Il Toro di famiglia
di
Impotente
genere
corna
Il Toro di Famiglia.
Mi chiamo Gianni, il mio alias è Impotente. Scrivo storie. Di solito sono parti della mia vita passata ed attuale, sicuramente romanzate ma non proprio del tutto, ma questa l’ho solo raccolta. Me l’hanno raccontata ispirata Mauro e Giulia. Io ho messo insieme i pezzi. Quello che state per leggere è la loro storia. O almeno la versione che loro stessi hanno deciso di farmi sapere.
Mauro ha ventotto anni, un metro e settantacinque, fisico tonico, leggermente palestrato. È estroverso, parla facile, sorride facile. Giulia ne ha ventisei, un metro e sessantatré, capelli e occhi scuri, un seno abbondante che lei non sa ancora se amare o nascondere, e un sedere piccolo, che la fa sentire sempre un po’ sbagliata. Stanno insieme da dodici anni. Si sono presi da ragazzini e non si sono più lasciati. Hanno costruito tutto insieme: la prima casa, i primi debiti, le prime litigate da adulti. Adesso parlano di mettere su famiglia. Sulla carta sono la coppia solida, quella che “ce l’ha fatta”.
A letto, però, sono diventati monotoni. Stesse posizioni, stessi orari, stesse parole. Giulia resta timida. Non si piace abbastanza. Il suo corpo, secondo lei, stona con quello che vorrebbe essere. Mauro lo sa. Lo accetta. Ma dentro di lui qualcosa si è messo a lavorare in silenzio. Una fantasia che non riesce a dirle in faccia, perché lei si chiuderebbe subito.
Poi c’è Zio Massimo.
Non è zio di sangue. È l’uomo di Cinzia, la madre di Giulia. Cinzia è separata da anni, donna in carne, ancora piacente, con una fame di uomini che non nasconde. Massimo è il classico porco sposato di provincia: fisico trascurato, pancia che comincia a sporgere, sguardo viscido, sorriso da uomo che sa già come finirà. Si dichiara “separato in casa”, ma la moglie esiste ancora. A Cinzia non importa. Massimo le ha messo un cazzo decisamente più grosso di quello dell’ex marito, e lei si è attaccata. Ora se la scopa con regolarità, a casa sua o in qualche stanza d’albergo di passaggio.
Massimo non perde occasione con Giulia. Ogni volta che la vede le fa i complimenti. Sul vestito, sul seno, sul modo in cui cammina. Lo dice a voce bassa, con quel tono da stronzo che fa sembrare tutto una battuta. Cinzia ride, a volte lo redarguisce piano. Giulia arrossisce, abbassa lo sguardo, si sistema i capelli. Mauro sta zitto e osserva.
Io, Gianni, ho ascoltato Mauro raccontarmi queste scene con una voce strana: metà curiosità, metà paura. Ha detto che vorrebbe vedere Giulia cadere, piano piano, nelle sgrinfie di quel porco. Non tutto in una volta. Non con violenza. Solo spingere un po’ da dietro le quinte, favorire certi incontri, certe parole, certi sguardi. E guardare. Vedere se la timidezza di lei riesce a incrinarsi. Vedere fin dove può arrivare.
Questa è la storia che mi hanno raccontato.
Questa è la storia che adesso vi racconto io.
Era un sabato pomeriggio di quelli che sembrano banali. Casa di Cinzia. Il salotto profumava di stuzzichini appena sfornati e di quel detersivo che lei usava sempre. In televisione c’era la partita. Mauro e Massimo seduti sul divano, birre in mano. Cinzia e Giulia in cucina a preparare gli aperitivi.
Massimo aveva detto alla moglie che andava a vedere la partita con gli amici. Invece era lì, a gambe aperte, maglietta un po’ troppo stretta sulla pancia, sguardo già acceso. Ogni volta che Giulia passava dal salotto con un vassoio, lui alzava la voce.
Mi chiamo Gianni. Scrivo storie. Di solito sono parti della mia vita passata ed attuale, sicuramente romanzate ma non proprio del tutto, ma questa l’ho solo raccolta. Me l’hanno raccontata ispirata Mauro e Giulia. Io ho messo insieme i pezzi. Quello che state per leggere è la loro storia. O almeno la versione che loro stessi hanno deciso di farmi sapere.
Mauro ha ventotto anni, un metro e settantacinque, fisico tonico, leggermente palestrato. È estroverso, parla facile, sorride facile. Giulia ne ha ventisei, un metro e sessantatré, capelli e occhi scuri, un seno abbondante che lei non sa ancora se amare o nascondere, e un sedere piccolo, che la fa sentire sempre un po’ sbagliata. Stanno insieme da dodici anni. Si sono presi da ragazzini e non si sono più lasciati. Hanno costruito tutto insieme: la prima casa, i primi debiti, le prime litigate da adulti. Adesso parlano di mettere su famiglia. Sulla carta sono la coppia solida, quella che “ce l’ha fatta”.
A letto, però, sono diventati monotoni. Stesse posizioni, stessi orari, stesse parole. Giulia resta timida. Non si piace abbastanza. Il suo corpo, secondo lei, stona con quello che vorrebbe essere. Mauro lo sa. Lo accetta. Ma dentro di lui qualcosa si è messo a lavorare in silenzio. Una fantasia che non riesce a dirle in faccia, perché lei si chiuderebbe subito.
Poi c’è Zio Massimo.
Non è zio di sangue. È l’uomo di Cinzia, la madre di Giulia. Cinzia è separata da anni, donna in carne, ancora piacente, con una fame di uomini che non nasconde. Massimo è il classico porco sposato di provincia: fisico trascurato, pancia che comincia a sporgere, sguardo viscido, sorriso da uomo che sa già come finirà. Si dichiara “separato in casa”, ma la moglie esiste ancora. A Cinzia non importa. Massimo le ha messo un cazzo decisamente più grosso di quello dell’ex marito, e lei si è attaccata. Ora se la scopa con regolarità, a casa sua o in qualche stanza d’albergo di passaggio.
Massimo non perde occasione con Giulia. Ogni volta che la vede le fa i complimenti. Sul vestito, sul seno, sul modo in cui cammina. Lo dice a voce bassa, con quel tono da stronzo che fa sembrare tutto una battuta. Cinzia ride, a volte lo redarguisce piano. Giulia arrossisce, abbassa lo sguardo, si sistema i capelli. Mauro sta zitto e osserva.
Io, Gianni, ho ascoltato Mauro raccontarmi queste scene con una voce strana: metà curiosità, metà paura. Ha detto che vorrebbe vedere Giulia cadere, piano piano, nelle sgrinfie di quel porco. Non tutto in una volta. Non con violenza. Solo spingere un po’ da dietro le quinte, favorire certi incontri, certe parole, certi sguardi. E guardare. Vedere se la timidezza di lei riesce a incrinarsi. Vedere fin dove può arrivare.
Questa è la storia che mi hanno raccontato.
Questa è la storia che adesso vi racconto io.
«Madonna, Giulia, oggi sei messa da favola… quel pantalone ti segna tutto il culo.» Lo diceva guardandola dritto, senza nemmeno fingere. Mauro restava zitto, occhi sulla partita, ma sentiva ogni parola. Giulia arrossiva, stringeva un po’ le cosce mentre posava i piatti, e abbassava lo sguardo. Massimo notava tutto. Ogni volta alzava il tiro.
«Hai le tette della mamma, però più sode. Se fossi single te le mangerei.» Rideva dopo, come se fosse una battuta. Cinzia dalla cucina tirava una sgridata leggera, ma non entrava. Giulia tornava indietro con le guance calde e le cosce ancora più strette. Mauro lo vedeva. Vedeva anche il modo in cui lei, per un secondo, gli aveva lanciato uno sguardo di lato prima di sparire dietro l’angolo.
Al primo tempo finito, Massimo si alzò. «Vado a dare una mano in cucina.»
Chiuse la porta dietro di sé. Mauro e Giulia rimasero soli sul divano. Per qualche minuto si limitarono a baciarsi, lingue lente, mani sotto la maglietta. Poi arrivarono i rumori.
Prima il tavolo che cigolava. Poi la voce di Cinzia, bassa e arrabbiata: «Massimo, no… ci sono i ragazzi…» Poi un gemito soffocato, e il suono secco di carne contro carne. Massimo la stava scopando piegata sul tavolo, con quella violenza da sveltina che non chiedeva permesso. Si sentiva chiaramente il ritmo, i colpi, il tavolo che batteva contro il muro. Cinzia all’inizio resisteva a parole, ma dopo pochi secondi i «no» erano diventati gemiti. Sempre più alti. Sempre più lunghi. Alla fine non riuscì a trattenersi: un urlo acuto, rotto, mentre veniva. Subito dopo il grugnito di Massimo, più basso, e il silenzio di chi sta sborrando dentro.
Giulia era diventata rossa fino al collo. Respirava a bocca aperta, le cosce strette, lo sguardo fisso sulla porta chiusa. Mauro la guardò. Capì. Nella sua testa, in quel momento, lei stava immaginando di essere al posto della madre.
Massimo tornò dopo pochi minuti. Tronfio, maglietta sistemata alla meno peggio, sorriso da uomo che ha appena scopato. Si sedette di nuovo sul divano, troppo vicino a Giulia. Mauro si alzò.
«Vado a farmi una sigaretta sul balcone.»
Lasciò la porta del salotto socchiusa. Massimo non perse tempo. Si chinò verso Giulia, voce bassa, quasi un bisbiglio.
«L’hai sentita, eh? Come urlava mentre glielo mettevo tutto. Tua madre prende cazzo come una troia quando è in vena. E io gliel’ho riempita proprio adesso… ancora calda.» Fece una pausa, la guardò dritto negli occhi. «Tu invece stai lì ferma, tutta rossa. Ti è venuta voglia, Giulia? Di provarlo anche tu?»
Giulia non rispose. Solo le cosce che si strinsero di nuovo, e un respiro più corto. Massimo sorrise, soddisfatto, e si appoggiò allo schienale come se niente fosse.
Dal balcone Mauro fumava in silenzio, ascoltando ogni parola.
La partita riprese. Mauro tornò dal balcone e si sedette di nuovo sul divano, questa volta più vicino a Massimo. Giulia era andata in cucina ad aiutare la madre a sistemare. La porta del salotto restava socchiusa. Si sentivano i piatti, le voci basse delle due donne, ma niente di più.
Massimo aspettò solo qualche secondo. Si chinò verso Mauro, voce bassa, quasi un soffio contro l’orecchio.
«Mauro… quando la fotti, la tua bella puledrina… gode come Cinzia? Cazzo, quelle tette mi fanno sballare. Le ho viste muoversi sotto la maglietta prima… chissà come ballano quando glielo dai forte, eh?»
Mauro non rispose subito. Tenue lo sguardo sulla televisione. Solo un «mh» basso, quasi impercettibile. Massimo sorrise di lato e continuò, più sicuro.
«Io ce la monterei subito, te lo dico chiaro. Quella faccia da brava ragazza… ma sotto è una porcellina, ci scommetto. Ti ha già dato anche il bel culetto che ha? Quello piccolo… cazzo, proprio quello mi fa venire voglia di aprirlo.»
