Una brava moglie ed un marito generoso...

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Una brava moglie ed un marito generoso…
Scritto da impotente@proton.me

Storia vera, nomi di fantasia…

Era un giovedì mattina di fine primavera, una di quelle giornate in cui l’aria di Piacenza sapeva ancora di terra umida e di sole che cominciava a scaldare le colline. Avevo preso l’auto verso le nove e mezza, dopo una telefonata veloce ad Alessandro il giorno prima.
«Ho ricevuto la nuova collezione per esterni», mi aveva detto con quella voce calma e un po’ rauca tipica di chi ha passato una vita a parlare tra lastre di gres e cataloghi. «C’è qualcosa che potrebbe stare bene sul tuo progetto del casale. Vieni a dare un’occhiata.»
Il suo negozio stava un po’ fuori dalla città, lungo una strada secondaria, un capannone ordinato con la facciata in pietra e le grandi vetrine piene di campioni. Quando arrivai, il parcheggio era quasi vuoto. Entrai dal portone laterale, quello che usavo sempre, e trovai Alessandro già in piedi dietro il bancone, intento a riordinare alcuni listelli di legno.
A settantacinque anni ben portati. Alto, spalle dritte, capelli bianchi pettinati con cura all’indietro. Indossava una camicia azzurra chiara a maniche arrotolate, un paio di pantaloni beige e scarpe di pelle scura lucide. Sportivo, sì, ma con quel tocco di classe che non si improvvisa: l’orologio sottile al polso, il modo di muoversi senza fretta. Quando mi vide alzò lo sguardo e sorrise.
«Ecco il nostro ingegnere preferito», disse, allungando la mano. «Come va la vita?»
Ci stringemmo la mano con la confidenza di chi si conosce da anni. Io ero suo cliente e, in un certo senso, anche il suo amico: frequentavamo gli stessi gruppi di lavoro, le stesse cene di settore, e almeno una volta al mese finivo lì a scegliere piastrelle, sanitari o box doccia per i miei cantieri.
«Tutto bene, Alessandro. Tu come stai?»
«Come sempre. Maria mi tiene in riga e il negozio pure.» Fece un gesto vago verso il fondo del locale. «Vieni, ti faccio vedere la nuova serie. È arrivata ieri.»
Camminammo tra le corsie ordinate. Il pavimento del negozio era impeccabile, come sempre. Alessandro mi parlava della resistenza al gelo, della finitura antiscivolo, dei formati grandi che andavano di moda per i terrazzi. Io ascoltavo, ma una parte di me, come spesso accadeva quando venivo lì, si chiedeva se Maria fosse in negozio quel giorno.
La conoscevo da tempo, naturalmente. Sessantotto anni, eppure riusciva ancora a far girare la testa. Capelli lunghi fino alle spalle, sempre curati, di un biondo cenere che le donava. Viso regolare, occhi di un azzurro chiaro e limpido che sembravano più giovani del resto, e quel sorriso smagliante che illuminava tutto quando entrava in una stanza. Il corpo lo teneva con la stessa disciplina di una volta: vita stretta, seno abbondante e armonioso, culo ancora alto e sodo, gambe lunghe con caviglie fini. Qualche vena si intravedeva, normale a quell’età, ma lei aveva l’abitudine di indossare sempre collant sottili, color carne o grigio chiaro, che levigavano la pelle e nascondevano quelle piccole imperfezioni. Mai vestita in modo volgare: gonne al ginocchio, camicette eleganti, magari un foulard o un paio di orecchini discreti. Sempre a tono, sempre di classe.
Quel giovedì, mentre Alessandro mi mostrava i campioni di gres porcellanato effetto pietra, sentii il tipico rumore leggero di tacchi sul pavimento proveniente dall’ufficio sul fondo.
Maria uscì dalla porta laterale con una cartellina in mano.
«Buongiorno», disse, e il sorriso le si aprì appena mi vide. «Ma guarda chi c’è. Il nostro Gianni il cliente più fedele.»
Indossava una gonna a tubino grigio medio, poco sopra il ginocchio, una blusa bianca leggermente scollata ma niente di esagerato, e i soliti collant color carne. Le scarpe erano décolleté nere con un tacco moderato. I capelli le cadevano morbidi sulle spalle. Quando si avvicinò per salutarmi, sentii il leggero profumo di un eau de toilette fresco, quasi floreale.
«Maria, buongiorno. Come stai?»
«Bene, grazie. E tu? Sempre di corsa, immagino.»
Alessandro ci guardò tutti e due con quell’aria pacata che gli era tipica.
«Gli stavo mostrando la nuova collezione per il terrazzo del casale», spiegò. «Quella con il grande formato.»
Maria annuì e posò la cartellina sul bancone.
«Allora, vuoi un caffè mentre scegli? Ne ho appena fatto uno fresco.»
Alzai lo sguardo verso di lei. Gli occhi azzurri mi fissavano con quella cortesia calorosa che la contraddistingueva da sempre.
