Le crisi di Matilde 10
di
Tilde
genere
corna
Il golf - 1 tempo -
La porta si è chiusa dietro le spalle di Giovanni. Resto rannicchiata sotto il ripiano con le ginocchia appiccicate al pavimento, il cuore che batte in un silenzio irreale. Nell'aria l'afrore ed il respiro di Giulia, orfano della compostezza forzata. Il mio viso serrato fra le sue cosce morbide, le sue mani, che anelo su di me, le immagino lontane, intente a girare pagine. È possesso o forse passione la sua, è sottomissione oppure attrazione la mia?
L'adrenalina della scoperta, il terrore di essere stata presa, l'umiliazione bagnata di eccitazione mentre le leccavo la fica sotto il naso di suo figlio... tutto mi scorre nelle vene come mosto dolce.
Scosta la poltroncina e sento quella mano scivolare sotto il tavolo, le dita affusolate che affondano nei miei ricci, mi afferrano per i capelli re mi tirano fuori con forza, senza crudeltà. Mi trascina nel cono di luce dal mio rifugio buio. Mi alzo a fatica, le gambe mi tremano leggermente appena mi trovo faccia a faccia con Giulia. I suoi occhi verdi mi fissano, ma non ci vedo più la freddezza calcolatrice di prima; forse è una mia impressione o una mia speranza.
- Sei stata brava, piccola. Vieni, andiamo lì. -
Il suo tono è carezzevole, senza risvolti ricattatori, mi prende per mano; è un palmo caldo che mi guida verso l'angolo dello studio, dove un grande tappeto persiano, sui toni del rosso e del verde, copre il cotto davanti alla finestra. La luce del crepuscolo filtra attraverso le vetrate, tingendo tutto di un viola carico che sfuma nel nero, mentre i riflessi dai piombati colorati della lampada rendono onirica la stanza.
Ci sediamo sul tappeto, schiena contro il divano di velluto scuro. In tacco punta, si sfila le scarpe, poi stende le gambe disinvolta ed incrocia le caviglie. Noto solo adesso quanto siano sottili e femminili. Vedo il suo profilo elegante, quasi rinascimentale nei tratti, orlato di luce nella penombra, sembra pensoso. L'aria è ancora pregna di sesso e segreti, ed il ricatto lo vedo ancora lì, pendente dal soffitto come la spada di Damocle, ma la dinamica tra noi è diversa.
Giulia si gira verso di me, su di un fianco, mi accarezza lentamente una gamba con un ginocchio fermandosi sopra il mio pube. La gonnellina da tennis risale, scoprendo le sue cosce dorate sotto la luce bianca della lampada e mostrando la pelle delicata della sua nudità diafana. Mi alza il mento con le dita e, voltantomi il viso, guarda in profondità nei miei occhi, nella mia anima. Non mi sento una preda, ma un'alleata, un'amante, da studiare.
- Mi hai eccitata, piccola Matilde. Non solo per come hai goduto di me sotto al tavolo... ma per il rischio che hai corso. -
Le parole sono un soffio che sfiora il mio orecchio, come le labbra ed il suo respiro caldo che mi fa venire i brividi lungo la schiena.
Le sue mani iniziano a vagare sul mio corpo. Senza fretta, una lenta ricerca d'ogni punto che mi faccia sospirare.
Slaccia la cinta che chiude l'abito e le sue dita scivolano sotto l'apertura, fra i lembi bianchi a pois blu, tracciando cerchi sulla pelle della mia pancia, risalendo verso il seno, piccolo e sensibile. II mio respiro si allunga, esita, mentre chiudo gli occhi e lascio che la sensazione mi avvolga. La paura svanisce, sostituita da un caldo denso che mi si accumula tra gli inguini ed il basso ventre.
- E tu? -chiedo a voce rotta- ti è piaciuto che tuo figlio fosse a due passi da noi? -
Le mie carezze sono su di lei, cercano le sue braccia, la sua schiena, perfettamente dritta e liscia; eteree sotto la sua maglietta, sulla pelle calda, increspata di un desiderio che sta crescendo.
- Sì. È stato... -ride piano in un sospiro- Folle, elettrizzante. -
Si sposta, appoggiando la testa alla mia spalla, abbandonandosi tra le mie braccia. La posizione è intima, complice.
Le nostre labbra si sfiorano, timide. Poi un tocco, più lungo; un bacio. Le bocche si schiudono implorando l'una l'unicità dell'altra. Le nostre lingue si scontrano, lentamente, assaporandoci, mentre le sue mani continuano a carezzare il mio corpo ambrato, scivolando sui fianchi, stringendo le mie cosce. La tensione erotica cresce, un'onda di marea che sale lentamente, fatta di piccoli scherzi e parole dolci sussurrate tra un bacio e l'altro.
