Latrina 3
di
Impotente
genere
corna
Avevo ormai smesso di contare i giorni.
Livia aveva le chiavi di casa mia. Da allora entrava quando voleva. A volte restava uno, due e una volta tre giorni di fila, nuda o quasi, che riempiva la casa del suo odore e della sua presenza.
Quando era lì sembrava una brava moglie che accudiva casa, faceva i mestieri, cucinava.
Altre volte spariva per una settimana intera e tornava all’improvviso, di notte, con gli occhi stanchi e il corpo ancora caldo di altri uomini.
Quella libertà era il suo modo di esistere. E io l’avevo accettata.
Il marito, Aldo, c’entrava sempre. Livia me ne parlava poco, ma abbastanza perché io capissi. Lui non riusciva a viverla. Troppa famiglia, troppa educazione, troppa vergogna. Allora la spingeva fuori. La preparava, la mandava, e poi si toccava ascoltando i resoconti. Più lei si riduceva a puttana, più lui godeva. Era il suo modo distorto di amarla. O di usarla. Forse le due cose coincidevano.
Poi era arrivato Lucio.
Quarantacinque anni, piccolo, tarchiato, con una faccia da porco che sembrava disegnata apposta per quel ruolo. Occhi piccoli e lucidi, labbra spesse, un sorriso da chi sa già che ti metterà in ginocchio. Aldo lo aveva trovato da qualche parte su internet e lo aveva presentato alla moglie come “accompagnatore”. Livia non aveva fatto resistenza. Anzi. Da quello che capivo, le piaceva. Le piaceva il modo in cui Lucio la trattava. Niente più il rispetto di facciata nei privé, niente più i discorsi eleganti. Con lui era solo carne. Sgualdrina. Oggetto.
Lucio la portava nei club, certo. Ma non solo. La portava anche da “amici”.
Livia non entrava nei dettagli, e io non chiedevo. Sapevo che se avessi iniziato a fare domande non sarei più riuscito a fermarmi. Eppure qualcosa filtrava. Frasi dette a mezza bocca, sguardi che sfuggivano, il modo in cui a volte si muoveva quando tornava da quelle uscite. Come se qualcosa dentro di lei si fosse ancora di più allentato. Come se quella parte di sé che amava essere usata stesse diventando sempre più grande, sempre più affamata.
E io sentivo la gelosia salirmi in gola insieme a un’altra cosa, più fredda: la paura.
Nei privé almeno c’era un minimo di controllo. Esami recenti, regole, un’illusione di sicurezza. Ma quegli “amici” di Lucio… chi cazzo erano? Da dove venivano? Cosa le facevano esattamente? Livia diceva solo che “si divertivano” e che Lucio “sapeva come farla sentire una vera puttana”. Io annuivo, le accarezzavo i capelli, e dentro di me qualcosa si stringeva.
Una notte tornò verso le tre.
Sentii la chiave girare nella toppa e il leggero cigolio della porta. Non mi alzai. Restai sdraiato nel buio, ad ascoltare i suoi passi. Si tolse le scarpe nell’ingresso, poi la sentii entrare in camera. L’odore arrivò prima di lei: sesso, sudore, profumo maschile, qualcosa di più aspro e sporco del solito.
Si fermò sul bordo del letto.
«Sei sveglio?» chiese a voce bassa.
«Sì.»
Si spogliò in silenzio. Sentii il fruscio dei vestiti che cadevano. Poi il materasso si abbassò sotto il suo peso. Si sdraiò di fianco a me, nuda, e mi cercò con una mano. La sua pelle era calda, leggermente appiccicosa. Le labbra mi sfiorarono la spalla.
«Stasera è stato… intenso», mormorò.
Non risposi. Le passai una mano sui capelli, poi lungo la schiena, fino a posarla sul sedere. Lei si strinse contro di me.
«Lucio mi ha portata da due suoi amici», continuò dopo un po’. «Uno aveva un appartamento fuori città. L’altro… non so. Non ho chiesto. Mi hanno tenuta lì quasi fino a mezzanotte. Lucio guardava. A volte partecipava. A volte solo guardava e mi diceva cosa fare.»
La sua voce era calma, quasi stanca. Come se stesse raccontando una giornata di lavoro.
Io chiusi gli occhi. Sentivo il battito del sangue nelle tempie.
«Ti ha fatto male?» chiesi infine.
Lei scosse piano la testa contro il mio petto.
«No. Mi è piaciuto. Mi è piaciuto troppo. È questo il problema. Più mi trattano da puttana, più ne voglio. Lucio lo sa. Sa esattamente dove premere. E io… io mi lascio fare.»
Restammo in silenzio. Fuori, lontano, passò una macchina.
Poi Livia alzò la testa e mi guardò nel buio.
«Tu sei geloso», disse. Non era una domanda.
«Sì.»
«E ti fa schifo.»