Mauro strinse la bottiglia di birra. Rispose a monosillabi, la voce un po’ roca.
«Sì… a volte.»
Massimo si leccò il labbro inferiore, gli occhi lucidi. Si stava eccitando sul serio. Continuò a sussurrare, sempre più diretto, sempre più volgare.
«A volte… cioè gliel’hai già messo nel culo? Bravo ragazzo. E lei come reagisce? Si stringe? Urla? O fa la timida e poi si bagna tutta? Perché io, quando la guardo, mi viene proprio voglia di provarla. Di farle fare i salti che fa la mamma. Cinzia prende cazzo da porca, te l’ho fatto sentire prima… ma Giulia… Giulia deve essere ancora più stretta. Più fresca.»
Mauro restava quasi immobile. Ogni tanto annuiva, o diceva un «sì» o un «forse». Ma il suo corpo parlava chiaro: il respiro era diventato più corto, una mano gli si era appoggiata sulla coscia senza che se ne accorgesse, e il cazzo gli si stava indurendo dentro i pantaloni. Massimo lo notò. Non disse niente, ma il sorriso gli si allargò. Godette in silenzio.
Nella testa di Massimo la dinamica stava diventando nitida. Lui il toro da monta. Giulia la manza da coprire. Mauro il cornuto che stava lì ad ascoltare, ad eccitarsi, a non fermarlo. Lo aveva sospettato da settimane, da quando aveva cominciato a fare i complimenti sempre più spinti e Mauro non aveva mai davvero protestato. Ora ne aveva la conferma. Il ragazzo non solo accettava: si stava scaldando.
Massimo abbassò ancora la voce, quasi un ringhio.
«Sai cosa mi piacerebbe, Mauro? Prenderla mentre tu stai a guardare. Fargli quelle tette ballare sul serio. Fargli dire le stesse cose che dice la mamma quando viene. E tu… tu resti lì, a vedere come la troia di tua fidanzata prende il cazzo di un altro. Ti eccita, vero? Lo vedo. Non mentire.»
Mauro non rispose. Solo un respiro più profondo, e lo sguardo fisso sul campo di calcio che non stava più guardando. Massimo si appoggiò allo schienale, soddisfatto, e allargò un po’ le gambe. Sapeva di aver trovato il punto giusto. E sapeva che, da quel momento, la partita vera non era più quella in televisione.
Ormai i ruoli erano chiari, almeno nella testa di Massimo.
Lui il toro.
Giulia la manza.
Mauro il cornuto che preferiva sapere piuttosto che vedere. Non voleva stare lì a guardare mentre un altro la montava: voleva solo la certezza che succedesse, il racconto dopo, l’odore, i dettagli. Massimo lo aveva capito e ne godeva in silenzio.
Continuava a parlare a bassa voce, ancora più esplicito adesso che si sentiva sicuro.
«Immagina, Mauro… glielo metto mentre è piegata come la mamma. Le tengo le tette strette e la scopò fino a farla urlare. Poi ti racconto tutto. Ti dico quanto era stretta, quanto si è bagnata, se ha chiesto di prenderlo anche nel culo. Tu te lo fai bastare, vero? Sei fatto così.»
Mauro annuì appena, senza staccare gli occhi dallo schermo. Non servivano molte parole. Il suo silenzio era già una risposta.
In quel momento Giulia tornò dal corridoio con un vassoio di olive e patatine. Aveva sentito qualcosa. Non tutto, ma abbastanza. Qualche parola su «tette», su «culetto», su «montare». Si fermò un attimo sulla soglia, lo sguardo interrogativo. Perché Mauro lasciava dire quelle cose a Zio Massimo su di lei? Perché non lo zittiva, perché non lo mandava a fanculo come avrebbe fatto qualsiasi fidanzato normale?
Non chiese niente.
Non aprì bocca.
Era troppo introversa, troppo abituata a tenersi tutto dentro. Si limitò a posare il vassoio sul tavolino, le guance già tiepide, e si sedette sulla poltrona di fronte, le ginocchia unite.
Massimo le sorrise. Un sorriso lento, consapevole, da uomo che sa di averle messo qualcosa in testa. Giulia abbassò gli occhi, ma non abbastanza in fretta. Quel sorriso le arrivò dritto tra le gambe. Sentì la figa reagire, bagnarsi piano, quasi di nascosto. Si strinse di più sulle cosce, sperando che non si notasse.
Nella sua testa le immagini si sovrapponevano.
La madre piegata sul tavolo, che urlava.
Quel cazzo grosso che entrava e usciva.
E lei al posto di Cinzia.
Non solo per eccitazione. C’era anche un filo di competizione, una voglia silenziosa di dimostrare di essere migliore, più stretta, più giovane, più capace di far godere un uomo così. Aveva ventisei anni, era in un periodo fertile, il corpo le chiedeva attenzioni che Mauro, con la loro routine, non le dava più da tempo. E quel pensiero – lo zio che scopava la madre facendola venire forte – le stimolava la fantasia in un modo che la faceva vergognare.
Avrebbe voluto alzarsi, andare in cucina e chiedere a Cinzia, con voce bassa:
«Come ti scopa? Ti fa male? Ti fa venire sempre così?»
Ma non riuscì. La vergogna le chiuse la gola. Restò seduta, le mani sulle ginocchia, il respiro un po’ più corto del solito, mentre Massimo la guardava di sottecchi e Mauro faceva finta di seguire ancora la partita. Il silenzio che seguì non era più lo stesso di prima.
Era carico.
E tutti e tre lo sapevano.
La partita finì.
Anche gli sguardi, per un attimo, si spensero. Massimo si alzò, si sistemò la maglietta sulla pancia e guardò l’orologio.
«Devo tornare dalla mia… prima però.»
Non finì la frase. Prese Cinzia per un polso e la trascinò in camera da letto. Lei non oppose resistenza. Anzi, chiuse la porta alle sue spalle con un sorriso già pronto. Massimo si sedette sul bordo del letto, aprì la cerniera e tirò fuori il cazzo ancora semi-duro, lucido di quel poco che gli era rimasto dentro dopo la sveltina in cucina.
«Svuotami prima di andare a casa. Non voglio tornare carico.»
Cinzia si inginocchiò felice, come se le avessero chiesto il favore più naturale del mondo. Gli prese il cazzo con tutte e due le mani, lo leccò dalla base alla punta e poi lo ingoiò fino in fondo. Succhiò con quella fame che le conosceva bene, facendo rumore, bagnandolo di saliva, tenendogli lo sguardo mentre lui le teneva i capelli. Non ci volle molto. Massimo grugnì, le bloccò la testa e le sborrò in gola a getti lunghi e densi. Lei accettò tutto, deglutì quello che poteva e lasciò che il resto le colasse dalle labbra sul mento e sul collo.
Pochi minuti dopo Massimo uscì dalla camera, sistemato, l’aria di chi ha risolto un problema pratico. Salutò con un cenno, fece un ultimo sguardo a Giulia – un sorriso corto, consapevole – e se ne andò.
Cinzia tornò in salotto a raccogliere i piatti e i resti dell’aperitivo. Aveva ancora il vestito di casa, largo, scollato. Mentre si chinava sul tavolino, Mauro la guardò. Il seno le pendeva pesante, e sulla pelle chiara, proprio sopra il bordo della scollatura, c’erano delle macchie lucide. Gocce di sperma che le erano cadute dalle labbra e non aveva ancora pulito. Quando si rialzò e passò vicino a lui, Mauro sentì l’odore. Sperma fresco. Dall’alito di Cinzia. Dal suo respiro. Un odore denso, inconfondibile.
Giulia lo notò anche lei.
E qualcosa dentro di lei cedette.
Si alzò dalla poltrona, andò dritta da Mauro e gli si sedette a cavalcioni sulle gambe. Lo baciò senza preamboli, lingua calda, respiro corto. Aveva le cosce già umide. Gli passò una mano tra i corpi e gli strinse il cazzo sopra i pantaloni. Lo trovò duro, teso, carico di tutti i pensieri che gli avevano girato in testa per tutto il pomeriggio.
Lo baciò ancora, più a fondo, e gli parlò contro la bocca, timida, quasi vergognosa, le parole dette alla lontana:
«Mauro… portami in camera…?
Mi sento strana…
Ho bisogno…»
Non riuscì a dire di più. Ma il corpo parlava chiaro. Voleva essere presa forte, trattata da manza in calore, scopata come lo zio aveva appena scopato la madre. Voleva la sua razione di cazzo, adesso, prima che la voglia e la vergogna si rimescolassero di nuovo e la facessero chiudere.
Mauro la guardò.
Sentì il peso di lei sulle cosce, la mano che gli stringeva il cazzo, l’odore di sperma che ancora aleggiava in casa.
E capì che, quella sera, la routine non sarebbe bastata.
Si chiusero in camera di Giulia e la porta fece click.
Fuori restava l’odore di sperma e di stuzzichini. Dentro, solo loro due e quello che si erano portati dietro dalla testa.
Giulia non aspettò che fosse Mauro a muoversi. Si sdraiò sul letto, si sollevò il vestito e con le dita scostò da sola le mutandine bianche, mettendosi a disposizione. Le gambe un po’ aperte, lo sguardo basso, le guance già rosse. Era consapevole. Sapeva cosa stava chiedendo.
Mauro si inginocchiò tra le sue cosce come un bravo cagnolino. Le leccò la figa già bagnata, lenta e precisa, sentendo il sapore di lei mescolato a tutta l’eccitazione del pomeriggio. Giulia gli posò una mano sui capelli e cominciò a parlare, a voce bassa, quasi un sussurro rotto dai respiri.
«Ha detto… che mi avrebbe montata come la mamma…
Che mi avrebbe fatto le tette ballare…
Che voleva aprirmi il culo…»
Mauro non rispose. Continuò a leccare, concentrato, la lingua piatta e calda sul clitoride. Giulia chiuse gli occhi. Nella sua testa la lingua di Mauro diventò altro. Divenne il cazzo di Zio Massimo: grosso, pesante, quello che aveva appena riempito Cinzia. Si immaginò piegata sul tavolo al posto della madre, con quel porco viscido che la prendeva forte, che le teneva i fianchi e la scopava fino a farla urlare. Il desiderio di essere al posto di Cinzia le salì in gola insieme al piacere. La competizione silenziosa, la voglia di dimostrare di essere più giovane, più stretta, più capace. Venne forte, le cosce che le tremavano intorno alla testa di Mauro, un gemito lungo che non riuscì a trattenere.
Ancora con gli occhi chiusi, si voltò, lo fece alzare e gli prese il cazzo tra le labbra. Glielo succhiò con una fame nuova, immaginando il pompino che la madre aveva appena fatto a Massimo in camera. La stessa posizione, lo stesso compito: svuotarlo. Nella sua mente non era più il cazzo di Mauro quello che aveva in bocca. Era quello dello zio: scurrile, viscido, potente. Quello che aveva fatto godere Cinzia e che adesso, nella fantasia, stava usando lei.
Mauro restò in piedi, una mano sui capelli di Giulia, e la guardò fare.
Sapeva esattamente a cosa stesse pensando.
E non la fermò.
Nei giorni successivi tutto restò cristallizzato.