- Dobbiamo distruggerlo. -
Mormora contro le mie labbra e, per un attimo non capisco. Poi il suo sguardo si indurisce, ma la sua mano resta morbida sulla mia guancia.
- L'ingegnere? - chiedo, accarezzandole i capelli rossi sciolti.
- Lui, Massimo. È un uomo abituato a prendere ciò che vuole. Crede che tutte siano solo oggetti da collezionare... Ma questa volta sarà lui ad essere un oggetto e sarà in trappola. Finito. -
La sua mano scende, afferrandomi il seno attraverso il tessuto, stringendo il capezzolo duro tra pollice e indice. Un gemito sfugge dalle mie labbra.
Poi mi spinge leggermente all'indietro, guardandomi dritto negli occhi. La luce dalle lanterne fuori della finestra le incornicia il viso, è una dea, una Nemesi di carne ed ossa.
Ma la sua voce perde il dolce e torna autoritaria, ma questa volta sento che è una guida, non un ordine tirannico.
- Ecco cosa devi fare: domani pomeriggio. Ti recherai alle "Pavoniere", il golf club. -
- Io? Non so giocare a golf. - obietto, sorridendo, mentre le sue dita corrono lungo la mia coscia interna.
- Esattamente -sorride felina- ti farai trovare lì con un'amica. Anzi, meglio, che magari non vi fanno entrare, riceverai un invito da un medico, una mia... conoscenza. Con lui sarai molto disinvolta, potrete stare al club o anche iniziare un giro, se vuoi. Appena arriverà Massimo, lui riceverà una chiamata e dovrà correre in ospedale; si scuserà, ma ti lascerà lì. -
Mi stringe contro di sé, le sue labbra mi mordicchiano il collo dolcemente, mandando brividi giù per la schiena.
- Sarai sola per un po'. -
- E Massimo? -
Chiedo, mentre la sua mano si insinua più sotto la stoffa, toccando la biancheria di pizzo che è ormai completamente bagnata.
- Mio marito è un abile golfista. Domani è uno dei suoi giorni. Lo conosco, quando vedrà una ragazza sola, bellissima e persa, il suo istinto di predatore non gli permetterà di ignorarla. Si avvicinerà. Tu fai solo un po' la preziosa, che lui ama le sfide. -
Lei scivola le dita di lato, spostando il pizzo, e mi entra con due dita nella fica, improvvisa e profonda. Soffoco un urlo, aggrappandomi alle sue spalle. È un'azione possente, che reclama il mio corpo mentre parla di distruzione.
- Tu dovrai mostrarti interessata, chiedigli consigli. Fagli capire che sei una principiante desiderosa di imparare. Lui si offrirà di darti lezioni. È il suo modo. -
Continua a pianificare, mentre muove le dita dentro di me con un ritmo lento e torturante. Il mio respiro diventa difficile, le anche si muovono da sole per cercare la sua mano e, mentre mugolo di piacere, la lucidità mi sta abbandonando.
- E... ed io... io dovrò accettare. -
- Dovrai fargli credere che non sei disponibile, ma, allo stesso tempo flirterai... Dovrai essere dolce, ingenua, ma con quella sfumatura di malizia che gli piace tanto. -
Sibila Giulia, succhiandomi il lobo dell'orecchio, ma sono le sue dita che mi stanno scopando ed i piccoli morsi al collo, che mi regala, a farmi gemere.
- Lui cadrà nell'inganno pur di insegnarti. E mentre ti insegnerà a impugnare la mazza, per portarti a letto... noi saremo qui a pianificare la sua rovina. -
Il suo pollice si porta sul mio clitoride, premendo con forza mentre le altre dita rimangono profonde dentro di me. Il godimento è un'onda di piena che tracima violenta. La bacio con la stessa brama che mi ha destabilizzata con Greta, mordendole le labbra, piangendo lacrime di piacere, mentre il mio corpo trema nell'orgasmo; tra le sue braccia.
La mattina sopraggiunge prima del previsto, inondando di luce la mia camera dal tendaggio geometrico ed il finto Balla (o autentico) sopra la mia testa. Nel letto solo me stessa, completamente nuda. Non ho idea di come sia arrivata qui. Ricordo di essermi addormentata sul tappeto, rannicchiata, poco dopo che Giulia mi ha chiusa nello studio; per non creare sospetti nel marito rientrato, mi ha detto spiccandomi un bacio.