«Anche.»
Lei sorrise, un sorriso piccolo e stanco.
«Eppure mi tieni qui. Eppure mi lecchi quando torno. Eppure mi dici che mi ami.»
Le presi il viso tra le mani.
«Perché ti amo. Anche così. Soprattutto così. Ma non fingere che non mi costi.»
Livia mi baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di altri e di lei allo stesso tempo. Quando si staccò, posò la fronte contro la mia.
«La mia ninfomania sta crescendo», sussurrò. «Lo sento. Ogni volta che Lucio mi porta da qualcuno di nuovo, qualcosa dentro di me si allarga. Come se non bastasse più. Come se volessi scendere ancora più in basso.»
Io non dissi niente. La strinsi più forte.
Sapevo che non potevo fermarla. Sapevo che non volevo nemmeno provarci. Sapevo solo che ogni volta che tornava, un pezzo di me si consumava un po’ di più, e un altro pezzo si attaccava a lei ancora più disperatamente.
Livia si sistemò contro il mio corpo, una gamba gettata sulle mie, e chiuse gli occhi.
«Domani forse resto», mormorò. «O forse no. Non lo so ancora.»
Io restai sveglio a lungo dopo che si fu addormentata, ascoltando il suo respiro e sentendo sulla pelle l’odore di quella notte che non mi aveva raccontato fino in fondo.
E sapendo, con una certezza che mi faceva male, che Lucio non aveva ancora finito di portarla dove voleva.
Quella notte facemmo l’amore.
Non subito. Prima restammo abbracciati a lungo, nudi, nel buio della stanza. Livia aveva ancora l’odore degli altri sulla pelle, un misto di sudore, sesso e qualcosa di più aspro che non riuscivo a nominare. Io lo sentivo e mi bruciava, ma non mi allontanai. Anzi, la strinsi di più.
Poi lei si mosse. Si issò sopra di me, mi guardò negli occhi e scese lentamente sul mio cazzo già duro. Entrammo l’uno nell’altra senza parole. Era larga, scivolosa, ancora piena di quello che le avevano lasciato. Il mio cazzo scivolò fino in fondo con un rumore umido, osceno, e io chiusi gli occhi per un attimo, sopraffatto da quella sensazione di sporcizia e di appartenenza allo stesso tempo.
«Guardami», mi disse a voce bassa.
Aprii gli occhi. Lei mi fissava dall’alto, i capelli scuri che le cadevano sulle spalle, il seno che si muoveva a ogni movimento del bacino. C’era in quello sguardo tutto: la puttana e la donna, la regina e la bambina fragile che solo con me si permetteva di mostrarsi. Continuò a muoversi, lenta all’inizio, poi più forte, cercando il mio sguardo ogni volta che il piacere le stringeva il viso.
«Così… dopo di loro… voglio te», sussurrò. «Voglio sentire il peso del tuo corpo. Voglio che mi prendi come se fossi ancora tua.»
La girai. La misi sotto di me e la presi con più forza. Lei aprì le gambe e mi accolse fino in fondo, gemendo contro il mio collo. Ogni spinta era un misto di rabbia e di tenerezza. Gelosia. Amore. Desiderio. Tutto insieme. Lei godeva guardandomi, senza chiudere gli occhi, come se volesse imprimersi ogni espressione del mio viso mentre la scopavo dopo che altri l’avevano usata.
Venne una prima volta stringendosi intorno a me, un orgasmo lungo e umido che le fece inarcare la schiena. Io non mi fermai. Continuai, più lento, più profondo, fino a quando non sentii di nuovo il suo corpo tendersi. Solo allora sborrai dentro di lei, con un gemito basso, riempiendola ancora di più.
Restammo fermi, ansimanti, il mio cazzo ancora pulsante dentro la sua figa piena.
Poi Livia mi accarezzò i capelli e disse, con voce sussurrata:
«Ripuliscimi. Porco!»
Non era un ordine. Era quasi una preghiera.
Scesi tra le sue cosce. L’odore era forte, misto, il mio sperma mescolato a quello degli altri. Infilai la lingua e cominciai a leccare. Piano all’inizio, poi con più fame. Lei gemette e aprì di più le gambe, spingendo il bacino incontro alla mia bocca. Continuai a pulirla, a succhiare, a passare la lingua su ogni piega, come se davvero potessi cancellare tutto quello che le avevano fatto. Come se la mia lingua potesse riportarla intera a me.
Lei venne di nuovo, questa volta contro la mia bocca, con un gemito più acuto, le mani strette nei miei capelli. Io non mi staccai finché non sentii il suo corpo rilassarsi completamente.
Quando risalii, lei mi baciò. Un bacio sporco, pieno del sapore di entrambi, e allo stesso tempo dolcissimo.
In quel momento qualche pensiero razionale tentò di farsi strada.