Nessuno ne parlò. Mauro non fece domande, Massimo non si fece vivo per un po’, e Giulia tenne tutto chiuso dietro la fronte. Solo il corpo tradiva: ogni tanto, senza motivo apparente, si stringeva le cosce e abbassava lo sguardo.
Finché una sera, mentre aiutava la madre a sparecchiare, Giulia trovò il coraggio. La voce le uscì bassa, quasi vergognosa, mentre asciugava un piatto.
«Mamma… scusa se te lo chiedo…
ma Massimo ha il cazzo più grosso di papà?
Mi sembra che ti piaccia molto…»
Cinzia si fermò. Per un attimo sembrò sorpresa, poi un sorriso lento, quasi orgoglioso, le si aprì sulle labbra. Si appoggiò al bordo del lavandino e abbassò la voce, come se stessi condividendo un segreto tra donne.
«Certo che ce l’ha più grosso.
E non è solo la misura… è come lo usa. Quando viene nel pomeriggio mi prende forte, a lungo. Non come le scopatine di una volta. Mi tiene ferma, mi spalanca e continua finché non gli dico basta. E ha tanto seme… quando sborra mi sento riempire per davvero. A volte mi cola ancora dopo un’ora.»
Giulia sentì le guance bruciare. Continuò, più sottovoce:
«Ma… papà non era anche lui così?»
Cinzia scrollò la testa, quasi divertita.
«Nooooo. Minimamente. Con tuo padre erano sempre le stesse cose, a letto, sempre uguali, cinque minuti e buona notte. Massimo no. Lui mi prende ovunque. In cucina, sul divano, contro il muro…
Sai… una volta ti confesso… mi ha scopata anche sul tuo letto.
Mi ha detto che lo eccitava sentire il tuo odore di donna giovane sulle lenzuola.
Che scemo che è!»
Cinzia rise piano, scuotendo la testa come se stesse parlando di un ragazzino birichino.
Giulia non rise.
Sentì le cosce stringersi da sole. La figa si bagnò all’istante, calda e improvvisa, mentre nella testa le si formava l’immagine nitida: Zio Massimo sul suo letto, sopra sua madre, che annusava le lenzuola e la scopava forte proprio lì dove lei dormiva ogni notte. Il pensiero le arrivò dritto tra le gambe, più potente di qualsiasi fantasie che si fosse fatta fino a quel momento.
Abbassò gli occhi sul piatto che stava ancora asciugando e non disse più niente.
Ma il corpo aveva già risposto per lei.
Ormai mancava solo l’occasione.
Mauro lo capiva da come Giulia era cambiata da quella sera in cui aveva parlato con la madre. Restava perennemente eccitata. Più porca, anche se sempre timida. Si apriva di più a letto, gli diceva di prenderla forte, di non tenerla, di scoparla come se fosse una cosa da usare. Era la prima volta che glielo chiedeva con quella voce. Mauro ascoltava, scopava, e intanto sapeva che non era più solo per lui.
Poi arrivò il giorno giusto.
Giulia doveva andare in un negozio di arredamento a scegliere alcune cose per casa. Massimo, che era passato da Cinzia nel pomeriggio, colse al volo.
«Senti, Cinzia… tu non volevi andare al supermercato?
Bene. Così ti lascio al centro commerciale e intanto accompagno Giulia in quel negozio. Poi torno a prenderti quando hai finito la spesa. Va bene?»
Cinzia annuì senza pensarci troppo.
«Certo, perfetto.»
Partirono in tre. Cinzia dietro, tanto scendeva per prima. Massimo alla guida, Giulia sul sedile del passeggero. Aveva un vestito casto, gonna lunga fino al ginocchio, maglietta semplice. Niente di provocante. Eppure l’idea di restare sola in macchina con lo zio le aveva già bagnato tutto. Le gambe si stringevano da sole, come per contenere una figa che era diventata un lago.
Lasciarono Cinzia all’ingresso del centro commerciale.
Massimo ripartì. Per qualche secondo non disse niente. Poi, mentre imbocca la strada secondaria verso il negozio, girò appena la testa e sorrise.
«Ora siamo un po’ soli io e te…
Che bello. La mia bella Giulia.»
La mano destra lasciò il volante e le si posò sulla coscia, sopra la gonna. Strinse. Non forte, ma abbastanza da farsi sentire. Le dita calde, pesanti, che premevano sulla carne.
Giulia restò di pietra.
Non scostò la mano. Non disse di smettere. Non disse niente. Era bloccata, il respiro corto, lo sguardo fisso sulla strada davanti. Dentro, però, c’era un incendio. La figa pulsava, bagnata, e ogni centimetro di quella mano le sembrava già troppo e troppo poco insieme. Massimo non ritirò la presa.
Guidava con una mano sola, l’altra ferma sulla coscia di lei, e aspettava.
La mano di Massimo salì.
Lenta, sicura, sotto la gonna. Le dita trovarono il bordo delle mutandine e lo seguirono senza fretta. Giulia non fiatò. Restò di marmo, lo sguardo fisso sul parabrezza, il respiro che le si era quasi fermato in gola. Solo il cuore le batteva troppo forte.
Le dita scostarono il tessuto umido, l’ultimo baluardo. Allargarono le grandi labbra già scivolose e la toccarono direttamente. Calde, grosse, da uomo che sa dove mettere le mani. Giulia non riuscì a trattenersi. Le cosce si aprirono da sole, un movimento piccolo ma inequivocabile. Un invito muto.
Massimo sorrise di lato, senza togliere gli occhi dalla strada. Girò in una stradina secondaria, poi in un piazzale deserto vicino a un chiosco chiuso da mesi. Fermò la macchina in un angolo d’ombra, spense il motore e si voltò verso di lei.
«Finalmente.
Guardami, Giulia.
Sei già tutta bagnata. Come una troia che aspetta da giorni.»
Le afferrò un polso e se lo portò sulla sua cerniera.
«Aprilo. Adesso.»
Lei obbedì con dita tremanti. Il cazzo di Massimo le uscì pesante, già duro, più grosso di quello di Mauro, venato, con la punta lucida. Massimo le prese la mano e glielo fece stringere.
«Senti com’è. Questo è quello che ha scopato tua madre sul tuo letto. Adesso tocca a te.»
Si spostò verso di lei, le sollevò la gonna fino alla vita, le tirò giù le mutandine con un gesto secco e le fece allargare di più le gambe sul sedile. Si mise in mezzo, le afferrò i fianchi e le puntò il cazzo contro la figa aperta.
«Guarda come ti apro.
La figlia della Cinzia… finalmente.»
Spinse.
Entrò tutto d’un colpo, grosso, duro, senza pietà. Giulia emise un gemito rotto, mezzo dolore e mezzo sollievo. Massimo non aspettò che si abituasse. Cominciò a scoparla con colpi lunghi e profondi, tenendola ferma per i fianchi, facendo sbattere il sedile. Parlava mentre la montava, voce bassa e scurrile.
«Cazzo che stretta… meglio della mamma.
Le tette ti ballano proprio come pensavo.
Ti piace il cazzo dello zio, eh? Dillo.
Dillo mentre ti riempio.»
Giulia non riusciva a parlare. Solo gemiti, sempre più alti, mentre lui la prendeva forte, senza delicatezza, da porco di provincia che aveva finalmente messo le mani sulla figlia. Le dita di Massimo le strinsero un seno sopra la maglietta, poi scivolarono giù a strofinarle il clitoride con ruvidezza. Giulia venne una prima volta quasi subito, le unghie conficcate nel sedile, un urlo soffocato contro la spalla di lui.
Massimo non si fermò. Continuò a scoparla, più veloce, più pesante, il suono umido della figa che lo inghiottiva a ogni spinta. Le parole diventarono ancora più sporche.
«Ti allago tutta. Come ho fatto con tua madre.
Prendi questo cazzo e taci.
Sei la mia manza adesso.»
Quando venne, lo fece a fondo, tenendola bloccata contro di sé. Getti densi, caldi, che la riempirono fino a farle sentire il liquido scendere già mentre lui era ancora dentro. Giulia venne di nuovo in quello stesso momento, più forte di quanto avesse mai goduto in vita sua. Le gambe le tremavano, la schiena si inarcò, e per qualche secondo perse quasi il contatto con tutto ciò che non fosse quel cazzo che la stava allagando.
Massimo restò immobile qualche secondo, respirando pesante, ancora sepolto dentro di lei. Poi le diede un’ultima spinta lenta, come per spingere lo sperma ancora più in fondo, e sussurrò contro il suo orecchio:
«Brava ragazza.
Ora si che sei sverginata... non sei più una manza sei una vacca, la mia vacca.
Adesso sei piena dello zio.»
Giulia non rispose.
Aveva gli occhi chiusi, le cosce ancora aperte, e il seme di Massimo che le colava calda tra le labbra della figa.
Massimo non si accontentò di averla riempita.
Restò un attimo fermo, il cazzo ancora semi-duro e lucido del suo e del suo sperma mescolati, poi le posò una mano pesante sulla nuca.
«Dai, Giulia.
Pulisci il cazzo dello zio che ti ha reso donna.
Dai… lo so che lo vuoi. Pulisci.»
La voce era bassa, da ordine. Non da richiesta.
Le dita le strinsero leggermente i capelli e la spinsero giù, verso il suo bacino. Giulia esitò solo un secondo. Poi si chinò. Con una mano gli tenne il cazzo e se lo portò alle labbra. Lo imboccò. Leccò. Succhiò via il sapore denso e salato di quello che le era appena uscito dentro. A lei, in quel momento, sembrava nettare. Ogni leccata le faceva sentire ancora di più quanto fosse piena, quanto fosse stata usata.
Massimo la guardava dall’alto, una mano ancora sulla sua nuca, l’altra appoggiata al poggiatesta.
«Brava. Tutto. Anche sotto. Pulisci bene la tua merenda.»
Giulia obbedì. La lingua le girava intorno al glande, scendeva lungo il corpo ancora umido, recuperava ogni traccia. Non c’era più la ragazza timida di poche ore prima. C’era una giovane vacca che stava imparando. I freni erano rotti. Le piaceva sentirsi così: usata, sottomessa, piena del seme di quell’uomo viscido e porco che da mesi le girava intorno con lo sguardo.
La sua testa, in un angolo ancora lucido, lo rifiutava. Lo trovava scurrile, grossolano, disgustoso.
Ma il corpo aveva già scelto. Cedette. Continuò a leccare e a succhiare finché Massimo non fu pulito, e solo allora alzò lo sguardo, le labbra lucide, gli occhi un po’ persi.
Massimo le accarezzò una guancia con il dorso della mano, quasi paternalistico.
«Ecco. Adesso sei a posto.
La prossima volta ti insegno anche il resto.»
Giulia non rispose.
Si rialzò lentamente, si sistemò la gonna, ma tra le cosce sentiva ancora lo sperma che le colava. E sapeva che, da quel momento, qualcosa era cambiato per sempre.
Dopo le compere Massimo le riportò sotto casa.
Scese per primo, aprì lo sportello a Cinzia e la baciò a lungo, con la lingua, proprio lì sul marciapiede. Mentre la baciava, la mano libera gli scivolò di lato e andò a stringere fortissimo la coscia di Giulia, sopra la gonna. Le dita conficcate nella carne, un messaggio chiaro, senza parole: adesso sei anche tu mia. La mia vacca.