Sul comò, una tazza ed una teiera fumante e due cornetti che sembrano appena sfornati, un vago aroma di arancia aleggia nell'aria.
Del vestito di ieri non c'è traccia, però due cose profumate di pulito sono appoggiate sul letto, insieme ad una boccetta di opium.
Oggi è il primo lunedì, dopo anni, che non sono all'hotel. Vorrei chiamare, sapere che succede, sentire la voce di Chiara. E di mio marito, nonostante tutto.
Esco in corridoio, non c'è nessuno. La porta dello studio è chiusa a chiave, chiamo Giulia, Giovanni: nessuna risposta. Vago per la villa, fra stanze e bagni, senza meta né esito. Nessuno. Guardo da una finestra in cortile e non ci sono auto. Quasi mi spavento, poi vedo due gatti azzuffarsi nell'ombra di una siepe.
Nemmeno un telefono in tutta la casa.
Poi, ad un tratto, un taxi si avvicina lungo il vialetto. Guardo l'ora: le 9.30, in perfetto orario, come aveva detto Giulia.
Nel parcheggio del golf già qualche auto importante, ma della Renegade del dottore non c'è traccia.
Non faccio a tempo a varcare la porta a vetri del club che mi sento chiamare alle mie spalle. Voltarsi è una sorpresa.
- Filippo?! Tu qui? -
- Tilde! Boja quanto tempo. Potrei dirti la stessa cosa. -
- Aspetto una persona che mi ha invitata per una partita. -
- Si dice match o anche giro. -
- Precisino, non sei cambiato. -
- Nemmeno tu. Bella allora, bellissima adesso. Chi è il fortunato? -
- Ma se mi davi di bertuccia? Assieme a quel cretino di Teo. Comunque non lo conosco, ha organizzato un'amica comune. -
- In prima, che ero scemo. Appuntamento al buio... -
- Che con il sole alto ci sta... -
- Vetriolo, altro che bertuccia! Ma tu non eri all'Elba? -
- Anche i direttori prendono ferie. Tu? -
- Tirocinante al pronto soccorso. -
- Allora non manca tanto alla laurea, dobbiamo brindare! -
- Alle 10?! -
Il profumo di caffè è intenso nella sala del club, la vetrina in fianco al banco ha ancora assortimento di dolci, Filippo mi consiglia la crostata di more. Ottima.
Però il dottore non si vede.
Ci sediamo, ma le parole durano poco: giusto il tempo di ricordare la gita a Vienna di fine liceo ed i vecchi compagni. Poi, una telefonata lo obbliga a scappare, lui si scusa e promettiamo di risentirci; baci sulle guance ed abbracci.
Ma è un saluto che ha il sapore di un addio.
Esco sul prato curato delle Pavoniere ed il sole splende alto, rende quasi accecante il bianco dei gazebi sparsi. Mi muovo con una certa disinvoltura, mentre le scarpine affondano leggermente nell’erba rasata, dove noto una mazza abbandonata; la raccolgo, con l'idea di consegnarla al club, poi penso che il personaggio guadagnerebbe in credibilità. Indosso una gonna beige poco sopra le ginocchia e una polo bianca aderente, l'abbigliamento lasciato sul letto da Giulia. L’aria è tiepida, profuma di resina e terra appena bagnata, ma il mio stomaco è un groviglio. Conosco bene l'ingegnere e non cascherà facilmente nel tranello come pensa Giulia.
La promessa che gli feci è la causa dei miei mali; se Franco non mi avesse lasciata da sola e senza finanziamenti per anni... Non mi sarei mai rivolta a quel doppiogiochista di Yasser e non avrei accettato Sapienza. Mentre rifletto, mi fermo vicino al putting green, fingendo di osservare il campo con aria persa.
- Non sembra che tu stia cercando la buca, sembri una che sta cercando un posto per nascondersi. -
La voce è profonda, calda, con quel timbro un po' roco che ricordi per forza. Mi giro ed è lui: Massimo. È più alto di quanto mi ricordassi, di presenza anche senza fare nulla. Indossa dei calzoni color corda che aderiscono alle sue gambe lunghe ed una polo blu navy che mette in risalto le sue spalle ampie. La pelle del viso è liscia, appena rasata; emana quell’eleganza naturale che non ha bisogno di strafare.
Si avvicina, i suoi occhi grigi mi perquisiscono, non con malizia, ma con il dubbio se sia io oppure no.
- Mi sto solo rendendo conto che la teoria è molto diversa dalla pratica. -
Rispondo, cercando di mantenere il tono leggero che Giulia mi ha suggerito.
