Scendere sempre più in basso 5

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Scendere sempre più in basso 5

scritto da Impotente@proton.me

Il mattino arriva...
La luce filtra dalle tapparelle. Alberto è ancora mezzo addormentato quando sente Annabella scivolare sotto il lenzuolo. Le sue labbra gli sfiorano il ventre, poi scendono più in basso e prendono il cazzo ancora morbido in bocca.
Lui emette un suono basso, sorpreso, e apre gli occhi.
Annabella alza lo sguardo mentre lo tiene tra le labbra e parla a voce bassa, chiara:
«Voglio farti un pompino. Voglio bere il tuo seme. Voglio averlo dentro di me… prima di quello del bidello.»
Alberto la fissa.
Non c’è più solo sorpresa. C’è qualcosa di più scuro, di più consapevole. Lei continua, la voce calma, quasi pratica:
«Lo sai, ogni mattina Osvaldo mi aspetta nello stanzino. Mi fa mettere in ginocchio e mi usa la bocca. Mi riempie e mi sputa. È la mia seconda colazione da due settimane. Ma questa mattina… voglio partire da te consapevole, che sai cosa farà tua moglie appena a scuola. Voglio sentire prima il tuo sapore. Voglio portare qualcosa di tuo nel ventre mentre vado da lui.»
Alberto non risponde subito.
Le passa una mano nei capelli, lentamente, e poi le tiene la testa mentre lei ricomincia a succhiarlo. Si indurisce in fretta. Annabella lo prende con cura, con una sorta di devozione strana e sporca, gli occhi sempre alzati verso di lui... come per dire >
Quando Alberto è vicino, le mormora:
«Allora prendilo tutto. E quando sarai in ginocchio davanti a quel porco… ricordati di tuo marito... pensami li con te... che il sapore ha il mio sperma.»
Annabella annuisce appena, senza smettere.
Pochi secondi dopo lui sborra. Lei beve ogni goccia, lentamente, poi si stacca e gli mostra la lingua pulita.
«Grazie» sussurra.
Si alza, si sistema i capelli e va a prepararsi per andare a scuola. Mentre si veste sente ancora il sapore di Alberto in bocca e, più in basso, il ricordo di tutto quello che è successo la notte prima.
Per la prima volta non sta andando da Osvaldo di nascosto.
Sta andando con il permesso – o almeno con la consapevolezza – di suo marito.
E questo, stranamente, la eccita ancora di più.
Annabella arriva a scuola con " Alberto ancora in bocca".
Va dritta verso lo stanzino delle scope, come ogni mattina. Osvaldo è già lì, la porta socchiusa. Lei entra in silenzio… e si ferma di colpo.
Oggi non sono soli!
In fondo allo stanzino, appoggiato tra le scope e i secchi, c’è Dragan. Alto, massiccio, le braccia incrociate, un sorriso storto e crudele stampato in faccia. L’alunno più spregiudicato, il bullo rumeno dell’ultimo banco. Quello a cui Sara faceva la sega sotto il banco.
Annabella trema.
Il sangue le si gela e le sale alle guance nello stesso istante.
Osvaldo chiude la porta alle sue spalle e parla con tono piatto, come se fosse la cosa più normale del mondo:
«Oggi c’è compagnia Puttana! In ginocchio, schiava. Fai il tuo dovere.»
Lei obbedisce.
Le gambe non la reggono bene, ma si inginocchia comunque sul pavimento sporco.
Con mani che tremano estrae il cazzo di Osvaldo e lo prende in bocca, proprio come ogni mattina. Comincia a succhiare, gli occhi bassi, il cuore che le martella nelle orecchie.
Dragan si avvicina.
Si abbassa verso di lei mentre lei ha ancora il cazzo del bidello tra le labbra. Le parla contro l’orecchio, con quella voce da bastardo che lei conosce bene dalle ore di lezione:
«Guarda un po’… la professoressa modello. Quella che fa la severa in classe. E invece sei solo una puttana. Una troia che succhia il bidello ogni mattina. Osvaldo mi ha raccontato tutto, non ci potevo credere! Ma ora tu Troia sei qui!»
