Scendere sempre più in basso 4
di
Impotente
genere
dominazione
Scritto da: impotente@proton.me
E una parte di lei – la parte più oscura, più vera più cruda – non vede l’ora.
La porta si apre.
Osvaldo entra e, appena la vede, scoppia a ridere. Una risata grossa, laida, piena di disprezzo e di piacere.
«Ma guardala… a vacca chi aspetta… a professoressa cu i cetrioli ntô culu e ntâ fica… quantu si’ arrapata, puttana…»
Si avvicina al letto con il suo passo claudicante. Senza preavviso alza la mano e le tira uno schiaffo forte, secco, sul culo nudo. Il rumore risuona nella stanza. Poi afferra il cetriolo che le esce dal culo e lo spinge più a fondo, lo rigira, con violenza. Annabella geme. Il dolore è netto, pungente, ma si mescola subito a un piacere così intenso che le fa chiudere gli occhi e inarcare ancora di più la schiena.
Osvaldo le urla "Puttana dimmi che vuoi la mia minchia! Dimmelo troia!"
Lei non ha fiato ma «Lo voglio…» mormora, la voce rotta. «Usami…»
Osvaldo non si fa pregare.
Tira fuori di colpo il cetriolo dal culo e Annabella urla da quel dolore improvviso... lo butta a terra. Si sbottona i pantaloni, estrae il cazzo già duro – corto, largo, con quella cappella enorme – con la mano raccoglie un po dei suoi abbondanti umori che le colano dalla figa e li usa per lubrificare la cappella violace, senza delicatezza, spinge la cappella nel buco ancora aperto e sensibile. Entra fino in fondo con una sola spinta. Annabella urla, il viso premuto contro il lenzuolo. Lui la tiene ferma per i fianchi e comincia a inculаrla a fondo, con colpi secchi e pesanti, la pancia che le sbatte contro il culo a ogni affondo.
La monta è bestiale.
Non c’è tenerezza. Non c’è rispetto. Solo carne contro carne, il suono umido e osceno delle spinte, i gemiti di lei che diventano sempre più alti. Osvaldo le parla sporco, in dialetto, mentre la usa:
«Piglia… piglia stu cazzu ntô culu… to’ si’ a mia vacca… a mia puttana…»
Dopo qualche minuto lo estrae, ancora duro e lucido. Tira fuori anche il cetriolo dalla figa e lo sostituisce immediatamente con il suo cazzo. Entra nella figa calda e colante con un gemito di soddisfazione. La scopa con la stessa violenza, le mani che le affondano nei fianchi, il ritmo pesante e costante.
Annabella è persa.
Mentre lui la monta, una fantasia le attraversa la mente come un lampo: vorrebbe Alberto lì, accanto a lei. Vorrebbe baciare il marito che ama mentre il porco la usa. Vorrebbe che Alberto capisse, che vedesse quanto ha bisogno di cadere, di sentirsi un oggetto, una cosa in mano a questo uomo laido. Vorrebbe che lui le accarezzasse i capelli mentre Osvaldo la sfonda, che le dicesse che va bene così, che può essere entrambe le cose: la moglie e la puttana.
Ma Alberto non c’è.
C’è solo Osvaldo, che accelera le spinte, tenendola premuta contro il materasso mentre lei viene.
Annabella si sente invasa da quel cazzo... trema.
Viene ancora, forte, con un gemito lungo e rotto, la figa che si contrae intorno al cazzo del suo padrone.
E in quel momento, per quanto confusa e spaventata, si sente esattamente dove voleva essere.
Lui la monta come un toro monta una vacca non per dare piacere ma per il suo piacere per dominarla per farla sua... ed è quello che Annabella cercava.
Osvaldo non smette di chiavarla accelera sente che sta per sborrare ed affonda il suo cazzo dentro quella giovane figa calda ed accogliente e con un grugnito sborra ... la riempie si svuota dentro di lei... Annabella gode gode impazzita sentendo la broda calda del maiale inondare il fondo della sua vagina ...
Osvaldo estrae il cazzo ancora semi-duro e le sborra residua che cola dalla figa di Annabella.
La fa girare con un gesto brusco.
Le prende il mento tra le dita sporche e le costringe ad aprire la bocca. La guarda dall’alto con disprezzo e, allo stesso tempo, con una soddisfazione grezza, primitiva.
Le ordina di aprire la bocca e lei ubbidisce come un automa... lui con un gesto volgare e sporco raccoglie un grosso grumo di saliva e le sputa in bocca...
«U vidi… u me seme t’u teni ntô panza. Ntâ parti cchiù sacra. U ventre di na mugghieri. Ora si’ davvero mia, puttana!»
Le passa il glande ancora umido sulle labbra, le spalma il sapore di entrambi i loro corpi sulla lingua. Annabella non chiude la bocca. Lo lascia fare. Lo guarda a sua volta, gli occhi azzurri lucidi ma non sconfitti.
Osvaldo sorride, convinto.
Crede di averla in pugno totalmente. Crede che quella donna intelligente, laureata, rispettata, sia ormai solo una schiava in cerca di cazzo e di padrone. Crede che il suo seme dentro di lei, il video sul telefono e la violenza di quella monta bastino a renderla sua proprietà.
Ma non capisce.
Ha una mente troppo corta, troppo limitata per capire.
Annabella voleva mettersi alla prova. Voleva cadere. Voleva sentire fino in fondo cosa significasse essere ridotta a oggetto, a carne, a buco. E lo ha fatto. Si è fatta riempire il culo e la figa da un porco, si è fatta sborrare nel ventre da un uomo che disprezza.
Però più cade, più diventa cosciente.
Più viene umiliata, più qualcosa dentro di lei si rafforza.
La fame non si spegne: si affina. Vuole di più. Non solo il cazzo di Osvaldo. Non solo la sua sborra e i suoi ordini volgari. Vuole spingersi ancora oltre. Vuole esplorare ogni angolo di quella oscurità che ha scoperto in sé.
Osvaldo la guarda e si sente potente.
Annabella lo guarda e, mentre deglutisce il sapore di lui, pensa già a tutto quello che ancora non ha osato.
Lui crede di possederla.
Lei sta solo cominciando a possedere sé stessa.
Osvaldo non le lascia tempo di riprendersi.
La guarda ancora un momento, nuda e colante sul letto, poi le tira le gambe verso il bordo e la fa scendere quasi di peso.
«Fora. Vai. To’ si’ a mia puttana a perdere… ora piena comu nu sacco.»
Le butta i vestiti contro il petto e la spinge verso la porta. Annabella si veste in fretta, le mani che tremano, il seme di lui che continua a colarle lungo le cosce interne. Prima di farla uscire, Osvaldo le afferra il mento e le parla a bassa voce, con quel tono da padrone:
«Dumanu mattina vieni prima a scola. Ti devu dari a colazioni. Nun ti ritardari, baldracca.»
Poi le apre la porta e la caccia fuori come si caccia l'ultima delle puttane dopo l’uso.
Il ritorno a casa è un incubo silenzioso.
Annabella guida con le cosce strette, sentendo ancora il caldo denso che le cola e le macchia le mutandine. Quando apre la porta di casa, Alberto è già lì. Ha lo sguardo preoccupato.
«Dove sei stata? Sei in ritardo di quasi due ore… ti ho chiamato.»
Lei inventa in fretta.
«Scusa, amore. Una collega aveva problemi con la macchina, l’ho accompagnata e poi siamo finite a parlare. Il tempo è volato.»
Alberto arrabbiato le dice "ma perché cazzo non rispondevi al telefono! " La guarda. Nota qualcosa – il viso un po’ troppo rosso, i capelli un po’ disordinati, l’odore strano che lei cerca di nascondere – ma non insiste. La bacia sulla fronte e le accarezza la schiena.
«Va beh… purché tu stia bene. Ti sei fatta desiderare.»
Annabella sorride a fatica e si libera delicatamente.
«Vado a farmi una doccia veloce, sono appiccicata dal caldo.»
Corre in bagno, chiude la porta a chiave, si spoglia e si infila sotto l’acqua bollente. Si lava con rabbia e con cura, si strofina tra le cosce finché non resta più traccia di quello sperma. Si lava i denti due volte. Quando esce, avvolta nella vestaglia, ha ancora le gambe molli ma la mente più lucida.
Ora ha voglia di fare l’amore.
Proprio Amore.
Con Alberto.
Vorrebbe raccontargli tutto. Ogni dettaglio. Il bidello, i video, i cetrioli, la monta, lo sperma nel ventre. Vorrebbe mettersi in ginocchio davanti a lui e dirgli: Guarda cosa sono diventata. Aiutami. O usami tu. O lasciami cadere. Ma ha paura. Paura di perderlo. Paura di vedere i suoi occhi cambiare per sempre.
Così comincia con piccole battute, mentre sono sul divano.
«Oggi… mi sono sentita strana a scuola. Come se qualcosa mi stesse… scappando di mano.»
Alberto la guarda, un mezzo sorriso.
«Sei solo stanca. O forse sei in calore, a giudicare da come mi sei saltata addosso ieri notte.»
Lei insiste un poco.
«No, è diverso. È come se… ci fosse una parte di me che non riesco più a controllare. Una parte sporca.»
Alberto ride piano, la tira contro di sé e le bacia il collo.
«Allora è una parte che mi piace. Continua pure a non controllarla.»
Non capisce.
O non vuole capire.
Il sospetto però sale. Lei lo vede negli occhi di lui: una piccola ombra, una domanda non detta. Ma per il momento Alberto si gode questa moglie nuova, vogliosa, quasi porca. La bacia con più fame, le scivola una mano sotto la vestaglia e trova la figa già di nuovo umida.
Annabella chiude gli occhi e si lascia fare.
Mentre lui la tocca, pensa a quanto vorrebbe dirgli tutto… e a quanto, invece, sta già cominciando a tenere quel segreto come un tesoro oscuro e pericoloso.
Sul divano le cose si fanno subito intense.
Alberto le apre la vestaglia, le scende con le labbra sul collo, sui seni, sul ventre. Poi le apre le cosce e le infila due dita nella figa. Entra con facilità. Troppa facilità. Le dita scivolano più a fondo del solito, sentono le pareti più morbide, più cedevole, come se qualcosa le avesse allargate di recente.
Annabella trattiene un gemito.
Alberto continua a masturbarla, lento e preciso, e nel frattempo la punzecchia con voce bassa, quasi giocosa, ma con un’ombra nuova sotto le parole:
«Che ti sei fatta, eh? Ti sento… diversa. Più larga. Più profonda. Ti sei fatta scopare da qualcuno oggi, moglie mia?»