Lui sorride e le rughe attorno agli occhi si approfondiscono leggermente.
- Beh, almeno i colori sono coordinati. Sembriamo una squadra di tennis, non di golf. -
Scherza sui nostri abiti, notando la mia polo bianca e la sua, identica, ma blu, un accostamento innocente che lui usa per rompere il ghiaccio. Un riso breve, maschile, per un istante il mio ruolo di attrice vacilla. So che non è il mostro che Giulia mi ha descritto, solo un donnaiolo. C’è un fascino magnetico in lui, un’aria di uomo che ha visto tutto e che non si lascia impressionare facilmente.
- Matilde, vero? La manager d'acciaio...
E che, modestamente, ho sottratto a quel fesso del Pecci... Sì, sì, lo so: ancora non è ufficiale. -
Mi riconosce subito, ha solo una piccola esitazione. Il mio cuore salta un battito e la maschera della principiante cade, come la mazza che mi scivola di mano e che lui riprende prontamente, sfiorandomi un ginocchio.
- Atletico -scherzo- vedo che hai deciso di non tingerti più. Sapevo, Massimo, che saresti stato meglio brizzolato e col taglio un po' più corto. -
- I consigli di una self-made girl, audace come te, sono vangelo. - commenta lui, alzando un sopracciglio.
Passeggiamo, a distanza di mezzo braccio, fra i boschetti di leccio e pioppo, dove il Sole filtra tra le foglie creando una luce diffusa e intima.
Parliamo dei lavori a quello che dovrebbe essere il mio nuovo hotel in Sicilia, non lontano dal suo a Taormina. Mi dice che il lotto è ancora in assegnazione e che Yasser si è sfilato dall'affare. Il mio pensiero fugge a Franco per un attimo ed un sorriso impercettibile si forma sul mio viso. Ed allo sceicco che già so che sarà ospite dell'hotel fra una settimana.
Ma è un gioco, una danza di parole e sottili insinuazioni velate che suonano come complimenti. Lui è brillante, tagliente, e ogni sua risposta è una sfida che mi stimola. La tensione tra noi non è più solo professionale; è qualcosa di più viscoso. Me ne rendo conto quando si china a piantare il chiodino per la pallina, e mi guarda da sotto in sù con un sospiro così profondo che non occorre spiegazione.
- Hai un buon swing. Ma la tua presa è sbagliata. Sei troppo rigida. Hai bisogno di rilassarti. -
Lo dice allungando la mano per toccare la mia mano che stringe la mazza. La sua pelle è calda, ruvida.
- Mi insegneresti? -
- Sono qui per questo. E tu mi sembri brava ad imparare. -
Mi posiziono di fronte a lui con la mazza ferma. Lo guardo negli occhi ed il mio è un invito esplicito. Lui raccoglie.
Si avvicina da dietro, sento il suo corpo avvolgermi, la sua altezza mi copre completamente. Posiziona le sue mani sopra le mie, guidandomi sull'impugnatura del legno. È un contatto invadente, intimo. Sento il suo petto premere contro la mia schiena, il respiro regolare che mi sfiora il collo.
- Così. Ecco, non usare solo le braccia. Usa i fianchi. Ruota. -
La sua voce è un sussurro diretto nel mio orecchio, così come il suo odore di cuoio e spezie mi attrae invadendo le mie narici. mi lascio gestire mome un manichino.
Le sue dita sono forti, insistono, correggono la mia posizione. Quando mi spinge i fianchi in avanti per farmi ruotare, sento l'indurimento di lui contro il mio sedere. È un movimento involontario, o forse no, ma la mia reazione è istintiva. Un brivido di puro desiderio mi percorre la schiena. Per un attimo, il piano di Giulia svanisce dalla mia mente. Non vedo più un bersaglio da abbattere, vedo solo un uomo virile che mi vuole, che mi tocca con una maestria che mi ha fatto mancare il respiro. Il confine tra la recita e la verità si dissolve, e mi rendo conto che sto bagnando le mutandine non per strategia, ma perché lui mi eccita davvero.
- Sei una studentessa veloce. Ma la lezione non finisce qui. -
Le sue labbra mormorano appena e sfiorano il lobo del mio orecchio. Sento il suo palmo caldo sulla pancia e penso che stia per stringermi a sé. Cerco i suoi occhi voltando la testa, lui si stacca da me, ma il suo sguardo mi incenerisce, bruciante e, diretto, mi impone di cenare con lui, per continuare la lezione.