Bevemmo il caffè tutti e tre intorno al tavolo dell’ufficio. Maria lo aveva preparato con la moka, come faceva sempre: denso, caldo, con quel profumo intenso che riempiva la stanza. Lei stava in piedi, appoggiata leggermente al bordo del tavolo, la gonna grigia che le scendeva giusta sui fianchi e i collant che levigavano le gambe lunghe. Ogni tanto rideva di qualcosa che diceva Alessandro, e quel sorriso le illuminava il viso, gli occhi azzurri che scintillavano. Io cercavo di non fissarla troppo. Da anni avevo un debole per lei, un’attrazione silenziosa che tenevo ben nascosta. Uno sguardo un po’ più prolungato del dovuto e subito abbassavo gli occhi, per non creare imbarazzo né a lei né a suo marito. Non volevo guai, e soprattutto non volevo farle del male.
Dopo i convenevoli e i ringraziamenti di rito, Alessandro mi fece segno di seguirlo. Lasciammo Maria nell’ufficio e entrammo nel magazzino, tra i bancali alti e ordinati. L’aria lì dentro era più fresca, odorava di cartone e di gres. Lui mi indicò i nuovi arrivi: grandi formati effetto pietra naturale, superfici leggermente strutturate, colori caldi che sarebbero andati a meraviglia sul terrazzo del casale.
«Sono belle, Alessandro», dissi sinceramente, accarezzando con le dita il bordo di una lastra. «Queste stanno bene lì. Il casale è importante, ha bisogno di qualcosa di solido e di carattere.»
Lui annuì, ma non sembrava davvero concentrato. Lo guardai meglio. Le spalle erano un po’ curve, la fronte corrugata, le mani che si muovevano nervose sui campioni. Non era il suo solito modo di fare.
«Tutto a posto?» gli chiesi piano.
Alessandro si guardò intorno, come a controllare che nessuno potesse sentirci, poi mi prese leggermente per un braccio e mi trasse un po’ più in fondo, tra due file di bancali.
«Gianni… ci conosciamo da anni, vero? Di te so che posso fidarmi. E se ti chiedo un consiglio, tu sei sempre sincero oltre che a saperla lunga...»
Lo fissai, sorpreso dal tono improvvisamente grave.
«Dimmi, Alé. Se posso, figurati. Che ti succede? Problemi di lavoro?»
Scosse la testa. Il viso era arrossato, gli occhi un po’ bassi.
«Nooo, Gianni… è più delicata la questione.» Fece una pausa lunga, cercando le parole. «Sai… incomincio a sentire l’età e ho… problemi…»
Si interruppe. Si vedeva chiaramente che era in imbarazzo, quasi a disagio. Io, per aiutarlo, azzardai:
«Hai problemi di cuore come tuo papà?»
Lo sapevo: il padre era morto di infarto proprio a settantacinque anni. Alessandro scosse energicamente la testa.
«No, per fortuna. Niente di tutto questo.» Abbassò ancora di più la voce. «Ho problemi… più intimi.» Un altro silenzio. Poi, d’un fiato, come se dovesse dirlo prima di pentirsene: «Gianni… non mi tira più.»
Restai zitto un attimo, lasciandolo parlare.
«Scusa se chiedo a te», proseguì, la voce un po’ rauca, «ma so che tu hai un certo movimento di donne e mi sembri sempre… un ragazzo, in questo. E poi sai, le voci girano… sei sempre con donne più giovani. Ma per il sesso… come fai? Prendi qualcosa? Sai, con quel popò di moglie… non vorrei lasciarla a secco troppo a lungo, altrimenti… si fa l’amante.»
Mi guardò, aspettando. Nel magazzino c’era solo il ronzio lontano che arrivava dall’ufficio e il leggero scricchiolio dei bancali di legno. Io tenevo ancora la mano sulla lastra di gres, ma non stavo più pensando alle piastrelle.
Lo guardai dritto negli occhi, cercando di togliere un po’ di peso a quelle parole.
«Ale, dai… sarà solo un momento di debolezza. Poi lo superi. Hai sentito un andrologo? Con tutte le pastiglie che ci sono oggi…»
Alessandro scosse leggermente la testa, ancora imbarazzato. Allora abbassai un po’ la voce e gli confidai qualcosa che di solito non dicevo a nessuno.
«Sai, ti confesso che anch’io, che ho quasi sessantacinque anni, ne faccio uso. Specialmente quando so che devo incontrare qualche donna particolarmente… esuberante. Dai, è una sciocchezza, vedrai.»
Allungai la mano verso il portafoglio, ne tirai fuori un blister con quattro pastiglie e glielo porsi.
«Prova questo. È Cialis. Te lo regalo. Provalo questa sera, non abusarne: una sola pastiglietta dopo cena.»
Alessandro prese il blister tra le dita come se fosse qualcosa di prezioso. Lo guardò un attimo, poi alzò gli occhi su di me. Il viso si illuminò di colpo, le rughe della fronte si distesero e un sorriso ampio, quasi sollevato, gli spuntò sulle labbra.
«Davvero me lo dai?» chiese, a bassa voce. «Grazie, Gianni… non so come ringraziarti. Stasera… stasera ci provo. Maria non sa niente di questi miei… problemi anche se non posso nascondergleli, e non voglio che cominci a pensare cose strane.»
Chiuse il blister nel pugno e lo infilò in tasca con cura, quasi con delicatezza. Poi mi batté una mano sulla spalla, più forte del solito.
