Una brava moglie ed un marito generoso… 2
di
Impotente
genere
corna
Una brava moglie ed un marito generoso… 2
Scritto da impotente@proton.me
Storia vera, nomi di fantasia...
Eravamo ancora seduti a quel tavolino del centro commerciale di Lodi, il gelato che si scioglieva tra le dita di Maria, quando le ultime parole caddero tra noi come una scintilla su benzina.
«Scopami, porco. Portami subito a letto. Non lasciarmi sola con queste fantasie.»
Non ci fu più nessun freno. Nessun ostacolo. Nessuna parola di scusa o di esitazione.
La presi per il viso con entrambe le mani e la baciai.
Non un bacio, un assalto. Lingue che si cercavano con rabbia, denti che sfioravano labbra, respiro che si mescolava fino a diventare uno solo. Gli occhi chiusi, il mondo intorno scomparso. Se ci fossimo lasciati andare di un altro secondo, l’avrei scopata lì, di fronte a tutti, sul tavolino di plastica del centro commerciale. La voglia era così fisica, così densa, che mi sentivo il cazzo pulsare contro la cerniera dei pantaloni come se volesse uscire da solo.
Mi staccai a malapena, la presi per mano e la trascinai via abbandonando il carrello lì.
Lei non resistette. Anzi, accelerò il passo insieme a me, quasi correndo tra la gente. Arrivammo all’auto. Le aprii la portiera del passeggero.
Salì velocemente… eppure anche in quella fretta c’era la sua grazia. Quell’eleganza innata che certe donne non perdono mai, nemmeno quando hanno la figa che cola e gli occhi pieni di fame. Si sistemò sul sedile con un movimento fluido, le gambe che si chiudevano un attimo, i capelli che le cascavano sulla spalla.
Salii dall’altra parte, misi in moto e partii senza una meta.
I cuori battevano all’impazzata. Lei non era più la brava moglie di Alessandro in quel momento. Era una femmina affamata. Affamata di sesso. Affamata di me.
La prima stradina secondaria che trovai la presi. Poi una laterale sterrata, piena di buche e polvere. La percorsi fino a un gruppo di alberi bassi, lontano dalla strada principale. Mi fermai.
Intorno a noi solo il silenzio della campagna. In lontananza, molto in lontananza, una nuvola di polvere sollevata da un trattore in un campo. Nient’altro.
Buttai lo schienale del suo sedile all’indietro con un gesto veloce.
Le saltai letteralmente addosso.
Maria mi accolse con un’urgenza che non avrei mai immaginato. Come una ragazzina di vent’anni mi ricordo il mio ritorno per la prima licenza da militare con la mia fidanzatina... dopo due mesi di astinenza e attesa. Le sue mani si appesero sul collo, sulla schiena, nei capelli. Mi baciò con la bocca aperta, gemendo già, mentre io le passavo le mani sulle cosce.
E lì mi fermai un attimo, incredulo.
Non aveva i collant.
Aveva un paio di autoreggenti, sottili, che le stringevano le cosce a metà.
La brava moglie era uscita di casa con un intento preciso: farsi montare.
Mmm… come mi eccitò quella cosa. Come mi fece diventare ancora più duro.
Le tirai su la gonna fino alla vita in un unico movimento.
Con l’altra mano scesi la cerniera e abbassai i calzoni e i boxer in uno scatto. Il cazzo saltò fuori, gonfio, pulsante, già lucido di liquido pre.
Lei era lì, passiva e desiderosa allo stesso tempo, e si lasciava fare ogni cosa. Allargò le gambe: il piede destro sul cruscotto, il sinistro sul cambio.
Sotto aveva un completino intimo nero di pizzo. Mutandine sottili, gliele scostai di lato.
Le infilai la figa con due dita.
Era fradicia.
Calda, gonfia. Le grandi labbra aperte, il clitoride evidente. Quando le sfiorai la fessura con i polpastrelli, le dita scivolarono dentro come se fossero già state lì mille volte. Un filo di liquido le colò.
«Cazzo, Maria…» mormorai contro la sua bocca.
Non aspettai oltre.
Con furia, ma senza violenza bruta, le infilai il cazzo dentro.
Era stretta. Caldissima. Vellutata. Mi accolse tutto, centimetro dopo centimetro, mentre lei buttava indietro la testa, le braccia aggrappate al mio collo, e emetteva un gemito lungo, grosso, quasi un urlo soffocato.
«Ahhhhh… Gianni… oddio… sìììì…»
Cominciai a scoparla.
Subito a ritmo, senza preamboli. Spinte profonde, forti, che facevano sbattere il suo culo contro il sedile che sedile scricchiolava. L’auto dondolava leggermente. Fuori solo il rumore del vento e i nostri respiri sempre più ansimanti.
Lei gemeva e mi sussurrava contro l’orecchio, la voce rotta:
«Gianni… oddio sì… qui non sono una brava donna… trattami come hai scritto di Livia… fammi sentire una puttana da scopare… sììì porco… ti voglio…»
Io accelerai, le afferrai i fianchi e le risposi più forte, più sporco:
«Ora sei mia, Maria. Sei la mia troia. La mia zoccola da scopare. Sì… prendilo tutto… apriti… voglio sentire quanto sei bagnata per me…»
Lei si irrigidì, le unghie mi conficcarono nella schiena.
«Sììì… chiamami così… ancora… sono la tua puttana… scopami più forte… porco porco riempimi…»
La montai con rabbia dolce.
Ogni spinta era più profonda della precedente. Il cazzo entrava e usciva lucido del suo sugo, facendo un suono umido e osceno ad ogni movimento. Le tetta le ballavano sotto il vestito; le ordinai di tirarle fuori dal reggiseno e le succhiai i capezzoli mentre continuavo a fotterla.
Maria gettava la testa da una parte all’altra, i capelli appiccicati alla fronte di sudore, gli occhi azzurri socchiusi e velati.