Quelle parole la colpiscono come una scossa elettrica.
La figa si contrae di scatto intorno alle sue dita. Un orgasmo devastante le esplode addosso senza preavviso: la schiena si inarca, le cosce tremano, un gemito lungo e rotto le esce dalla gola. Qualcosa le sfugge – un suono, una parola a metà, forse un «sì» soffocato o solo un lamento troppo consapevole – ma non è abbastanza chiaro.
Alberto la guarda mentre viene.
Gli occhi di lui si fanno più scuri, più attenti. Il sospetto sale, netto. Ma insieme al sospetto sale anche qualcos’altro. Mentre lei ancora trema e cola sulle sue dita, lui pensa: Se è questo l’effetto di una sveltina in giro… ben venga.
La gelosia non sparisce.
Si trasforma.
Piano piano diventa un piacere torbido, caldo, inaspettato. La idea che un altro uomo l’abbia aperta, che l’abbia usata, che le abbia lasciato la figa così disponibile e affamata, lo eccita più di quanto vorrebbe ammettere.
Alberto estrae le dita, se le porta alla bocca, le assaggia, poi si china su di lei e la bacia con una fame nuova.
«Sei una porca…» mormora contro le sue labbra. «La mia porca.»
Annabella lo stringe forte, ancora scossa dall’orgasmo e dalla paura di aver detto troppo. Non risponde. Si limita ad aprire di nuovo le gambe e a tirarlo sopra di sé, cercando il suo cazzo, cercando di riempirsi di lui per dimenticare – o forse per ricordare ancora di più – quello che è successo poche ore prima.
E Alberto, mentre entra dentro di lei con un gemito basso, si chiede fino a che punto è disposto a spingersi in questo gioco che sta appena cominciando a capire.
Dopo quell’amore intenso lei si addormenta abbracciata ad Alberto, sudata, sazia... Alberto invece rimugina, ripensa a quando è diventato cosciente di una cosa che ha sempre tenuto per se... ma ora con Annabella cosi cambiata ed il dubbio del tradimento, quei pensieri di ragazzo poco più che ventenne gli tornano in mente... una stretta al cuore ma anche al cazzo che risponde indipendente..
Alberto steso sul letto accanto ad Annabella rivede tutto con gli occhi di un uomo, ma già allora ventenne e aveva per fidanzata una certa Lucia la più bella della scuola. A quel tempo frequentava l'ultimo anno di Ragioneria e lei era la più corteggiata la più desiderata, ma aveva scelto lui, si un bel ragazzo, anche intelligente e sveglio, ma non certo il più prestante... quella sera in cui litigò con Lucia arso dalla gelosia, perché lei diede più corda del solito ad un suo ex fidanzatino, si lasciava accarezzare il fianco mentre parlavano e Alberto si sentiva escluso, neppure si premurò di presentarlo...
Quella confidenza cosi intima gli fece salire il sangue al cervello... ma anche sentì che il cazzo diceva altro... non se ne capacitava e li dopo quella lite solo nel suo letto a casa dei suoi ripensò ai primi ricordi di quando era bambino, ricordi confusi ma che mano a mano ridiventavano vividi. Ripensò a quei sabati mattina che ora li vedeva con una luce diversa consapevole, non erano più una routine innocente: erano il teatro di una messa in scena crudele e carnale, e lui ne era stato lo spettatore muto.
Ricorda l’aria che si tagliava appena si svegliavano. Maria la mamma di Alberto, aveva trentadue anni, e appena alzata era già tutta una tensione elettrica: seni evidenti sotto la vestaglia, sorriso troppo luminoso, mani che non stavano ferme. Giovanni il papà di Alberto, più vecchio di lei, nervoso come un cane a cui hanno tolto l’osso. Usciva di casa con la scusa delle sigarette, della schedina, del pane e della Gazzetta, ma tutti sapevano — o almeno oggi Alberto ha capito — che stava solo facendo spazio, andava a prendere aria, cercava di calmarsi.
Poi arrivava lui. Salvatore. Grosso, camionista che "casualmente" quasi tutti i sabati andava a trovarli, mani da operaio, dialetto siciliano che riempiva la casa, odore di strada e di maschio. Portava sempre un modellino al piccolo Alberto, e il bambino lo aspettava trepidante, senza sospettare nulla. Ma per Maria era un’altra cosa. Appena il camionista varcava la soglia, lei non stava più nella pelle. Dopo due battute di rito col marito, i due sparivano in camera da letto e la porta si chiudeva.
E allora cominciava.
Si sentivano le risate basse, poi i gemiti di lei che diventavano sempre più alti, sempre più sporchi. Il letto che batteva contro la parete con un ritmo sordo e animale.
Thump. Thump. Thump.
Alberto, sul tappeto, faceva scorrere le macchinine e non capiva. Giovanni, invece, sì. Restava in salotto a fingere di leggere il giornale, oppure stranamente andava in bagno per tanto tempo, e Alberto a volte lo vedeva... si appoggiava con una mano alla parete sottile che divideva le due stanze e con l’altra si prendeva il cazzo. Non pisciava. Ora Alberto sa che si segava. Ascoltava i gemiti di sua moglie mentre un altro uomo gliela stava scopando a dovere, e si masturbava come un cane.
Alberto oggi lo vede nitido: il padre cornuto, ritto in piedi sul water, il pene duro in mano, gli occhi chiusi, mentre dall’altra parte della parete Salvatore montava Maria senza pietà. Lei che veniva, lui che spingeva, il letto che martellava. E Giovanni che si veniva in mano ascoltando tutto.
Quando la porta si riapriva, Salvatore usciva soddisfatto, arrivava in salotto, accarezzava la testa del bambino con quella mano enorme e diceva «picciotto… albertuccio… ti piace la macchinina?». Maria compariva dietro di lui, vestaglia scostata, capelli arruffati, labbra gonfie, l’aria di una donna appena scopata bene. Portava il caffè ai due uomini come se nulla fosse. Poi accompagnava l’amante alla porta e gli piantava un bacio pieno in bocca, non sulla guancia. Un bacio da moglie. Salvatore se ne andava fischiettando per le scale, e in casa restava solo il silenzio carico di quello che era appena successo.
Oggi Alberto sa. Sa che suo padre era un cuckold eccitato, che accettava — e godeva — di vedere (o almeno di sentire) la propria donna presa da un altro. Sa che quelle mattine erano il seme di qualcosa che gli è rimasto conficcato dentro. Quando, anni dopo, si ritrovò con Lucia — la più bella della scuola, il corpo così simile a quello di Maria — e la vide dare corda ad altri ragazzi, la gelosia gli bruciava le budella… ma sotto c’era anche quella stessa, sporca, inconfessabile eccitazione. La stessa che aveva visto nel padre mentre si segava in bagno ascoltando la moglie gemere sotto un altro cazzo.
Non è una cosa che ha imparato da internet. È una cosa che ha respirato da bambino, tra il rumore del letto che batteva e l’odore del caffè che Maria portava dopo essersi fatta scopare.
Quelle macchinine… Alberto le ha contate più di una volta, erano il suo orgoglio. Sono ancora laggiù, in cantina, chiuse in una scatola di cartone che puzza di polvere e di anni. Duecentoventuno. Le ha contate una per una, con le dita che tremavano. Duecentoventuno modellini di metallo. Duecentoventuno volte che Salvatore ha montato sua madre. Duecentoventuno volte che Giovanni si è segato in bagno ascoltando i gemiti di lei mentre un altro cazzo le riempiva la figa. Duecentoventuno scopate. Duecentoventuno tradimenti accettati, gustati, masturbati.
«Oddio… che storia sporca, truce…» mormora Alberto a se stesso adesso, il cazzo duro contro il lenzuolo. «Sono un cornuto come mio padre. Un uomo di serie B. Un beta. Un nulla. E sono qui abbracciato a mia moglie che forse oggi si è fatta sbattere come mia madre... e una lacrima gli solca il viso.»
Poi il sonno prese anche lui...
Al mattino Annabella si sveglia prima.
Si avvicina ad Alberto ancora mezzo addormentato, gli scosta il lenzuolo e gli prende il cazzo in bocca. Lo succhia con calma, con dedizione, finché lui non sborra. Beve tutto, fino all’ultima goccia. È la sua colazione. "La prima." Quella che vuole fare a modo suo, prima di andare da Osvaldo.
Poi si alza, si veste, esce di casa.
A scuola la routine si ripete.
Osvaldo non le ordina più di andare a casa sua. Non le parla di cetrioli né di monta. Si limita a farla entrare nello stanzino delle scope ogni mattina, a farla mettere in ginocchio e a usarne la bocca. Annabella ubbidisce. Gli succhia il cazzo grosso e largo, gli beve la sborra, e alla fine lui aggiunge sempre uno sputo caldo e denso direttamente in bocca, come un sigillo. Lei lo ingoia senza protestare.
Quasi ci rimane male che non le chieda altro.
Una parte di lei sperava che la portasse di nuovo a casa, che la montasse, che la trattasse di nuovo da vacca. Invece riceve solo il suo cazzo in bocca... la usa solo come sborratoio. La sua seconda colazione quotidiana. Veloce, sporca, silenziosa.
Eppure, strano a dirsi, diventa più tranquilla.
Smette di masturbarsi nel cesso. Smette di farlo in macchina, a casa quando è sola, di notte di nascosto. La fame non sparisce, ma si canalizza. Ha i suoi due appuntamenti fissi: la sborra in bocca di Alberto al mattino, la sborra e lo sputo in bocca di Osvaldo poco dopo. La sera e la notte torna tra le braccia del marito, si fa amare, si fa scopare, a volte con tenerezza, a volte con una voglia quasi rabbiosa.
Passano due settimane così.
Due settimane di pompini al laido bidello nello stanzino puzzolente.
Due settimane di amore e sesso con Alberto tra le lenzuola di casa.
Due settimane in cui Annabella cammina nei corridoi della scuola con la stessa faccia composta di sempre, mentre dentro di sé qualcosa continua a crescere, silenzioso e paziente.
Osvaldo crede di averla addomesticata di possedere quella bella donna di poterla usare come vuole lui.
Alberto crede di avere una moglie semplicemente più vogliosa e forse traditrici ma si nega ogni domanda ogni allusione.
Annabella, invece, sa che sta solo aspettando.
Aspettando il momento in cui la fame vorrà di nuovo di più.
Un pomeriggio, sola in casa, Annabella riapre il tablet.