«Sei un amico vero, sai?»
Io annuii, sorridendo a mia volta, ma dentro di me qualcosa si muoveva. L’immagine di Maria, in piedi nell’ufficio con quella gonna grigia e i collant che le levigavano le gambe, mi tornò subito in mente. E insieme a lei, il pensiero di cosa sarebbe potuto succedere quella sera, se la pastiglia avesse fatto il suo effetto.
Alessandro sembrava già più leggero. Mi fece segno di seguirlo di nuovo verso i campioni.
«Allora, queste per il terrazzo del casale le prendi? Ti preparo il preventivo mentre sei ancora qui.»
Io lo seguii, ma la mente era già altrove.
«Cavoli…» pensai tra me e me, mentre tornavamo verso l’ingresso del magazzino.
Lo fermai con una mano leggera sul braccio.
«Ale, scusa… comunque una visita andrologica falla. Vedrai che poi sei più tranquillo.»
Lui sorrise, un po’ di lato, e scosse la testa.
«Tranquillo, Gianni. Lo farò… anche se me ne vergogno come un ladro.»
Rise piano, quella risata un po’ rauca tipica sua, e riprese a camminare. Poi, all’improvviso, si voltò e mi fissò dritto negli occhi. Il sorriso era ancora lì, ma sotto c’era qualcosa di più curioso, quasi furbo.
«Gianni… posso farti una domanda?»
Annuìi, senza capire dove volesse andare a parare.
«Sai, le voci nel nostro ambiente girano… ma sei tu che scrivi quei racconti erotici su internet?»
Restai zitto un attimo di troppo. Il sangue mi salì alle guance. Mi sentii improvvisamente scoperto, come se qualcuno mi avesse aperto il cassetto segreto della scrivania.
«Be’… ogni tanto sì», risposi, cercando di mantenere un tono leggero. «Perché? Chi ti ha detto questa informazione?»
Alessandro abbassò leggermente la voce, anche se eravamo soli tra i bancali.
«Oh, girano… sai com’è. Qualcuno ha riconosciuto certi dettagli, le tue donne, certi ambienti, certe situazioni. Io non ci avrei mai pensato, finché non me l’hanno detto. E adesso che te lo chiedo in faccia… beh, hai già risposto.»
Mi guardava con un misto di divertimento e di genuina curiosità. Non c’era giudizio nello sguardo, solo quella luce un po’ maliziosa di chi ha appena scoperto un segreto dell’amico.
Io passai una mano sulla nuca, ancora un po’ in imbarazzo.
«E… ti dà fastidio?»
Lui scosse la testa, sorridendo più apertamente.
«Fastidio? No. Anzi…» Fece una piccola pausa, come a pesare le parole. «Anzi, mi fa pensare che forse sai un paio di cose in più sull’argomento di quanto lasci capire.»
Scoppiai a ridere, una risata genuina che mi sciolse un po’ l’imbarazzo di prima.
«Hahaha… beh, una parte è per esperienza diretta, sì.»
Alessandro alzò un sopracciglio, incuriosito.
«Ti ricordi Livia?»
Il suo viso si illuminò di riconoscimento.
«Oh sì, certo che la ricordo… una super donna. Forma da urlo, quel modo di guardarti come se ti stesse già spogliando. Ma… davvero facevate quelle cose?»
Abbassò un po’ la voce, quasi non volesse che le lastre di gres potessero sentirci.
«Sai, quando il Pappa me lo disse… poi mi sono appassionato. E cazzo, come mi piacciono! Scrivi anche bene, eh. Quante volte mi sono eccitato leggendoli… anche se il cazzo risponde poco, ma quello che descrivevi era… esagerato! Dimmi dai, quanto vero in percentuale? Da 1 a 100?»
Lo fissai un attimo, divertito dalla sua faccia da ragazzino curioso nonostante i settantacinque anni. Poi alzai le spalle, sorridendo di lato.
«Mettiamo… trenta, quaranta. Il resto sono fantasie, dettagli aggiunti, situazioni un po’ tirate per i capelli. Ma il nucleo… quello è vero. Livia era così. Esigente, golosa, senza pudori. E io, beh… cercavo di stare al passo.»
Alessandro scosse la testa, quasi incredulo, ma con un sorriso largo.
«Quaranta… madonna. E io che pensavo fossero tutte storie inventate. E invece…» Fece un gesto vago con la mano. «E invece tu le vivevi per davvero.»
Restammo un momento in silenzio tra i bancali. Fuori, dal negozio, arrivò la voce di Maria che parlava al telefono con qualcuno. Alessandro la sentì e per un attimo il sorriso gli si affievolì, come se il pensiero della moglie lo riportasse alla realtà di quella sera e della pastiglia che gli avevo dato.
Poi mi guardò di nuovo, più serio.
«E adesso… adesso che lo so… magari un giorno me ne racconti una per intero. Di quelle vere. Così, tanto per… tenermi compagnia mentre aspetto che il Cialis faccia effetto hahaha.»

Abbassai lo sguardo un attimo, cercando di minimizzare.
Alessandro non sembrava convinto. Si avvicinò ancora di un passo, la voce ancora più bassa.