Giulia non si scostò.
Aprì appena le labbra, un respiro corto, quasi un segno muto di sottomissione. Massimo la guardò sopra la spalla di Cinzia. Aveva gli occhi lucidi di vittoria, il sorriso di chi ha appena messo il marchio su entrambe. Nella sua testa i ruoli erano ormai definiti: due vacche, una più esperta e una appena domata, e lui il toro padrone che se le sarebbe montate senza limiti.
Salutò con un cenno e se ne andò.
La sera arrivò Mauro.
Giulia lo sentì salire le scale e cominciò a tremare. Il senso di colpa le stringeva lo stomaco. Aveva fatto cornuto il suo uomo con un porco di mezza età, l’uomo di sua madre, in una macchina parcheggiata vicino a un chiosco chiuso. Si era fatta riempire, aveva pulito il cazzo con la bocca, aveva goduto come non aveva mai goduto. Stava impazzendo.
Ma quando Mauro entrò e la vide, sorrise.
Un sorriso largo, quasi felice. Si avvicinò senza dire niente, le mise una mano tra le gambe sopra i pantaloni della tuta e le strinse la figa. Non lo faceva mai così, di solito. Giulia restò ferma, il cuore in gola. Aveva paura di non essersi lavata abbastanza. Lo sperma di Massimo le era colato per ore mentre tornavano a casa, caldo e denso, e lei sentiva ancora l’odore sulla pelle. Si chiuse un po’ in sé stessa, le cosce che tentavano di stringersi, mentre Mauro le scostava le mutandine e le infilava un dito dentro.
Lo sapeva.
Sapeva tutto.
Massimo lo aveva chiamato nel tardo pomeriggio, ancora carico di orgoglio. Non aveva resistito. Doveva dirlo a qualcuno, doveva gonfiarsi. E chi meglio del cornuto?
Mauro ascoltò in silenzio mentre lo zio porco, dall’altra parte del telefono, abbelliva e umiliava.
«Allora, ragazzo… oggi tua fidanzata ha preso cazzo per la prima volta da un vero uomo.
L’ho portata in un piazzale, le ho alzato la gonna e gliel’ho messo tutto d’un colpo. Cazzo, com’era stretta… quasi mi faceva male. Ha gemuto come una troia al primo colpo.
Le ho tenuto i fianchi e l’ho scopata forte, da vera monta. Le tette le ballavano sotto la maglietta, e lei apriva le gambe sempre di più.
Quando sono venuto l’ho riempita fino a farla colare sul sedile. Sembrava una fontana. Poi le ho messo la mano sulla nuca e le ho fatto pulire il cazzo. Se l’è preso in bocca tutto, sperma e figa mescolati, e lo ha leccato come se fosse la cosa più buona del mondo.
Ti piace sapere che la tua bella Giulia adesso ha il mio seme ancora dentro?
Che mentre tu lavori io me la monto e lei viene più forte di quanto abbia mai fatto con te?
La prossima volta te la preparo meglio. Magari te la lascio piena e te la mando a casa così, che tu possa sentire l’odore quando la scopi.»
Massimo aveva riso, soddisfatto, e aveva chiuso.
Mauro aveva ascoltato ogni parola. Alcune erano vere. Altre le aveva inventate lo zio per abbellire e per piantare l’umiliazione ancora più a fondo. Ma il risultato era lo stesso.
Ora, con il dito dentro Giulia, Mauro sentiva la figa ancora un po’ gonfia, un po’ diversa. Lei lo guardava con gli occhi bassi, terrorizzata e eccitata insieme. Lui le sorrise di nuovo, le fece un altro movimento lento con il dito, e sussurrò:
«Lo so. So tutto. E non mi dispiace.»
Giulia capì ogni cosa in un solo istante.
Mauro sapeva. Accettava. Anzi, sembrava quasi contento. E lei non seppe se quella cosa le piacesse di più di qualsiasi altra o se lo odiasse infinitamente. Restò combattuta, la gola chiusa, incapace di parlare. Il senso di colpa e l’eccitazione le si rincorrevano dentro senza lasciare spazio alle parole.
Poi Mauro la baciò.
Con passione, senza riserve. Le labbra calde, la lingua che cercava la sua. Quando si staccò le sussurrò all’orecchio, la voce bassa e ferma:
«Amore, ti amo.
E voglio che tu goda come io ora non sono capace di farti godere.
Voglio che lui ti scopi e ti faccia venire come una troia.
Ti amo.
Lo so che hai ancora tracce di lui nella figa… fammela leccare, ti prego.»
Giulia arrossì fino alle orecchie. Non era solo imbarazzo. Era qualcosa di più profondo, quasi una vergogna che le bruciava. Eppure la voglia di condividere quella cosa con lui la ammorbidì. Capì, in quel momento, di essere più porca di quanto si fosse mai ritenuta. Molto di più. Ora il suo fidanzato era diventato complice suo e di quel maiale di Zio Massimo. Un triangolo sporco di cui lei era il centro.
Non disse niente.
Si lasciò cadere sul letto, si tirò su il vestito e aprì le cosce. Larga. Offerta. Mauro si infilò tra le sue gambe e cominciò a leccarla con una fame che non le aveva mai mostrato. La lingua calda, insistente, che cercava ogni traccia, ogni ricordo di quello che Massimo le aveva lasciato dentro. Giulia gli mise le mani nei capelli e lo tenne lì, aprendo ancora di più le gambe, spingendogli la faccia contro la figa. Si lasciò andare. Questa volta non c’era la tensione del pomeriggio, non c’era la paura di essere scoperta o di dover tornare a casa con lo sperma che colava. C’era solo il piacere, crudo e liberatorio.
Venne forte.
Un orgasmo lungo, violento, che le strappò un urlo vero, non trattenuto. Le cosce le tremavano intorno alla testa di Mauro, la schiena si inarcò, e per qualche secondo perse il controllo completo.
La porta della camera si aprì di colpo.
Cinzia, allarmata dal grido, era corsa su per le scale pensando che qualcuno stesse male. Si trovò davanti la figlia a cosce spalancate e Mauro con la faccia sepolta tra le sue gambe.
Restò immobile un attimo, gli occhi sgranati. Poi alzò una mano in un gesto quasi goffo.
«Ooo… scusate.
Pensavo qualcuno stesse male.»
Chiuse la porta in fretta e scese le scale senza aggiungere altro.
Nel silenzio che seguì si sentì solo il respiro ancora corto di Giulia e il battito del cuore di Mauro contro la sua coscia.
Nei giorni seguenti Zio Massimo diventò più insistente.
Non aspettava più le occasioni fuori casa. Entrava quando voleva, si muoveva come se quelle due donne gli appartenessero già del tutto.
Una sera Cinzia era in cucina a preparare la cena. Giulia sistemava la tavola. Massimo arrivò, salutò la madre con un bacio sulla guancia e, senza troppi preamboli, afferrò Giulia per un polso e la trascinò nel bagno di servizio. Chiuse la porta a chiave.
«In ginocchio. Adesso.»
Giulia obbedì.
Si inginocchiò sul mattonelle fredde mentre lui si apriva i pantaloni e le tirava fuori il cazzo già duro. Glielo spinse contro le labbra.
«Apri. Come una puttana di strada.»
Lei aprì. Massimo le tenne la testa con entrambe le mani e cominciò a scoparle la bocca. Spinte profonde, senza delicatezza, il glande che le batteva in gola. Parlava a voce bassa, sudicio, mentre la usava.
«Brava vacca… succhia lo zio.
Tua madre è di là che taglia le verdure e tu qui a prenderti il cazzo in gola.
Più a fondo. Così.»
Giulia lo prese. Occhi lucidi, saliva che le colava dal mento, ma non si tirò indietro. Quando Massimo venne lo fece dritto in bocca, tenendola ferma finché non ebbe finito di scaricarsi. Getti caldi, densi, che lei non riuscì a deglutire del tutto.
Lui si sistemò i pantaloni, le accarezzò una guancia con il dorso della mano e uscì come se niente fosse.
«Non fare tardi a tavola.»
Giulia restò seduta sul water, le cosce aperte. Aveva ancora lo sperma in bocca. Lo impastò con la lingua, ne sentì il sapore salato e pesante, e intanto si cacciò due dita nella figa già inzuppata. Si toccò con furia, gli occhi chiusi, mentre nella testa riviveva ogni spinta, ogni parola sporca. Godé forte, mordendosi il labbro per non far sentire nulla oltre la porta.
Oddio come le piaceva.
Sentirsi così sporca. Lei, la ragazza sempre perfetta, sempre composta, adesso usata in un bagno da un uomo maturo, viscido e porco, mentre la madre cucinava a pochi metri. Impazziva.
Con le dita ancora umide prese il telefono e chiamò Mauro. La voce le uscì bassa, un po’ rotta, ancora piena di quello che aveva in bocca.
«Amore…
mi ha sborrato in bocca.
Voglio baciarti adesso.
Vieni.»
Mauro si precipitò.
Giulia scese le scale di corsa, non prima di aver gridato verso la cucina:
«Mamma, stasera c’è anche Mauro a cena!»
Lui arrivò trafelato, ancora con la maglietta un po’ storta. Giulia gli saltò al collo, euforica, e lo baciò senza respiro. Bocca contro bocca, lingua contro lingua. Condivisero lo sperma di Massimo che lei teneva ancora in gola e sulle labbra. Mauro lo sentì, denso e salato, e non si tirò indietro. Anzi, approfondì il bacio, una mano già sul culo di lei, mentre lei gli stringeva i fianchi con una fame nuova.
Dentro casa, intanto, Zio Massimo non stava fermo.
Cinzia era ancora in cucina, di spalle, intenta a controllare una pentola. Lui si avvicinò silenzioso, le posò una mano sulla schiena e la piegò in avanti, facendole appoggiare i gomiti su una sedia. Con le dita raccolse una noce di burro dal piano di lavoro e gliela spinse tra le natiche, ungendola in fretta, senza troppa delicatezza.
«Stai zitta e tieni duro.»
Si calò i pantaloni quel tanto che bastava, le puntò il cazzo già di nuovo duro contro il buco e entrò. Cinzia emise un gemito basso, mezzo dolore e mezzo abitudine. Massimo la inculò forte, lì in piedi, tenendola ferma per i fianchi, le spinte secche e profonde che facevano cigolare la sedia. Non ci volle molto. Quando venne lo fece a fondo, riempiendole il culo di sperma caldo mentre lei stringeva i denti per non far sentire troppo.
Si sfilò, si sistemò e pensò, soddisfatto, mentre si lavava le mani al lavello:
Questa sera sia la madre che la figlia sono piene di me. Fantastico.
In più arriva il cornuto… cazzo che divertimento.
Una famiglia unita. La sto unendo io nello stesso sperma! Hahaha.
Quando Mauro e Giulia entrarono in cucina, Massimo era già seduto a tavola con l’aria di chi non aveva combinato niente. Cinzia aveva le guance un po’ rosse e camminava con un leggero disagio, ma nessuno fece domande.
La cena poteva cominciare.