Non lo faceva da settimane. Da quando Osvaldo aveva preso a usare la sua bocca ogni mattina, la fame sembrava temporaneamente placata. Ma oggi qualcosa la spinge di nuovo verso quei racconti. Scorre le pagine, cerca storie di dominazione, di sottomissione, di mogli che cadono.
Ne trova una che la colpisce subito.
È il diario di una donna sposata, moglie di un cuckold. Racconta la complicità con il marito: quanto lo ama ancora di più da quando lui ha accettato – anzi, desiderato – di vederla usata. È lui che le procura gli uomini. Master. Maiali. È lui che organizza gli incontri, che la porta, che a volte resta a guardare mentre la montano a volte l'appetta in auto. Lei si sente sua schiava, e proprio per questo più unita a lui.
Annabella smette di respirare per un momento.
Il pensiero le scatta netto, quasi doloroso: È così che vorrei con Alberto.
Sentirmi sua schiava. Sapere che è lui a volermi offrire. Che è lui a scegliere chi può usarmi, quando, come. Non più il segreto, non più la paura di perderlo, ma una complicità oscura e totale.
Scorre ancora.
Un altro racconto. Una donna che frequenta un marocchino. Un porco. Lui la usa senza pietà e, quando vuole, la fa usare dai suoi amici. Altri marocchini. La passa, la condivide, la riempie, la vende come una puttana. Lei descrive l’odore, la ruvidezza, la sensazione di essere ridotta a un buco in mezzo a uomini che non parlano la sua lingua e non le chiedono niente tranne di aprire le gambe.
E lì scatta il secondo pensiero.
I tre fruttivendoli egiziani.
Amin, con le mani dure e rugose.
Karim, con quel bozzo enorme che premeva contro i calzoni.
Omar, giovane, svelto, con quegli occhi neri che la spogliavano ogni volta.
Annabella chiude gli occhi.
La figa le si bagna di colpo, dopo due settimane di relativa calma. Sente di nuovo la vecchia fame risalire, più chiara, più precisa. Non vuole solo il cazzo di Osvaldo. Non vuole solo i pompini nello stanzino. Vuole di più. Vuole cadere più in basso. E vuole – o almeno comincia a desiderare di volere – che Alberto sia parte di quella caduta.
Apre di nuovo gli occhi.
Guarda lo schermo.
Poi guarda il telefono.
E per la prima volta si chiede se un giorno avrà il coraggio di far leggere uno di quei racconti ad Alberto… o se continuerà a tenere tutto nascosto, mentre la fame cresce di nuovo, silenziosa e inarrestabile.
Tornando da scuola Annabella non prende la strada di sempre.
Rallenta davanti al negozietto di frutta e verdura. Il cuore le batte forte. Non vuole sputtanarsi, non vuole fare la puttana in pieno giorno, ma la figa le brucia di un calore che non riesce più a ignorare. I racconti le turbinano ancora in testa: i marocchini, le mani ruvide, i corpi scuri che usano una donna bianca senza pietà.
Entra.
Amin è al banco, Karim sistema le cassette in fondo. Omar, il più giovane, è quello che le viene incontro con il solito sorriso sveglio e gli occhi neri che la spogliano.
«Buonasera, professoressa. Cosa le serve oggi?»
Annabella indica una cassetta di mele in offerta, la più grande.
«Prendo quella. Ma… non riesco a portarla adesso. Passo più tardi a ritirarla.»
Omar non esita un secondo.
«Gliela porto io a casa, se vuole. Lo faccio sempre con le clienti più belle! hahaha . Mi dica solo l’indirizzo.»
Lei gli dà l’indirizzo. La voce le trema appena. Paga e esce in fretta, sentendo già lo sguardo di Omar conficcato nella schiena.
Un’ora dopo il campanello suona.
Annabella apre. Omar è lì, la cassetta di mele sulle spalle, un po’ sudato, sorridente. Entra, la posa a terra in cucina. Lei gli tende una banconota da cinque euro.
«Per il disturbo… grazie.»
Lui le trattiene la mano.
Le dita scure e calde si chiudono intorno alle sue. La guarda dritto negli occhi. Capisce. Capisce dalla guancia rosea, dal respiro corto, dal modo in cui lei non ritira la mano. Capisce che è in calore.
«Non serve la mancia, professoressa…» mormora. Poi si china e la bacia.
Annabella in un primo momento restia... ma quella stretta alla figa, quel desiderio è più forte... cede.
La volontà vacilla e si spezza. Apre le labbra, risponde al bacio con una fame che la sorprende. Omar la spinge dolcemente contro il frigorifero, una mano le scivola sulla natica, l’altra le tiene ancora il polso. Il bacio diventa più profondo, più umido, più esigente.
Quando si staccano, entrambi ansimano.
Omar le accarezza il labbro inferiore con il pollice e parla basso:
«Sapevo che mi guardavi… ogni volta. Vuoi che resti un poco?»
Annabella non risponde con le parole.
Lo prende per la maglietta e lo tira verso di sé, cercando di nuovo la sua bocca. La prima monta è cominciata.
«Sì…» sospira Annabella, e si inginocchia.
La fame di cazzi è tornata prepotente, indomita. Le tremano le mani mentre gli apre i pantaloni e gli estrae il membro. È lungo circa venti centimetri, giusto grosso: abbastanza da far godere senza fare male. Caldo, teso, già duro. Lei lo prende in bocca con avidità, lo succhia a fondo, lo gusta, mentre Omar le tiene i capelli e geme basso.
Non dura molto.
Lui la solleva di peso, la fa sedere sul tavolo di cucina, le alza la gonna, le strappa via le mutandine e se la tira contro. Entra con una spinta sola, fino in fondo. Annabella getta la testa all’indietro e geme. Omar ha un vigore animale, pazzesco. È giovane, forte, instancabile. La monta con colpi profondi e ritmati, le mani che le affondano nei fianchi, il bacino che sbatte contro di lei senza mai rallentare.
Annabella aggrappata a quel giovane stallone arabo viene quasi subito.
Un orgasmo frenetico, pulsante, che le fa stringere le unghie nella sua schiena. Poi un altro. E un altro ancora. Continua a venire a ondate, avvinghiata a lui, le gambe chiuse intorno ai suoi fianchi, la figa che si contrae senza sosta intorno a quel cazzo perfetto.
Mentre gode, lo sguardo le cade sulla foto di Alberto sul mobile di fronte.
Lo guarda. Lo vorrebbe lì. Vorrebbe che la guardasse mentre questo ragazzo la fotte come un puledro impazzito. Vorrebbe che la incitasse, che le dicesse di aprirsi di più, di prendere tutto, di godere. Vorrebbe che l’aiutasse, che le tenesse le mani, che le baciasse la bocca mentre Omar la sfonda.
«Alberto…» mormora senza accorgersene, gli occhi fissi sulla foto.
Omar non sente, o non gli importa. Continua a scoparla con forza, ansimando, sudato, finché non sborra dentro di lei con un gemito lungo e gutturale. La riempie a getti caldi, profondi, tenendola premuta contro il tavolo.
Annabella resta avvinghiata a lui ancora qualche secondo, il respiro rotto, il corpo scosso dagli ultimi spasmi. Poi abbassa lo sguardo e vede il seme di Omar che comincia a colarle lungo le cosce, sul legno del tavolo.
E mentre lo sente uscire, pensa ancora alla foto di Alberto… e a quanto vorrebbe che lui sapesse.
Omar non si placa.
Ancora duro dentro di lei, la bacia con una tenerezza improvvisa e poi le parla all’orecchio, mescolando cose dolci e cose sporche nella sua lingua. Le parole arabe le scivolano addosso calde e incomprensibili, finché non ne distingue alcune:
«Sharmuta… bayda…»
Puttana.
Bianca da scopare.
La usa ancora. La tiene ferma sul tavolo e continua a muoversi dentro di lei con un ritmo lento e possessivo. Poi, senza preavviso, estrae il cazzo, la gira a forza a pecorina sul legno e lo spinge nel culo. Entra forte, deciso, brutale. Annabella getta un grido. Fa male, ma è un dolore che si trasforma subito in piacere. Omar la incula con colpi profondi e secchi, le mani che le tengono i fianchi, il bacino che sbatte contro le sue natiche.
Lei si tocca.
Due dita sul clitoride, rapide, disperate. Viene di nuovo, e questa volta squirta. Un getto caldo e incontrollabile di squirt e urina le esce dalla figa e bagna il pavimento della cucina. Non riesce a trattenersi. Urla di piacere, la fronte premuta contro il tavolo, il corpo scosso da spasmi violenti.
Poi si rende conto dell’ora.
«Omar… deve andare… mio marito sta per arrivare…»
Il ragazzo non si ferma. Anzi, accelera. La scopa ancora più forte, più fondo, ansimando contro la sua schiena. Pochi secondi dopo sborra. Le riempie il culo di sperma caldo e denso, tenendola premuta contro il tavolo mentre viene a scosse lunghe.
Quando infine estrae, una striscia bianca cola subito lungo la coscia di Annabella e gocciola sul pavimento già bagnato.
Omar si sistema i pantaloni in fretta, le lascia un ultimo bacio sulla spalla nuda e le parla basso:
«La prossima volta… ti porto anche altri. Se vuoi.»
Poi esce dalla porta di servizio appena in tempo.
Annabella resta un momento piegata sul tavolo, il respiro rotto, il culo e la figa che pulsano, il seme di lui che continua a colarle. Poi si forza ad alzarsi. Ha pochi minuti. Deve pulire, deve nascondere, deve tornare a essere la moglie di Alberto prima che lui metta la chiave nella toppa.
Si muove in cucina come un’automа.
Prende carta assorbente e pulisce il tavolo, il pavimento, le tracce di sborra e di squirt. Butta le mutandine strappate nel cestino del bagno e se ne mette un altro paio pulito. Si lava in fretta tra le cosce e il culo, ma non abbastanza: sente ancora il caldo denso di Omar che le cola piano, e l’odore di lui le resta addosso nonostante il sapone.
Poi arriva il senso di colpa.
La colpisce mentre è ancora china sul lavandino, le mani che tremano sotto l’acqua fredda. Non è il senso di colpa leggero di quando succhiava Osvaldo nello stanzino. Stavolta è più pesante, più netto. Ha fatto entrare un ragazzo in casa. Nella casa che condivide con Alberto. Si è fatta scopare sul tavolo di cucina, quello dove ogni mattina fa colazione con il marito. Si è fatta inculare. Ha squirtato sul pavimento. Ha guardato la foto di Alberto mentre veniva.
Chiude gli occhi.