- Accetto. Ma non garantisco che sarò una studentessa modello. -
La porta si è chiusa dietro le spalle di Giovanni. Resto rannicchiata sotto il ripiano con le ginocchia appiccicate al pavimento, il cuore che batte in un silenzio irreale. Nell'aria l'afrore ed il respiro di Giulia, orfano della compostezza forzata. Il mio viso serrato fra le sue cosce morbide, le sue mani, che anelo su di me, le immagino lontane, intente a girare pagine. È possesso o forse passione la sua, è sottomissione oppure attrazione la mia?
L'adrenalina della scoperta, il terrore di essere stata presa, l'umiliazione bagnata di eccitazione mentre le leccavo la fica sotto il naso di suo figlio... tutto mi scorre nelle vene come mosto dolce.
Scosta la poltroncina e sento quella mano scivolare sotto il tavolo, le dita affusolate che affondano nei miei ricci, mi afferrano per i capelli re mi tirano fuori con forza, senza crudeltà. Mi trascina nel cono di luce dal mio rifugio buio. Mi alzo a fatica, le gambe mi tremano leggermente appena mi trovo faccia a faccia con Giulia. I suoi occhi verdi mi fissano, ma non ci vedo più la freddezza calcolatrice di prima; forse è una mia impressione o una mia speranza.
- Sei stata brava, piccola. Vieni, andiamo lì. -
Il suo tono è carezzevole, senza risvolti ricattatori, mi prende per mano; è un palmo caldo che mi guida verso l'angolo dello studio, dove un grande tappeto persiano, sui toni del rosso e del verde, copre il cotto davanti alla finestra. La luce del crepuscolo filtra attraverso le vetrate, tingendo tutto di un viola carico che sfuma nel nero, mentre i riflessi dai piombati colorati della lampada rendono onirica la stanza.
Ci sediamo sul tappeto, schiena contro il divano di velluto scuro. In tacco punta, si sfila le scarpe, poi stende le gambe disinvolta ed incrocia le caviglie. Noto solo adesso quanto siano sottili e femminili. Vedo il suo profilo elegante, quasi rinascimentale nei tratti, orlato di luce nella penombra, sembra pensoso. L'aria è ancora pregna di sesso e segreti, ed il ricatto lo vedo ancora lì, pendente dal soffitto come la spada di Damocle, ma la dinamica tra noi è diversa.
Giulia si gira verso di me, su di un fianco, mi accarezza lentamente una gamba con un ginocchio fermandosi sopra il mio pube. La gonnellina da tennis risale, scoprendo le sue cosce dorate sotto la luce bianca della lampada e mostrando la pelle delicata della sua nudità diafana. Mi alza il mento con le dita e, voltantomi il viso, guarda in profondità nei miei occhi, nella mia anima. Non mi sento una preda, ma un'alleata, un'amante, da studiare.
- Mi hai eccitata, piccola Matilde. Non solo per come hai goduto di me sotto al tavolo... ma per il rischio che hai corso. -
Le parole sono un soffio che sfiora il mio orecchio, come le labbra ed il suo respiro caldo che mi fa venire i brividi lungo la schiena.
Le sue mani iniziano a vagare sul mio corpo. Senza fretta, una lenta ricerca d'ogni punto che mi faccia sospirare.
Slaccia la cinta che chiude l'abito e le sue dita scivolano sotto l'apertura, fra i lembi bianchi a pois blu, tracciando cerchi sulla pelle della mia pancia, risalendo verso il seno, piccolo e sensibile. II mio respiro si allunga, esita, mentre chiudo gli occhi e lascio che la sensazione mi avvolga. La paura svanisce, sostituita da un caldo denso che mi si accumula tra gli inguini ed il basso ventre.
- E tu? -chiedo a voce rotta- ti è piaciuto che tuo figlio fosse a due passi da noi? -
Le mie carezze sono su di lei, cercano le sue braccia, la sua schiena, perfettamente dritta e liscia; eteree sotto la sua maglietta, sulla pelle calda, increspata di un desiderio che sta crescendo.
- Sì. È stato... -ride piano in un sospiro- Folle, elettrizzante. -
Si sposta, appoggiando la testa alla mia spalla, abbandonandosi tra le mie braccia. La posizione è intima, complice.
Le nostre labbra si sfiorano, timide. Poi un tocco, più lungo; un bacio. Le bocche si schiudono implorando l'una l'unicità dell'altra. Le nostre lingue si scontrano, lentamente, assaporandoci, mentre le sue mani continuano a carezzare il mio corpo ambrato, scivolando sui fianchi, stringendo le mie cosce. La tensione erotica cresce, un'onda di marea che sale lentamente, fatta di piccoli scherzi e parole dolci sussurrate tra un bacio e l'altro.