«Gianni… sto venendo… cazzo… sto venendo… non fermarti… scopami da puttana… sììì… sono una puttana...»
Sentii i suoi muscoli contrarsi intorno al mio cazzo. Un brivido lungo le scosse le cosce. Venne con un gemito acuto, la figa che mi strinse a ritmo, bagnandomi ancora di più.
Non mi fermai. Continuai a spingere attraverso il suo orgasmo, più veloce, più duro, finché non sentii arrivare il mio.
«Prendi puttana .... oddio Mariaaaa tutto… Maria… prendilo… sono dentro di te…»
Sborrai.
Quattro, cinque, sei schizzi corposi, profondi, senza tregua. Le riempii la figa fino. Continuai a muovermi piano mentre venivo, sentendo il mio seme che già cominciava a colare fuori lungo il cazzo, lungo le sue labbra gonfie, sulle mutandine di pizzo.
Restammo così, ansimanti, il mio cazzo ancora dentro di lei che pulsava gli ultimi schizzi.
Fuori, solo il vento tra le foglie e il nostro respiro che si calmava piano.
Maria aprì gli occhi.
Mi guardò, le labbra socchiuse, le guance rosse, e sussurrò con voce roca:
«Non toglierlo ancora… lasciamolo lì… voglio sentirti dentro di me…»
E in quel momento, in quella macchina ferma sotto gli alberi, con la campagna vuota intorno a noi, la brava moglie di Alessandro era solo una cosa:
la mia Amante.
Restammo così, ansimanti, guardandoci negli occhi.
Il mio cazzo stava già perdendo un po’ di durezza, ma la sua figa lo stringeva ancora, a trattenermi dentro, a non volermi lasciare andare.
«Ooooh Gianni… che bello…» sussurrò Maria, la voce ancora rotta, gli occhi azzurri lucidi di piacere. «Avevo dimenticato quant’è bello farsi scopare… oddio… ti voglio… ti voglio ancora…»
Ci baciammo.
Prima con forza, quasi con rabbia, poi più piano, più dolce, le lingue che si cercavano lente, gustando il sapore di quello che avevamo appena fatto.
Quando alla fine uscii da lei, lento, centimetro dopo centimetro, la sua figa restò aperta.
Un grumo bianco e denso di sperma le restò fra le grandi labbra socchiuse, lucido, caldo, che pian piano cominciava a colare.
Era bellissima così.
Quella donna elegante, sobria, sempre composta, era lì con le cosce spalancate, la gonna su, e aveva il mio seme che le usciva dalla vagina.
La sentivo mia fino al midollo.
Eravamo ancora persi a guardarci quando, improvvisamente, un clacson forte e prolungato ci fece trasalire.
Dietro di noi.
Il contadino col trattore. Doveva proprio passare di lì.
Maria si spaventò.
«Oddio… e adesso…»
Guardai dallo specchietto. Un tipo grassoccio, tozzo, con la faccia rossa dal sole, gesticolava dalla cabina. Accanto a lui, un ragazzotto giovane, magro, con il berretto calato sugli occhi.
Avviai la macchina e mi spostai di lato, quasi dentro il campo di mais, abbastanza da lasciarli passare.
Il trattore rallentò.
Rallentò tantissimo.
Il contadino aveva la faccia praticamente appiccicata al vetro della cabina, gli occhi sbarrati sulla figa ancora aperta e grondante di Maria. Il ragazzo giovane pure. Si sporgeva, guardava, e dalle labbra si vedeva chiaramente che parlavano e ridevano.
«…puttana…»
Si leggeva nettamente sulla bocca del più vecchio.
Maria non si mosse.
Non chiuse le cosce.
Tenne i piedi sul cruscotto, le gambe divaricate, le mani sulla faccia come per nascondersi…. Lasciava vedere tutto.
Il grumo di sborra, le labbra gonfie, le mutandine di pizzo ancora scostate.
I due passarono piano, ancora a guardare, ancora a ridacchiare, e infine se ne andarono per la loro strada, sollevando un’altra nuvola di polvere.
Restammo in silenzio qualche secondo.
Poi io, con un mezzo sorriso:
«Maria… sono passati. Hahaha. Dai… ti hanno visto a figa aperta. E si saranno eccitati da matti. Ma perché non hai chiuso le cosce? Dimmi la verità… volevi proprio farti guardare. Volevi farti giudicare una puttana.»
Lei abbassò le mani dal viso, le guance in fiamme.
«Ma Gianni nooo… che vergogna…»
«No, Maria. Dimmi la verità. Volevi i loro sguardi addosso… vero?»
Ci fu un attimo di silenzio. Poi, a voce bassissima, quasi un sospiro:
«Sììì… è stato più forte di me… oddio… a tutti i tuoi racconti… mi stai facendo diventare una puttana come Livia… sììì… lo voglio, porco… mi hai corrotta.»
Io la guardai dritto negli occhi, ancora con il cazzo semi-duro fuori dai calzoni.
«Beh… se fosse stata Livia, mi avrebbe chiesto di andare ad invitare quei due a montarla.»
Maria spalancò gli occhi.
«Ma davvero, Gianni? E tu… cosa avresti fatto?»
«Sarei andato. Li avrei fatti salire uno per volta in auto a montarti. E tu… avresti voluto questo? I loro cazzi, quei corpi sudati addosso, la loro sborra insieme alla mia nella tua figa?»
Lei portò una mano alla bocca, ma gli occhi le brillavano di qualcosa di più scuro, più eccitato.
«Gianni… sei un maiale… maiale assurdo!»
Poi, con un gemito quasi di confessione:
«Ma sìììììì… oddio sììììì voglio diventare anch’io una puttana così… almeno una volta nella vita… sììììì porco… con te l’avrei fatto… e poi sono sicura che mi avresti leccata… vero, porcooooo?»