Il senso di colpa le stringe la gola. Le fa venire voglia di piangere, di chiamare Alberto e dirgli tutto, di mettersi in ginocchio e chiedergli perdono. Ma insieme al senso di colpa c’è ancora la figa che pulsa, il culo che brucia in modo piacevole, e quella fame che non si è spenta. Anzi.
Si guarda allo specchio del bagno.
Il viso è arrossato, gli occhi lucidi, le labbra un turgide. Sembra una donna che ha appena fatto l’amore. O che è stata usata.
«Cosa sto diventando…» sussurra a sé stessa.
Non ha tempo di rispondere.
Sente le chiavi di Alberto nella toppa.
Annabella si sistema i capelli, si mette un sorriso e esce dal bagno. Il senso di colpa resta lì, pesante come una pietra nello stomaco. Ma lo nasconde. Come ha nascosto Osvaldo. Come ha nascosto i video. Come sta nascosto tutto.
Quando Alberto entra e la bacia, lei ricambia il bacio e gli dice, con voce quasi normale:
«Bentornato, amore. Oggi sono andata a comprare le mele… ne ho prese tante.»
E mentre lo guarda sorridere, sente il seme di Omar che le cola ancora un poco, e il senso di colpa che si mescola a un brivido di piacere sporco e inconfessabile.
Alberto sente nell’aria l’odore del sesso.
Non è il loro. È più acre, più maschio, più estraneo. Abbraccia Annabella e la trova diversa: un po’ più fredda del solito, meno premurosa, come se qualcosa la tenesse distante. Lei ricambia l’abbraccio, ma il corpo è teso.
Lui non dice niente.
Le scivola una mano sotto la gonna, le abbassa le mutandine e le infila un dito nella figa. La sente bagnata in un modo strano. Larga. Vischiosa. Un’umidità densa che non ha mai sentito in cinque anni di matrimonio.
Ritira il dito di nascosto e se lo porta al naso.
Puzza inequivocabilmente di sborra.
Oddio.
Si sente morire. Il sangue gli si gela e gli sale alle tempie nello stesso istante. Sua moglie ha la figa piena dello sperma di un altro. E lui sa già di chi: le mele sono la prova, pensa subito all’egiziano del negozio di frutta. Quello giovane.
Il tormento interiore lo squarcia.
Da un lato lo schifo. La nausea. La rabbia. L’immagine di Annabella aperta sotto un altro uomo, che viene, che si fa riempire. Dall’altro lato – e questo lo terrorizza – una profonda erezione immediata. Vuole possederla. Vuole punirla. Vuole amarla così, sporca, usata, colma del seme di un altro. L’idea che sua moglie abbia ancora dentro la sborra di quell’egiziano lo fa schifare e, allo stesso tempo, gli dà una sensazione nuova, oscura, quasi euforica. Il desiderio di averla sempre così. Aperta. Marcatа.
Sua e non più solo sua.
È combattuto.
Ma non rinuncia.
La prende per un polso e la trascina in camera. La piega sul letto a pecorina, le alza la gonna, le strappa le mutandine e le entra dentro con una spinta secca, violenta. La scopa in modo brutale. Non c’è tenerezza. Solo rabbia e desiderio mescolati. Le mani le affondano nei fianchi, i colpi sono forti, profondi, quasi punitivi.
Mentre la monta, le infila un dito nel culo.
Trova altro sperma.
Caldo. Denso. Ancora lì.
Qualcosa in lui si spezza e si ricompone in modo diverso. Diventa più violento. Le tira i capelli, le dà uno schiaffo secco sulla natica, accelera le spinte fino a farla gridare. Le parla contro l’orecchio, la voce bassa e rauca:
«Ti sei fatta riempire… ti sei fatta fottere il culo… e ora vieni a casa da me così…»
Annabella geme.
Non di paura. Di piacere. Questo nuovo Alberto le piace. Brutale. Geloso. Porco. Lo sente più presente, più vero, più pericoloso. Inarca la schiena e lo spinge a continuare, mentre la figa e il culo le pulsano intorno a lui e allo sperma di Omar che ancora non è uscito del tutto.
Alberto sborra dentro di lei con un gemito quasi animale, tenendola ferma, premuta contro il materasso. Resta così qualche secondo, ansimante, il cazzo ancora pulsante, il dito ancora conficcato nel culo di lei.
Poi, a bassa voce, quasi incredulo:
«Cosa sei, Annabella…»
E lei, con la faccia contro il lenzuolo, risponde solo con un sussurro rotto:
«Non lo so più…»
Restano distesi sul letto, semi nudi, ancora uniti.
Alberto è sdraiato sulla schiena, un braccio sotto la testa, lo sguardo fisso sul soffitto. Annabella ha una coscia buttata sopra di lui, la guancia sul suo petto. Il seme di entrambi – gli uomini che l'hanno appena scopata – le cola piano tra le cosce.
Il silenzio è pesante, ma non freddo.
Annabella sente che questo è il momento.
Può continuare a dissimulare, inventare scuse, nascondere tutto dietro a una voglia generica e “normale”. Oppure può cominciare a dire la verità. Non tutta. Non ancora. Ma abbastanza da vedere se Alberto è capace di reggerla… o se lo perderà.
Sceglie la seconda.
Alza appena la testa e parla a bassa voce, senza guardarlo in faccia:
«Non è solo una sveltina, Alberto.»
Lui non risponde. Aspetta.
«È… più grande di così. Da mesi. Dentro di me c’è qualcosa che non riesco più a tenere chiuso. Una fame. Non di te soltanto. Di essere usata. Di sentirmi un oggetto. Di cadere.»
Alberto resta immobile, ma il cuore sotto l’orecchio di lei batte più forte.
Lei continua, la voce che trema appena:
«Questa sera… non è stata la prima volta. E non sarà l’ultima. Io… mi sto trasformando in qualcosa che non conoscevo. Una ninfomane. Una puttana. Una schiava del sesso. E una parte di me lo vuole. Lo vuole davvero. Vuole essere presa, riempita, umiliata. Vuole che tu lo sappia. Forse… vuole anche che tu ci stia.»
Alza finalmente gli occhi e lo guarda.
«Ho paura di dirtelo. Ho paura che tu mi disprezzi. O che tu mi lasci. Ma dopo quello che hai appena fatto… dopo come mi hai scopata… ho pensato che forse, forse, una parte di te mi desideri anche così puttana.»
Alberto non parla subito.
Il suo silenzio dura abbastanza da farle venire un nodo in gola. Poi, lentamente, le passa una mano nei capelli, quasi con delicatezza, e parla a voce bassa, rauca:
«Ho sentito lo sperma di un altro dentro di te. Ho sentito l’odore. Ho sentito quanto eri aperta. E invece di odiarti… mi sono eccitato come non mi eccitavo da anni. Ti ho voluta punire e ti ho voluta ancor di più amare. Non so cosa significa. Non so fino a dove posso arrivare, posso sopportare. Ma non me ne vado. Non stasera.»
Annabella chiude gli occhi.
Una lacrima le scende di lato, ma non è solo di sollievo. È anche di terrore e di una strana, oscura felicità.
«Allora…» sussurra, «non ti mentirò più. Ti dirò quando succede. O quando sto per farlo. E tu… decidi cosa vuoi fare di me.»
Alberto non risponde con le parole.
La gira di nuovo a pancia in giù, le apre le gambe e le entra dentro una seconda volta, più lento ma altrettanto fondo. Questa volta non c’è solo rabbia. C’è qualcosa di più consapevole. Qualcosa che assomiglia a un accordo silenzioso e pericoloso.
Mentre la scopa, le parla all’orecchio:
«Allora dimmi… chi era? E quanto ti è piaciuto.»
Annabella geme, il viso contro il cuscino, e per la prima volta risponde senza mentire.
Annabella respira a fondo, il viso ancora premuto contro il cuscino, mentre Alberto la scopa lento e fondo. La voce le esce rotta, ma chiara.
«Era Omar… quello giovane del negozio di frutta. Dopo la scuola mi sono fermata e gli ho comprato una cassetta di mele. Lui si è offerto di portarle a casa. È entrato. Mi ha baciata. Io… non ho detto di no.»
Alberto non interrompe. Continua a muoversi dentro di lei, ma il ritmo è diventato più pesante, più consapevole.
«Mi ha messo sul tavolo di cucina. Mi ha scopata. Forte. Poi mi ha girata e mi ha inculata. Sono venuta più volte. Ho pure… squirtato. Sul pavimento. E mentre venivo guardavo la tua foto. Ti volevo lì. A guardarmi. A dirmi di continuare.»
Alberto emette un suono basso, quasi un ringhio. Le mani le stringono i fianchi con più forza.
«E prima di lui?» chiede, la voce rauca.
Annabella esita solo un secondo.
«Il bidello. Osvaldo. Da due settimane mi fa succhiare il cazzo ogni mattina nello stanzino delle scope. Mi riempie la bocca e mi sputa dentro alla fine. vuole farmi sua schiava, mi usa come sborratoio... Una volta… mi ha portata a casa sua. Mi ha fatto mettere due cetrioli, uno in figa e uno nel culo, e mi ha montata come una vacca. Mi ha sborrato dentro. E mi ha filmata, la prima volta.»
Alberto si ferma.
Resta conficcato dentro di lei, immobile, il respiro pesante. Annabella sente il suo cuore batterle contro la schiena.
Poi lui riprende a scoparla. Più duro. Più deciso.
«Guardami» ordina.
Lei gira la testa quanto può. Lui la guarda negli occhi mentre la penetra a fondo.
«Sei una puttana» dice, senza odio e senza dolcezza. Solo constatazione. «La mia puttana. E adesso voglio sapere tutto. Ogni dettaglio. Ogni cazzo. Ogni volta che sei venuta. E quando ricapiterà… me lo dirai prima. O mi porterai a vedere. Capito?»
Annabella annuisce, gli occhi lucidi, la figa che si stringe intorno a lui.
«Capito…»
Alberto accelera. La scopa con una furia nuova, quasi rabbiosa, quasi grata. Quando sborra lo fa in profondità, tenendola ferma, come se volesse sovrascrivere con il suo seme tutto quello che altri hanno lasciato.
Poi collassa sopra di lei, ansimante. Le accarezza i capelli con una tenerezza che contrasta in modo stridente con quello che hanno appena detto e fatto.
«Non so cosa stiamo diventando» mormora contro la sua nuca. «Ma stasera non ti lascio andare.»
Annabella chiude gli occhi.
Per la prima volta da mesi, il senso di colpa non è solo suo. È condiviso. E, stranamente, questo la fa sentire meno sola… e molto più pericolosamente libera.