Basta, Gianni. Questo è troppo. Non puoi reggere. Prima o poi ti spezzerà.
Ma bastò che lei mi guardasse con quegli occhi, bastò che posasse una mano sulla mia guancia con quella tenerezza che riservava solo a me, e ogni ragionamento svanì.
Era la donna fatale e la bambina fragile. Era la puttana e la regina. Era tutto quello che non avrei dovuto amare e che invece amavo con una intensità che mi toglieva il respiro.
E io, di fronte a lei, ero completamente impotente.
Impotente di fronte al suo fascino. Impotente di fronte ai suoi desideri. Impotente di fronte a quella libertà che la portava lontano e poi la riconduceva sempre, alla fine, nel mio letto.
La strinsi contro di me e chiusi gli occhi.
«Ti amo», le dissi contro i capelli.
Lei non rispose subito. Poi, a voce bassissima, quasi un soffio:
«Lo so. E io di te non riesco più a farne a meno.»
Ci addormentammo abbracciati, nudi, sudati, ancora pieni l’uno dell’altra.
E io sapevo già che, quando si sarebbe svegliata, avrebbe potuto alzarsi, vestirsi e andarsene senza dire una parola.
E che io, ancora una volta, l’avrei lasciata fare.
In questa nostra perversa e unica relazione usavamo poco il telefono. Quasi niente messaggi. Solo contatto. Presenza. Corpi.
Livia sparì per giorni. Tanti giorni, quella volta. Quasi due settimane. Non le mandai un messaggio. Non le telefonai. Aspettai, come sempre. Con quella rassegnazione amara che ormai faceva parte di me.
Ero a pranzo in trattoria con un cliente quando il telefono vibrò. Il suo nome sullo schermo. Risposi.
«Gianni… ti prego… ho bisogno… vienimi a prendere…»
La voce era rotta, quasi piangente. Pochi secondi dopo mi arrivò la posizione su WhatsApp.
Genova. Begato. Un quartiere popolare sulle alture.
Mi scusai col cliente, lasciai i soldi sul tavolo e uscii. Salii in macchina e partii. Guidavo con il cuore che mi batteva troppo forte, senza sapere esattamente cosa avrei trovato.
Quando arrivai sotto quel palazzone immenso non capivo nemmeno dove fosse l’ingresso. Giravo tra gli androni, chiamavo, nessuno rispondeva. Poi il telefono squillò di nuovo.
«Gianni… sono qui… appartamento A12X… dodicesimo piano…»
La voce era ancora più spezzata.
Trovai la palazzina. La porta d’ingresso aveva la serratura rotta. Entrai e cominciai a salire le scale. Dodici piani. Arrivai ansimante, con il fiatone. Sulla porta non c’era nessun nome. Bussai forte.
Dopo qualche secondo la porta si aprì.
Una donna sudamericana sulla quarantina, in vestaglia completamente aperta, nuda sotto. Le tette grosse e penzolanti le pendevano libere. Disse qualcosa in uno spagnolo confuso. Io chiesi solo:
«Livia.»
Lei sorrise, un sorriso stanco e cinico.
«Ah sì… puttana italiana.»
Mi fece entrare.
Era un appartamento usato dalle prostitute di qualche giro. Aria pesante, odore di chiuso, di sesso vecchio, di miseria. La donna mi accompagnò fino a una porta chiusa a chiave da fuori. La aprì e mi fece passare.
Quando vidi Livia mi venne un colpo.
Era sdraiata su un letto sudicio, in una stanza squallida. Mobili che cadevano a pezzi, l’anta dell’armadio staccata e appoggiata contro il muro. Una puzza densa, di ogni cosa. Sulla destra un bagnetto senza porta, lurido. Livia era lì, in mezzo a quello schifo. Quasi irriconoscibile. Capelli arruffati, viso stanco, corpo abbandonato.
Non dissi niente. L’abbracciai forte, stringendola contro di me. La donna uscì e richiuse a chiave da fuori. Aveva capito che non ero un cliente.
Feci alzare Livia. Si vestì in silenzio: un abito Chanel ormai ridotto a uno straccio e un paio di ciabattine di stoffa. La tenevo per un braccio. La porta chiusa non fu un problema. Diedi un calcio secco e si aprì di colpo. La sfondai.
La donna sudamericana cominciò a sbraitare, ma a me non importava un cazzo. Presi Livia, l’abbracciai e la portai fuori. L’ascensore funzionava solo con la chiave. Allora scendemmo le scale, piano piano. Io la sorreggevo, lei si appoggiava interamente al mio corpo.
Arrivammo in macchina. Lei era distrutta, spaventata, sotto shock. Una vera fuga. Non ci era abituata. Si rannicchiò sul sedile, lo sguardo perso nel vuoto.
Mi allontanai in fretta da quel posto. Quella troia avrebbe sicuramente chiamato qualcuno. Scesi a Bolzaneto e presi l’autostrada direzione Milano. Livia non parlava. Stava rannicchiata, le braccia strette intorno alle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé.