Non le risposi a parole.
Mi buttai giù.
Con la bocca aperta sulla sua figa ancora grondante.
Leccai.
Succhiai.
Pulii tutto.
La lingua le entrò dentro, raccogliendo il mio stesso sperma caldo, mescolato al suo sugo. Un dito le scivolò dentro per tirare fuori il resto... mentre leccavo il clitoride gonfio, e lei mi schiacciò la faccia contro di sé con entrambe le mani, i fianchi che si muovevano incontro alla mia bocca.
«Ahhh… Gianni… sììì… leccami… succhiami tutto… oddio… porcoooo sììììì così.»
Venne di nuovo.
Forte. Intenso. Un orgasmo lungo che le fece tremare le cosce e spingere ancora di più la figa contro la mia bocca, mentre un altro filo di liquido misto a sborra le colava sul sedile.
Quando finalmente alzai la testa, lei mi tirò su e mi baciò.
Con tutto il mio sperma ancora sulle labbra.
Ci baciammo con passione, lenta, profonda, sentendoci una cosa sola, il sapore salato e caldo che passava da una bocca all’altra.
Fuori, il mais ondeggava piano al vento.
Dentro l’auto, Maria non era più solo la brava moglie.
Era diventata qualcosa di più molto di più.
E lo sapevamo entrambi.
Ci ricomponemmo un poco.
L’aiutai a rialzare lo schienale del sedile. Lei si sistemò la gonna, ma non del tutto: le mutandine restarono un po’ storte, le autoreggenti ancora tirate su a metà coscia. Ci guardammo negli occhi. Il silenzio dentro l’auto era diverso adesso. Più denso. Più pericoloso.
Maria fu la prima a parlare. La voce era bassa, quasi timida, ma gli occhi no.
«Porco… davvero. Se te l’avessi chiesto… saresti andato da loro? A chiedergli di montare la tua donna?»
La guardai dritto. Non risposi subito. Lasciai passare qualche secondo, abbastanza perché lei capisse che non stavo scherzando, che stavo davvero pesando le parole.
Poi annuii, lento.
«Sì, Maria. L’avrei fatto. Ti giuro geloso da star male ma l'avrei fatto... come dici tu sono un porco!»
Lei mi sorrise. Non un sorriso leggero. Uno più scuro, più carico, che le arrivò fino agli occhi.
«Allora… dobbiamo tornare qui. La prossima volta mi fai scopare da loro. Uno dopo l’altro. Porco… cazzo, come mi piace sentirmi così sporcaa e complice con te.»
Non dissi niente. La presi per il viso e la baciai.
Dolcemente. Piano. Le labbra che si cercavano senza fretta, mentre le braccia ci stringevano l’uno all’altra. Restammo così a lungo, in quel tempo sospeso, senza orologio, senza fuori, solo il calore dei corpi ancora umidi e il respiro che si mescolava.
Quando ci staccammo di poco, Maria tenne la fronte contro la mia. Gli occhi azzurri erano lucidi.
«Scusami, Gianni…» sussurrò. «Ma voglio essere onesta. Tu non sei solo una scopata. Cazzo… penso di essermi innamorata. Lo so che non dobbiamo. Lo so che c’è Ale, e l’accordo, e tutto il resto… ma non posso nascondermelo. Tu mi fai vibrare il cuore. Non solo lì in basso. Il cuore.»
La stringevo già forte. A quelle parole la strinsi ancora di più.
«Oddio, Maria…» mormorai contro i suoi capelli. «Lo sai che abbiamo… io e tuo marito. E tu, tramite me, venendo qui…»
Mi fermai un attimo. Il cuore mi batteva forte contro il suo.
Poi le parole mi uscirono da sole, basse, sincere:
«Ma sento che anch’io sto provando ben di più di una voglia di scopare con te.»
Restammo abbracciati.
Fuori il mais si muoveva piano al vento.
Dentro l’auto, tra il sesso ancora fresco e quelle parole che non avremmo dovuto dire, qualcosa si era spostato.
Non era più solo il gioco.
Non era più solo la scopatina rubata.
Era diventato altro.
E tutti e due lo sapevamo.
«Gianni… Gianni, che cavolo…»
La voce di Maria era bassa, quasi spezzata. Continuava a tenermi stretto, il viso nascosto contro il mio collo.
«Mi sento così leggera… e allo stesso tempo così triste all’idea di dover andare via. Fra le tue braccia mi sento a casa. Cazzo… come vorrei stare con te, adesso. Come vorrei.»
Non risposi subito.
Sapevo già che era un gioco pericoloso.
Lo sapevo da prima ancora di toccarla. C’era stata, tra noi, una sintonia speciale già da mesi, da anni forse. Qualcosa che andava oltre lo sguardo prolungato, oltre il debole che le avevo sempre tenuto nascosto. Un qualcosa che si chiama amore. Sicuramente inconscio, represso, ma amore.
E adesso era lì, nuda nelle parole, fragile e vera tra le mie braccia.
Non riuscivo a parlare.
Accesi la macchina con un vuoto improvviso nel petto e la riportai al parcheggio del centro commerciale. Il tragitto fu silenzioso. Lei teneva una mano sulla mia coscia, senza stringere, solo per non staccarsi del tutto. Io guidavo guardando dritto, sentendo già la mancanza che stava per arrivare.
Quando ci fermammo accanto alla sua auto, scendemmo entrambi.
Ci ritrovammo uno di fronte all’altra, in piedi, tra le macchine e la gente che andava e veniva indifferente.
Il saluto non fu un bacio.
Fu un abbraccio.
Così stretto, così lungo, così intimo che fece sembrare quasi piccolo tutto quello che ci eravamo fatti dentro la macchina. Il suo corpo intero premuto contro il mio, le braccia che mi cingevano la schiena, il viso nascosto contro il mio collo. Sentivo il suo respiro, il battito del suo cuore, il leggero tremito delle spalle.