«Sai, quando scrivevi di Edo… ho capito chi è. Lo conosco bene anch’io, quel filibustiere del cazzo. Oddio… e lasciavi la tua donna fare quelle cose?»
Tirai un piccolo sospiro e annuii.
«Sì… beh, sì.»
Alessandro restò zitto un secondo, poi scosse la testa con un sorriso storto, quasi incredulo.
«Gianni, cazzo… sai che stavo male dall’eccitazione mentre leggevo? Davvero. Avrei voluto che fosse la mia Maria a fare quello che faceva Livia…»
Lo fissai, sorpreso dalla franchezza improvvisa. Il magazzino sembrava improvvisamente più piccolo, più silenzioso. La voce di Maria che parlava al telefono nell’ufficio arrivava ovattata, lontana.
Lo guardai dritto negli occhi e, senza troppo pensarci, gli chiesi:
«Ale… non dirmi che ti piace essere un cuckold anche tu?»
Lui non rispose subito. Abbassò lo sguardo verso le scarpe, poi lo rialzò lentamente. Le guance erano un po’ più rosse del solito, ma non c’era più solo imbarazzo. C’era qualcosa di più confuso, quasi di desiderio represso.
«Non lo so, Gianni…» mormorò. «Non lo so. So solo che quando leggevo quelle scene… mi veniva il batticuore. E pensavo a Maria. A come sarebbe stata lei, al posto di Livia. Con un altro. Con… qualcuno che… la fottesse come una p….»
Fece una pausa, come se le parole gli pesassero sulla lingua.
«E il fatto che il cazzo non mi risponda quasi più… forse rende tutto ancora più… strano. Più eccitante, in un modo che non capisco.»
Restò in silenzio, aspettando la mia reazione. Fuori, la voce di Maria si interruppe. Si sentì il rumore leggero dei suoi tacchi che si avvicinavano all’ingresso del magazzino.
Lo guardai serio, scuotendo leggermente la testa.
«Ale, lascia perdere… io sono da sempre un vecchio maiale sessualmente. Ma tu… dai, cinquant’anni con Maria. No, dai. La tua bella Maria così innocente… Le mie donne erano tutte portate ad essere troie, e lo erano già prima di me. Ma Maria? Una così brava moglie, innamorata…»
Alessandro si corrucciò. Le sopracciglia si strinsero e la voce gli uscì più bassa, quasi roca.
«Brava moglie… Gianni, posso essere onesto, sincero fino in fondo? Ormai ci siamo detti certe cose…»
Annuìi, senza interromperlo.
«Un mese fa l’ho sorpresa che si stava masturbando. Si stava ficcando nella figa una bottiglietta d’acqua… proprio mentre leggeva il tuo racconto con Livia ed Edo.»
Restai zitto, colpito.
«Non mi aveva sentito arrivare», proseguì lui, gli occhi un po’ lucidi di un misto di eccitazione e rabbia. «L’ho trovata lì, seduta sulla sedia dell’ufficio, con la bottiglia dentro. La troia… pensa che l’aveva passata al microonde per scaldarla un po’. Maria ha ragione: ha bisogno di cazzo. Ma per Dio… fare la vacca così, in ufficio, con il rischio che entrasse qualcuno… Non aveva neppure chiuso a chiave! Se ci penso mi viene il sangue in testa anche adesso, e il cazzo mi frizza… puttana eva!»
Si passò una mano sulla fronte, agitato. Le guance erano rosse, il respiro un po’ più accelerato. Nel silenzio del magazzino si sentiva solo il leggero rumore dei suoi tacchi di Maria che si avvicinavano sempre di più.
Alessandro mi fissò, quasi a cercarmi complicità o giudizio.
«Non le ho detto niente, quel giorno. Sono uscito di soppiatto e ho fatto finta di arrivare dopo… ma quando toccai la bottiglietta sul tavolo calda.... Ma da allora… non riesco a togliermi quella scena dalla testa. Lei che si scopa con una bottiglia leggendo le tue storie… e io che non riesco nemmeno a farmela in modo normale.»
La voce di Maria arrivò più chiara, ormai vicina all’ingresso del magazzino.
«Alessandro? Gianni? Siete ancora lì dentro? Il preventivo l’ho preparato, se volete.»
Lui mi lanciò un’occhiata rapida, quasi a dirmi «non fiatare», e alzò la voce con tono normale:
«Arriviamo, Maria! Stiamo finendo di guardare i formati grandi.»
Poi, sottovoce, solo per me:
«Vedi? Anche adesso… solo a raccontartelo… mi frizza. E lei è lì fuori, tutta composta, tutta elegante… con quei collant e quel seno… e io so cosa ha fatto con quella bottiglia.»
Lo presi leggermente per un braccio, cercando di calmarlo.
«Dai, Ale… lascia perdere. È stato un momento di debolezza.»
Lui scosse la testa, ancora agitato.
Io abbassai la voce.
«Poi… come ha fatto a leggere il mio racconto?»
Alessandro tirò un sospiro lungo, quasi arrabbiato con se stesso.
«La troia ha guardato quello che avevo guardato io la sera prima. Stupido io a non aver cancellato la cronologia… Lei è brava con il pc, sa dove mettere le mani. Se sapesse che ci sei tu dietro quei racconti…»
Si interruppe, gettandomi un’occhiata significativa.