Dentro di me la furia bruciava. Come si era potuta far ridurre così. Come aveva potuto finire in quel buco. Ma non chiesi niente. Non una parola.
A un autogrill mi fermai.
«Vado a prendere qualcosa da bere. Un caffè. Quello che vuoi, amore.»
Lei si aggrappò al mio braccio.
«No… non andare… non lasciarmi sola…»
Le labbra erano screpolate, disidratate.
«Dai, tranquilla. Devi bere qualcosa.»
«O Gianni… se non c’eri tu… oddio, Gianni…»
La strinsi forte tra le braccia. La tenni così per qualche minuto, finché il tremore non si calmò un poco. Poi uscii, presi due bottiglie d’acqua e un pacchetto di biscotti, e tornai da lei il più in fretta possibile.
Quando risalii in macchina le misi la bottiglia tra le mani.
«Bevi.»
Lei obbedì, a piccoli sorsi, senza staccare gli occhi da me. Come se avesse paura che sparissi da un momento all’altro.
Io avviai il motore e ripresi l’autostrada.
Non sapevo ancora cosa le avessero fatto in quelle due settimane. Non sapevo ancora fino a che punto Lucio l’avesse portata. Sapevo solo che l’avevo ritrovata in un buco di merda, ridotta a qualcosa che non volevo nemmeno nominare.
E che, ancora una volta, ero con lei.
Livia mi raccontò tutto solo dopo che avemmo percorso molti chilometri in silenzio.
Il marito aveva confabulato qualcosa con il maiale. Avevano concordato che le avrebbe fatto fare un’esperienza da puttana. Non da puttana di lusso. Da puttana da quattro soldi. Da far usare a qualsiasi uomo. Aldo si era eccitato da matti all’idea. E lei stessa ammise, a voce bassa, che all’inizio era eccitata. La sua ninfomania non le faceva pensare ad altro che a tanti cazzi che la usavano, che si svuotavano dentro di lei. Voleva sentirsi una vera puttana. Voleva scendere ancora più in basso.
Ma non pensava a una cosa così. E così lunga. Pensava a un giorno, due al massimo.
Invece Lucio si era messo d’accordo con qualcuno che gestiva quei posti. Prima l’avevano portata in un appartamento decente, in una zona di Genova che lei non conosceva. Una situazione “normale”, a modo suo. Lì era rimasta cinque giorni. A servizio ventiquattr’ore su ventiquattro. Aveva perso il conto degli uomini. Solo di notte la cosa si calmava un poco.
Poi erano arrivati due tipi sudamericani. L’avevano caricata e portata in quel tugurio di Begato. E lì era stato un delirio.
Non le avevano tolto il telefono. L’avevano solo lasciato scaricare e non le permettevano di ricaricarlo. Finché un giorno, quando le avevano concesso di mangiare in cucina, di nascosto era riuscita a rubare un caricabatterie. Aveva aspettato il momento giusto e mi aveva chiamato.
Io guidavo, lo sguardo fisso sull’asfalto, le mani strette sul volante.
«Livia», dissi a un certo punto, con voce bassa ma ferma. «Questo deve finire. Andiamo dai carabinieri. Sporgiamo denuncia.»
Lei si voltò di scatto, gli occhi spalancati, quasi terrorizzati.
«Nooo… ti prego nooo… ora no… portami a casa, amore… voglio te… solo te…»
La voce le si spezzò. Si rannicchiò ancora di più sul sedile.
Io non insistetti. L’accontentai.
Non le chiesi altro. Come sempre. Lasciavo a lei il momento in cui avrebbe voluto dirmi di più. O non dirmelo affatto.
Continuammo a correre sull’autostrada. Piano piano il suo respiro si fece più regolare. Alla fine si addormentò, la testa appoggiata contro il finestrino, il corpo ancora contratto ma meno teso.
Guardai il suo viso di profilo.
Stava tornando. Piano piano stava tornando il suo.
I tratti si rilassavano, le labbra non erano più così strette, le sopracciglia non erano più corrugate. Sotto la stanchezza e lo schifo di quei giorni, riaffiorava lei. La donna che conoscevo. Quella che poteva essere regina e puttana, fragile e vorace, e che solo con me sembrava riuscire a posare entrambe le maschere.
Io continuai a guidare in silenzio.
Dentro di me la rabbia non si era spenta. Bruciava ancora, sorda, contro Aldo, contro Lucio, contro tutti quelli che l’avevano usata in quel modo. Ma sopra la rabbia c’era qualcos’altro. Più forte. Più disperato.
L’avevo ripresa. Ancora una volta.
E ancora una volta, di fronte a lei che mi chiedeva solo di portarla a casa e di tenerla, io non ero riuscito a fare altro che obbedire.