Sapevo già che, appena sarebbe salita in auto e sarebbe sparita dalla mia vista, mi avrebbe lasciato un vuoto enorme.
E forse — anzi, quasi certamente — la stessa cosa la stava provando lei.
Restammo così più del dovuto.
Poi, piano, ci staccammo.
Maria mi guardò un’ultima volta, gli occhi azzurri lucidi, e senza dire altro aprì la portiera e salì.
Io restai fermo a guardarla mentre metteva in moto, mentre faceva retromarcia, mentre spariva tra le altre auto del parcheggio.
E il vuoto arrivò esattamente come avevo previsto.
Grande.
Silenzioso.
E già impossibile da colmare.
Tornando verso casa avrei voluto chiamarla.
Solo per sentire la sua voce. Solo per sapere se anche lei stava guidando con lo stesso vuoto nel petto.
Non lo feci.
Stavo già abbastanza male così.
Il telefono squillò mentre ero ancora in autostrada.
Non era lei.
Era Alessandro.
«Ciao Gianni.»
La voce era calma, quasi leggera.
«Ho visto dal satellitare delle auto aziendali che la macchina di Maria sta tornando verso il negozio. Allora… fatto?»
La domanda mi arrivò dritta allo stomaco.
Risposi con la voce che tremava un poco, nonostante stessi cercando di tenerla ferma.
«Sì.»
Ci fu un breve silenzio. Poi lui, senza cattiveria, ma con quella curiosità che ormai conoscevo bene:
«Lei sta bene? Le è piaciuto?»
Inspirai a fondo.
«Sì. Sta bene. E sì… ha goduto. Ale… hai una moglie unica. Te lo assicuro. Una di quelle donne che ti restano dentro, nell’anima. Mi raccomando… trattala bene. Ti assicuro che è una delle donne più belle che abbia mai avuto. E non intendo solo fisicamente. Né solo sessualmente. Sai cosa voglio dire.»
Dall’altra parte del telefono ci fu una pausa più lunga.
Poi Alessandro rispose, piano, quasi quieto:
«Sì. Lo so.
Per questo ho scelto te.»
Non aggiunse altro.
E nemmeno io.
Riattaccai e continuai a guidare.
Il vuoto di prima non era sparito.
Si era solo fatto più grande.
Poi tornai alla mia routine.
Cantieri, telefonate, preventivi, riunioni. Tutto come prima.
Eppure ogni cosa aveva un sapore diverso, più piatto, più vuoto. Avrei voluto Maria con me. Non solo a letto. Con me. Nella macchina, a tavola, mentre lavoravo, mentre dormivo. Quel vuoto mi seguiva ovunque.
Non me la sentii di chiamarla.
Sapevo che se avessi sentito la sua voce non sarei riuscito a restare lucido.
Le mandai solo un messaggio, la sera stessa:
«Maria, tutto bene il rientro?»
Dopo pochi secondi arrivò la risposta.
«Sì Gianni. Mi manchi. Ti amo, cazzo.»
Restai a guardare lo schermo a lungo.
Risposi soltanto con un cuore.
Nient’altro.
Nessun appuntamento. Nessuna proposta. Nessuna parola di troppo.
Lasciai a lei ogni cosa.
So bene cosa significa.
Sono un codardo. Un vigliacco.
Ma non volevo infierire. Né su di lei, né su di me.
Pensai che dovevamo lasciare sedimentare le emozioni.
Lasciarle posare, come la polvere dopo una tempesta.
Vedere cosa sarebbe rimasto, una volta che la confusione si fosse calmata.
Così non scrissi più.
E aspettai.
Il vuoto, però, non aspettava.
Restava lì, silenzioso e costante, ogni volta che chiudevo gli occhi.
Passarono cinque giorni.
Cinque giorni in cui non le scrissi e non la chiamai.
Cinque giorni in cui il vuoto restò lì, silenzioso, ogni sera.
Poi mi chiamò Alessandro.
Con la scusa della consegna delle piastrelle per il casale.
Ci accordammo sui tempi e sui dettagli. Quando finimmo di parlare di lavoro, la domanda mi uscì quasi da sola.
«Come sta Maria?»
Lui esitò un attimo.
«Sta bene. È… un po’ più taciturna del solito. Ma sta bene.»
Feci una pausa. Poi chiesi:
«E le pastiglie? Tutto a posto?»
Alessandro sorrise, lo sentii dalla voce.
«Gianni, sì. Meglio. Non del tutto, ma meglio. Sono cinque giorni che facciamo l’amore come due ragazzi. Il cazzo non mi tira al massimo, però è meglio. Mi sono procurato le pastiglie più forti… quelle almeno mi permettono di penetrarla. Sai… ci stiamo riscoprendo. Grazie a te.»
Serrai i denti un momento.
«Ale, ne sono felice. Mi raccomando… falla felice. È una grande donna.»
Ale «Vuoi che le dica che mi hai chiamato?»
«No. Non dirle niente. Vivete il vostro momento. Falla felice anche a letto.»
Ci fu un silenzio breve dall’altra parte. Poi Alessandro parlò più basso, quasi confesso.
«Gianni… avevi ragione. Sono stato un cretino tutta la vita. Ora… gliela lecco. E lei impazzisce.»
Sorrisi, per la prima volta in giorni, anche se era un sorriso stanco.
«Finalmente l’hai capita. Bravo.
Falla godere.»
Riattaccammo.
Restai a guardare il telefono a lungo.
Maria stava bene.
Alessandro la stava riscoprendo.
E io… io restavo fuori.
Esattamente dove avevo deciso di restare.
Il vuoto, però, non si era riempito.
Si era solo fatto più quieto.
E forse più definitivo.