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E una parte di lei – la parte più oscura, più vera più cruda – non vede l’ora.
La porta si apre.
Osvaldo entra e, appena la vede, scoppia a ridere. Una risata grossa, laida, piena di disprezzo e di piacere.
«Ma guardala… a vacca chi aspetta… a professoressa cu i cetrioli ntô culu e ntâ fica… quantu si’ arrapata, puttana…»
Si avvicina al letto con il suo passo claudicante. Senza preavviso alza la mano e le tira uno schiaffo forte, secco, sul culo nudo. Il rumore risuona nella stanza. Poi afferra il cetriolo che le esce dal culo e lo spinge più a fondo, lo rigira, con violenza. Annabella geme. Il dolore è netto, pungente, ma si mescola subito a un piacere così intenso che le fa chiudere gli occhi e inarcare ancora di più la schiena.
Osvaldo le urla "Puttana dimmi che vuoi la mia minchia! Dimmelo troia!"
Lei non ha fiato ma «Lo voglio…» mormora, la voce rotta. «Usami…»
Osvaldo non si fa pregare.
Tira fuori di colpo il cetriolo dal culo e Annabella urla da quel dolore improvviso... lo butta a terra. Si sbottona i pantaloni, estrae il cazzo già duro – corto, largo, con quella cappella enorme – con la mano raccoglie un po dei suoi abbondanti umori che le colano dalla figa e li usa per lubrificare la cappella violace, senza delicatezza, spinge la cappella nel buco ancora aperto e sensibile. Entra fino in fondo con una sola spinta. Annabella urla, il viso premuto contro il lenzuolo. Lui la tiene ferma per i fianchi e comincia a inculаrla a fondo, con colpi secchi e pesanti, la pancia che le sbatte contro il culo a ogni affondo.
La monta è bestiale.
Non c’è tenerezza. Non c’è rispetto. Solo carne contro carne, il suono umido e osceno delle spinte, i gemiti di lei che diventano sempre più alti. Osvaldo le parla sporco, in dialetto, mentre la usa:
«Piglia… piglia stu cazzu ntô culu… to’ si’ a mia vacca… a mia puttana…»
Dopo qualche minuto lo estrae, ancora duro e lucido. Tira fuori anche il cetriolo dalla figa e lo sostituisce immediatamente con il suo cazzo. Entra nella figa calda e colante con un gemito di soddisfazione. La scopa con la stessa violenza, le mani che le affondano nei fianchi, il ritmo pesante e costante.
Annabella è persa.
Mentre lui la monta, una fantasia le attraversa la mente come un lampo: vorrebbe Alberto lì, accanto a lei. Vorrebbe baciare il marito che ama mentre il porco la usa. Vorrebbe che Alberto capisse, che vedesse quanto ha bisogno di cadere, di sentirsi un oggetto, una cosa in mano a questo uomo laido. Vorrebbe che lui le accarezzasse i capelli mentre Osvaldo la sfonda, che le dicesse che va bene così, che può essere entrambe le cose: la moglie e la puttana.
Ma Alberto non c’è.
C’è solo Osvaldo, che accelera le spinte, tenendola premuta contro il materasso mentre lei viene.
Annabella si sente invasa da quel cazzo... trema.
Viene ancora, forte, con un gemito lungo e rotto, la figa che si contrae intorno al cazzo del suo padrone.
E in quel momento, per quanto confusa e spaventata, si sente esattamente dove voleva essere.
Lui la monta come un toro monta una vacca non per dare piacere ma per il suo piacere per dominarla per farla sua... ed è quello che Annabella cercava.
Osvaldo non smette di chiavarla accelera sente che sta per sborrare ed affonda il suo cazzo dentro quella giovane figa calda ed accogliente e con un grugnito sborra ... la riempie si svuota dentro di lei... Annabella gode gode impazzita sentendo la broda calda del maiale inondare il fondo della sua vagina ...
Osvaldo estrae il cazzo ancora semi-duro e le sborra residua che cola dalla figa di Annabella.
La fa girare con un gesto brusco.
Le prende il mento tra le dita sporche e le costringe ad aprire la bocca. La guarda dall’alto con disprezzo e, allo stesso tempo, con una soddisfazione grezza, primitiva.
Le ordina di aprire la bocca e lei ubbidisce come un automa... lui con un gesto volgare e sporco raccoglie un grosso grumo di saliva e le sputa in bocca...
«U vidi… u me seme t’u teni ntô panza. Ntâ parti cchiù sacra. U ventre di na mugghieri. Ora si’ davvero mia, puttana!»
Le passa il glande ancora umido sulle labbra, le spalma il sapore di entrambi i loro corpi sulla lingua. Annabella non chiude la bocca. Lo lascia fare. Lo guarda a sua volta, gli occhi azzurri lucidi ma non sconfitti.
Osvaldo sorride, convinto.
Crede di averla in pugno totalmente. Crede che quella donna intelligente, laureata, rispettata, sia ormai solo una schiava in cerca di cazzo e di padrone. Crede che il suo seme dentro di lei, il video sul telefono e la violenza di quella monta bastino a renderla sua proprietà.
Ma non capisce.
Ha una mente troppo corta, troppo limitata per capire.
Annabella voleva mettersi alla prova. Voleva cadere. Voleva sentire fino in fondo cosa significasse essere ridotta a oggetto, a carne, a buco. E lo ha fatto. Si è fatta riempire il culo e la figa da un porco, si è fatta sborrare nel ventre da un uomo che disprezza.
Però più cade, più diventa cosciente.
Più viene umiliata, più qualcosa dentro di lei si rafforza.
La fame non si spegne: si affina. Vuole di più. Non solo il cazzo di Osvaldo. Non solo la sua sborra e i suoi ordini volgari. Vuole spingersi ancora oltre. Vuole esplorare ogni angolo di quella oscurità che ha scoperto in sé.
Osvaldo la guarda e si sente potente.
Annabella lo guarda e, mentre deglutisce il sapore di lui, pensa già a tutto quello che ancora non ha osato.
Lui crede di possederla.
Lei sta solo cominciando a possedere sé stessa.
Osvaldo non le lascia tempo di riprendersi.
La guarda ancora un momento, nuda e colante sul letto, poi le tira le gambe verso il bordo e la fa scendere quasi di peso.
«Fora. Vai. To’ si’ a mia puttana a perdere… ora piena comu nu sacco.»
Le butta i vestiti contro il petto e la spinge verso la porta. Annabella si veste in fretta, le mani che tremano, il seme di lui che continua a colarle lungo le cosce interne. Prima di farla uscire, Osvaldo le afferra il mento e le parla a bassa voce, con quel tono da padrone:
«Dumanu mattina vieni prima a scola. Ti devu dari a colazioni. Nun ti ritardari, baldracca.»
Poi le apre la porta e la caccia fuori come si caccia l'ultima delle puttane dopo l’uso.
Il ritorno a casa è un incubo silenzioso.
Annabella guida con le cosce strette, sentendo ancora il caldo denso che le cola e le macchia le mutandine. Quando apre la porta di casa, Alberto è già lì. Ha lo sguardo preoccupato.
«Dove sei stata? Sei in ritardo di quasi due ore… ti ho chiamato.»
Lei inventa in fretta.
«Scusa, amore. Una collega aveva problemi con la macchina, l’ho accompagnata e poi siamo finite a parlare. Il tempo è volato.»
Alberto arrabbiato le dice "ma perché cazzo non rispondevi al telefono! " La guarda. Nota qualcosa – il viso un po’ troppo rosso, i capelli un po’ disordinati, l’odore strano che lei cerca di nascondere – ma non insiste. La bacia sulla fronte e le accarezza la schiena.
«Va beh… purché tu stia bene. Ti sei fatta desiderare.»
Annabella sorride a fatica e si libera delicatamente.
«Vado a farmi una doccia veloce, sono appiccicata dal caldo.»
Corre in bagno, chiude la porta a chiave, si spoglia e si infila sotto l’acqua bollente. Si lava con rabbia e con cura, si strofina tra le cosce finché non resta più traccia di quello sperma. Si lava i denti due volte. Quando esce, avvolta nella vestaglia, ha ancora le gambe molli ma la mente più lucida.
Ora ha voglia di fare l’amore.
Proprio Amore.
Con Alberto.
Vorrebbe raccontargli tutto. Ogni dettaglio. Il bidello, i video, i cetrioli, la monta, lo sperma nel ventre. Vorrebbe mettersi in ginocchio davanti a lui e dirgli: Guarda cosa sono diventata. Aiutami. O usami tu. O lasciami cadere. Ma ha paura. Paura di perderlo. Paura di vedere i suoi occhi cambiare per sempre.
Così comincia con piccole battute, mentre sono sul divano.
«Oggi… mi sono sentita strana a scuola. Come se qualcosa mi stesse… scappando di mano.»
Alberto la guarda, un mezzo sorriso.
«Sei solo stanca. O forse sei in calore, a giudicare da come mi sei saltata addosso ieri notte.»
Lei insiste un poco.
«No, è diverso. È come se… ci fosse una parte di me che non riesco più a controllare. Una parte sporca.»
Alberto ride piano, la tira contro di sé e le bacia il collo.
«Allora è una parte che mi piace. Continua pure a non controllarla.»
Non capisce.
O non vuole capire.
Il sospetto però sale. Lei lo vede negli occhi di lui: una piccola ombra, una domanda non detta. Ma per il momento Alberto si gode questa moglie nuova, vogliosa, quasi porca. La bacia con più fame, le scivola una mano sotto la vestaglia e trova la figa già di nuovo umida.
Annabella chiude gli occhi e si lascia fare.
Mentre lui la tocca, pensa a quanto vorrebbe dirgli tutto… e a quanto, invece, sta già cominciando a tenere quel segreto come un tesoro oscuro e pericoloso.
Sul divano le cose si fanno subito intense.
Alberto le apre la vestaglia, le scende con le labbra sul collo, sui seni, sul ventre. Poi le apre le cosce e le infila due dita nella figa. Entra con facilità. Troppa facilità. Le dita scivolano più a fondo del solito, sentono le pareti più morbide, più cedevole, come se qualcosa le avesse allargate di recente.
Annabella trattiene un gemito.
Alberto continua a masturbarla, lento e preciso, e nel frattempo la punzecchia con voce bassa, quasi giocosa, ma con un’ombra nuova sotto le parole:
«Che ti sei fatta, eh? Ti sento… diversa. Più larga. Più profonda. Ti sei fatta scopare da qualcuno oggi, moglie mia?»
Quelle parole la colpiscono come una scossa elettrica.
