.
«E la tua regina delle troie… è completamente pazza del suo porco», sussurrò.
Poi si staccò, si sistemò l’abito e salì in macchina.
Io chiusi la portiera, le girai intorno e mi misi al volante.
Il motore si accese.

Scritto da impotente@proton.me
scritto il
2026-08-13
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