Per info o commenti: impotente@proton.me
Scritto da impotente@proton.me
Storia vera, nomi di fantasia...
Eravamo ancora seduti a quel tavolino del centro commerciale di Lodi, il gelato che si scioglieva tra le dita di Maria, quando le ultime parole caddero tra noi come una scintilla su benzina.
«Scopami, porco. Portami subito a letto. Non lasciarmi sola con queste fantasie.»
Non ci fu più nessun freno. Nessun ostacolo. Nessuna parola di scusa o di esitazione.
La presi per il viso con entrambe le mani e la baciai.
Non un bacio, un assalto. Lingue che si cercavano con rabbia, denti che sfioravano labbra, respiro che si mescolava fino a diventare uno solo. Gli occhi chiusi, il mondo intorno scomparso. Se ci fossimo lasciati andare di un altro secondo, l’avrei scopata lì, di fronte a tutti, sul tavolino di plastica del centro commerciale. La voglia era così fisica, così densa, che mi sentivo il cazzo pulsare contro la cerniera dei pantaloni come se volesse uscire da solo.
Mi staccai a malapena, la presi per mano e la trascinai via abbandonando il carrello lì.
Lei non resistette. Anzi, accelerò il passo insieme a me, quasi correndo tra la gente. Arrivammo all’auto. Le aprii la portiera del passeggero.
Salì velocemente… eppure anche in quella fretta c’era la sua grazia. Quell’eleganza innata che certe donne non perdono mai, nemmeno quando hanno la figa che cola e gli occhi pieni di fame. Si sistemò sul sedile con un movimento fluido, le gambe che si chiudevano un attimo, i capelli che le cascavano sulla spalla.
Salii dall’altra parte, misi in moto e partii senza una meta.
I cuori battevano all’impazzata. Lei non era più la brava moglie di Alessandro in quel momento. Era una femmina affamata. Affamata di sesso. Affamata di me.
La prima stradina secondaria che trovai la presi. Poi una laterale sterrata, piena di buche e polvere. La percorsi fino a un gruppo di alberi bassi, lontano dalla strada principale. Mi fermai.
Intorno a noi solo il silenzio della campagna. In lontananza, molto in lontananza, una nuvola di polvere sollevata da un trattore in un campo. Nient’altro.
Buttai lo schienale del suo sedile all’indietro con un gesto veloce.
Le saltai letteralmente addosso.
Maria mi accolse con un’urgenza che non avrei mai immaginato. Come una ragazzina di vent’anni mi ricordo il mio ritorno per la prima licenza da militare con la mia fidanzatina... dopo due mesi di astinenza e attesa. Le sue mani si appesero sul collo, sulla schiena, nei capelli. Mi baciò con la bocca aperta, gemendo già, mentre io le passavo le mani sulle cosce.
E lì mi fermai un attimo, incredulo.
Non aveva i collant.
Aveva un paio di autoreggenti, sottili, che le stringevano le cosce a metà.
La brava moglie era uscita di casa con un intento preciso: farsi montare.
Mmm… come mi eccitò quella cosa. Come mi fece diventare ancora più duro.
Le tirai su la gonna fino alla vita in un unico movimento.
Con l’altra mano scesi la cerniera e abbassai i calzoni e i boxer in uno scatto. Il cazzo saltò fuori, gonfio, pulsante, già lucido di liquido pre.
Lei era lì, passiva e desiderosa allo stesso tempo, e si lasciava fare ogni cosa. Allargò le gambe: il piede destro sul cruscotto, il sinistro sul cambio.
Sotto aveva un completino intimo nero di pizzo. Mutandine sottili, gliele scostai di lato.
Le infilai la figa con due dita.
Era fradicia.
Calda, gonfia. Le grandi labbra aperte, il clitoride evidente. Quando le sfiorai la fessura con i polpastrelli, le dita scivolarono dentro come se fossero già state lì mille volte. Un filo di liquido le colò.
«Cazzo, Maria…» mormorai contro la sua bocca.
Non aspettai oltre.
Con furia, ma senza violenza bruta, le infilai il cazzo dentro.
Era stretta. Caldissima. Vellutata. Mi accolse tutto, centimetro dopo centimetro, mentre lei buttava indietro la testa, le braccia aggrappate al mio collo, e emetteva un gemito lungo, grosso, quasi un urlo soffocato.
«Ahhhhh… Gianni… oddio… sìììì…»
Cominciai a scoparla.
Subito a ritmo, senza preamboli. Spinte profonde, forti, che facevano sbattere il suo culo contro il sedile che sedile scricchiolava. L’auto dondolava leggermente. Fuori solo il rumore del vento e i nostri respiri sempre più ansimanti.
Lei gemeva e mi sussurrava contro l’orecchio, la voce rotta:
«Gianni… oddio sì… qui non sono una brava donna… trattami come hai scritto di Livia… fammi sentire una puttana da scopare… sììì porco… ti voglio…»
Io accelerai, le afferrai i fianchi e le risposi più forte, più sporco:
«Ora sei mia, Maria. Sei la mia troia. La mia zoccola da scopare. Sì… prendilo tutto… apriti… voglio sentire quanto sei bagnata per me…»
Lei si irrigidì, le unghie mi conficcarono nella schiena.
«Sììì… chiamami così… ancora… sono la tua puttana… scopami più forte… porco porco riempimi…»
La montai con rabbia dolce.
Ogni spinta era più profonda della precedente. Il cazzo entrava e usciva lucido del suo sugo, facendo un suono umido e osceno ad ogni movimento. Le tetta le ballavano sotto il vestito; le ordinai di tirarle fuori dal reggiseno e le succhiai i capezzoli mentre continuavo a fotterla.
Maria gettava la testa da una parte all’altra, i capelli appiccicati alla fronte di sudore, gli occhi azzurri socchiusi e velati.