Scritto da Impotente@proton.me
Mi chiamo Gianni, il mio alias è Impotente. Scrivo storie. Di solito sono parti della mia vita passata ed attuale, sicuramente romanzate ma non proprio del tutto, ma questa l’ho solo raccolta. Me l’hanno raccontata ispirata Mauro e Giulia. Io ho messo insieme i pezzi. Quello che state per leggere è la loro storia. O almeno la versione che loro stessi hanno deciso di farmi sapere.
Mauro ha ventotto anni, un metro e settantacinque, fisico tonico, leggermente palestrato. È estroverso, parla facile, sorride facile. Giulia ne ha ventisei, un metro e sessantatré, capelli e occhi scuri, un seno abbondante che lei non sa ancora se amare o nascondere, e un sedere piccolo, che la fa sentire sempre un po’ sbagliata. Stanno insieme da dodici anni. Si sono presi da ragazzini e non si sono più lasciati. Hanno costruito tutto insieme: la prima casa, i primi debiti, le prime litigate da adulti. Adesso parlano di mettere su famiglia. Sulla carta sono la coppia solida, quella che “ce l’ha fatta”.
A letto, però, sono diventati monotoni. Stesse posizioni, stessi orari, stesse parole. Giulia resta timida. Non si piace abbastanza. Il suo corpo, secondo lei, stona con quello che vorrebbe essere. Mauro lo sa. Lo accetta. Ma dentro di lui qualcosa si è messo a lavorare in silenzio. Una fantasia che non riesce a dirle in faccia, perché lei si chiuderebbe subito.
Poi c’è Zio Massimo.
Non è zio di sangue. È l’uomo di Cinzia, la madre di Giulia. Cinzia è separata da anni, donna in carne, ancora piacente, con una fame di uomini che non nasconde. Massimo è il classico porco sposato di provincia: fisico trascurato, pancia che comincia a sporgere, sguardo viscido, sorriso da uomo che sa già come finirà. Si dichiara “separato in casa”, ma la moglie esiste ancora. A Cinzia non importa. Massimo le ha messo un cazzo decisamente più grosso di quello dell’ex marito, e lei si è attaccata. Ora se la scopa con regolarità, a casa sua o in qualche stanza d’albergo di passaggio.
Massimo non perde occasione con Giulia. Ogni volta che la vede le fa i complimenti. Sul vestito, sul seno, sul modo in cui cammina. Lo dice a voce bassa, con quel tono da stronzo che fa sembrare tutto una battuta. Cinzia ride, a volte lo redarguisce piano. Giulia arrossisce, abbassa lo sguardo, si sistema i capelli. Mauro sta zitto e osserva.
Io, Gianni, ho ascoltato Mauro raccontarmi queste scene con una voce strana: metà curiosità, metà paura. Ha detto che vorrebbe vedere Giulia cadere, piano piano, nelle sgrinfie di quel porco. Non tutto in una volta. Non con violenza. Solo spingere un po’ da dietro le quinte, favorire certi incontri, certe parole, certi sguardi. E guardare. Vedere se la timidezza di lei riesce a incrinarsi. Vedere fin dove può arrivare.
Questa è la storia che mi hanno raccontato.
Questa è la storia che adesso vi racconto io.
Era un sabato pomeriggio di quelli che sembrano banali. Casa di Cinzia. Il salotto profumava di stuzzichini appena sfornati e di quel detersivo che lei usava sempre. In televisione c’era la partita. Mauro e Massimo seduti sul divano, birre in mano. Cinzia e Giulia in cucina a preparare gli aperitivi.
Massimo aveva detto alla moglie che andava a vedere la partita con gli amici. Invece era lì, a gambe aperte, maglietta un po’ troppo stretta sulla pancia, sguardo già acceso. Ogni volta che Giulia passava dal salotto con un vassoio, lui alzava la voce.
Mi chiamo Gianni. Scrivo storie. Di solito sono parti della mia vita passata ed attuale, sicuramente romanzate ma non proprio del tutto, ma questa l’ho solo raccolta. Me l’hanno raccontata ispirata Mauro e Giulia. Io ho messo insieme i pezzi. Quello che state per leggere è la loro storia. O almeno la versione che loro stessi hanno deciso di farmi sapere.
Mauro ha ventotto anni, un metro e settantacinque, fisico tonico, leggermente palestrato. È estroverso, parla facile, sorride facile. Giulia ne ha ventisei, un metro e sessantatré, capelli e occhi scuri, un seno abbondante che lei non sa ancora se amare o nascondere, e un sedere piccolo, che la fa sentire sempre un po’ sbagliata. Stanno insieme da dodici anni. Si sono presi da ragazzini e non si sono più lasciati. Hanno costruito tutto insieme: la prima casa, i primi debiti, le prime litigate da adulti. Adesso parlano di mettere su famiglia. Sulla carta sono la coppia solida, quella che “ce l’ha fatta”.
A letto, però, sono diventati monotoni. Stesse posizioni, stessi orari, stesse parole. Giulia resta timida. Non si piace abbastanza. Il suo corpo, secondo lei, stona con quello che vorrebbe essere. Mauro lo sa. Lo accetta. Ma dentro di lui qualcosa si è messo a lavorare in silenzio. Una fantasia che non riesce a dirle in faccia, perché lei si chiuderebbe subito.
Poi c’è Zio Massimo.
Non è zio di sangue. È l’uomo di Cinzia, la madre di Giulia. Cinzia è separata da anni, donna in carne, ancora piacente, con una fame di uomini che non nasconde. Massimo è il classico porco sposato di provincia: fisico trascurato, pancia che comincia a sporgere, sguardo viscido, sorriso da uomo che sa già come finirà. Si dichiara “separato in casa”, ma la moglie esiste ancora. A Cinzia non importa. Massimo le ha messo un cazzo decisamente più grosso di quello dell’ex marito, e lei si è attaccata. Ora se la scopa con regolarità, a casa sua o in qualche stanza d’albergo di passaggio.
Massimo non perde occasione con Giulia. Ogni volta che la vede le fa i complimenti. Sul vestito, sul seno, sul modo in cui cammina. Lo dice a voce bassa, con quel tono da stronzo che fa sembrare tutto una battuta. Cinzia ride, a volte lo redarguisce piano. Giulia arrossisce, abbassa lo sguardo, si sistema i capelli. Mauro sta zitto e osserva.
Io, Gianni, ho ascoltato Mauro raccontarmi queste scene con una voce strana: metà curiosità, metà paura. Ha detto che vorrebbe vedere Giulia cadere, piano piano, nelle sgrinfie di quel porco. Non tutto in una volta. Non con violenza. Solo spingere un po’ da dietro le quinte, favorire certi incontri, certe parole, certi sguardi. E guardare. Vedere se la timidezza di lei riesce a incrinarsi. Vedere fin dove può arrivare.
Questa è la storia che mi hanno raccontato.
Questa è la storia che adesso vi racconto io.
«Madonna, Giulia, oggi sei messa da favola… quel pantalone ti segna tutto il culo.» Lo diceva guardandola dritto, senza nemmeno fingere. Mauro restava zitto, occhi sulla partita, ma sentiva ogni parola. Giulia arrossiva, stringeva un po’ le cosce mentre posava i piatti, e abbassava lo sguardo. Massimo notava tutto. Ogni volta alzava il tiro.
«Hai le tette della mamma, però più sode. Se fossi single te le mangerei.» Rideva dopo, come se fosse una battuta. Cinzia dalla cucina tirava una sgridata leggera, ma non entrava. Giulia tornava indietro con le guance calde e le cosce ancora più strette. Mauro lo vedeva. Vedeva anche il modo in cui lei, per un secondo, gli aveva lanciato uno sguardo di lato prima di sparire dietro l’angolo.
Al primo tempo finito, Massimo si alzò. «Vado a dare una mano in cucina.»
Chiuse la porta dietro di sé. Mauro e Giulia rimasero soli sul divano. Per qualche minuto si limitarono a baciarsi, lingue lente, mani sotto la maglietta. Poi arrivarono i rumori.
Prima il tavolo che cigolava. Poi la voce di Cinzia, bassa e arrabbiata: «Massimo, no… ci sono i ragazzi…» Poi un gemito soffocato, e il suono secco di carne contro carne. Massimo la stava scopando piegata sul tavolo, con quella violenza da sveltina che non chiedeva permesso. Si sentiva chiaramente il ritmo, i colpi, il tavolo che batteva contro il muro. Cinzia all’inizio resisteva a parole, ma dopo pochi secondi i «no» erano diventati gemiti. Sempre più alti. Sempre più lunghi. Alla fine non riuscì a trattenersi: un urlo acuto, rotto, mentre veniva. Subito dopo il grugnito di Massimo, più basso, e il silenzio di chi sta sborrando dentro.
Giulia era diventata rossa fino al collo. Respirava a bocca aperta, le cosce strette, lo sguardo fisso sulla porta chiusa. Mauro la guardò. Capì. Nella sua testa, in quel momento, lei stava immaginando di essere al posto della madre.
Massimo tornò dopo pochi minuti. Tronfio, maglietta sistemata alla meno peggio, sorriso da uomo che ha appena scopato. Si sedette di nuovo sul divano, troppo vicino a Giulia. Mauro si alzò.
«Vado a farmi una sigaretta sul balcone.»
Lasciò la porta del salotto socchiusa. Massimo non perse tempo. Si chinò verso Giulia, voce bassa, quasi un bisbiglio.
«L’hai sentita, eh? Come urlava mentre glielo mettevo tutto. Tua madre prende cazzo come una troia quando è in vena. E io gliel’ho riempita proprio adesso… ancora calda.» Fece una pausa, la guardò dritto negli occhi. «Tu invece stai lì ferma, tutta rossa. Ti è venuta voglia, Giulia? Di provarlo anche tu?»
Giulia non rispose. Solo le cosce che si strinsero di nuovo, e un respiro più corto. Massimo sorrise, soddisfatto, e si appoggiò allo schienale come se niente fosse.
Dal balcone Mauro fumava in silenzio, ascoltando ogni parola.
La partita riprese. Mauro tornò dal balcone e si sedette di nuovo sul divano, questa volta più vicino a Massimo. Giulia era andata in cucina ad aiutare la madre a sistemare. La porta del salotto restava socchiusa. Si sentivano i piatti, le voci basse delle due donne, ma niente di più.
Massimo aspettò solo qualche secondo. Si chinò verso Mauro, voce bassa, quasi un soffio contro l’orecchio.
«Mauro… quando la fotti, la tua bella puledrina… gode come Cinzia? Cazzo, quelle tette mi fanno sballare. Le ho viste muoversi sotto la maglietta prima… chissà come ballano quando glielo dai forte, eh?»
Mauro non rispose subito. Tenue lo sguardo sulla televisione. Solo un «mh» basso, quasi impercettibile. Massimo sorrise di lato e continuò, più sicuro.
«Io ce la monterei subito, te lo dico chiaro. Quella faccia da brava ragazza… ma sotto è una porcellina, ci scommetto. Ti ha già dato anche il bel culetto che ha? Quello piccolo… cazzo, proprio quello mi fa venire voglia di aprirlo.»