- Dobbiamo distruggerlo. -
Mormora contro le mie labbra e, per un attimo non capisco. Poi il suo sguardo si indurisce, ma la sua mano resta morbida sulla mia guancia.
- L'ingegnere? - chiedo, accarezzandole i capelli rossi sciolti.
- Lui, Massimo. È un uomo abituato a prendere ciò che vuole. Crede che tutte siano solo oggetti da collezionare... Ma questa volta sarà lui ad essere un oggetto e sarà in trappola. Finito. -
La sua mano scende, afferrandomi il seno attraverso il tessuto, stringendo il capezzolo duro tra pollice e indice. Un gemito sfugge dalle mie labbra.
Poi mi spinge leggermente all'indietro, guardandomi dritto negli occhi. La luce dalle lanterne fuori della finestra le incornicia il viso, è una dea, una Nemesi di carne ed ossa.
Ma la sua voce perde il dolce e torna autoritaria, ma questa volta sento che è una guida, non un ordine tirannico.
- Ecco cosa devi fare: domani pomeriggio. Ti recherai alle "Pavoniere", il golf club. -
- Io? Non so giocare a golf. - obietto, sorridendo, mentre le sue dita corrono lungo la mia coscia interna.
- Esattamente -sorride felina- ti farai trovare lì con un'amica. Anzi, meglio, che magari non vi fanno entrare, riceverai un invito da un medico, una mia... conoscenza. Con lui sarai molto disinvolta, potrete stare al club o anche iniziare un giro, se vuoi. Appena arriverà Massimo, lui riceverà una chiamata e dovrà correre in ospedale; si scuserà, ma ti lascerà lì. -
Mi stringe contro di sé, le sue labbra mi mordicchiano il collo dolcemente, mandando brividi giù per la schiena.
- Sarai sola per un po'. -
- E Massimo? -
Chiedo, mentre la sua mano si insinua più sotto la stoffa, toccando la biancheria di pizzo che è ormai completamente bagnata.
- Mio marito è un abile golfista. Domani è uno dei suoi giorni. Lo conosco, quando vedrà una ragazza sola, bellissima e persa, il suo istinto di predatore non gli permetterà di ignorarla. Si avvicinerà. Tu fai solo un po' la preziosa, che lui ama le sfide. -
Lei scivola le dita di lato, spostando il pizzo, e mi entra con due dita nella fica, improvvisa e profonda. Soffoco un urlo, aggrappandomi alle sue spalle. È un'azione possente, che reclama il mio corpo mentre parla di distruzione.
- Tu dovrai mostrarti interessata, chiedigli consigli. Fagli capire che sei una principiante desiderosa di imparare. Lui si offrirà di darti lezioni. È il suo modo. -
Continua a pianificare, mentre muove le dita dentro di me con un ritmo lento e torturante. Il mio respiro diventa difficile, le anche si muovono da sole per cercare la sua mano e, mentre mugolo di piacere, la lucidità mi sta abbandonando.
- E... ed io... io dovrò accettare. -
- Dovrai fargli credere che non sei disponibile, ma, allo stesso tempo flirterai... Dovrai essere dolce, ingenua, ma con quella sfumatura di malizia che gli piace tanto. -
Sibila Giulia, succhiandomi il lobo dell'orecchio, ma sono le sue dita che mi stanno scopando ed i piccoli morsi al collo, che mi regala, a farmi gemere.
- Lui cadrà nell'inganno pur di insegnarti. E mentre ti insegnerà a impugnare la mazza, per portarti a letto... noi saremo qui a pianificare la sua rovina. -
Il suo pollice si porta sul mio clitoride, premendo con forza mentre le altre dita rimangono profonde dentro di me. Il godimento è un'onda di piena che tracima violenta. La bacio con la stessa brama che mi ha destabilizzata con Greta, mordendole le labbra, piangendo lacrime di piacere, mentre il mio corpo trema nell'orgasmo; tra le sue braccia.
La mattina sopraggiunge prima del previsto, inondando di luce la mia camera dal tendaggio geometrico ed il finto Balla (o autentico) sopra la mia testa. Nel letto solo me stessa, completamente nuda. Non ho idea di come sia arrivata qui. Ricordo di essermi addormentata sul tappeto, rannicchiata, poco dopo che Giulia mi ha chiusa nello studio; per non creare sospetti nel marito rientrato, mi ha detto spiccandomi un bacio.