«Gianni… sto venendo… cazzo… sto venendo… non fermarti… scopami da puttana… sììì… sono una puttana...»
Sentii i suoi muscoli contrarsi intorno al mio cazzo. Un brivido lungo le scosse le cosce. Venne con un gemito acuto, la figa che mi strinse a ritmo, bagnandomi ancora di più.
Non mi fermai. Continuai a spingere attraverso il suo orgasmo, più veloce, più duro, finché non sentii arrivare il mio.
«Prendi puttana .... oddio Mariaaaa tutto… Maria… prendilo… sono dentro di te…»
Sborrai.
Quattro, cinque, sei schizzi corposi, profondi, senza tregua. Le riempii la figa fino. Continuai a muovermi piano mentre venivo, sentendo il mio seme che già cominciava a colare fuori lungo il cazzo, lungo le sue labbra gonfie, sulle mutandine di pizzo.
Restammo così, ansimanti, il mio cazzo ancora dentro di lei che pulsava gli ultimi schizzi.
Fuori, solo il vento tra le foglie e il nostro respiro che si calmava piano.
Maria aprì gli occhi.
Mi guardò, le labbra socchiuse, le guance rosse, e sussurrò con voce roca:
«Non toglierlo ancora… lasciamolo lì… voglio sentirti dentro di me…»
E in quel momento, in quella macchina ferma sotto gli alberi, con la campagna vuota intorno a noi, la brava moglie di Alessandro era solo una cosa:
la mia Amante.
Restammo così, ansimanti, guardandoci negli occhi.
Il mio cazzo stava già perdendo un po’ di durezza, ma la sua figa lo stringeva ancora, a trattenermi dentro, a non volermi lasciare andare.
«Ooooh Gianni… che bello…» sussurrò Maria, la voce ancora rotta, gli occhi azzurri lucidi di piacere. «Avevo dimenticato quant’è bello farsi scopare… oddio… ti voglio… ti voglio ancora…»
Ci baciammo.
Prima con forza, quasi con rabbia, poi più piano, più dolce, le lingue che si cercavano lente, gustando il sapore di quello che avevamo appena fatto.
Quando alla fine uscii da lei, lento, centimetro dopo centimetro, la sua figa restò aperta.
Un grumo bianco e denso di sperma le restò fra le grandi labbra socchiuse, lucido, caldo, che pian piano cominciava a colare.
Era bellissima così.
Quella donna elegante, sobria, sempre composta, era lì con le cosce spalancate, la gonna su, e aveva il mio seme che le usciva dalla vagina.
La sentivo mia fino al midollo.
Eravamo ancora persi a guardarci quando, improvvisamente, un clacson forte e prolungato ci fece trasalire.
Dietro di noi.
Il contadino col trattore. Doveva proprio passare di lì.
Maria si spaventò.
«Oddio… e adesso…»
Guardai dallo specchietto. Un tipo grassoccio, tozzo, con la faccia rossa dal sole, gesticolava dalla cabina. Accanto a lui, un ragazzotto giovane, magro, con il berretto calato sugli occhi.
Avviai la macchina e mi spostai di lato, quasi dentro il campo di mais, abbastanza da lasciarli passare.
Il trattore rallentò.
Rallentò tantissimo.
Il contadino aveva la faccia praticamente appiccicata al vetro della cabina, gli occhi sbarrati sulla figa ancora aperta e grondante di Maria. Il ragazzo giovane pure. Si sporgeva, guardava, e dalle labbra si vedeva chiaramente che parlavano e ridevano.
«…puttana…»
Si leggeva nettamente sulla bocca del più vecchio.
Maria non si mosse.
Non chiuse le cosce.
Tenne i piedi sul cruscotto, le gambe divaricate, le mani sulla faccia come per nascondersi…. Lasciava vedere tutto.
Il grumo di sborra, le labbra gonfie, le mutandine di pizzo ancora scostate.
I due passarono piano, ancora a guardare, ancora a ridacchiare, e infine se ne andarono per la loro strada, sollevando un’altra nuvola di polvere.
Restammo in silenzio qualche secondo.
Poi io, con un mezzo sorriso:
«Maria… sono passati. Hahaha. Dai… ti hanno visto a figa aperta. E si saranno eccitati da matti. Ma perché non hai chiuso le cosce? Dimmi la verità… volevi proprio farti guardare. Volevi farti giudicare una puttana.»
Lei abbassò le mani dal viso, le guance in fiamme.
«Ma Gianni nooo… che vergogna…»
«No, Maria. Dimmi la verità. Volevi i loro sguardi addosso… vero?»
Ci fu un attimo di silenzio. Poi, a voce bassissima, quasi un sospiro:
«Sììì… è stato più forte di me… oddio… a tutti i tuoi racconti… mi stai facendo diventare una puttana come Livia… sììì… lo voglio, porco… mi hai corrotta.»
Io la guardai dritto negli occhi, ancora con il cazzo semi-duro fuori dai calzoni.
«Beh… se fosse stata Livia, mi avrebbe chiesto di andare ad invitare quei due a montarla.»
Maria spalancò gli occhi.
«Ma davvero, Gianni? E tu… cosa avresti fatto?»
«Sarei andato. Li avrei fatti salire uno per volta in auto a montarti. E tu… avresti voluto questo? I loro cazzi, quei corpi sudati addosso, la loro sborra insieme alla mia nella tua figa?»
Lei portò una mano alla bocca, ma gli occhi le brillavano di qualcosa di più scuro, più eccitato.
«Gianni… sei un maiale… maiale assurdo!»
Poi, con un gemito quasi di confessione:
«Ma sìììììì… oddio sììììì voglio diventare anch’io una puttana così… almeno una volta nella vita… sììììì porco… con te l’avrei fatto… e poi sono sicura che mi avresti leccata… vero, porcooooo?»
Non le risposi a parole.
Mi buttai giù.