Impotente. Come sempre.
Livia aveva le chiavi di casa mia. Da allora entrava quando voleva. A volte restava uno, due e una volta tre giorni di fila, nuda o quasi, che riempiva la casa del suo odore e della sua presenza.
Quando era lì sembrava una brava moglie che accudiva casa, faceva i mestieri, cucinava.
Altre volte spariva per una settimana intera e tornava all’improvviso, di notte, con gli occhi stanchi e il corpo ancora caldo di altri uomini.
Quella libertà era il suo modo di esistere. E io l’avevo accettata.
Il marito, Aldo, c’entrava sempre. Livia me ne parlava poco, ma abbastanza perché io capissi. Lui non riusciva a viverla. Troppa famiglia, troppa educazione, troppa vergogna. Allora la spingeva fuori. La preparava, la mandava, e poi si toccava ascoltando i resoconti. Più lei si riduceva a puttana, più lui godeva. Era il suo modo distorto di amarla. O di usarla. Forse le due cose coincidevano.
Poi era arrivato Lucio.
Quarantacinque anni, piccolo, tarchiato, con una faccia da porco che sembrava disegnata apposta per quel ruolo. Occhi piccoli e lucidi, labbra spesse, un sorriso da chi sa già che ti metterà in ginocchio. Aldo lo aveva trovato da qualche parte su internet e lo aveva presentato alla moglie come “accompagnatore”. Livia non aveva fatto resistenza. Anzi. Da quello che capivo, le piaceva. Le piaceva il modo in cui Lucio la trattava. Niente più il rispetto di facciata nei privé, niente più i discorsi eleganti. Con lui era solo carne. Sgualdrina. Oggetto.
Lucio la portava nei club, certo. Ma non solo. La portava anche da “amici”.
Livia non entrava nei dettagli, e io non chiedevo. Sapevo che se avessi iniziato a fare domande non sarei più riuscito a fermarmi. Eppure qualcosa filtrava. Frasi dette a mezza bocca, sguardi che sfuggivano, il modo in cui a volte si muoveva quando tornava da quelle uscite. Come se qualcosa dentro di lei si fosse ancora di più allentato. Come se quella parte di sé che amava essere usata stesse diventando sempre più grande, sempre più affamata.
E io sentivo la gelosia salirmi in gola insieme a un’altra cosa, più fredda: la paura.
Nei privé almeno c’era un minimo di controllo. Esami recenti, regole, un’illusione di sicurezza. Ma quegli “amici” di Lucio… chi cazzo erano? Da dove venivano? Cosa le facevano esattamente? Livia diceva solo che “si divertivano” e che Lucio “sapeva come farla sentire una vera puttana”. Io annuivo, le accarezzavo i capelli, e dentro di me qualcosa si stringeva.
Una notte tornò verso le tre.
Sentii la chiave girare nella toppa e il leggero cigolio della porta. Non mi alzai. Restai sdraiato nel buio, ad ascoltare i suoi passi. Si tolse le scarpe nell’ingresso, poi la sentii entrare in camera. L’odore arrivò prima di lei: sesso, sudore, profumo maschile, qualcosa di più aspro e sporco del solito.
Si fermò sul bordo del letto.
«Sei sveglio?» chiese a voce bassa.
«Sì.»
Si spogliò in silenzio. Sentii il fruscio dei vestiti che cadevano. Poi il materasso si abbassò sotto il suo peso. Si sdraiò di fianco a me, nuda, e mi cercò con una mano. La sua pelle era calda, leggermente appiccicosa. Le labbra mi sfiorarono la spalla.
«Stasera è stato… intenso», mormorò.
Non risposi. Le passai una mano sui capelli, poi lungo la schiena, fino a posarla sul sedere. Lei si strinse contro di me.
«Lucio mi ha portata da due suoi amici», continuò dopo un po’. «Uno aveva un appartamento fuori città. L’altro… non so. Non ho chiesto. Mi hanno tenuta lì quasi fino a mezzanotte. Lucio guardava. A volte partecipava. A volte solo guardava e mi diceva cosa fare.»
La sua voce era calma, quasi stanca. Come se stesse raccontando una giornata di lavoro.
Io chiusi gli occhi. Sentivo il battito del sangue nelle tempie.
«Ti ha fatto male?» chiesi infine.
Lei scosse piano la testa contro il mio petto.
«No. Mi è piaciuto. Mi è piaciuto troppo. È questo il problema. Più mi trattano da puttana, più ne voglio. Lucio lo sa. Sa esattamente dove premere. E io… io mi lascio fare.»
Restammo in silenzio. Fuori, lontano, passò una macchina.
Poi Livia alzò la testa e mi guardò nel buio.
«Tu sei geloso», disse. Non era una domanda.
«Sì.»
«E ti fa schifo.»
«Anche.»
Lei sorrise, un sorriso piccolo e stanco.