Sul comò, una tazza ed una teiera fumante e due cornetti che sembrano appena sfornati, un vago aroma di arancia aleggia nell'aria.
Del vestito di ieri non c'è traccia, però due cose profumate di pulito sono appoggiate sul letto, insieme ad una boccetta di opium.
Oggi è il primo lunedì, dopo anni, che non sono all'hotel. Vorrei chiamare, sapere che succede, sentire la voce di Chiara. E di mio marito, nonostante tutto.
Esco in corridoio, non c'è nessuno. La porta dello studio è chiusa a chiave, chiamo Giulia, Giovanni: nessuna risposta. Vago per la villa, fra stanze e bagni, senza meta né esito. Nessuno. Guardo da una finestra in cortile e non ci sono auto. Quasi mi spavento, poi vedo due gatti azzuffarsi nell'ombra di una siepe.
Nemmeno un telefono in tutta la casa.
Poi, ad un tratto, un taxi si avvicina lungo il vialetto. Guardo l'ora: le 9.30, in perfetto orario, come aveva detto Giulia.
Nel parcheggio del golf già qualche auto importante, ma della Renegade del dottore non c'è traccia.
Non faccio a tempo a varcare la porta a vetri del club che mi sento chiamare alle mie spalle. Voltarsi è una sorpresa.
- Filippo?! Tu qui? -
- Tilde! Boja quanto tempo. Potrei dirti la stessa cosa. -
- Aspetto una persona che mi ha invitata per una partita. -
- Si dice match o anche giro. -
- Precisino, non sei cambiato. -
- Nemmeno tu. Bella allora, bellissima adesso. Chi è il fortunato? -
- Ma se mi davi di bertuccia? Assieme a quel cretino di Teo. Comunque non lo conosco, ha organizzato un'amica comune. -
- In prima, che ero scemo. Appuntamento al buio... -
- Che con il sole alto ci sta... -
- Vetriolo, altro che bertuccia! Ma tu non eri all'Elba? -
- Anche i direttori prendono ferie. Tu? -
- Tirocinante al pronto soccorso. -
- Allora non manca tanto alla laurea, dobbiamo brindare! -
- Alle 10?! -
Il profumo di caffè è intenso nella sala del club, la vetrina in fianco al banco ha ancora assortimento di dolci, Filippo mi consiglia la crostata di more. Ottima.
Però il dottore non si vede.
Ci sediamo, ma le parole durano poco: giusto il tempo di ricordare la gita a Vienna di fine liceo ed i vecchi compagni. Poi, una telefonata lo obbliga a scappare, lui si scusa e promettiamo di risentirci; baci sulle guance ed abbracci.
Ma è un saluto che ha il sapore di un addio.
Esco sul prato curato delle Pavoniere ed il sole splende alto, rende quasi accecante il bianco dei gazebi sparsi. Mi muovo con una certa disinvoltura, mentre le scarpine affondano leggermente nell’erba rasata, dove noto una mazza abbandonata; la raccolgo, con l'idea di consegnarla al club, poi penso che il personaggio guadagnerebbe in credibilità. Indosso una gonna beige poco sopra le ginocchia e una polo bianca aderente, l'abbigliamento lasciato sul letto da Giulia. L’aria è tiepida, profuma di resina e terra appena bagnata, ma il mio stomaco è un groviglio. Conosco bene l'ingegnere e non cascherà facilmente nel tranello come pensa Giulia.
La promessa che gli feci è la causa dei miei mali; se Franco non mi avesse lasciata da sola e senza finanziamenti per anni... Non mi sarei mai rivolta a quel doppiogiochista di Yasser e non avrei accettato Sapienza. Mentre rifletto, mi fermo vicino al putting green, fingendo di osservare il campo con aria persa.
- Non sembra che tu stia cercando la buca, sembri una che sta cercando un posto per nascondersi. -
La voce è profonda, calda, con quel timbro un po' roco che ricordi per forza. Mi giro ed è lui: Massimo. È più alto di quanto mi ricordassi, di presenza anche senza fare nulla. Indossa dei calzoni color corda che aderiscono alle sue gambe lunghe ed una polo blu navy che mette in risalto le sue spalle ampie. La pelle del viso è liscia, appena rasata; emana quell’eleganza naturale che non ha bisogno di strafare.
Si avvicina, i suoi occhi grigi mi perquisiscono, non con malizia, ma con il dubbio se sia io oppure no.
- Mi sto solo rendendo conto che la teoria è molto diversa dalla pratica. -
Rispondo, cercando di mantenere il tono leggero che Giulia mi ha suggerito.