La figa si contrae di scatto intorno alle sue dita. Un orgasmo devastante le esplode addosso senza preavviso: la schiena si inarca, le cosce tremano, un gemito lungo e rotto le esce dalla gola. Qualcosa le sfugge – un suono, una parola a metà, forse un «sì» soffocato o solo un lamento troppo consapevole – ma non è abbastanza chiaro.
Alberto la guarda mentre viene.
Gli occhi di lui si fanno più scuri, più attenti. Il sospetto sale, netto. Ma insieme al sospetto sale anche qualcos’altro. Mentre lei ancora trema e cola sulle sue dita, lui pensa: Se è questo l’effetto di una sveltina in giro… ben venga.
La gelosia non sparisce.
Si trasforma.
Piano piano diventa un piacere torbido, caldo, inaspettato. La idea che un altro uomo l’abbia aperta, che l’abbia usata, che le abbia lasciato la figa così disponibile e affamata, lo eccita più di quanto vorrebbe ammettere.
Alberto estrae le dita, se le porta alla bocca, le assaggia, poi si china su di lei e la bacia con una fame nuova.
«Sei una porca…» mormora contro le sue labbra. «La mia porca.»
Annabella lo stringe forte, ancora scossa dall’orgasmo e dalla paura di aver detto troppo. Non risponde. Si limita ad aprire di nuovo le gambe e a tirarlo sopra di sé, cercando il suo cazzo, cercando di riempirsi di lui per dimenticare – o forse per ricordare ancora di più – quello che è successo poche ore prima.
E Alberto, mentre entra dentro di lei con un gemito basso, si chiede fino a che punto è disposto a spingersi in questo gioco che sta appena cominciando a capire.
Dopo quell’amore intenso lei si addormenta abbracciata ad Alberto, sudata, sazia... Alberto invece rimugina, ripensa a quando è diventato cosciente di una cosa che ha sempre tenuto per se... ma ora con Annabella cosi cambiata ed il dubbio del tradimento, quei pensieri di ragazzo poco più che ventenne gli tornano in mente... una stretta al cuore ma anche al cazzo che risponde indipendente..
Alberto steso sul letto accanto ad Annabella rivede tutto con gli occhi di un uomo, ma già allora ventenne e aveva per fidanzata una certa Lucia la più bella della scuola. A quel tempo frequentava l'ultimo anno di Ragioneria e lei era la più corteggiata la più desiderata, ma aveva scelto lui, si un bel ragazzo, anche intelligente e sveglio, ma non certo il più prestante... quella sera in cui litigò con Lucia arso dalla gelosia, perché lei diede più corda del solito ad un suo ex fidanzatino, si lasciava accarezzare il fianco mentre parlavano e Alberto si sentiva escluso, neppure si premurò di presentarlo...
Quella confidenza cosi intima gli fece salire il sangue al cervello... ma anche sentì che il cazzo diceva altro... non se ne capacitava e li dopo quella lite solo nel suo letto a casa dei suoi ripensò ai primi ricordi di quando era bambino, ricordi confusi ma che mano a mano ridiventavano vividi. Ripensò a quei sabati mattina che ora li vedeva con una luce diversa consapevole, non erano più una routine innocente: erano il teatro di una messa in scena crudele e carnale, e lui ne era stato lo spettatore muto.
Ricorda l’aria che si tagliava appena si svegliavano. Maria la mamma di Alberto, aveva trentadue anni, e appena alzata era già tutta una tensione elettrica: seni evidenti sotto la vestaglia, sorriso troppo luminoso, mani che non stavano ferme. Giovanni il papà di Alberto, più vecchio di lei, nervoso come un cane a cui hanno tolto l’osso. Usciva di casa con la scusa delle sigarette, della schedina, del pane e della Gazzetta, ma tutti sapevano — o almeno oggi Alberto ha capito — che stava solo facendo spazio, andava a prendere aria, cercava di calmarsi.
Poi arrivava lui. Salvatore. Grosso, camionista che "casualmente" quasi tutti i sabati andava a trovarli, mani da operaio, dialetto siciliano che riempiva la casa, odore di strada e di maschio. Portava sempre un modellino al piccolo Alberto, e il bambino lo aspettava trepidante, senza sospettare nulla. Ma per Maria era un’altra cosa. Appena il camionista varcava la soglia, lei non stava più nella pelle. Dopo due battute di rito col marito, i due sparivano in camera da letto e la porta si chiudeva.
E allora cominciava.
Si sentivano le risate basse, poi i gemiti di lei che diventavano sempre più alti, sempre più sporchi. Il letto che batteva contro la parete con un ritmo sordo e animale.
Thump. Thump. Thump.
Alberto, sul tappeto, faceva scorrere le macchinine e non capiva. Giovanni, invece, sì. Restava in salotto a fingere di leggere il giornale, oppure stranamente andava in bagno per tanto tempo, e Alberto a volte lo vedeva... si appoggiava con una mano alla parete sottile che divideva le due stanze e con l’altra si prendeva il cazzo. Non pisciava. Ora Alberto sa che si segava. Ascoltava i gemiti di sua moglie mentre un altro uomo gliela stava scopando a dovere, e si masturbava come un cane.
Alberto oggi lo vede nitido: il padre cornuto, ritto in piedi sul water, il pene duro in mano, gli occhi chiusi, mentre dall’altra parte della parete Salvatore montava Maria senza pietà. Lei che veniva, lui che spingeva, il letto che martellava. E Giovanni che si veniva in mano ascoltando tutto.
Quando la porta si riapriva, Salvatore usciva soddisfatto, arrivava in salotto, accarezzava la testa del bambino con quella mano enorme e diceva «picciotto… albertuccio… ti piace la macchinina?». Maria compariva dietro di lui, vestaglia scostata, capelli arruffati, labbra gonfie, l’aria di una donna appena scopata bene. Portava il caffè ai due uomini come se nulla fosse. Poi accompagnava l’amante alla porta e gli piantava un bacio pieno in bocca, non sulla guancia. Un bacio da moglie. Salvatore se ne andava fischiettando per le scale, e in casa restava solo il silenzio carico di quello che era appena successo.
Oggi Alberto sa. Sa che suo padre era un cuckold eccitato, che accettava — e godeva — di vedere (o almeno di sentire) la propria donna presa da un altro. Sa che quelle mattine erano il seme di qualcosa che gli è rimasto conficcato dentro. Quando, anni dopo, si ritrovò con Lucia — la più bella della scuola, il corpo così simile a quello di Maria — e la vide dare corda ad altri ragazzi, la gelosia gli bruciava le budella… ma sotto c’era anche quella stessa, sporca, inconfessabile eccitazione. La stessa che aveva visto nel padre mentre si segava in bagno ascoltando la moglie gemere sotto un altro cazzo.
Non è una cosa che ha imparato da internet. È una cosa che ha respirato da bambino, tra il rumore del letto che batteva e l’odore del caffè che Maria portava dopo essersi fatta scopare.
Quelle macchinine… Alberto le ha contate più di una volta, erano il suo orgoglio. Sono ancora laggiù, in cantina, chiuse in una scatola di cartone che puzza di polvere e di anni. Duecentoventuno. Le ha contate una per una, con le dita che tremavano. Duecentoventuno modellini di metallo. Duecentoventuno volte che Salvatore ha montato sua madre. Duecentoventuno volte che Giovanni si è segato in bagno ascoltando i gemiti di lei mentre un altro cazzo le riempiva la figa. Duecentoventuno scopate. Duecentoventuno tradimenti accettati, gustati, masturbati.
«Oddio… che storia sporca, truce…» mormora Alberto a se stesso adesso, il cazzo duro contro il lenzuolo. «Sono un cornuto come mio padre. Un uomo di serie B. Un beta. Un nulla. E sono qui abbracciato a mia moglie che forse oggi si è fatta sbattere come mia madre... e una lacrima gli solca il viso.»
Poi il sonno prese anche lui...
Al mattino Annabella si sveglia prima.
Si avvicina ad Alberto ancora mezzo addormentato, gli scosta il lenzuolo e gli prende il cazzo in bocca. Lo succhia con calma, con dedizione, finché lui non sborra. Beve tutto, fino all’ultima goccia. È la sua colazione. "La prima." Quella che vuole fare a modo suo, prima di andare da Osvaldo.
Poi si alza, si veste, esce di casa.
A scuola la routine si ripete.
Osvaldo non le ordina più di andare a casa sua. Non le parla di cetrioli né di monta. Si limita a farla entrare nello stanzino delle scope ogni mattina, a farla mettere in ginocchio e a usarne la bocca. Annabella ubbidisce. Gli succhia il cazzo grosso e largo, gli beve la sborra, e alla fine lui aggiunge sempre uno sputo caldo e denso direttamente in bocca, come un sigillo. Lei lo ingoia senza protestare.
Quasi ci rimane male che non le chieda altro.
Una parte di lei sperava che la portasse di nuovo a casa, che la montasse, che la trattasse di nuovo da vacca. Invece riceve solo il suo cazzo in bocca... la usa solo come sborratoio. La sua seconda colazione quotidiana. Veloce, sporca, silenziosa.
Eppure, strano a dirsi, diventa più tranquilla.
Smette di masturbarsi nel cesso. Smette di farlo in macchina, a casa quando è sola, di notte di nascosto. La fame non sparisce, ma si canalizza. Ha i suoi due appuntamenti fissi: la sborra in bocca di Alberto al mattino, la sborra e lo sputo in bocca di Osvaldo poco dopo. La sera e la notte torna tra le braccia del marito, si fa amare, si fa scopare, a volte con tenerezza, a volte con una voglia quasi rabbiosa.
Passano due settimane così.
Due settimane di pompini al laido bidello nello stanzino puzzolente.
Due settimane di amore e sesso con Alberto tra le lenzuola di casa.
Due settimane in cui Annabella cammina nei corridoi della scuola con la stessa faccia composta di sempre, mentre dentro di sé qualcosa continua a crescere, silenzioso e paziente.
Osvaldo crede di averla addomesticata di possedere quella bella donna di poterla usare come vuole lui.
Alberto crede di avere una moglie semplicemente più vogliosa e forse traditrici ma si nega ogni domanda ogni allusione.
Annabella, invece, sa che sta solo aspettando.
Aspettando il momento in cui la fame vorrà di nuovo di più.
Un pomeriggio, sola in casa, Annabella riapre il tablet.
Non lo faceva da settimane. Da quando Osvaldo aveva preso a usare la sua bocca ogni mattina, la fame sembrava temporaneamente placata. Ma oggi qualcosa la spinge di nuovo verso quei racconti. Scorre le pagine, cerca storie di dominazione, di sottomissione, di mogli che cadono.