Lei continua a succhiare, le lacrime che cominciano a bruciarle agli angoli degli occhi. Non sa se sono di vergogna, di paura o di una eccitazione ancora più sporca.
Dragan le afferra i capelli, le solleva la faccia e le sputa addosso. Uno sputo spesso che le cola sulla guancia e sul labbro.
«Puttana di una professoressa!» urla, ridendo. «Hahaha! Ora i miei voti miglioreranno sicuramente! Hahaha!»
Osvaldo geme basso, una mano sulla testa di Annabella, e le parla in dialetto senza smettere di muovere i fianchi:
«Suka, baldracca… e nun ti fermari. U ragazzo voli vidiri comu si comporta a vera puttana.»
Annabella tiene gli occhi chiusi.
Il sapore di Alberto è ancora sulla lingua, mescolato a quello di Osvaldo. E adesso c’è anche lo sputo di Dragan che le cola sul viso.
Trema.
Ma non si ferma.
Osvaldo non dura molto.
Le tiene la testa ferma e sborra in gola come ogni mattina, a getti densi e caldi. Annabella deglutisce, esattamente come ha imparato a fare. Quando lui estrae il cazzo, una striscia di sperma le cola dal labbro. Osvaldo si sistema i pantaloni con calma e fa un cenno a Dragan.
«Tocca a tia.»
Dragan ride.
Si abbassa la zip e tira fuori il cazzone che Annabella ha già visto spuntare dal banco quella volta con Sara. È lungo, spesso, già completamente duro. Se lo passa sulla guancia di lei, spalmando lo sputo e lo sperma di Osvaldo, poi glielo spinge contro le labbra.
«Apri, professoressa... o meglio Troia!»
Lei apre.
Dragan le entra in bocca con una spinta secca e comincia a scoparla senza pietà. Non c’è alcuna premura. Solo disprezzo e divertimento. Le tiene i capelli con entrambe le mani e le usa la gola a colpi profondi e ritmati, ridendo ogni volta che lei soffoca.
«Guarda come la troia della scuola mi succhia il cazzo… hahaha! La stessa che mi metteva i voti bassi, adesso è in ginocchio a prendere la mia sborra. Che bella lezione, eh, prof?»
Le parla sporco, a voce alta, mentre continua a fotterle la bocca con disprezzo:
«Sei solo un buco. Un bel buco biondo con gli occhi azzurri. Ti piace il mio cazzo? Più di quello del bidello storpio? Dì la verità, puttana!»
Annabella non può rispondere.
Ha gli occhi pieni di lacrime, la saliva e lo sperma di Osvaldo che le cola dal mento. Il cazzone di Dragan che le va avanti e indietro in gola. Ogni spinta le fa venire un conato, ma lei non si ritrae. Resta in ginocchio, le mani aggrappate alle gambe del ragazzo, e lascia che l’alunno la usi con tutto il disprezzo di cui è capace.
Dragan accelera, geme e ride nello stesso tempo.
«Adesso ti riempio… e poi magari ti do pure io il voto, hahaha!»
Dragan la usa senza pietà, esattamente come sa fare un bullo.
Le tiene la testa con entrambe le mani e le fotte la bocca a fondo, con colpi secchi e profondi. Annabella soffoca, le lacrime le scendono mescolate allo sputo e allo sperma di Osvaldo, ma non si ritrae. Resta in ginocchio, gli occhi chiusi, mentre l’alunno ride e continua a parlarle sporco.
Quando è sul punto di venire, estrae il cazzo all’improvviso.
Sborra copiosamente. I primi getti le colpiscono la lingua e le labbra, poi lui dirige gli altri sulla faccia e sui capelli. Schizzi densi e caldi le imbrattano la fronte, le ciglia, i capelli biondi. Ne cola fino al collo.
Non contento, Dragan le prende il cazzo ancora pulsante e se lo struscia sulla camicetta bianca e pulita. Lascia strisce opache di sperma sul tessuto, proprio all’altezza del seno. La marca.