Mauro strinse la bottiglia di birra. Rispose a monosillabi, la voce un po’ roca.
«Sì… a volte.»
Massimo si leccò il labbro inferiore, gli occhi lucidi. Si stava eccitando sul serio. Continuò a sussurrare, sempre più diretto, sempre più volgare.
«A volte… cioè gliel’hai già messo nel culo? Bravo ragazzo. E lei come reagisce? Si stringe? Urla? O fa la timida e poi si bagna tutta? Perché io, quando la guardo, mi viene proprio voglia di provarla. Di farle fare i salti che fa la mamma. Cinzia prende cazzo da porca, te l’ho fatto sentire prima… ma Giulia… Giulia deve essere ancora più stretta. Più fresca.»
Mauro restava quasi immobile. Ogni tanto annuiva, o diceva un «sì» o un «forse». Ma il suo corpo parlava chiaro: il respiro era diventato più corto, una mano gli si era appoggiata sulla coscia senza che se ne accorgesse, e il cazzo gli si stava indurendo dentro i pantaloni. Massimo lo notò. Non disse niente, ma il sorriso gli si allargò. Godette in silenzio.
Nella testa di Massimo la dinamica stava diventando nitida. Lui il toro da monta. Giulia la manza da coprire. Mauro il cornuto che stava lì ad ascoltare, ad eccitarsi, a non fermarlo. Lo aveva sospettato da settimane, da quando aveva cominciato a fare i complimenti sempre più spinti e Mauro non aveva mai davvero protestato. Ora ne aveva la conferma. Il ragazzo non solo accettava: si stava scaldando.
Massimo abbassò ancora la voce, quasi un ringhio.
«Sai cosa mi piacerebbe, Mauro? Prenderla mentre tu stai a guardare. Fargli quelle tette ballare sul serio. Fargli dire le stesse cose che dice la mamma quando viene. E tu… tu resti lì, a vedere come la troia di tua fidanzata prende il cazzo di un altro. Ti eccita, vero? Lo vedo. Non mentire.»
Mauro non rispose. Solo un respiro più profondo, e lo sguardo fisso sul campo di calcio che non stava più guardando. Massimo si appoggiò allo schienale, soddisfatto, e allargò un po’ le gambe. Sapeva di aver trovato il punto giusto. E sapeva che, da quel momento, la partita vera non era più quella in televisione.
Ormai i ruoli erano chiari, almeno nella testa di Massimo.
Lui il toro.
Giulia la manza.
Mauro il cornuto che preferiva sapere piuttosto che vedere. Non voleva stare lì a guardare mentre un altro la montava: voleva solo la certezza che succedesse, il racconto dopo, l’odore, i dettagli. Massimo lo aveva capito e ne godeva in silenzio.
Continuava a parlare a bassa voce, ancora più esplicito adesso che si sentiva sicuro.
«Immagina, Mauro… glielo metto mentre è piegata come la mamma. Le tengo le tette strette e la scopò fino a farla urlare. Poi ti racconto tutto. Ti dico quanto era stretta, quanto si è bagnata, se ha chiesto di prenderlo anche nel culo. Tu te lo fai bastare, vero? Sei fatto così.»
Mauro annuì appena, senza staccare gli occhi dallo schermo. Non servivano molte parole. Il suo silenzio era già una risposta.
In quel momento Giulia tornò dal corridoio con un vassoio di olive e patatine. Aveva sentito qualcosa. Non tutto, ma abbastanza. Qualche parola su «tette», su «culetto», su «montare». Si fermò un attimo sulla soglia, lo sguardo interrogativo. Perché Mauro lasciava dire quelle cose a Zio Massimo su di lei? Perché non lo zittiva, perché non lo mandava a fanculo come avrebbe fatto qualsiasi fidanzato normale?
Non chiese niente.
Non aprì bocca.
Era troppo introversa, troppo abituata a tenersi tutto dentro. Si limitò a posare il vassoio sul tavolino, le guance già tiepide, e si sedette sulla poltrona di fronte, le ginocchia unite.
Massimo le sorrise. Un sorriso lento, consapevole, da uomo che sa di averle messo qualcosa in testa. Giulia abbassò gli occhi, ma non abbastanza in fretta. Quel sorriso le arrivò dritto tra le gambe. Sentì la figa reagire, bagnarsi piano, quasi di nascosto. Si strinse di più sulle cosce, sperando che non si notasse.
Nella sua testa le immagini si sovrapponevano.
La madre piegata sul tavolo, che urlava.
Quel cazzo grosso che entrava e usciva.
E lei al posto di Cinzia.
Non solo per eccitazione. C’era anche un filo di competizione, una voglia silenziosa di dimostrare di essere migliore, più stretta, più giovane, più capace di far godere un uomo così. Aveva ventisei anni, era in un periodo fertile, il corpo le chiedeva attenzioni che Mauro, con la loro routine, non le dava più da tempo. E quel pensiero – lo zio che scopava la madre facendola venire forte – le stimolava la fantasia in un modo che la faceva vergognare.
Avrebbe voluto alzarsi, andare in cucina e chiedere a Cinzia, con voce bassa:
«Come ti scopa? Ti fa male? Ti fa venire sempre così?»
Ma non riuscì. La vergogna le chiuse la gola. Restò seduta, le mani sulle ginocchia, il respiro un po’ più corto del solito, mentre Massimo la guardava di sottecchi e Mauro faceva finta di seguire ancora la partita. Il silenzio che seguì non era più lo stesso di prima.
Era carico.
E tutti e tre lo sapevano.
La partita finì.
Anche gli sguardi, per un attimo, si spensero. Massimo si alzò, si sistemò la maglietta sulla pancia e guardò l’orologio.
«Devo tornare dalla mia… prima però.»
Non finì la frase. Prese Cinzia per un polso e la trascinò in camera da letto. Lei non oppose resistenza. Anzi, chiuse la porta alle sue spalle con un sorriso già pronto. Massimo si sedette sul bordo del letto, aprì la cerniera e tirò fuori il cazzo ancora semi-duro, lucido di quel poco che gli era rimasto dentro dopo la sveltina in cucina.
«Svuotami prima di andare a casa. Non voglio tornare carico.»
Cinzia si inginocchiò felice, come se le avessero chiesto il favore più naturale del mondo. Gli prese il cazzo con tutte e due le mani, lo leccò dalla base alla punta e poi lo ingoiò fino in fondo. Succhiò con quella fame che le conosceva bene, facendo rumore, bagnandolo di saliva, tenendogli lo sguardo mentre lui le teneva i capelli. Non ci volle molto. Massimo grugnì, le bloccò la testa e le sborrò in gola a getti lunghi e densi. Lei accettò tutto, deglutì quello che poteva e lasciò che il resto le colasse dalle labbra sul mento e sul collo.
Pochi minuti dopo Massimo uscì dalla camera, sistemato, l’aria di chi ha risolto un problema pratico. Salutò con un cenno, fece un ultimo sguardo a Giulia – un sorriso corto, consapevole – e se ne andò.
Cinzia tornò in salotto a raccogliere i piatti e i resti dell’aperitivo. Aveva ancora il vestito di casa, largo, scollato. Mentre si chinava sul tavolino, Mauro la guardò. Il seno le pendeva pesante, e sulla pelle chiara, proprio sopra il bordo della scollatura, c’erano delle macchie lucide. Gocce di sperma che le erano cadute dalle labbra e non aveva ancora pulito. Quando si rialzò e passò vicino a lui, Mauro sentì l’odore. Sperma fresco. Dall’alito di Cinzia. Dal suo respiro. Un odore denso, inconfondibile.
Giulia lo notò anche lei.
E qualcosa dentro di lei cedette.
Si alzò dalla poltrona, andò dritta da Mauro e gli si sedette a cavalcioni sulle gambe. Lo baciò senza preamboli, lingua calda, respiro corto. Aveva le cosce già umide. Gli passò una mano tra i corpi e gli strinse il cazzo sopra i pantaloni. Lo trovò duro, teso, carico di tutti i pensieri che gli avevano girato in testa per tutto il pomeriggio.
Lo baciò ancora, più a fondo, e gli parlò contro la bocca, timida, quasi vergognosa, le parole dette alla lontana:
«Mauro… portami in camera…?
Mi sento strana…
Ho bisogno…»
Non riuscì a dire di più. Ma il corpo parlava chiaro. Voleva essere presa forte, trattata da manza in calore, scopata come lo zio aveva appena scopato la madre. Voleva la sua razione di cazzo, adesso, prima che la voglia e la vergogna si rimescolassero di nuovo e la facessero chiudere.
Mauro la guardò.
Sentì il peso di lei sulle cosce, la mano che gli stringeva il cazzo, l’odore di sperma che ancora aleggiava in casa.
E capì che, quella sera, la routine non sarebbe bastata.
Si chiusero in camera di Giulia e la porta fece click.
Fuori restava l’odore di sperma e di stuzzichini. Dentro, solo loro due e quello che si erano portati dietro dalla testa.
Giulia non aspettò che fosse Mauro a muoversi. Si sdraiò sul letto, si sollevò il vestito e con le dita scostò da sola le mutandine bianche, mettendosi a disposizione. Le gambe un po’ aperte, lo sguardo basso, le guance già rosse. Era consapevole. Sapeva cosa stava chiedendo.
Mauro si inginocchiò tra le sue cosce come un bravo cagnolino. Le leccò la figa già bagnata, lenta e precisa, sentendo il sapore di lei mescolato a tutta l’eccitazione del pomeriggio. Giulia gli posò una mano sui capelli e cominciò a parlare, a voce bassa, quasi un sussurro rotto dai respiri.
«Ha detto… che mi avrebbe montata come la mamma…
Che mi avrebbe fatto le tette ballare…
Che voleva aprirmi il culo…»
Mauro non rispose. Continuò a leccare, concentrato, la lingua piatta e calda sul clitoride. Giulia chiuse gli occhi. Nella sua testa la lingua di Mauro diventò altro. Divenne il cazzo di Zio Massimo: grosso, pesante, quello che aveva appena riempito Cinzia. Si immaginò piegata sul tavolo al posto della madre, con quel porco viscido che la prendeva forte, che le teneva i fianchi e la scopava fino a farla urlare. Il desiderio di essere al posto di Cinzia le salì in gola insieme al piacere. La competizione silenziosa, la voglia di dimostrare di essere più giovane, più stretta, più capace. Venne forte, le cosce che le tremavano intorno alla testa di Mauro, un gemito lungo che non riuscì a trattenere.
Ancora con gli occhi chiusi, si voltò, lo fece alzare e gli prese il cazzo tra le labbra. Glielo succhiò con una fame nuova, immaginando il pompino che la madre aveva appena fatto a Massimo in camera. La stessa posizione, lo stesso compito: svuotarlo. Nella sua mente non era più il cazzo di Mauro quello che aveva in bocca. Era quello dello zio: scurrile, viscido, potente. Quello che aveva fatto godere Cinzia e che adesso, nella fantasia, stava usando lei.
Mauro restò in piedi, una mano sui capelli di Giulia, e la guardò fare.
Sapeva esattamente a cosa stesse pensando.
E non la fermò.
Nei giorni successivi tutto restò cristallizzato.