«Meglio che non lo sappia.»
Dal fondo del magazzino la voce di Maria tornò più insistente.
«Ragazzi, state facendo i fantasmi? Il preventivo è pronto!»
Alessandro si passò una mano sul viso, come a cancellare l’espressione troppo scoperta, e mi fece un cenno del capo.
«Andiamo.»
Uscimmo dai bancali e raggiungemmo l’ufficio. Maria era in piedi vicino alla scrivania, la cartellina del preventivo aperta davanti a sé. La blusa bianca le aderiva appena sul seno evidente, la gonna grigia le segnava i fianchi e i collant color carne levigavano le gambe lunghe. Quando ci vide entrare sorrise, quel sorriso smagliante che le illuminava gli occhi azzurri.
«Finalmente. Pensavo vi foste persi tra le lastre.»
Alessandro si schiarì la voce, recuperando il tono normale da negoziante.
«No, no… stavamo solo valutando i formati più grandi per il terrazzo di Gianni. Quelle effetto pietra naturale.»
Maria mi porse la cartellina.
«Ho messo anche le quantità orientative e lo sconto che solitamente ti facciamo. Se vuoi, puoi portartelo via e pensarci.»
La presi, ma per un attimo i miei occhi scivolarono sul suo décolleté e sulle gambe, ricordando le parole di Alessandro sulla bottiglia riscaldata al microonde. Lei mi guardò dritto, serena, elegante, apparentemente all’oscuro di tutto.
Alessandro, alle sue spalle, mi lanciò un’occhiata rapida, quasi a dirmi: «Vedi? Tutta composta… e invece…».
Cazzo, ero imbarazzato.
Stare lì a guardare Maria così distinta, così elegante nel suo portamento, e nello stesso tempo pensarla stravaccata sulla poltrona dell’ufficio che si infilava una bottiglietta d’acqua scaldata al microonde nella figa, mentre leggeva sul monitor del pc il racconto di me e di Livia… Oddio. Mi eccitai, lo ammetto. Il cazzo si gonfiò e si intravedeva nettamente nei calzoni. Per fortuna lei non sapeva che ero io l’autore porco di quei racconti o almeno in quel momento lo credevo….
Maria si avvicinò con il preventivo in mano. Si fermò a poca distanza da me, abbastanza perché sentissi il leggero profumo del suo eau de toilette e vedessi da vicino il modo in cui la blusa bianca seguiva la curva generosa del seno.
«Gianni, queste non posso farti il solito sconto», disse con tono professionale, ma cordiale. «Le pago di più, sono un prodotto un po’ esclusivo. Però ti lascio comunque un buon prezzo.»
Io ero un po’ assente, perso nei miei pensieri. Annuivo senza senso, lo sguardo che ogni tanto scivolava sui suoi collant, sulle gambe lunghe, sul seno che si muoveva appena quando parlava.
Lei se ne accorse. Chinò leggermente la testa, gli occhi azzurri che mi fissavano con genuina preoccupazione.
«Tutto bene, Gianni? Mi sembri accaldato… ma stai bene?»

La scena nella mia testa era ormai chiara e corretta: Maria seduta sulla poltrona dell’ufficio, collant tirati giù a metà coscia, la bottiglietta d’acqua scaldata che entrava e usciva, e davanti a lei lo schermo del computer acceso sulla pagina del racconto.

Cercai di pensare ad altro. Il cazzo mi stava letteralmente scoppiando nei calzoni a quei pensieri, ma dovevo minimizzare.
«Ah sì, scusa… tutto bene. Scusa, ma mi è venuto in mente che dovevo fare una telefonata urgente… e mi ero scordato.»
Maria inclinò appena la testa, un sorriso allusivo che le piegava le labbra.
«Gianni, sei il solito… di la verità, pensi sempre alle donne. Piuttosto, come sta Silvana e i tuoi figli?»
Silvana era la mia ex moglie. Ai tempi del matrimonio lei e Maria si conoscevano bene: eventi, pranzi di lavoro, cene di settore. Si frequentavano con naturalezza.
«Ma sì, tutto bene», risposi. «Sai, con i ragazzi ormai grandi io e lei ci sentiamo raramente. Ho notizie tramite i miei figli. Sta bene… ora non so se sai, ma si è riposata e so che sta vivendo una vita tranquilla.»
Maria scosse leggermente la testa, quasi dispiaciuta.
«Ma come hai fatto a lasciarla andare? È così una brava donna…»
Abbassai lo sguardo un attimo, poi alzai gli occhi sui suoi.
«Lo so, Maria. La colpa è la mia. Mi lascio “distrarre” dalle donne… Quando sento quel profumo di non so che… non capisco più niente.»
Lei scoppiò in una risatina, gli occhi azzurri che mi fissavano dritti, senza girare intorno.
«Hahaha… ho sentito, Gianni, certe cose su di te che… oddio, sono rimasta senza fiato…» Rise di nuovo, ma lo sguardo non si mosse dal mio. «Hahaha.»
Io alzai le mani in segno di difesa, sorridendo.
«Ma dai, sono tutte esagerazioni! Io sono un bravo ragazzo!»