«Guarda che bella profes­soressa… ora Si è perfetta!» ride. «Adesso vai in classe così. Sporca di cazzo. Voglio che tutti vedano che cosa sei davvero... una Puttana affamata di cazzi!»
Annabella è affranta.
Tutto sembra crollare. La faccia le brucia di vergogna, i capelli le appiccicano alla fronte, la camicetta è rovinata. Si sente nuda, esposta, distrutta.
Ma non è finita.
Dragan fa un cenno a Osvaldo.
«Scatta una foto. Con il mio cazzo ancora in bocca.»
Osvaldo, senza esitare, tira fuori il telefono. Dragan le riapre la bocca, ci infila di nuovo il glande umido e posa. Il flash illumina lo stanzino per un attimo. Annabella tiene gli occhi chiusi, ma sa esattamente cosa sta succedendo.
«Perfetto» dice Dragan, sistemandosi i pantaloni. «Adesso questa foto me la tengo io. E i miei voti… beh, da oggi in poi saranno sempre alti. Altrimenti la mando in giro a tutta la scuola. Capito, puttana?»
Annabella annuisce appena, senza voce.
Osvaldo le passa un pezzo di carta assorbente, ma è solo un gesto formale. Non c’è modo di cancellare tutto. Lei si alza, le gambe molli, e si sistema alla meno peggio. I capelli le restano untuosi, la camicetta porta ancora le strisce evidenti, e il sapore di entrambi gli uomini le riempie la bocca.
Quando esce dallo stanzino e si avvia verso l’aula, sente gli sguardi.
O forse se li immagina soltanto.
Ma sa che niente sarà più come prima.
Annabella cammina lungo il corridoio con le gambe che tremano.
Sta male.
La faccia le brucia di umiliazione, i capelli le appiccicano alla fronte ancora umidi di sperma, la camicetta porta le strisce opache lasciate da Dragan. Ogni passo le ricorda cosa è appena successo: il cazzo di Osvaldo in gola, quello di Dragan che la scopava senza pietà, lo sputo, la foto, il ricatto. Tutto crolla. La carriera, la faccia, il matrimonio, la vita intera.
Eppure.
La figa le pulsa.
Forte. Costante. Inarrestabile. Lei ormai vive di vita propria... la comanda la controlla.
Essere stata usata così – da un bidello laido e da un suo alunno bullo – e adesso essere ricattata, marchiata, costretta a camminare per la scuola ancora sporca di loro, la eccita come non mai. È una scossa che le parte dal basso ventre e le sale lungo la schiena. Le mutandine sono impregnate di umori. Il clitoride le batte contro il tessuto a ogni passo.
Entra in classe.
I ragazzi la guardano. Qualcuno nota i capelli un po’ disordinati, qualcuno forse intuisce qualcosa sulla camicetta. Dragan è già al suo posto, in fondo, e le rivolge un sorriso lento, compiaciuto, quasi impercettibile. Annabella distoglie lo sguardo e si siede dietro la cattedra.
Apre il registro.
Prende la penna.
Comincia l’appello con voce ferma.
Ma sotto il banco le cosce sono strette, e la figa continua a pulsare.
Quando Dragan risponde “presente”, lei sente un nuovo filo caldo scenderle lungo l’interno coscia. Ogni volta che i suoi occhi azzurri incrociano quelli di lui, il ricatto e il disprezzo si trasformano in un brivido ancora più osceno.
Ma sta male, la sua psiche non regge... vorrebbe fuggire.
Ma sta anche godendo.
E questa contraddizione la sta mangiando viva, più di qualsiasi cazzo.
Annabella non resiste oltre.
Sotto il banco, con le cosce ancora umide e il cuore che le martella, prende il telefono e scrive ad Alberto. Ora è suo complice. Non ha più bisogno di mentire.
Per cortesia chiamami attraverso la segreteria.
Di’ che c’è stato un improvviso malore di mamma.
Che devo andare.
Ti prego.
Alberto non fiata.