Con la bocca aperta sulla sua figa ancora grondante.
Leccai.
Succhiai.
Pulii tutto.
La lingua le entrò dentro, raccogliendo il mio stesso sperma caldo, mescolato al suo sugo. Un dito le scivolò dentro per tirare fuori il resto... mentre leccavo il clitoride gonfio, e lei mi schiacciò la faccia contro di sé con entrambe le mani, i fianchi che si muovevano incontro alla mia bocca.
«Ahhh… Gianni… sììì… leccami… succhiami tutto… oddio… porcoooo sììììì così.»
Venne di nuovo.
Forte. Intenso. Un orgasmo lungo che le fece tremare le cosce e spingere ancora di più la figa contro la mia bocca, mentre un altro filo di liquido misto a sborra le colava sul sedile.
Quando finalmente alzai la testa, lei mi tirò su e mi baciò.
Con tutto il mio sperma ancora sulle labbra.
Ci baciammo con passione, lenta, profonda, sentendoci una cosa sola, il sapore salato e caldo che passava da una bocca all’altra.
Fuori, il mais ondeggava piano al vento.
Dentro l’auto, Maria non era più solo la brava moglie.
Era diventata qualcosa di più molto di più.
E lo sapevamo entrambi.
Ci ricomponemmo un poco.
L’aiutai a rialzare lo schienale del sedile. Lei si sistemò la gonna, ma non del tutto: le mutandine restarono un po’ storte, le autoreggenti ancora tirate su a metà coscia. Ci guardammo negli occhi. Il silenzio dentro l’auto era diverso adesso. Più denso. Più pericoloso.
Maria fu la prima a parlare. La voce era bassa, quasi timida, ma gli occhi no.
«Porco… davvero. Se te l’avessi chiesto… saresti andato da loro? A chiedergli di montare la tua donna?»
La guardai dritto. Non risposi subito. Lasciai passare qualche secondo, abbastanza perché lei capisse che non stavo scherzando, che stavo davvero pesando le parole.
Poi annuii, lento.
«Sì, Maria. L’avrei fatto. Ti giuro geloso da star male ma l'avrei fatto... come dici tu sono un porco!»
Lei mi sorrise. Non un sorriso leggero. Uno più scuro, più carico, che le arrivò fino agli occhi.
«Allora… dobbiamo tornare qui. La prossima volta mi fai scopare da loro. Uno dopo l’altro. Porco… cazzo, come mi piace sentirmi così sporcaa e complice con te.»
Non dissi niente. La presi per il viso e la baciai.
Dolcemente. Piano. Le labbra che si cercavano senza fretta, mentre le braccia ci stringevano l’uno all’altra. Restammo così a lungo, in quel tempo sospeso, senza orologio, senza fuori, solo il calore dei corpi ancora umidi e il respiro che si mescolava.
Quando ci staccammo di poco, Maria tenne la fronte contro la mia. Gli occhi azzurri erano lucidi.
«Scusami, Gianni…» sussurrò. «Ma voglio essere onesta. Tu non sei solo una scopata. Cazzo… penso di essermi innamorata. Lo so che non dobbiamo. Lo so che c’è Ale, e l’accordo, e tutto il resto… ma non posso nascondermelo. Tu mi fai vibrare il cuore. Non solo lì in basso. Il cuore.»
La stringevo già forte. A quelle parole la strinsi ancora di più.
«Oddio, Maria…» mormorai contro i suoi capelli. «Lo sai che abbiamo… io e tuo marito. E tu, tramite me, venendo qui…»
Mi fermai un attimo. Il cuore mi batteva forte contro il suo.
Poi le parole mi uscirono da sole, basse, sincere:
«Ma sento che anch’io sto provando ben di più di una voglia di scopare con te.»
Restammo abbracciati.
Fuori il mais si muoveva piano al vento.
Dentro l’auto, tra il sesso ancora fresco e quelle parole che non avremmo dovuto dire, qualcosa si era spostato.
Non era più solo il gioco.
Non era più solo la scopatina rubata.
Era diventato altro.
E tutti e due lo sapevamo.
«Gianni… Gianni, che cavolo…»
La voce di Maria era bassa, quasi spezzata. Continuava a tenermi stretto, il viso nascosto contro il mio collo.
«Mi sento così leggera… e allo stesso tempo così triste all’idea di dover andare via. Fra le tue braccia mi sento a casa. Cazzo… come vorrei stare con te, adesso. Come vorrei.»
Non risposi subito.
Sapevo già che era un gioco pericoloso.
Lo sapevo da prima ancora di toccarla. C’era stata, tra noi, una sintonia speciale già da mesi, da anni forse. Qualcosa che andava oltre lo sguardo prolungato, oltre il debole che le avevo sempre tenuto nascosto. Un qualcosa che si chiama amore. Sicuramente inconscio, represso, ma amore.
E adesso era lì, nuda nelle parole, fragile e vera tra le mie braccia.
Non riuscivo a parlare.
Accesi la macchina con un vuoto improvviso nel petto e la riportai al parcheggio del centro commerciale. Il tragitto fu silenzioso. Lei teneva una mano sulla mia coscia, senza stringere, solo per non staccarsi del tutto. Io guidavo guardando dritto, sentendo già la mancanza che stava per arrivare.
Quando ci fermammo accanto alla sua auto, scendemmo entrambi.
Ci ritrovammo uno di fronte all’altra, in piedi, tra le macchine e la gente che andava e veniva indifferente.
Il saluto non fu un bacio.
Fu un abbraccio.
Così stretto, così lungo, così intimo che fece sembrare quasi piccolo tutto quello che ci eravamo fatti dentro la macchina. Il suo corpo intero premuto contro il mio, le braccia che mi cingevano la schiena, il viso nascosto contro il mio collo. Sentivo il suo respiro, il battito del suo cuore, il leggero tremito delle spalle.