«Eppure mi tieni qui. Eppure mi lecchi quando torno. Eppure mi dici che mi ami.»
Le presi il viso tra le mani.
«Perché ti amo. Anche così. Soprattutto così. Ma non fingere che non mi costi.»
Livia mi baciò. Un bacio lento, profondo, che sapeva di altri e di lei allo stesso tempo. Quando si staccò, posò la fronte contro la mia.
«La mia ninfomania sta crescendo», sussurrò. «Lo sento. Ogni volta che Lucio mi porta da qualcuno di nuovo, qualcosa dentro di me si allarga. Come se non bastasse più. Come se volessi scendere ancora più in basso.»
Io non dissi niente. La strinsi più forte.
Sapevo che non potevo fermarla. Sapevo che non volevo nemmeno provarci. Sapevo solo che ogni volta che tornava, un pezzo di me si consumava un po’ di più, e un altro pezzo si attaccava a lei ancora più disperatamente.
Livia si sistemò contro il mio corpo, una gamba gettata sulle mie, e chiuse gli occhi.
«Domani forse resto», mormorò. «O forse no. Non lo so ancora.»
Io restai sveglio a lungo dopo che si fu addormentata, ascoltando il suo respiro e sentendo sulla pelle l’odore di quella notte che non mi aveva raccontato fino in fondo.
E sapendo, con una certezza che mi faceva male, che Lucio non aveva ancora finito di portarla dove voleva.
Quella notte facemmo l’amore.
Non subito. Prima restammo abbracciati a lungo, nudi, nel buio della stanza. Livia aveva ancora l’odore degli altri sulla pelle, un misto di sudore, sesso e qualcosa di più aspro che non riuscivo a nominare. Io lo sentivo e mi bruciava, ma non mi allontanai. Anzi, la strinsi di più.
Poi lei si mosse. Si issò sopra di me, mi guardò negli occhi e scese lentamente sul mio cazzo già duro. Entrammo l’uno nell’altra senza parole. Era larga, scivolosa, ancora piena di quello che le avevano lasciato. Il mio cazzo scivolò fino in fondo con un rumore umido, osceno, e io chiusi gli occhi per un attimo, sopraffatto da quella sensazione di sporcizia e di appartenenza allo stesso tempo.
«Guardami», mi disse a voce bassa.
Aprii gli occhi. Lei mi fissava dall’alto, i capelli scuri che le cadevano sulle spalle, il seno che si muoveva a ogni movimento del bacino. C’era in quello sguardo tutto: la puttana e la donna, la regina e la bambina fragile che solo con me si permetteva di mostrarsi. Continuò a muoversi, lenta all’inizio, poi più forte, cercando il mio sguardo ogni volta che il piacere le stringeva il viso.
«Così… dopo di loro… voglio te», sussurrò. «Voglio sentire il peso del tuo corpo. Voglio che mi prendi come se fossi ancora tua.»
La girai. La misi sotto di me e la presi con più forza. Lei aprì le gambe e mi accolse fino in fondo, gemendo contro il mio collo. Ogni spinta era un misto di rabbia e di tenerezza. Gelosia. Amore. Desiderio. Tutto insieme. Lei godeva guardandomi, senza chiudere gli occhi, come se volesse imprimersi ogni espressione del mio viso mentre la scopavo dopo che altri l’avevano usata.
Venne una prima volta stringendosi intorno a me, un orgasmo lungo e umido che le fece inarcare la schiena. Io non mi fermai. Continuai, più lento, più profondo, fino a quando non sentii di nuovo il suo corpo tendersi. Solo allora sborrai dentro di lei, con un gemito basso, riempiendola ancora di più.
Restammo fermi, ansimanti, il mio cazzo ancora pulsante dentro la sua figa piena.
Poi Livia mi accarezzò i capelli e disse, con voce sussurrata:
«Ripuliscimi. Porco!»
Non era un ordine. Era quasi una preghiera.
Scesi tra le sue cosce. L’odore era forte, misto, il mio sperma mescolato a quello degli altri. Infilai la lingua e cominciai a leccare. Piano all’inizio, poi con più fame. Lei gemette e aprì di più le gambe, spingendo il bacino incontro alla mia bocca. Continuai a pulirla, a succhiare, a passare la lingua su ogni piega, come se davvero potessi cancellare tutto quello che le avevano fatto. Come se la mia lingua potesse riportarla intera a me.
Lei venne di nuovo, questa volta contro la mia bocca, con un gemito più acuto, le mani strette nei miei capelli. Io non mi staccai finché non sentii il suo corpo rilassarsi completamente.
Quando risalii, lei mi baciò. Un bacio sporco, pieno del sapore di entrambi, e allo stesso tempo dolcissimo.
In quel momento qualche pensiero razionale tentò di farsi strada.
Basta, Gianni. Questo è troppo. Non puoi reggere. Prima o poi ti spezzerà.