Non chiede spiegazioni. Pochi minuti dopo il telefono della segreteria squilla. La vicepreside entra in aula e parla a bassa voce con Annabella: sua madre sta male, deve andare subito. Osvaldo, come se fosse stato avvertito, compare sulla porta dell’aula e conferma con tono ufficiale:
«Professoressa, deve uscire d’urgenza. C’è un’emergenza in famiglia.»
Annabella raccoglie le sue cose con mani che tremano, evita lo sguardo di Dragan di Osvaldo che la guarda come una cosa sua e esce.
Scappa dalla scuola. Sale in macchina e parte.
Mentre guida chiama Alberto.
La voce le esce rotta, quasi senza fiato piange:
«Mi hanno usata. Tutti e due. Osvaldo e Dragan. Nello stanzino. Mi hanno riempito la bocca, mi hanno sputato, mi hanno sborrato in faccia e sui capelli. Dragan mi ha strofinato il cazzo sulla camicetta e ha fatto fare una foto a Osvaldo… con il suo cazzo in bocca. Mi ricatta. Dice che se non gli alzo i voti manda la foto in giro. E io… mentre succedeva… mi sono bagnata come una pazza. Mi eccita, Alberto. Mi eccita da morire essere trattata così. Sono una puttana. La tua puttana. Dimmi cosa fare.»
Le lacrime solcano il suo viso... ma il sollievo di avere un marito complice che non capisce ma resta... la rincuora, l'avvolge.
Alberto ascolta in silenzio.
Quando lei finisce, risponde solo:
«Vai a casa. Arrivo!»
Annabella arriva per prima.
Pochi minuti dopo entra anche Alberto. Si guardano un attimo soltanto. Poi si gettano l’uno contro l’altra.
È un amore disperato.
Si baciano con fame, si strappano i vestiti, crollano sul divano e poi sul letto. Alberto la penetra con forza, quasi con rabbia, e lei lo stringe come se volesse sparire dentro di lui. Non c’è delicatezza. C’è solo bisogno. Bisogno di sentire che, nonostante tutto, sono ancora insieme. Che il segreto adesso è condiviso. Che la caduta di lei non è più solo sua.
Mentre lui la scopa, Annabella gli parla all’orecchio, tra un gemito e l’altro:
«Sono tua… anche quando mi usano… sono tua… Ti Amo!»
Alberto la bacia con violenza e le risponde contro la bocca:
«Lo so. Sono arrabbiato, umiliato insieme a te... ma voglio stare con te, ti Amo anche se sei una lurida puttana affamata di cazzi.»
Alberto sborra ... sborra a lungo senza ritegno sapere la sua Annabella così disperatamente Troia, Ninfomane gli dà una scossa mentre viene nella sua figa...
Restano uniti a lungo, sudati, ansimanti, il corpo di lei ancora segnato dallo sperma di altri e da quello di lui.
Per la prima volta da mesi, Annabella non si sente sola nella sua oscurità.
E Alberto, per la prima volta, non si sente più soltanto tradito e cornuto.
Sono insieme.
In quello che stanno diventando.
Quella stessa sera, ancora nudi nel letto, Annabella e Alberto parlano del ricatto senza giri di parole.
Lei è chiara:
«Ha la foto. Con il suo cazzo in bocca. Se non gli alzo i voti la manda in giro. Può rovinarmi in un pomeriggio.»
Alberto resta in silenzio qualche secondo, poi parla con una calma che non aveva mai avuto:
«Allora non gli alzare i voti. E non gli diamo nemmeno la soddisfazione di vederci terrorizzati.»
Annabella lo guarda, sorpresa.
Alberto la guarda in silenzio per un lungo momento. Poi parla, con la voce bassa ma ferma.
«Annabella… devo dirti una cosa. Una cosa che ho tenuto nascosta anche a me stesso per anni.
Quando ero bambino, quasi ogni sabato mattina, a casa nostra arrivava Salvatore. Un camionista siciliano, grosso, grossolano, con le mani enormi. Portava sempre una macchinina a me… e portava mia madre in camera da letto. Chiudevano la porta. Io sentivo tutto. I gemiti di mia madre, il letto che batteva contro la parete, le risate basse. E mio padre, Giovanni, restava in salotto con la Gazzetta in mano, o andava in bagno. L’ho visto più di una volta: in piedi davanti al water, una mano sulla parete, l’altra intorno al cazzo. Si segava ascoltando mentre un altro uomo si scopava sua moglie nel loro letto matrimoniale.