Sapevo già che, appena sarebbe salita in auto e sarebbe sparita dalla mia vista, mi avrebbe lasciato un vuoto enorme.
E forse — anzi, quasi certamente — la stessa cosa la stava provando lei.
Restammo così più del dovuto.
Poi, piano, ci staccammo.
Maria mi guardò un’ultima volta, gli occhi azzurri lucidi, e senza dire altro aprì la portiera e salì.
Io restai fermo a guardarla mentre metteva in moto, mentre faceva retromarcia, mentre spariva tra le altre auto del parcheggio.
E il vuoto arrivò esattamente come avevo previsto.
Grande.
Silenzioso.
E già impossibile da colmare.
Tornando verso casa avrei voluto chiamarla.
Solo per sentire la sua voce. Solo per sapere se anche lei stava guidando con lo stesso vuoto nel petto.
Non lo feci.
Stavo già abbastanza male così.
Il telefono squillò mentre ero ancora in autostrada.
Non era lei.
Era Alessandro.
«Ciao Gianni.»
La voce era calma, quasi leggera.
«Ho visto dal satellitare delle auto aziendali che la macchina di Maria sta tornando verso il negozio. Allora… fatto?»
La domanda mi arrivò dritta allo stomaco.
Risposi con la voce che tremava un poco, nonostante stessi cercando di tenerla ferma.
«Sì.»
Ci fu un breve silenzio. Poi lui, senza cattiveria, ma con quella curiosità che ormai conoscevo bene:
«Lei sta bene? Le è piaciuto?»
Inspirai a fondo.
«Sì. Sta bene. E sì… ha goduto. Ale… hai una moglie unica. Te lo assicuro. Una di quelle donne che ti restano dentro, nell’anima. Mi raccomando… trattala bene. Ti assicuro che è una delle donne più belle che abbia mai avuto. E non intendo solo fisicamente. Né solo sessualmente. Sai cosa voglio dire.»
Dall’altra parte del telefono ci fu una pausa più lunga.
Poi Alessandro rispose, piano, quasi quieto:
«Sì. Lo so.
Per questo ho scelto te.»
Non aggiunse altro.
E nemmeno io.
Riattaccai e continuai a guidare.
Il vuoto di prima non era sparito.
Si era solo fatto più grande.
Poi tornai alla mia routine.
Cantieri, telefonate, preventivi, riunioni. Tutto come prima.
Eppure ogni cosa aveva un sapore diverso, più piatto, più vuoto. Avrei voluto Maria con me. Non solo a letto. Con me. Nella macchina, a tavola, mentre lavoravo, mentre dormivo. Quel vuoto mi seguiva ovunque.
Non me la sentii di chiamarla.
Sapevo che se avessi sentito la sua voce non sarei riuscito a restare lucido.
Le mandai solo un messaggio, la sera stessa:
«Maria, tutto bene il rientro?»
Dopo pochi secondi arrivò la risposta.
«Sì Gianni. Mi manchi. Ti amo, cazzo.»
Restai a guardare lo schermo a lungo.
Risposi soltanto con un cuore.
Nient’altro.
Nessun appuntamento. Nessuna proposta. Nessuna parola di troppo.
Lasciai a lei ogni cosa.
So bene cosa significa.
Sono un codardo. Un vigliacco.
Ma non volevo infierire. Né su di lei, né su di me.
Pensai che dovevamo lasciare sedimentare le emozioni.
Lasciarle posare, come la polvere dopo una tempesta.
Vedere cosa sarebbe rimasto, una volta che la confusione si fosse calmata.
Così non scrissi più.
E aspettai.
Il vuoto, però, non aspettava.
Restava lì, silenzioso e costante, ogni volta che chiudevo gli occhi.
Passarono cinque giorni.
Cinque giorni in cui non le scrissi e non la chiamai.
Cinque giorni in cui il vuoto restò lì, silenzioso, ogni sera.
Poi mi chiamò Alessandro.
Con la scusa della consegna delle piastrelle per il casale.
Ci accordammo sui tempi e sui dettagli. Quando finimmo di parlare di lavoro, la domanda mi uscì quasi da sola.
«Come sta Maria?»
Lui esitò un attimo.
«Sta bene. È… un po’ più taciturna del solito. Ma sta bene.»
Feci una pausa. Poi chiesi:
«E le pastiglie? Tutto a posto?»
Alessandro sorrise, lo sentii dalla voce.
«Gianni, sì. Meglio. Non del tutto, ma meglio. Sono cinque giorni che facciamo l’amore come due ragazzi. Il cazzo non mi tira al massimo, però è meglio. Mi sono procurato le pastiglie più forti… quelle almeno mi permettono di penetrarla. Sai… ci stiamo riscoprendo. Grazie a te.»
Serrai i denti un momento.
«Ale, ne sono felice. Mi raccomando… falla felice. È una grande donna.»
Ale «Vuoi che le dica che mi hai chiamato?»
«No. Non dirle niente. Vivete il vostro momento. Falla felice anche a letto.»
Ci fu un silenzio breve dall’altra parte. Poi Alessandro parlò più basso, quasi confesso.
«Gianni… avevi ragione. Sono stato un cretino tutta la vita. Ora… gliela lecco. E lei impazzisce.»
Sorrisi, per la prima volta in giorni, anche se era un sorriso stanco.
«Finalmente l’hai capita. Bravo.
Falla godere.»
Riattaccammo.
Restai a guardare il telefono a lungo.
Maria stava bene.
Alessandro la stava riscoprendo.
E io… io restavo fuori.
Esattamente dove avevo deciso di restare.
Il vuoto, però, non si era riempito.
Si era solo fatto più quieto.
E forse più definitivo.
Per info o commenti: impotente@proton.me
1
voti
voti
valutazione
1
1
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Una brava moglie ed un marito generoso...
Commenti dei lettori al racconto erotico