Maria sollevò un sopracciglio, divertita.
«Alla faccia del bravo ragazzo… E ora dimmi, chi è la tua nuova fiamma? Io sono rimasta a una certa Marika… ho perso il conto! Anche lei ho saputo che era una bella birbantella…»
Scossi la testa, ridendo piano.
«No, Maria. Marika è finita già quasi due anni fa. Ora non ho una convivente… salto di fiore in fiore. Hehehe.»
Lei mi puntò un dito leggero, quasi giocoso, ma lo sguardo era più intenso del solito.
«Gianni, lasciatelo dire in senso buono: sei un porco! Non ti vorrei come marito… al massimo come amante… Ne hai da insegnare di cose ad un ingenua come me. Hahaha!»
Alle sue spalle Alessandro ascoltava in silenzio. Non diceva una parola, ma sorrideva. Un sorriso stretto, un po’ storto, che non arrivava del tutto agli occhi. Sapevo cosa stesse pensando: alla bottiglia scaldata, a Maria che si toccava leggendo i miei racconti… e adesso a quella battuta sull’amante che lei stessa aveva appena pronunciato senza sapere quanto fosse carica di significato in quel momento.

Sdrammatizzai subito, cercando di alleggerire l’aria che si era fatta improvvisamente più densa.
«Maria, ma che dici… tu hai un marito che ti ama tantissimo. Voi siete la mia coppia modello, un riferimento. Vi ho sempre visti insieme e felici.»
Lei mi guardò ancora un attimo, poi annuì con un sorriso più soft.
«Dai, vado. Prendo solo un campione così lo faccio vedere al cliente.»
Maria si allontanò verso il campionario, scelse un pannello di gres effetto pietra e tornò verso di me. Mentre me lo passava, allungò la mano e le sue dita sfiorarono le mie. Poi, per un attimo, mi strinse un po’ la mano. Non fu un gesto lungo, ma abbastanza perché io sentissi la pressione calda delle sue dita. Mi guardò dritto negli occhi. Forse era solo suggestione, forse l’eccitazione di prima mi stava giocando brutti scherzi… ma in quel contatto mi sembrò di sentirla vibrare.
«Ciao, Gianni», disse con voce leggera. «Se vuoi, domenica in campagna facciamo una grigliata e mi farebbe piacere che venissi. E porta anche… qualche tua amica, se vuoi. Vero, Ale, che ci farebbe piacere?»
Alessandro, che fino a quel momento era rimasto in silenzio a osservare, si schiarì la voce e sorrise con più convinzione.
«Ma certo. Non devi mancare, Gianni. Così poi ti dico come sono andati i test su quei campioni…» – alluse chiaramente al Cialis, con un’occhiata che solo io potevo cogliere – «Vieni, mi raccomando. Ci sono anche altri della compagnia… dai, così facciamo una rimpatriata. Mi raccomando, vieni. Poi ci sentiamo al telefono domani e te lo ricordo.»
Presi il campione di piastrella, ancora caldo del contatto delle sue dita, e annuii.
«Va bene. Ci penso… e vi faccio sapere. Grazie per tutto, davvero.»
Maria mi accompagnò con lo sguardo fino alla porta. Alessandro mi strinse la mano un po’ più forte del solito, quasi a suggellare tutto ciò che ci eravamo detti tra i bancali.
Uscii dal negozio con il campione sotto il braccio e la mente in subbuglio. Il sole di metà mattina batteva già forte. Nel parcheggio, mentre aprivo la macchina, mi resi conto che il cazzo era ancora semi-duro e che la sensazione delle dita di Maria sulla mia mano non se ne andava.

Per tutto il tragitto di ritorno mi ripetevo nella mente, come una litania:
«Gianni, lascia perdere. Non pensarci nemmeno.»
Ripartii per i miei affari, mi immersi nei cantieri, nei preventivi, nelle telefonate con i clienti. Ma ogni tanto, senza volerlo, mi tornavano le dita di Maria sulla mia mano e quella frase detta ridendo: «Al massimo come amante…».
L’indomani pomeriggio il telefono squillò. Era Alessandro.
«Gianni…»
La voce era un po’ delusa, un po’ confusa.
«Io ho provato ieri sera. Cavoli… sì, qualche sensazione diversa c’è stata, ma mica ho avuto un’erezione completa. Diciamo che Maria si è data da fare e poi con la bocca mi ha fatto venire… ma cazzo, speravo meglio! Che dici se ne prendo due?»
Sospirai, appoggiandomi allo schienale della sedia dell’ufficio.
«Ale, non fare il pirla. Devi andare da un andrologo che ti fa gli esami e poi ti prescrive la dose giusta. Quella è un po’ bassa, ma occhio a non scherzare. Non sono caramelle! Riprova questa sera ancora: il Cialis dura circa ventiquattr’ore, così l’effetto combinato vicino forse aiuta un po’. Quella dose per fortuna a me basta… forse è più la sicurezza che altro. Sai, frequento donne un po’ troppo voraci… hahaha… e alla mia età ho bisogno anch’io di non andare in ansia da prestazione.»
Lui rise, una risata breve e un po’ amara.