Ne trova una che la colpisce subito.
È il diario di una donna sposata, moglie di un cuckold. Racconta la complicità con il marito: quanto lo ama ancora di più da quando lui ha accettato – anzi, desiderato – di vederla usata. È lui che le procura gli uomini. Master. Maiali. È lui che organizza gli incontri, che la porta, che a volte resta a guardare mentre la montano a volte l'appetta in auto. Lei si sente sua schiava, e proprio per questo più unita a lui.
Annabella smette di respirare per un momento.
Il pensiero le scatta netto, quasi doloroso: È così che vorrei con Alberto.
Sentirmi sua schiava. Sapere che è lui a volermi offrire. Che è lui a scegliere chi può usarmi, quando, come. Non più il segreto, non più la paura di perderlo, ma una complicità oscura e totale.
Scorre ancora.
Un altro racconto. Una donna che frequenta un marocchino. Un porco. Lui la usa senza pietà e, quando vuole, la fa usare dai suoi amici. Altri marocchini. La passa, la condivide, la riempie, la vende come una puttana. Lei descrive l’odore, la ruvidezza, la sensazione di essere ridotta a un buco in mezzo a uomini che non parlano la sua lingua e non le chiedono niente tranne di aprire le gambe.
E lì scatta il secondo pensiero.
I tre fruttivendoli egiziani.
Amin, con le mani dure e rugose.
Karim, con quel bozzo enorme che premeva contro i calzoni.
Omar, giovane, svelto, con quegli occhi neri che la spogliavano ogni volta.
Annabella chiude gli occhi.
La figa le si bagna di colpo, dopo due settimane di relativa calma. Sente di nuovo la vecchia fame risalire, più chiara, più precisa. Non vuole solo il cazzo di Osvaldo. Non vuole solo i pompini nello stanzino. Vuole di più. Vuole cadere più in basso. E vuole – o almeno comincia a desiderare di volere – che Alberto sia parte di quella caduta.
Apre di nuovo gli occhi.
Guarda lo schermo.
Poi guarda il telefono.
E per la prima volta si chiede se un giorno avrà il coraggio di far leggere uno di quei racconti ad Alberto… o se continuerà a tenere tutto nascosto, mentre la fame cresce di nuovo, silenziosa e inarrestabile.
Tornando da scuola Annabella non prende la strada di sempre.
Rallenta davanti al negozietto di frutta e verdura. Il cuore le batte forte. Non vuole sputtanarsi, non vuole fare la puttana in pieno giorno, ma la figa le brucia di un calore che non riesce più a ignorare. I racconti le turbinano ancora in testa: i marocchini, le mani ruvide, i corpi scuri che usano una donna bianca senza pietà.
Entra.
Amin è al banco, Karim sistema le cassette in fondo. Omar, il più giovane, è quello che le viene incontro con il solito sorriso sveglio e gli occhi neri che la spogliano.
«Buonasera, professoressa. Cosa le serve oggi?»
Annabella indica una cassetta di mele in offerta, la più grande.
«Prendo quella. Ma… non riesco a portarla adesso. Passo più tardi a ritirarla.»
Omar non esita un secondo.
«Gliela porto io a casa, se vuole. Lo faccio sempre con le clienti più belle! hahaha . Mi dica solo l’indirizzo.»
Lei gli dà l’indirizzo. La voce le trema appena. Paga e esce in fretta, sentendo già lo sguardo di Omar conficcato nella schiena.
Un’ora dopo il campanello suona.
Annabella apre. Omar è lì, la cassetta di mele sulle spalle, un po’ sudato, sorridente. Entra, la posa a terra in cucina. Lei gli tende una banconota da cinque euro.
«Per il disturbo… grazie.»
Lui le trattiene la mano.
Le dita scure e calde si chiudono intorno alle sue. La guarda dritto negli occhi. Capisce. Capisce dalla guancia rosea, dal respiro corto, dal modo in cui lei non ritira la mano. Capisce che è in calore.
«Non serve la mancia, professoressa…» mormora. Poi si china e la bacia.
Annabella in un primo momento restia... ma quella stretta alla figa, quel desiderio è più forte... cede.
La volontà vacilla e si spezza. Apre le labbra, risponde al bacio con una fame che la sorprende. Omar la spinge dolcemente contro il frigorifero, una mano le scivola sulla natica, l’altra le tiene ancora il polso. Il bacio diventa più profondo, più umido, più esigente.
Quando si staccano, entrambi ansimano.
Omar le accarezza il labbro inferiore con il pollice e parla basso:
«Sapevo che mi guardavi… ogni volta. Vuoi che resti un poco?»
Annabella non risponde con le parole.
Lo prende per la maglietta e lo tira verso di sé, cercando di nuovo la sua bocca. La prima monta è cominciata.
«Sì…» sospira Annabella, e si inginocchia.
La fame di cazzi è tornata prepotente, indomita. Le tremano le mani mentre gli apre i pantaloni e gli estrae il membro. È lungo circa venti centimetri, giusto grosso: abbastanza da far godere senza fare male. Caldo, teso, già duro. Lei lo prende in bocca con avidità, lo succhia a fondo, lo gusta, mentre Omar le tiene i capelli e geme basso.
Non dura molto.
Lui la solleva di peso, la fa sedere sul tavolo di cucina, le alza la gonna, le strappa via le mutandine e se la tira contro. Entra con una spinta sola, fino in fondo. Annabella getta la testa all’indietro e geme. Omar ha un vigore animale, pazzesco. È giovane, forte, instancabile. La monta con colpi profondi e ritmati, le mani che le affondano nei fianchi, il bacino che sbatte contro di lei senza mai rallentare.
Annabella aggrappata a quel giovane stallone arabo viene quasi subito.
Un orgasmo frenetico, pulsante, che le fa stringere le unghie nella sua schiena. Poi un altro. E un altro ancora. Continua a venire a ondate, avvinghiata a lui, le gambe chiuse intorno ai suoi fianchi, la figa che si contrae senza sosta intorno a quel cazzo perfetto.
Mentre gode, lo sguardo le cade sulla foto di Alberto sul mobile di fronte.
Lo guarda. Lo vorrebbe lì. Vorrebbe che la guardasse mentre questo ragazzo la fotte come un puledro impazzito. Vorrebbe che la incitasse, che le dicesse di aprirsi di più, di prendere tutto, di godere. Vorrebbe che l’aiutasse, che le tenesse le mani, che le baciasse la bocca mentre Omar la sfonda.
«Alberto…» mormora senza accorgersene, gli occhi fissi sulla foto.
Omar non sente, o non gli importa. Continua a scoparla con forza, ansimando, sudato, finché non sborra dentro di lei con un gemito lungo e gutturale. La riempie a getti caldi, profondi, tenendola premuta contro il tavolo.
Annabella resta avvinghiata a lui ancora qualche secondo, il respiro rotto, il corpo scosso dagli ultimi spasmi. Poi abbassa lo sguardo e vede il seme di Omar che comincia a colarle lungo le cosce, sul legno del tavolo.
E mentre lo sente uscire, pensa ancora alla foto di Alberto… e a quanto vorrebbe che lui sapesse.
Omar non si placa.
Ancora duro dentro di lei, la bacia con una tenerezza improvvisa e poi le parla all’orecchio, mescolando cose dolci e cose sporche nella sua lingua. Le parole arabe le scivolano addosso calde e incomprensibili, finché non ne distingue alcune:
«Sharmuta… bayda…»
Puttana.
Bianca da scopare.
La usa ancora. La tiene ferma sul tavolo e continua a muoversi dentro di lei con un ritmo lento e possessivo. Poi, senza preavviso, estrae il cazzo, la gira a forza a pecorina sul legno e lo spinge nel culo. Entra forte, deciso, brutale. Annabella getta un grido. Fa male, ma è un dolore che si trasforma subito in piacere. Omar la incula con colpi profondi e secchi, le mani che le tengono i fianchi, il bacino che sbatte contro le sue natiche.
Lei si tocca.
Due dita sul clitoride, rapide, disperate. Viene di nuovo, e questa volta squirta. Un getto caldo e incontrollabile di squirt e urina le esce dalla figa e bagna il pavimento della cucina. Non riesce a trattenersi. Urla di piacere, la fronte premuta contro il tavolo, il corpo scosso da spasmi violenti.
Poi si rende conto dell’ora.
«Omar… deve andare… mio marito sta per arrivare…»
Il ragazzo non si ferma. Anzi, accelera. La scopa ancora più forte, più fondo, ansimando contro la sua schiena. Pochi secondi dopo sborra. Le riempie il culo di sperma caldo e denso, tenendola premuta contro il tavolo mentre viene a scosse lunghe.
Quando infine estrae, una striscia bianca cola subito lungo la coscia di Annabella e gocciola sul pavimento già bagnato.
Omar si sistema i pantaloni in fretta, le lascia un ultimo bacio sulla spalla nuda e le parla basso:
«La prossima volta… ti porto anche altri. Se vuoi.»
Poi esce dalla porta di servizio appena in tempo.
Annabella resta un momento piegata sul tavolo, il respiro rotto, il culo e la figa che pulsano, il seme di lui che continua a colarle. Poi si forza ad alzarsi. Ha pochi minuti. Deve pulire, deve nascondere, deve tornare a essere la moglie di Alberto prima che lui metta la chiave nella toppa.
Si muove in cucina come un’automа.
Prende carta assorbente e pulisce il tavolo, il pavimento, le tracce di sborra e di squirt. Butta le mutandine strappate nel cestino del bagno e se ne mette un altro paio pulito. Si lava in fretta tra le cosce e il culo, ma non abbastanza: sente ancora il caldo denso di Omar che le cola piano, e l’odore di lui le resta addosso nonostante il sapone.
Poi arriva il senso di colpa.
La colpisce mentre è ancora china sul lavandino, le mani che tremano sotto l’acqua fredda. Non è il senso di colpa leggero di quando succhiava Osvaldo nello stanzino. Stavolta è più pesante, più netto. Ha fatto entrare un ragazzo in casa. Nella casa che condivide con Alberto. Si è fatta scopare sul tavolo di cucina, quello dove ogni mattina fa colazione con il marito. Si è fatta inculare. Ha squirtato sul pavimento. Ha guardato la foto di Alberto mentre veniva.
Chiude gli occhi.