Nessuno ne parlò. Mauro non fece domande, Massimo non si fece vivo per un po’, e Giulia tenne tutto chiuso dietro la fronte. Solo il corpo tradiva: ogni tanto, senza motivo apparente, si stringeva le cosce e abbassava lo sguardo.
Finché una sera, mentre aiutava la madre a sparecchiare, Giulia trovò il coraggio. La voce le uscì bassa, quasi vergognosa, mentre asciugava un piatto.
«Mamma… scusa se te lo chiedo…
ma Massimo ha il cazzo più grosso di papà?
Mi sembra che ti piaccia molto…»
Cinzia si fermò. Per un attimo sembrò sorpresa, poi un sorriso lento, quasi orgoglioso, le si aprì sulle labbra. Si appoggiò al bordo del lavandino e abbassò la voce, come se stessi condividendo un segreto tra donne.
«Certo che ce l’ha più grosso.
E non è solo la misura… è come lo usa. Quando viene nel pomeriggio mi prende forte, a lungo. Non come le scopatine di una volta. Mi tiene ferma, mi spalanca e continua finché non gli dico basta. E ha tanto seme… quando sborra mi sento riempire per davvero. A volte mi cola ancora dopo un’ora.»
Giulia sentì le guance bruciare. Continuò, più sottovoce:
«Ma… papà non era anche lui così?»
Cinzia scrollò la testa, quasi divertita.
«Nooooo. Minimamente. Con tuo padre erano sempre le stesse cose, a letto, sempre uguali, cinque minuti e buona notte. Massimo no. Lui mi prende ovunque. In cucina, sul divano, contro il muro…
Sai… una volta ti confesso… mi ha scopata anche sul tuo letto.
Mi ha detto che lo eccitava sentire il tuo odore di donna giovane sulle lenzuola.
Che scemo che è!»
Cinzia rise piano, scuotendo la testa come se stesse parlando di un ragazzino birichino.
Giulia non rise.
Sentì le cosce stringersi da sole. La figa si bagnò all’istante, calda e improvvisa, mentre nella testa le si formava l’immagine nitida: Zio Massimo sul suo letto, sopra sua madre, che annusava le lenzuola e la scopava forte proprio lì dove lei dormiva ogni notte. Il pensiero le arrivò dritto tra le gambe, più potente di qualsiasi fantasie che si fosse fatta fino a quel momento.
Abbassò gli occhi sul piatto che stava ancora asciugando e non disse più niente.
Ma il corpo aveva già risposto per lei.
Ormai mancava solo l’occasione.
Mauro lo capiva da come Giulia era cambiata da quella sera in cui aveva parlato con la madre. Restava perennemente eccitata. Più porca, anche se sempre timida. Si apriva di più a letto, gli diceva di prenderla forte, di non tenerla, di scoparla come se fosse una cosa da usare. Era la prima volta che glielo chiedeva con quella voce. Mauro ascoltava, scopava, e intanto sapeva che non era più solo per lui.
Poi arrivò il giorno giusto.
Giulia doveva andare in un negozio di arredamento a scegliere alcune cose per casa. Massimo, che era passato da Cinzia nel pomeriggio, colse al volo.
«Senti, Cinzia… tu non volevi andare al supermercato?
Bene. Così ti lascio al centro commerciale e intanto accompagno Giulia in quel negozio. Poi torno a prenderti quando hai finito la spesa. Va bene?»
Cinzia annuì senza pensarci troppo.
«Certo, perfetto.»
Partirono in tre. Cinzia dietro, tanto scendeva per prima. Massimo alla guida, Giulia sul sedile del passeggero. Aveva un vestito casto, gonna lunga fino al ginocchio, maglietta semplice. Niente di provocante. Eppure l’idea di restare sola in macchina con lo zio le aveva già bagnato tutto. Le gambe si stringevano da sole, come per contenere una figa che era diventata un lago.
Lasciarono Cinzia all’ingresso del centro commerciale.
Massimo ripartì. Per qualche secondo non disse niente. Poi, mentre imbocca la strada secondaria verso il negozio, girò appena la testa e sorrise.
«Ora siamo un po’ soli io e te…
Che bello. La mia bella Giulia.»
La mano destra lasciò il volante e le si posò sulla coscia, sopra la gonna. Strinse. Non forte, ma abbastanza da farsi sentire. Le dita calde, pesanti, che premevano sulla carne.
Giulia restò di pietra.
Non scostò la mano. Non disse di smettere. Non disse niente. Era bloccata, il respiro corto, lo sguardo fisso sulla strada davanti. Dentro, però, c’era un incendio. La figa pulsava, bagnata, e ogni centimetro di quella mano le sembrava già troppo e troppo poco insieme. Massimo non ritirò la presa.
Guidava con una mano sola, l’altra ferma sulla coscia di lei, e aspettava.
La mano di Massimo salì.
Lenta, sicura, sotto la gonna. Le dita trovarono il bordo delle mutandine e lo seguirono senza fretta. Giulia non fiatò. Restò di marmo, lo sguardo fisso sul parabrezza, il respiro che le si era quasi fermato in gola. Solo il cuore le batteva troppo forte.
Le dita scostarono il tessuto umido, l’ultimo baluardo. Allargarono le grandi labbra già scivolose e la toccarono direttamente. Calde, grosse, da uomo che sa dove mettere le mani. Giulia non riuscì a trattenersi. Le cosce si aprirono da sole, un movimento piccolo ma inequivocabile. Un invito muto.
Massimo sorrise di lato, senza togliere gli occhi dalla strada. Girò in una stradina secondaria, poi in un piazzale deserto vicino a un chiosco chiuso da mesi. Fermò la macchina in un angolo d’ombra, spense il motore e si voltò verso di lei.
«Finalmente.
Guardami, Giulia.
Sei già tutta bagnata. Come una troia che aspetta da giorni.»
Le afferrò un polso e se lo portò sulla sua cerniera.
«Aprilo. Adesso.»
Lei obbedì con dita tremanti. Il cazzo di Massimo le uscì pesante, già duro, più grosso di quello di Mauro, venato, con la punta lucida. Massimo le prese la mano e glielo fece stringere.
«Senti com’è. Questo è quello che ha scopato tua madre sul tuo letto. Adesso tocca a te.»
Si spostò verso di lei, le sollevò la gonna fino alla vita, le tirò giù le mutandine con un gesto secco e le fece allargare di più le gambe sul sedile. Si mise in mezzo, le afferrò i fianchi e le puntò il cazzo contro la figa aperta.
«Guarda come ti apro.
La figlia della Cinzia… finalmente.»
Spinse.
Entrò tutto d’un colpo, grosso, duro, senza pietà. Giulia emise un gemito rotto, mezzo dolore e mezzo sollievo. Massimo non aspettò che si abituasse. Cominciò a scoparla con colpi lunghi e profondi, tenendola ferma per i fianchi, facendo sbattere il sedile. Parlava mentre la montava, voce bassa e scurrile.
«Cazzo che stretta… meglio della mamma.
Le tette ti ballano proprio come pensavo.
Ti piace il cazzo dello zio, eh? Dillo.
Dillo mentre ti riempio.»
Giulia non riusciva a parlare. Solo gemiti, sempre più alti, mentre lui la prendeva forte, senza delicatezza, da porco di provincia che aveva finalmente messo le mani sulla figlia. Le dita di Massimo le strinsero un seno sopra la maglietta, poi scivolarono giù a strofinarle il clitoride con ruvidezza. Giulia venne una prima volta quasi subito, le unghie conficcate nel sedile, un urlo soffocato contro la spalla di lui.
Massimo non si fermò. Continuò a scoparla, più veloce, più pesante, il suono umido della figa che lo inghiottiva a ogni spinta. Le parole diventarono ancora più sporche.
«Ti allago tutta. Come ho fatto con tua madre.
Prendi questo cazzo e taci.
Sei la mia manza adesso.»
Quando venne, lo fece a fondo, tenendola bloccata contro di sé. Getti densi, caldi, che la riempirono fino a farle sentire il liquido scendere già mentre lui era ancora dentro. Giulia venne di nuovo in quello stesso momento, più forte di quanto avesse mai goduto in vita sua. Le gambe le tremavano, la schiena si inarcò, e per qualche secondo perse quasi il contatto con tutto ciò che non fosse quel cazzo che la stava allagando.
Massimo restò immobile qualche secondo, respirando pesante, ancora sepolto dentro di lei. Poi le diede un’ultima spinta lenta, come per spingere lo sperma ancora più in fondo, e sussurrò contro il suo orecchio:
«Brava ragazza.
Ora si che sei sverginata... non sei più una manza sei una vacca, la mia vacca.
Adesso sei piena dello zio.»
Giulia non rispose.
Aveva gli occhi chiusi, le cosce ancora aperte, e il seme di Massimo che le colava calda tra le labbra della figa.
Massimo non si accontentò di averla riempita.
Restò un attimo fermo, il cazzo ancora semi-duro e lucido del suo e del suo sperma mescolati, poi le posò una mano pesante sulla nuca.
«Dai, Giulia.
Pulisci il cazzo dello zio che ti ha reso donna.
Dai… lo so che lo vuoi. Pulisci.»
La voce era bassa, da ordine. Non da richiesta.
Le dita le strinsero leggermente i capelli e la spinsero giù, verso il suo bacino. Giulia esitò solo un secondo. Poi si chinò. Con una mano gli tenne il cazzo e se lo portò alle labbra. Lo imboccò. Leccò. Succhiò via il sapore denso e salato di quello che le era appena uscito dentro. A lei, in quel momento, sembrava nettare. Ogni leccata le faceva sentire ancora di più quanto fosse piena, quanto fosse stata usata.
Massimo la guardava dall’alto, una mano ancora sulla sua nuca, l’altra appoggiata al poggiatesta.
«Brava. Tutto. Anche sotto. Pulisci bene la tua merenda.»
Giulia obbedì. La lingua le girava intorno al glande, scendeva lungo il corpo ancora umido, recuperava ogni traccia. Non c’era più la ragazza timida di poche ore prima. C’era una giovane vacca che stava imparando. I freni erano rotti. Le piaceva sentirsi così: usata, sottomessa, piena del seme di quell’uomo viscido e porco che da mesi le girava intorno con lo sguardo.
La sua testa, in un angolo ancora lucido, lo rifiutava. Lo trovava scurrile, grossolano, disgustoso.
Ma il corpo aveva già scelto. Cedette. Continuò a leccare e a succhiare finché Massimo non fu pulito, e solo allora alzò lo sguardo, le labbra lucide, gli occhi un po’ persi.
Massimo le accarezzò una guancia con il dorso della mano, quasi paternalistico.
«Ecco. Adesso sei a posto.
La prossima volta ti insegno anche il resto.»
Giulia non rispose.
Si rialzò lentamente, si sistemò la gonna, ma tra le cosce sentiva ancora lo sperma che le colava. E sapeva che, da quel momento, qualcosa era cambiato per sempre.
Dopo le compere Massimo le riportò sotto casa.
Scese per primo, aprì lo sportello a Cinzia e la baciò a lungo, con la lingua, proprio lì sul marciapiede. Mentre la baciava, la mano libera gli scivolò di lato e andò a stringere fortissimo la coscia di Giulia, sopra la gonna. Le dita conficcate nella carne, un messaggio chiaro, senza parole: adesso sei anche tu mia. La mia vacca.