«Dai, questa sera ci riprovo…»
Fece una pausa, poi la voce si fece più bassa, quasi confidente.
«Senti… ma che fai alle donne? Maria ieri sera ha parlato un casino di te. Pensa che mentre facevamo… cose… mi ha detto: “Amore, quel Gianni fa sangue… sembra così una brava persona e dopo quello che ci ha raccontato il Pappa… non ci posso credere”. Lei ti ha proprio nella testa, Gianni. E non le hai detto niente… Vorrei avere un po’ del tuo fascino, cazzo!»
Abbassai lo sguardo, sorridendo stanco.
«Ma dai, Ale… è colpa delle male lingue. Mica sono come mi descrivono. Sì, ho avuto alcune relazioni turbolente… Livia, Sonia… e poi sono stato con un’ex puttana, Marika, e lo sai… ma guarda che sono tutte dicerie.»
Dall’altra parte del telefono ci fu un silenzio carico.
Poi Alessandro mormorò, quasi tra sé:
«Dicerie o no… ieri sera, mentre mi succhiava, aveva gli occhi chiusi e sorrideva strana. E io sapevo a chi stava pensando.»

Alessandro non mollò.
«Poi… Gianni, domenica non mancare. Dai, ci tengo. E sono sicuro che anche Maria ci tiene.»
Fece una pausa lunga, poi la voce gli uscì più bassa, quasi confessa.
«Guarda, te lo dico onestamente… se proprio deve trovare uno che la scopi, voglio che sia tu. Io sarò cornuto, ma almeno lei non mi lascia. E tu… lo so che non me la porteresti via.»
Restai zitto un attimo, colpito dalla franchezza brutale.
«Ale, ma che dici! Dai, risolvi i tuoi piccoli problemi del cazzo… e poi su, non devo dirtelo io… L’uomo non è mai finito. Se non c’è il cazzo c’è la lingua e il dito!»
Dall’altra parte del telefono Alessandro scoppiò a ridere, una risata genuina e un po’ vergognosa.
«Con il dito… beh, lo faccio spesso. Ma con la lingua no. Mi fa schifo!»
Alzai gli occhi al cielo, anche se lui non poteva vedermi.
«Oddio, Ale… non hai mai leccato la sua figa? Non ci posso credere!»
«Non riesco. Da giovani ho provato, ma ti giuro… non mi piace!»
«Ale! Ma sono le basi! Devi vincere la sensazione e leccarla!»
Lui rise ancora, più forte.
«…Leccagliela tu! Hahaha!»
Il discorso e la complicità con Alessandro stavano prendendo risvolti che mai avrei supposto solo quarantott’ore prima. Tra i bancali del magazzino eravamo partiti da un problema di erezione e da una pastiglia di Cialis. Adesso lui mi stava praticamente offrendo la moglie, e io… io non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di Maria stravaccata sulla poltrona dell’ufficio, con la bottiglia scaldata e lo schermo del pc acceso sui miei racconti.
Restai in silenzio qualche secondo di troppo.
Poi, con voce più bassa, dissi solo:
«Domenica… ci penso. Ma Ale… stai attento a quello che dici. Perché io potrei prenderti sul serio.»

Alessandro ora minimizzava, la voce tornata più leggera.
«Stavo solo scherzando… però ti assicuro che di te mi fido. So che sei uno riservato in certe cose, le tieni per te e non come il Pappa o Arturo che sparlano ovunque. Mi raccomando… ti aspetto domenica.»
Gli promisi che ci sarei stato. Andavo da solo: la mia “amica” del momento era sposata e la domenica per lei era impossibile.
Così, domenica mattina, scesi in cantina a prendere una bottiglia di quello buono — un Bonarda riserva che tenevo da parte da un paio d’anni — e partii verso le colline piacentine.
La casa di Alessandro e Maria era un ex convento, un casale completamente ristrutturato, adagiato a mezza costa con una vista ampia sulle colline ondulate. La facciata in pietra chiara e mattoni a vista era stata riportata allo splendore originale, con finestre ad arco e scuri di legno. Davanti alla casa si apriva un lungo portico ad archi, sostenuto da colonne di pietra, dove in estate si mangiava all’ombra. Il pavimento del portico era in cotto antico, fresco anche nelle giornate più calde.
Davanti si stendeva un bel giardino ombreggiato, con grandi alberi di tiglio e qualche quercia che filtrava la luce del sole. L’erba era curata, intervallata da aiuole di lavanda e rose antiche. Più in fondo, oltre il prato, si intravedeva l’orto e, ancora oltre, i vigneti che scendevano dolcemente verso la valle.
Lasciai la macchina sul piazzale di ghiaia e presi la bottiglia. L’aria odorava di erba tagliata e di legna già accesa nel braciere. Dal portico arrivò la voce di Maria.
«Gianni! Sei arrivato!»
Uscì da sotto gli archi. Indossava un vestito leggero, color crema, che le cadeva morbido sui fianchi e si fermava poco sopra il ginocchio. I soliti collant sottili, le gambe lunghe, i capelli sciolti sulle spalle. Sorrise con quegli occhi azzurri che, alla luce del mattino, sembravano ancora più chiari.
Dietro di lei, Alessandro alzò una mano in segno di saluto, già con il grembiule da griglia e le pinze in mano.