Il senso di colpa le stringe la gola. Le fa venire voglia di piangere, di chiamare Alberto e dirgli tutto, di mettersi in ginocchio e chiedergli perdono. Ma insieme al senso di colpa c’è ancora la figa che pulsa, il culo che brucia in modo piacevole, e quella fame che non si è spenta. Anzi.
Si guarda allo specchio del bagno.
Il viso è arrossato, gli occhi lucidi, le labbra un turgide. Sembra una donna che ha appena fatto l’amore. O che è stata usata.
«Cosa sto diventando…» sussurra a sé stessa.
Non ha tempo di rispondere.
Sente le chiavi di Alberto nella toppa.
Annabella si sistema i capelli, si mette un sorriso e esce dal bagno. Il senso di colpa resta lì, pesante come una pietra nello stomaco. Ma lo nasconde. Come ha nascosto Osvaldo. Come ha nascosto i video. Come sta nascosto tutto.
Quando Alberto entra e la bacia, lei ricambia il bacio e gli dice, con voce quasi normale:
«Bentornato, amore. Oggi sono andata a comprare le mele… ne ho prese tante.»
E mentre lo guarda sorridere, sente il seme di Omar che le cola ancora un poco, e il senso di colpa che si mescola a un brivido di piacere sporco e inconfessabile.
Alberto sente nell’aria l’odore del sesso.
Non è il loro. È più acre, più maschio, più estraneo. Abbraccia Annabella e la trova diversa: un po’ più fredda del solito, meno premurosa, come se qualcosa la tenesse distante. Lei ricambia l’abbraccio, ma il corpo è teso.
Lui non dice niente.
Le scivola una mano sotto la gonna, le abbassa le mutandine e le infila un dito nella figa. La sente bagnata in un modo strano. Larga. Vischiosa. Un’umidità densa che non ha mai sentito in cinque anni di matrimonio.
Ritira il dito di nascosto e se lo porta al naso.
Puzza inequivocabilmente di sborra.
Oddio.
Si sente morire. Il sangue gli si gela e gli sale alle tempie nello stesso istante. Sua moglie ha la figa piena dello sperma di un altro. E lui sa già di chi: le mele sono la prova, pensa subito all’egiziano del negozio di frutta. Quello giovane.
Il tormento interiore lo squarcia.
Da un lato lo schifo. La nausea. La rabbia. L’immagine di Annabella aperta sotto un altro uomo, che viene, che si fa riempire. Dall’altro lato – e questo lo terrorizza – una profonda erezione immediata. Vuole possederla. Vuole punirla. Vuole amarla così, sporca, usata, colma del seme di un altro. L’idea che sua moglie abbia ancora dentro la sborra di quell’egiziano lo fa schifare e, allo stesso tempo, gli dà una sensazione nuova, oscura, quasi euforica. Il desiderio di averla sempre così. Aperta. Marcatа.
Sua e non più solo sua.
È combattuto.
Ma non rinuncia.
La prende per un polso e la trascina in camera. La piega sul letto a pecorina, le alza la gonna, le strappa le mutandine e le entra dentro con una spinta secca, violenta. La scopa in modo brutale. Non c’è tenerezza. Solo rabbia e desiderio mescolati. Le mani le affondano nei fianchi, i colpi sono forti, profondi, quasi punitivi.
Mentre la monta, le infila un dito nel culo.
Trova altro sperma.
Caldo. Denso. Ancora lì.
Qualcosa in lui si spezza e si ricompone in modo diverso. Diventa più violento. Le tira i capelli, le dà uno schiaffo secco sulla natica, accelera le spinte fino a farla gridare. Le parla contro l’orecchio, la voce bassa e rauca:
«Ti sei fatta riempire… ti sei fatta fottere il culo… e ora vieni a casa da me così…»
Annabella geme.
Non di paura. Di piacere. Questo nuovo Alberto le piace. Brutale. Geloso. Porco. Lo sente più presente, più vero, più pericoloso. Inarca la schiena e lo spinge a continuare, mentre la figa e il culo le pulsano intorno a lui e allo sperma di Omar che ancora non è uscito del tutto.
Alberto sborra dentro di lei con un gemito quasi animale, tenendola ferma, premuta contro il materasso. Resta così qualche secondo, ansimante, il cazzo ancora pulsante, il dito ancora conficcato nel culo di lei.
Poi, a bassa voce, quasi incredulo:
«Cosa sei, Annabella…»
E lei, con la faccia contro il lenzuolo, risponde solo con un sussurro rotto:
«Non lo so più…»
Restano distesi sul letto, semi nudi, ancora uniti.
Alberto è sdraiato sulla schiena, un braccio sotto la testa, lo sguardo fisso sul soffitto. Annabella ha una coscia buttata sopra di lui, la guancia sul suo petto. Il seme di entrambi – gli uomini che l'hanno appena scopata – le cola piano tra le cosce.
Il silenzio è pesante, ma non freddo.
Annabella sente che questo è il momento.
Può continuare a dissimulare, inventare scuse, nascondere tutto dietro a una voglia generica e “normale”. Oppure può cominciare a dire la verità. Non tutta. Non ancora. Ma abbastanza da vedere se Alberto è capace di reggerla… o se lo perderà.
Sceglie la seconda.
Alza appena la testa e parla a bassa voce, senza guardarlo in faccia:
«Non è solo una sveltina, Alberto.»
Lui non risponde. Aspetta.
«È… più grande di così. Da mesi. Dentro di me c’è qualcosa che non riesco più a tenere chiuso. Una fame. Non di te soltanto. Di essere usata. Di sentirmi un oggetto. Di cadere.»
Alberto resta immobile, ma il cuore sotto l’orecchio di lei batte più forte.
Lei continua, la voce che trema appena:
«Questa sera… non è stata la prima volta. E non sarà l’ultima. Io… mi sto trasformando in qualcosa che non conoscevo. Una ninfomane. Una puttana. Una schiava del sesso. E una parte di me lo vuole. Lo vuole davvero. Vuole essere presa, riempita, umiliata. Vuole che tu lo sappia. Forse… vuole anche che tu ci stia.»
Alza finalmente gli occhi e lo guarda.
«Ho paura di dirtelo. Ho paura che tu mi disprezzi. O che tu mi lasci. Ma dopo quello che hai appena fatto… dopo come mi hai scopata… ho pensato che forse, forse, una parte di te mi desideri anche così puttana.»
Alberto non parla subito.
Il suo silenzio dura abbastanza da farle venire un nodo in gola. Poi, lentamente, le passa una mano nei capelli, quasi con delicatezza, e parla a voce bassa, rauca:
«Ho sentito lo sperma di un altro dentro di te. Ho sentito l’odore. Ho sentito quanto eri aperta. E invece di odiarti… mi sono eccitato come non mi eccitavo da anni. Ti ho voluta punire e ti ho voluta ancor di più amare. Non so cosa significa. Non so fino a dove posso arrivare, posso sopportare. Ma non me ne vado. Non stasera.»
Annabella chiude gli occhi.
Una lacrima le scende di lato, ma non è solo di sollievo. È anche di terrore e di una strana, oscura felicità.
«Allora…» sussurra, «non ti mentirò più. Ti dirò quando succede. O quando sto per farlo. E tu… decidi cosa vuoi fare di me.»
Alberto non risponde con le parole.
La gira di nuovo a pancia in giù, le apre le gambe e le entra dentro una seconda volta, più lento ma altrettanto fondo. Questa volta non c’è solo rabbia. C’è qualcosa di più consapevole. Qualcosa che assomiglia a un accordo silenzioso e pericoloso.
Mentre la scopa, le parla all’orecchio:
«Allora dimmi… chi era? E quanto ti è piaciuto.»
Annabella geme, il viso contro il cuscino, e per la prima volta risponde senza mentire.
Annabella respira a fondo, il viso ancora premuto contro il cuscino, mentre Alberto la scopa lento e fondo. La voce le esce rotta, ma chiara.
«Era Omar… quello giovane del negozio di frutta. Dopo la scuola mi sono fermata e gli ho comprato una cassetta di mele. Lui si è offerto di portarle a casa. È entrato. Mi ha baciata. Io… non ho detto di no.»
Alberto non interrompe. Continua a muoversi dentro di lei, ma il ritmo è diventato più pesante, più consapevole.
«Mi ha messo sul tavolo di cucina. Mi ha scopata. Forte. Poi mi ha girata e mi ha inculata. Sono venuta più volte. Ho pure… squirtato. Sul pavimento. E mentre venivo guardavo la tua foto. Ti volevo lì. A guardarmi. A dirmi di continuare.»
Alberto emette un suono basso, quasi un ringhio. Le mani le stringono i fianchi con più forza.
«E prima di lui?» chiede, la voce rauca.
Annabella esita solo un secondo.
«Il bidello. Osvaldo. Da due settimane mi fa succhiare il cazzo ogni mattina nello stanzino delle scope. Mi riempie la bocca e mi sputa dentro alla fine. vuole farmi sua schiava, mi usa come sborratoio... Una volta… mi ha portata a casa sua. Mi ha fatto mettere due cetrioli, uno in figa e uno nel culo, e mi ha montata come una vacca. Mi ha sborrato dentro. E mi ha filmata, la prima volta.»
Alberto si ferma.
Resta conficcato dentro di lei, immobile, il respiro pesante. Annabella sente il suo cuore batterle contro la schiena.
Poi lui riprende a scoparla. Più duro. Più deciso.
«Guardami» ordina.
Lei gira la testa quanto può. Lui la guarda negli occhi mentre la penetra a fondo.
«Sei una puttana» dice, senza odio e senza dolcezza. Solo constatazione. «La mia puttana. E adesso voglio sapere tutto. Ogni dettaglio. Ogni cazzo. Ogni volta che sei venuta. E quando ricapiterà… me lo dirai prima. O mi porterai a vedere. Capito?»
Annabella annuisce, gli occhi lucidi, la figa che si stringe intorno a lui.
«Capito…»
Alberto accelera. La scopa con una furia nuova, quasi rabbiosa, quasi grata. Quando sborra lo fa in profondità, tenendola ferma, come se volesse sovrascrivere con il suo seme tutto quello che altri hanno lasciato.
Poi collassa sopra di lei, ansimante. Le accarezza i capelli con una tenerezza che contrasta in modo stridente con quello che hanno appena detto e fatto.
«Non so cosa stiamo diventando» mormora contro la sua nuca. «Ma stasera non ti lascio andare.»
Annabella chiude gli occhi.
Per la prima volta da mesi, il senso di colpa non è solo suo. È condiviso. E, stranamente, questo la fa sentire meno sola… e molto più pericolosamente libera.
Per info o contatti: impotente@proton.me
Scritto da: impotente@proton.me
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