Ma bastò che lei mi guardasse con quegli occhi, bastò che posasse una mano sulla mia guancia con quella tenerezza che riservava solo a me, e ogni ragionamento svanì.
Era la donna fatale e la bambina fragile. Era la puttana e la regina. Era tutto quello che non avrei dovuto amare e che invece amavo con una intensità che mi toglieva il respiro.
E io, di fronte a lei, ero completamente impotente.
Impotente di fronte al suo fascino. Impotente di fronte ai suoi desideri. Impotente di fronte a quella libertà che la portava lontano e poi la riconduceva sempre, alla fine, nel mio letto.
La strinsi contro di me e chiusi gli occhi.
«Ti amo», le dissi contro i capelli.
Lei non rispose subito. Poi, a voce bassissima, quasi un soffio:
«Lo so. E io di te non riesco più a farne a meno.»
Ci addormentammo abbracciati, nudi, sudati, ancora pieni l’uno dell’altra.
E io sapevo già che, quando si sarebbe svegliata, avrebbe potuto alzarsi, vestirsi e andarsene senza dire una parola.
E che io, ancora una volta, l’avrei lasciata fare.
In questa nostra perversa e unica relazione usavamo poco il telefono. Quasi niente messaggi. Solo contatto. Presenza. Corpi.
Livia sparì per giorni. Tanti giorni, quella volta. Quasi due settimane. Non le mandai un messaggio. Non le telefonai. Aspettai, come sempre. Con quella rassegnazione amara che ormai faceva parte di me.
Ero a pranzo in trattoria con un cliente quando il telefono vibrò. Il suo nome sullo schermo. Risposi.
«Gianni… ti prego… ho bisogno… vienimi a prendere…»
La voce era rotta, quasi piangente. Pochi secondi dopo mi arrivò la posizione su WhatsApp.
Genova. Begato. Un quartiere popolare sulle alture.
Mi scusai col cliente, lasciai i soldi sul tavolo e uscii. Salii in macchina e partii. Guidavo con il cuore che mi batteva troppo forte, senza sapere esattamente cosa avrei trovato.
Quando arrivai sotto quel palazzone immenso non capivo nemmeno dove fosse l’ingresso. Giravo tra gli androni, chiamavo, nessuno rispondeva. Poi il telefono squillò di nuovo.
«Gianni… sono qui… appartamento A12X… dodicesimo piano…»
La voce era ancora più spezzata.
Trovai la palazzina. La porta d’ingresso aveva la serratura rotta. Entrai e cominciai a salire le scale. Dodici piani. Arrivai ansimante, con il fiatone. Sulla porta non c’era nessun nome. Bussai forte.
Dopo qualche secondo la porta si aprì.
Una donna sudamericana sulla quarantina, in vestaglia completamente aperta, nuda sotto. Le tette grosse e penzolanti le pendevano libere. Disse qualcosa in uno spagnolo confuso. Io chiesi solo:
«Livia.»
Lei sorrise, un sorriso stanco e cinico.
«Ah sì… puttana italiana.»
Mi fece entrare.
Era un appartamento usato dalle prostitute di qualche giro. Aria pesante, odore di chiuso, di sesso vecchio, di miseria. La donna mi accompagnò fino a una porta chiusa a chiave da fuori. La aprì e mi fece passare.
Quando vidi Livia mi venne un colpo.
Era sdraiata su un letto sudicio, in una stanza squallida. Mobili che cadevano a pezzi, l’anta dell’armadio staccata e appoggiata contro il muro. Una puzza densa, di ogni cosa. Sulla destra un bagnetto senza porta, lurido. Livia era lì, in mezzo a quello schifo. Quasi irriconoscibile. Capelli arruffati, viso stanco, corpo abbandonato.
Non dissi niente. L’abbracciai forte, stringendola contro di me. La donna uscì e richiuse a chiave da fuori. Aveva capito che non ero un cliente.
Feci alzare Livia. Si vestì in silenzio: un abito Chanel ormai ridotto a uno straccio e un paio di ciabattine di stoffa. La tenevo per un braccio. La porta chiusa non fu un problema. Diedi un calcio secco e si aprì di colpo. La sfondai.
La donna sudamericana cominciò a sbraitare, ma a me non importava un cazzo. Presi Livia, l’abbracciai e la portai fuori. L’ascensore funzionava solo con la chiave. Allora scendemmo le scale, piano piano. Io la sorreggevo, lei si appoggiava interamente al mio corpo.
Arrivammo in macchina. Lei era distrutta, spaventata, sotto shock. Una vera fuga. Non ci era abituata. Si rannicchiò sul sedile, lo sguardo perso nel vuoto.
Mi allontanai in fretta da quel posto. Quella troia avrebbe sicuramente chiamato qualcuno. Scesi a Bolzaneto e presi l’autostrada direzione Milano. Livia non parlava. Stava rannicchiata, le braccia strette intorno alle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé.