Giulia non si scostò.
Aprì appena le labbra, un respiro corto, quasi un segno muto di sottomissione. Massimo la guardò sopra la spalla di Cinzia. Aveva gli occhi lucidi di vittoria, il sorriso di chi ha appena messo il marchio su entrambe. Nella sua testa i ruoli erano ormai definiti: due vacche, una più esperta e una appena domata, e lui il toro padrone che se le sarebbe montate senza limiti.
Salutò con un cenno e se ne andò.
La sera arrivò Mauro.
Giulia lo sentì salire le scale e cominciò a tremare. Il senso di colpa le stringeva lo stomaco. Aveva fatto cornuto il suo uomo con un porco di mezza età, l’uomo di sua madre, in una macchina parcheggiata vicino a un chiosco chiuso. Si era fatta riempire, aveva pulito il cazzo con la bocca, aveva goduto come non aveva mai goduto. Stava impazzendo.
Ma quando Mauro entrò e la vide, sorrise.
Un sorriso largo, quasi felice. Si avvicinò senza dire niente, le mise una mano tra le gambe sopra i pantaloni della tuta e le strinse la figa. Non lo faceva mai così, di solito. Giulia restò ferma, il cuore in gola. Aveva paura di non essersi lavata abbastanza. Lo sperma di Massimo le era colato per ore mentre tornavano a casa, caldo e denso, e lei sentiva ancora l’odore sulla pelle. Si chiuse un po’ in sé stessa, le cosce che tentavano di stringersi, mentre Mauro le scostava le mutandine e le infilava un dito dentro.
Lo sapeva.
Sapeva tutto.
Massimo lo aveva chiamato nel tardo pomeriggio, ancora carico di orgoglio. Non aveva resistito. Doveva dirlo a qualcuno, doveva gonfiarsi. E chi meglio del cornuto?
Mauro ascoltò in silenzio mentre lo zio porco, dall’altra parte del telefono, abbelliva e umiliava.
«Allora, ragazzo… oggi tua fidanzata ha preso cazzo per la prima volta da un vero uomo.
L’ho portata in un piazzale, le ho alzato la gonna e gliel’ho messo tutto d’un colpo. Cazzo, com’era stretta… quasi mi faceva male. Ha gemuto come una troia al primo colpo.
Le ho tenuto i fianchi e l’ho scopata forte, da vera monta. Le tette le ballavano sotto la maglietta, e lei apriva le gambe sempre di più.
Quando sono venuto l’ho riempita fino a farla colare sul sedile. Sembrava una fontana. Poi le ho messo la mano sulla nuca e le ho fatto pulire il cazzo. Se l’è preso in bocca tutto, sperma e figa mescolati, e lo ha leccato come se fosse la cosa più buona del mondo.
Ti piace sapere che la tua bella Giulia adesso ha il mio seme ancora dentro?
Che mentre tu lavori io me la monto e lei viene più forte di quanto abbia mai fatto con te?
La prossima volta te la preparo meglio. Magari te la lascio piena e te la mando a casa così, che tu possa sentire l’odore quando la scopi.»
Massimo aveva riso, soddisfatto, e aveva chiuso.
Mauro aveva ascoltato ogni parola. Alcune erano vere. Altre le aveva inventate lo zio per abbellire e per piantare l’umiliazione ancora più a fondo. Ma il risultato era lo stesso.
Ora, con il dito dentro Giulia, Mauro sentiva la figa ancora un po’ gonfia, un po’ diversa. Lei lo guardava con gli occhi bassi, terrorizzata e eccitata insieme. Lui le sorrise di nuovo, le fece un altro movimento lento con il dito, e sussurrò:
«Lo so. So tutto. E non mi dispiace.»
Giulia capì ogni cosa in un solo istante.
Mauro sapeva. Accettava. Anzi, sembrava quasi contento. E lei non seppe se quella cosa le piacesse di più di qualsiasi altra o se lo odiasse infinitamente. Restò combattuta, la gola chiusa, incapace di parlare. Il senso di colpa e l’eccitazione le si rincorrevano dentro senza lasciare spazio alle parole.
Poi Mauro la baciò.
Con passione, senza riserve. Le labbra calde, la lingua che cercava la sua. Quando si staccò le sussurrò all’orecchio, la voce bassa e ferma:
«Amore, ti amo.
E voglio che tu goda come io ora non sono capace di farti godere.
Voglio che lui ti scopi e ti faccia venire come una troia.
Ti amo.
Lo so che hai ancora tracce di lui nella figa… fammela leccare, ti prego.»
Giulia arrossì fino alle orecchie. Non era solo imbarazzo. Era qualcosa di più profondo, quasi una vergogna che le bruciava. Eppure la voglia di condividere quella cosa con lui la ammorbidì. Capì, in quel momento, di essere più porca di quanto si fosse mai ritenuta. Molto di più. Ora il suo fidanzato era diventato complice suo e di quel maiale di Zio Massimo. Un triangolo sporco di cui lei era il centro.
Non disse niente.
Si lasciò cadere sul letto, si tirò su il vestito e aprì le cosce. Larga. Offerta. Mauro si infilò tra le sue gambe e cominciò a leccarla con una fame che non le aveva mai mostrato. La lingua calda, insistente, che cercava ogni traccia, ogni ricordo di quello che Massimo le aveva lasciato dentro. Giulia gli mise le mani nei capelli e lo tenne lì, aprendo ancora di più le gambe, spingendogli la faccia contro la figa. Si lasciò andare. Questa volta non c’era la tensione del pomeriggio, non c’era la paura di essere scoperta o di dover tornare a casa con lo sperma che colava. C’era solo il piacere, crudo e liberatorio.
Venne forte.
Un orgasmo lungo, violento, che le strappò un urlo vero, non trattenuto. Le cosce le tremavano intorno alla testa di Mauro, la schiena si inarcò, e per qualche secondo perse il controllo completo.
La porta della camera si aprì di colpo.
Cinzia, allarmata dal grido, era corsa su per le scale pensando che qualcuno stesse male. Si trovò davanti la figlia a cosce spalancate e Mauro con la faccia sepolta tra le sue gambe.
Restò immobile un attimo, gli occhi sgranati. Poi alzò una mano in un gesto quasi goffo.
«Ooo… scusate.
Pensavo qualcuno stesse male.»
Chiuse la porta in fretta e scese le scale senza aggiungere altro.
Nel silenzio che seguì si sentì solo il respiro ancora corto di Giulia e il battito del cuore di Mauro contro la sua coscia.
Nei giorni seguenti Zio Massimo diventò più insistente.
Non aspettava più le occasioni fuori casa. Entrava quando voleva, si muoveva come se quelle due donne gli appartenessero già del tutto.
Una sera Cinzia era in cucina a preparare la cena. Giulia sistemava la tavola. Massimo arrivò, salutò la madre con un bacio sulla guancia e, senza troppi preamboli, afferrò Giulia per un polso e la trascinò nel bagno di servizio. Chiuse la porta a chiave.
«In ginocchio. Adesso.»
Giulia obbedì.
Si inginocchiò sul mattonelle fredde mentre lui si apriva i pantaloni e le tirava fuori il cazzo già duro. Glielo spinse contro le labbra.
«Apri. Come una puttana di strada.»
Lei aprì. Massimo le tenne la testa con entrambe le mani e cominciò a scoparle la bocca. Spinte profonde, senza delicatezza, il glande che le batteva in gola. Parlava a voce bassa, sudicio, mentre la usava.
«Brava vacca… succhia lo zio.
Tua madre è di là che taglia le verdure e tu qui a prenderti il cazzo in gola.
Più a fondo. Così.»
Giulia lo prese. Occhi lucidi, saliva che le colava dal mento, ma non si tirò indietro. Quando Massimo venne lo fece dritto in bocca, tenendola ferma finché non ebbe finito di scaricarsi. Getti caldi, densi, che lei non riuscì a deglutire del tutto.
Lui si sistemò i pantaloni, le accarezzò una guancia con il dorso della mano e uscì come se niente fosse.
«Non fare tardi a tavola.»
Giulia restò seduta sul water, le cosce aperte. Aveva ancora lo sperma in bocca. Lo impastò con la lingua, ne sentì il sapore salato e pesante, e intanto si cacciò due dita nella figa già inzuppata. Si toccò con furia, gli occhi chiusi, mentre nella testa riviveva ogni spinta, ogni parola sporca. Godé forte, mordendosi il labbro per non far sentire nulla oltre la porta.
Oddio come le piaceva.
Sentirsi così sporca. Lei, la ragazza sempre perfetta, sempre composta, adesso usata in un bagno da un uomo maturo, viscido e porco, mentre la madre cucinava a pochi metri. Impazziva.
Con le dita ancora umide prese il telefono e chiamò Mauro. La voce le uscì bassa, un po’ rotta, ancora piena di quello che aveva in bocca.
«Amore…
mi ha sborrato in bocca.
Voglio baciarti adesso.
Vieni.»
Mauro si precipitò.
Giulia scese le scale di corsa, non prima di aver gridato verso la cucina:
«Mamma, stasera c’è anche Mauro a cena!»
Lui arrivò trafelato, ancora con la maglietta un po’ storta. Giulia gli saltò al collo, euforica, e lo baciò senza respiro. Bocca contro bocca, lingua contro lingua. Condivisero lo sperma di Massimo che lei teneva ancora in gola e sulle labbra. Mauro lo sentì, denso e salato, e non si tirò indietro. Anzi, approfondì il bacio, una mano già sul culo di lei, mentre lei gli stringeva i fianchi con una fame nuova.
Dentro casa, intanto, Zio Massimo non stava fermo.
Cinzia era ancora in cucina, di spalle, intenta a controllare una pentola. Lui si avvicinò silenzioso, le posò una mano sulla schiena e la piegò in avanti, facendole appoggiare i gomiti su una sedia. Con le dita raccolse una noce di burro dal piano di lavoro e gliela spinse tra le natiche, ungendola in fretta, senza troppa delicatezza.
«Stai zitta e tieni duro.»
Si calò i pantaloni quel tanto che bastava, le puntò il cazzo già di nuovo duro contro il buco e entrò. Cinzia emise un gemito basso, mezzo dolore e mezzo abitudine. Massimo la inculò forte, lì in piedi, tenendola ferma per i fianchi, le spinte secche e profonde che facevano cigolare la sedia. Non ci volle molto. Quando venne lo fece a fondo, riempiendole il culo di sperma caldo mentre lei stringeva i denti per non far sentire troppo.
Si sfilò, si sistemò e pensò, soddisfatto, mentre si lavava le mani al lavello:
Questa sera sia la madre che la figlia sono piene di me. Fantastico.
In più arriva il cornuto… cazzo che divertimento.
Una famiglia unita. La sto unendo io nello stesso sperma! Hahaha.
Quando Mauro e Giulia entrarono in cucina, Massimo era già seduto a tavola con l’aria di chi non aveva combinato niente. Cinzia aveva le guance un po’ rosse e camminava con un leggero disagio, ma nessuno fece domande.
La cena poteva cominciare.
Scritto da Impotente@proton.me
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