Latrina 2

di
genere
corna

Latrina 2

scritto da Impotente.

Nei giorni successivi Livia iniziò a frequentarmi senza un perché preciso.
Non c’era un accordo, non c’era un “stiamo insieme”. Semplicemente arrivava.
A volte nel tardo pomeriggio, ancora vestita da lavoro, con l’odore leggero di un profumo costoso e gli occhi stanchi. Si toglieva le scarpe, si sedeva sul mio divano ancora disordinato e restava in silenzio per diversi minuti, come se stesse scaricando qualcosa. Altre volte suonava il citofono dopo mezzanotte, con i capelli un po’ scompigliati e un’aria che non riuscivo a decifrare del tutto.
Io non le chiedevo niente.
E lei, all’inizio, non diceva niente.
Poi, una sera, mentre eravamo seduti in cucina e lei girava distrattamente un bicchiere di vino tra le dita, parlò.
«Sai perché quella prima notte non sono voluta tornare da mio marito?»
Aspettai.
«Perché sapevo cosa sarebbe successo.
Sarebbe stato lì, già pronto. Mi avrebbe fatto spogliare, mi avrebbe fatto sedere e avrebbe cominciato a farmi domande. Dove, con chi, in che posizione, quanti, se mi erano venuti dentro, se li avevo succhiati, se avevo goduto. Vuole i dettagli. Tutti. E mentre io racconto lui si tocca. A volte per ore. Fino a quando non riesce più.»
Alzò lo sguardo e mi fissò.
«Lui è così.
Non riesce a vivere quello che vorrebbe. C’è troppa famiglia, troppa educazione, troppa vergogna addosso. Allora mi usa. Mi manda fuori. Contatta lui i tipi, come Claudio. Li trova su internet, li sente, li seduce… usando me come esca. Poi mi fa accompagnare e aspetta il resoconto.
Più sono stata usata, più lui si eccita.
Più mi riduco a quello che tu hai visto quella sera, più lui gode.»
Fece una pausa lunga.
«Quella notte al club… ero diventata esattamente quello che lui voleva. Uno sborratoio. Una latrina ambulante. E sapevo che se fossi tornata a casa gli avrei dato il regalo più grande. Allora ho deciso di negarglielo.
E di venire da te.»
Restammo in silenzio.
Fuori si sentiva solo il rumore lontano di una macchina.
Livia poggiò il bicchiere e aggiunse, più piano:
«Con te è diverso.
Non so ancora spiegartelo bene. So solo che quando sono qui non devo raccontare niente a nessuno. Non devo performare. Non devo essere la moglie perfetta del cornuto né la troia da esibizione.
Posso solo… stare.
E piano piano questa casa sta diventando l’unico posto dove riesco a respirare.»
Mi guardò con quegli occhi che la prima sera mi avevano attraversato.
«Tu mi hai vista nel momento in cui ero meno di niente.
E invece di usarmi ancora, mi hai portata a casa e mi hai asciugata.
Forse è per questo che continuo a tornare.»
Si alzò, venne verso di me e mi si sedette in grembo, come aveva fatto quella prima notte al club. Solo che adesso non c’era sperma sul mento e non c’era un letto pieno di sconosciuti intorno. C’era solo la cucina in disordine e il rumore del frigorifero.
Mi prese il viso tra le mani.
«Non so cosa stiamo facendo, Gianni.
So solo che tu stai diventando casa.
E io, per la prima volta da tanto tempo, non voglio più tornare da nessuna parte.»