Dentro di me la furia bruciava. Come si era potuta far ridurre così. Come aveva potuto finire in quel buco. Ma non chiesi niente. Non una parola.
A un autogrill mi fermai.
«Vado a prendere qualcosa da bere. Un caffè. Quello che vuoi, amore.»
Lei si aggrappò al mio braccio.
«No… non andare… non lasciarmi sola…»
Le labbra erano screpolate, disidratate.
«Dai, tranquilla. Devi bere qualcosa.»
«O Gianni… se non c’eri tu… oddio, Gianni…»
La strinsi forte tra le braccia. La tenni così per qualche minuto, finché il tremore non si calmò un poco. Poi uscii, presi due bottiglie d’acqua e un pacchetto di biscotti, e tornai da lei il più in fretta possibile.
Quando risalii in macchina le misi la bottiglia tra le mani.
«Bevi.»
Lei obbedì, a piccoli sorsi, senza staccare gli occhi da me. Come se avesse paura che sparissi da un momento all’altro.
Io avviai il motore e ripresi l’autostrada.
Non sapevo ancora cosa le avessero fatto in quelle due settimane. Non sapevo ancora fino a che punto Lucio l’avesse portata. Sapevo solo che l’avevo ritrovata in un buco di merda, ridotta a qualcosa che non volevo nemmeno nominare.
E che, ancora una volta, ero con lei.
Livia mi raccontò tutto solo dopo che avemmo percorso molti chilometri in silenzio.
Il marito aveva confabulato qualcosa con il maiale. Avevano concordato che le avrebbe fatto fare un’esperienza da puttana. Non da puttana di lusso. Da puttana da quattro soldi. Da far usare a qualsiasi uomo. Aldo si era eccitato da matti all’idea. E lei stessa ammise, a voce bassa, che all’inizio era eccitata. La sua ninfomania non le faceva pensare ad altro che a tanti cazzi che la usavano, che si svuotavano dentro di lei. Voleva sentirsi una vera puttana. Voleva scendere ancora più in basso.
Ma non pensava a una cosa così. E così lunga. Pensava a un giorno, due al massimo.
Invece Lucio si era messo d’accordo con qualcuno che gestiva quei posti. Prima l’avevano portata in un appartamento decente, in una zona di Genova che lei non conosceva. Una situazione “normale”, a modo suo. Lì era rimasta cinque giorni. A servizio ventiquattr’ore su ventiquattro. Aveva perso il conto degli uomini. Solo di notte la cosa si calmava un poco.
Poi erano arrivati due tipi sudamericani. L’avevano caricata e portata in quel tugurio di Begato. E lì era stato un delirio.
Non le avevano tolto il telefono. L’avevano solo lasciato scaricare e non le permettevano di ricaricarlo. Finché un giorno, quando le avevano concesso di mangiare in cucina, di nascosto era riuscita a rubare un caricabatterie. Aveva aspettato il momento giusto e mi aveva chiamato.
Io guidavo, lo sguardo fisso sull’asfalto, le mani strette sul volante.
«Livia», dissi a un certo punto, con voce bassa ma ferma. «Questo deve finire. Andiamo dai carabinieri. Sporgiamo denuncia.»
Lei si voltò di scatto, gli occhi spalancati, quasi terrorizzati.
«Nooo… ti prego nooo… ora no… portami a casa, amore… voglio te… solo te…»
La voce le si spezzò. Si rannicchiò ancora di più sul sedile.
Io non insistetti. L’accontentai.
Non le chiesi altro. Come sempre. Lasciavo a lei il momento in cui avrebbe voluto dirmi di più. O non dirmelo affatto.
Continuammo a correre sull’autostrada. Piano piano il suo respiro si fece più regolare. Alla fine si addormentò, la testa appoggiata contro il finestrino, il corpo ancora contratto ma meno teso.
Guardai il suo viso di profilo.
Stava tornando. Piano piano stava tornando il suo.
I tratti si rilassavano, le labbra non erano più così strette, le sopracciglia non erano più corrugate. Sotto la stanchezza e lo schifo di quei giorni, riaffiorava lei. La donna che conoscevo. Quella che poteva essere regina e puttana, fragile e vorace, e che solo con me sembrava riuscire a posare entrambe le maschere.
Io continuai a guidare in silenzio.
Dentro di me la rabbia non si era spenta. Bruciava ancora, sorda, contro Aldo, contro Lucio, contro tutti quelli che l’avevano usata in quel modo. Ma sopra la rabbia c’era qualcos’altro. Più forte. Più disperato.
L’avevo ripresa. Ancora una volta.
E ancora una volta, di fronte a lei che mi chiedeva solo di portarla a casa e di tenerla, io non ero riuscito a fare altro che obbedire.
Impotente. Come sempre.
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