Lui sorride e le rughe attorno agli occhi si approfondiscono leggermente.
- Beh, almeno i colori sono coordinati. Sembriamo una squadra di tennis, non di golf. -
Scherza sui nostri abiti, notando la mia polo bianca e la sua, identica, ma blu, un accostamento innocente che lui usa per rompere il ghiaccio. Un riso breve, maschile, per un istante il mio ruolo di attrice vacilla. So che non è il mostro che Giulia mi ha descritto, solo un donnaiolo. C’è un fascino magnetico in lui, un’aria di uomo che ha visto tutto e che non si lascia impressionare facilmente.
- Matilde, vero? La manager d'acciaio...
E che, modestamente, ho sottratto a quel fesso del Pecci... Sì, sì, lo so: ancora non è ufficiale. -
Mi riconosce subito, ha solo una piccola esitazione. Il mio cuore salta un battito e la maschera della principiante cade, come la mazza che mi scivola di mano e che lui riprende prontamente, sfiorandomi un ginocchio.
- Atletico -scherzo- vedo che hai deciso di non tingerti più. Sapevo, Massimo, che saresti stato meglio brizzolato e col taglio un po' più corto. -
- I consigli di una self-made girl, audace come te, sono vangelo. - commenta lui, alzando un sopracciglio.
Passeggiamo, a distanza di mezzo braccio, fra i boschetti di leccio e pioppo, dove il Sole filtra tra le foglie creando una luce diffusa e intima.
Parliamo dei lavori a quello che dovrebbe essere il mio nuovo hotel in Sicilia, non lontano dal suo a Taormina. Mi dice che il lotto è ancora in assegnazione e che Yasser si è sfilato dall'affare. Il mio pensiero fugge a Franco per un attimo ed un sorriso impercettibile si forma sul mio viso. Ed allo sceicco che già so che sarà ospite dell'hotel fra una settimana.
Ma è un gioco, una danza di parole e sottili insinuazioni velate che suonano come complimenti. Lui è brillante, tagliente, e ogni sua risposta è una sfida che mi stimola. La tensione tra noi non è più solo professionale; è qualcosa di più viscoso. Me ne rendo conto quando si china a piantare il chiodino per la pallina, e mi guarda da sotto in sù con un sospiro così profondo che non occorre spiegazione.
- Hai un buon swing. Ma la tua presa è sbagliata. Sei troppo rigida. Hai bisogno di rilassarti. -
Lo dice allungando la mano per toccare la mia mano che stringe la mazza. La sua pelle è calda, ruvida.
- Mi insegneresti? -
- Sono qui per questo. E tu mi sembri brava ad imparare. -
Mi posiziono di fronte a lui con la mazza ferma. Lo guardo negli occhi ed il mio è un invito esplicito. Lui raccoglie.
Si avvicina da dietro, sento il suo corpo avvolgermi, la sua altezza mi copre completamente. Posiziona le sue mani sopra le mie, guidandomi sull'impugnatura del legno. È un contatto invadente, intimo. Sento il suo petto premere contro la mia schiena, il respiro regolare che mi sfiora il collo.
- Così. Ecco, non usare solo le braccia. Usa i fianchi. Ruota. -
La sua voce è un sussurro diretto nel mio orecchio, così come il suo odore di cuoio e spezie mi attrae invadendo le mie narici. mi lascio gestire mome un manichino.
Le sue dita sono forti, insistono, correggono la mia posizione. Quando mi spinge i fianchi in avanti per farmi ruotare, sento l'indurimento di lui contro il mio sedere. È un movimento involontario, o forse no, ma la mia reazione è istintiva. Un brivido di puro desiderio mi percorre la schiena. Per un attimo, il piano di Giulia svanisce dalla mia mente. Non vedo più un bersaglio da abbattere, vedo solo un uomo virile che mi vuole, che mi tocca con una maestria che mi ha fatto mancare il respiro. Il confine tra la recita e la verità si dissolve, e mi rendo conto che sto bagnando le mutandine non per strategia, ma perché lui mi eccita davvero.
- Sei una studentessa veloce. Ma la lezione non finisce qui. -
Le sue labbra mormorano appena e sfiorano il lobo del mio orecchio. Sento il suo palmo caldo sulla pancia e penso che stia per stringermi a sé. Cerco i suoi occhi voltando la testa, lui si stacca da me, ma il suo sguardo mi incenerisce, bruciante e, diretto, mi impone di cenare con lui, per continuare la lezione.
- Accetto. Ma non garantisco che sarò una studentessa modello. -
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