Quella sera, dopo le sue parole, ci baciammo.
Non fu un bacio di pura lussuria come al club. Fu più lento, più profondo, quasi cercasse di entrare dentro di me oltre le labbra. Livia aveva bisogno di essere amata, non solo scopata. Voleva sentire il corpo e l’anima insieme, in un unico gesto. Intenso, anche sporco, ma dolce.
Si staccò appena, mi guardò negli occhi e senza dire niente si issò sul tavolo della cucina. Si sollevò la gonna, scostò la mutandina e aprì le cosce.
«Leccami», disse a bassa voce.
«Questa volta è pulita. È solo mia. E adesso è tua.»
Mi chinai.
L’odore era diverso da quello della prima notte: non c’era più lo sperma di altri, solo il suo odore caldo e femminile. Passai la lingua tra le labbra, la sentii già umida. Lei emise un sospiro lungo e poggiò una mano sui miei capelli, senza spingere, solo per sentirmi lì. Leccai piano, con cura, come se volessi conoscere ogni piega. Il clitoride, l’ingresso, il sapore pulito e salato di lei. Lei godeva in silenzio, con piccoli movimenti del bacino, fino a quando non mi fermò delicatamente.
Scese dal tavolo, si voltò e si chinò in avanti, i piedi ben piantati per terra, il petto appoggiato al piano di legno. Voltò la testa e mi guardò di lato.
«Gianni… prendimi.
Ti voglio dentro. Ovunque.»
Mi alzai, mi tolsi i pantaloni e le scostai la mutandina. Entrai prima nella figa. Era calda, stretta, già pronta. Spinsi fino in fondo e lei gemette, affondando la fronte contro le braccia. La presi con ritmo deciso, tenendola per i fianchi. Ogni spinta faceva battere leggermente il suo pube contro il bordo del tavolo.
Dopo un po’ mi tolsi, sputai sulla mano, mi inumidii e premetti il glande contro il suo culetto. Lei respirò a fondo e annuì.
«Fallo… voglio sentirti anche lì.»
Entrai piano, millimetro dopo millimetro, finché non fui tutto dentro. Lei tremava. Continuai a muovermi, prima lento, poi più forte, alternando la figa e il culo, entrando e uscendo da entrambi, lasciando che il mio cazzo portasse l’umidità dall’uno all’altro.
Livia gemette più forte e cominciò a parlare, la voce rotta dal piacere:
«Usami… trattami come una puttana.
Ma fallo per me.
Non per lui.
Per me.
Scopami come vuoi, riempimi, usami… ma guardami mentre lo fai. Sono io che te lo chiedo.»
La presi con più forza. La figa, il culo, di nuovo la figa. Lei spingeva indietro incontro a ogni colpo, godendo apertamente, senza più nessuna maschera. Quando sentii che stavo per venire la prima volta, le chiesi dove.
«Dentro… dove ti pare. Ovunque.»
Sborrai prima nel culo, profondo. Poi, non mi diede tregua si inginocchiò e con la suaa maestria da Dea me lo fece resuscitare ancora duro, tornai nella figa e la scopai forte senza tregua e le riempii anche quella. Lei venne mentre si sentiva riempire, contraendosi intorno a me con un gemito lungo e profondo.
Ci fermammo solo il tempo di riprendere fiato. Poi la presi in braccio e la portai in camera.
Sul letto, quella notte, facemmo l’amore in un altro modo. Lei si donava completamente e allo stesso tempo pretendeva. Voleva essere baciata mentre la scopavo, voleva le mie mani nei suoi capelli, voleva guardarmi negli occhi quando veniva. Mi chiese di sborrarle in bocca, poi sul seno, poi di nuovo dentro. Ogni volta che pensavo di non avere più niente, lei mi riaccendeva con la bocca o con le mani, e io ricominciavo.
Il mio sperma finì in ogni anfratto del suo corpo: nella figa, nel culo, in bocca, sul ventre, tra i seni, persino un filo che le colava lungo la coscia mentre rideva stanca e soddisfatta.
A un certo punto, sudati e stremati, restammo sdraiati uno di fronte all’altra. Lei mi accarezzò il viso con due dita e disse, quasi in un soffio:
«Mi sto innamorando di te, Gianni.»
Io non risposi subito. La guardai. Vidi la regina e la latrina, la donna elegante e quella che si faceva usare, l’anima sporca e quella che cercava casa.
«Anch’io», dissi.
«Mi sto innamorando di te. Di tutta te.»
Fu bello.
E fu sporco.
Perché Livia aveva un’anima sporca, oltre a essere una regina.
E quella notte, per la prima volta, le due cose non erano più in contraddizione. Erano la stessa persona. E quella persona stava diventando mia.
Poi, al mattino, se ne andò.
Si vestì in silenzio, mi baciò sulla fronte e uscì senza troppe parole. Non la vidi per un’intera settimana. Niente messaggi, niente chiamate. Solo il vuoto e il pensiero di lei che tornava a intermittenza, come una ferita che si riapre.
Il sabato successivo, alle due di notte, suonò il citofono.
Quando aprii la porta la trovai lì, in piedi sul pianerottolo. Era diversa. I capelli un po’ spettinati, il trucco leggero ma rovinato, l’odore inconfondibile di sesso e di altri uomini che le saliva dalla pelle. Gli occhi avevano quella luce opaca e affamata che avevo visto solo la prima sera al club. Era sporca nell’anima, non solo nel corpo.
Entrò senza dire niente. Si tolse il cappotto, lo lasciò cadere a terra e mi guardò.
«Puliscimi», disse a bassa voce.
«Leccami. Sii di nuovo il mio porco.
Prendimi. Scopami. Anche se sono distrutta. Anche se stanotte mi hanno montata non so quante volte.
Voglio sentire te. Solo te.»
La rabbia mi salì in gola prima ancora del desiderio.
Gelosia. Una gelosia nera, densa, che non avevo previsto. Sapevo chi era. Sapevo cosa faceva. Sapevo che non avrei mai potuto possederla. Eppure in quel momento la gelosia mi rese più violento, più possessivo, quasi crudele.
La presi per un braccio e la trascinai in camera. Non ci fu tenerezza. Le strappai via i vestiti, la buttai sul letto e le divaricai le cosce. L’odore era forte, misto, di più uomini. Mi chinai e le passai la lingua sulla figa già arrossata e gonfia. Lei gemette e affondò le mani nei miei capelli.
«Così… leccami tutta… togli via gli altri…»
Leccai con rabbia. Sentivo il sapore di altri cazzi, di altri spermi, e ogni volta che la lingua affondava la gelosia mi mordeva più forte. La pulii in modo quasi aggressivo, spingendo, succhiando, passando dalla figa al culo e di nuovo alla figa, come se potessi cancellare le tracce di quella sera con la sola forza della bocca.
Poi mi alzai, le allargai le gambe a dismisura e la presi.
Entrai con un colpo secco. Lei era larga, scivolosa, distrutta dalle monte di quella notte, eppure strinse intorno a me e gemette forte. La scopai con violenza, tenendola ferma per i fianchi, spingendo a fondo ogni volta.
«Guardami», le ordinai tra i denti.
«Mentre ti uso, guardami.» Urlai.
Lei aprì gli occhi e mi fissò. C’era piacere, c’era stanchezza, c’era anche un lampo di qualcosa di più profondo.
«Usami», sussurrò.
«Sono tua adesso. Anche se so che non puoi tenermi. Usami lo stesso.»
La girai a pecorina e continuai, più forte. Ogni spinta era carica di rabbia e di bisogno. Sapevo che era impossibile possederla. Livia era la libertà fatta persona: indomabile, sfuggente, impossibile da chiudere in una casa o in un letto. E proprio per questo la desideravo di più.
Sborrai dentro di lei con un gemito rauco, affondando fino in fondo, come se volessi lasciare un segno che gli altri non avevano lasciato. Lei venne poco dopo, stringendosi intorno al mio cazzo ancora pulsante, e per un attimo restammo fermi, sudati, ansimanti.
Poi si lasciò cadere sul materasso, di lato, e mi tirò accanto a sé.
Accarezzò il mio viso con dita stanche e disse, quasi in un soffio:
«Sei geloso.
Si sente.
E mi piace.
Anche se sai che non puoi avermi tutta… mi piace che ci provi.»
Io non risposi.
La strinsi più forte, sapendo già che la mattina dopo sarebbe di nuovo sparita, e che io l’avrei di nuovo aspettata.
Perché Livia non era solo una donna.
Era la libertà.
E io stavo imparando, a mie spese, cosa significasse amare qualcosa che non si può possedere.