Quei modellini sono ancora in cantina. Duecentoventuno. Li ho contati. Duecentoventuno volte che Salvatore ha montato mia madre mentre mio padre si masturbava e chissà quante altre volte prima...
Allora non capivo. Oggi sì.
Mio padre era un cornuto. E ne godeva.
E io… io ho ereditato quella cosa, mi sono impregnato di quella perversione, inconsapevolmente allora.
L’ho portata dentro per tutta la vita senza osare dargli un nome.
Quando ti guardo, quando ti vedo diventare sempre più affamata, sempre più sottomessa, sempre più ninfomane… qualcosa in me si accende in un modo che mi fa quasi paura.
Ora so di Osvaldo, di Omar e anche di Dragan... mi hai confessato tutto. So che tutte le mattine ti usa la bocca come un semplice sborratoio. So che ha foto e video. So che tu dici a te stessa che è un ricatto… ma in realtà ti piace. Ti piace essere usata così, umiliata, trattata da puttana da un uomo laido e storpio.
E sai cosa ti confesso adesso?
Che anche a me piace, il solo pensiero...
Che l’idea di te in ginocchio che gli svuoti le palle ogni mattina mi fa diventare duro.
Che l’idea di te che ti fai montare da altri, che ti fai riempire, che torni a casa ancora piena dello sperma di un altro uomo… mi eccita da morire.
Voglio essere il tuo cornuto.
Voglio saperlo. Voglio vederlo. Voglio viverlo con te ed essere lì, a tenerti le gambe aperte mentre un altro ti scopa. Voglio leccarti dopo. Voglio baciarti mentre hai ancora il sapore di un altro in bocca. Voglio entrare in te quando sei ancora piena della sborra di qualcun altro e sentirmi più uomo proprio in quel momento.
Voglio entrare in questo scendere sempre più in basso con te... Non so dove tutto questo ci porterà... ma non voglio perderti, voglio amarti e vivere il tuo piacere come fosse il mio... fammi diventare il marito che guarda, che serve, che accetta, che gode nel vederti usata.
Sono un cornuto, Annabella.
Come lo era mio padre.
E adesso lo so.
E voglio viverlo con te.»
«Dragan lo facciamo entrare nel gioco. Ma alle nostre regole. Tu non gli regali niente. Io voglio vedere fino a che punto è disposto ad arrivare… e fino a che punto sei disposta ad arrivare tu ed io insieme a te Amore. Gli proponiamo di usarti come vorrà lui, lo farà sapendo che io so. E che io sarò li con te... che sto guardando! »
È una proposta pericolosa.
Non è la via “pulita”. Non è denunciare, non è minacciare di denunciare, non è pagare o cedere in silenzio. È trasformare il ricatto in qualcosa di più oscuro e condiviso.
Annabella sente la figa che reagisce immediatamente a quelle parole.
La paura c’è ancora, ma adesso è mescolata a un’eccitazione più profonda: Alberto non la sta salvando. La sta accompagnando più in basso, ma vuole restare presente mentre lo fa.
«E se lui manda comunque la foto?» chiede.
Alberto le accarezza i capelli, lo sguardo duro e acceso allo stesso tempo:
«Allora molliamo tutto e cambiamo vita insieme. Ma prima dobbiamo capire. Tu lo usi. Io ti guardo usarlo. E lui scoprirà che non ha più il controllo che crede.»
Annabella resta zitta a lungo.
Poi annuisce, lentamente.
«Va bene. Allora domani… non gli do il voto che vuole ma quello che merita. Gli do un appuntamento. E tu sai, ti Amo!.»
Alberto la bacia, quasi con violenza.
«Esatto. D’ora in poi, ogni cazzo che ti entra… sarà condiviso con me. Ti Amo.»


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2026-08-01
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