Dopo, restammo sdraiati uno di fronte all’altra, ancora sudati, ancora con il respiro corto.
Livia mi accarezzò il petto con la punta delle dita, lo sguardo basso, come se stesse cercando le parole.
«Vuoi che ti racconti…?» cominciò a voce bassa.
«Cosa ho fatto stasera. Con chi sono stata. Quanti…»
Le posai la mano sulle labbra.
Dolcemente. Senza violenza. Solo per fermarla.
Lei alzò gli occhi e mi guardò, sorpresa.
Scossi appena la testa.
«Non sono tuo marito.
Non voglio sapere.
So già da come ti sei presentata stasera. L’odore, gli occhi, il modo in cui mi hai chiesto di pulirti… so tutto quello che mi serve.
Non voglio altro.»
Tolsi la mano, ma lasciai le dita a sfiorarle ancora il mento.
«Sono geloso. Geloso marcio.
Sì. E questo è un problema mio, non tuo.
Tu devi essere tu. Sempre.
Anche quando ti fai montare da cento uomini.
Anche quando torni qui distrutta e piena di altri.
Non me ne frega niente di loro.
Ora sei qui.
E questo mi basta.
Mi deve bastare.»
Feci una pausa. La guardai dritto negli occhi, senza più rabbia, solo con quella verità nuda che ci stava legando da quella prima notte al club.
«Ti amo, puttana.»
Livia restò immobile un secondo.
Poi gli occhi le si riempirono di qualcosa di umido e intenso. Un sorriso piccolo, quasi spezzato, le attraversò le labbra.
«Sììì… oddio, Gianni…
Ti amo anch’io.»
Si avvicinò e mi baciò.
Un bacio lento, profondo, pieno di tutto quello che non serviva spiegare. Di gelosia, di libertà, di sporcizia e di casa. Di una donna che non poteva essere posseduta e di un uomo che aveva deciso di amarla comunque.
Quando si staccò, poggiò la fronte contro la mia e sussurrò:
«Non smettere di chiamarmi così.
Puttana.
Mi piace quando lo dici tu.
Perché quando lo dici tu… non è per umiliarmi.
È per tenermi.»
Io la strinsi più forte.
E per quella notte, almeno, fu abbastanza.

Impotente@proton.me
scritto il
2026-08-10
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