«Alla fine sei venuto», disse, sorridendo. «Entra, entra… la carne sta per andare sulla brace.»

Sotto il portico ad archi c’era già un gruppo di circa una quindicina di persone, tutte in coppia. Ero l’unico senza compagna.
Tra gli uomini, impossibile non notarlo, c’era il famoso Pappa: piccolo, grasso, della mia età, con quelle mani sudaticce che mi strinse lasciandomi una sensazione sgradevole sul palmo.
«Ciao Gianni! Cavoli, sono due anni che non ci si vede… ma dove hai lasciato le tue donne? Speravo di vederti accompagnato con una bella figa… come al solito.»
Alzai le spalle, cercando di sdrammatizzare.
«Ma dai, che donne… io faccio una vita monacale.»
Pappa scoppiò in una risata sguaiata e si rivolse agli altri con un gesto ampio.
«Ragazzi, occhio alle mogli che questo signore è solo e… si sa che non è un santo!»
Tutti risero. Le signore alzarono gli occhi a guardarmi, alcune con curiosità, altre con un sorrisetto allusivo.
Maria, che mi stava accanto, intervenne subito con tono giocoso ma deciso, allungando una mano sul mio braccio:
«E no, signore… questo è mio, oggi!»
Alessandro, dalla zona della griglia, mi guardò e sorrise. Un sorriso lento, carico di tutto quello che ci eravamo detti al telefono due giorni prima.
Ero l’unico single in mezzo a tutte quelle coppie, e in quel momento lo sentivo sulla pelle.

Presi la bottiglia e la porsi a Maria.
«Tieni, padrona di casa.»
Lei sorrise e mi fece cenno di seguirla.
«Vieni con me che mi aiuti ad aprirla.»
Entrammo in casa. La cucina era ampia, luminosa, con travi a vista e un grande tavolo in legno massello. Maria prese un cavatappi dal cassetto e me lo porse. Io aprii la bottiglia con calma, mentre lei mi guardava dritto negli occhi. Oddio, mi sentivo sotto osservazione.
Quando il tappo uscì con un lieve pop, lei abbassò appena la voce.
«Gianni… senti, poi vorrei parlare un po’ con te. Ho saputo una cosa che mi ha lasciato senza fiato.»
Alzai un sopracciglio, fingendo sorpresa.
«Ma cosa, Maria?»
Lei scosse leggermente la testa, gli occhi azzurri ancora fissi nei miei.
«No… dopo pranzo. Ti porto a vedere il giardino e voglio che mi togli una curiosità.»
Annuii, un po’ basito, e feci finta di nulla, lasciando cadere il discorso. Uscii di nuovo sotto il portico con la bottiglia aperta e andai a sedermi al mio posto.
A tavola ero proprio a fianco di quel laido personaggio del Pappa. Dall’altro lato, invece, c’era una bella signora bionda, moglie di un imprenditore piacentino abbastanza noto. Aveva un seno generoso, chiaramente rifatto, messo in gran mostra da una scollatura audace, e era tutta esageratamente, vistosamente ingioiellata: orecchini, collana, bracciali e anelli che brillavano a ogni movimento. Mi lanciò un sorriso di circostanza quando mi sedetti, mentre Pappa mi dava già di gomito con quell’aria da vecchio porco compiaciuto.

La signora si presentò con un sorriso ampio.
«Laura», disse, porgendomi la mano. «E questo è mio marito.»
L’uomo mi strinse la mano con forza, sorridendo e mostrando una fila di denti porcellanati, troppo bianchi e perfetti per essere veri. Il contrasto con il resto del viso, un po’ rovinato dal sole e dall’età, mi fece sorridere di nascosto.
Il pranzo dell’allegra compagnia partì subito con il solito tripudio di antipasti piacentini: coppa, pancetta, salame fresco, gnocco fritto ancora caldo, e poi torta fritta, formaggi di fossa e un’insalata di pomodori dell’orto. Il vino scorreva liberamente, rosso e generoso, e le risate si alzavano già dopo il secondo bicchiere.
Pappa, alla mia sinistra, non perdeva occasione per dare di gomito e fare battute pesanti, mentre Laura, alla mia destra, ogni tanto mi lanciava occhiate di lato, giocando con il bordo del bicchiere. Maria, seduta più in là, mi guardava di tanto in tanto con quell’aria serena e un po’ misteriosa, come se stesse solo aspettando il momento giusto per portarmi nel giardino e farmi quella domanda che mi aveva lasciato basito.

Alessandro serviva la carne grigliata come un ragazzino felice, andando avanti e indietro tra la brace e il tavolo, mostrando con orgoglio quanto era bravo a cuocere le costine e le bistecche al punto giusto. Ogni volta che posava un piatto fumante, riceveva applausi e battute di circostanza.
Pappa, invece, non stava zitto un momento. Si chinò verso di me, con quella voce bassa e sguaiata che sapeva di vino e di cattiveria, e mi sussurrò all’orecchio rivolto anche alla mia vicina di posto:
«Quella lì è una vacca… lui ha più corna di cento buoi. Fattela, lo so che a te piacciono le donne così… troie.»
Poi, come se non bastasse, mi punzecchiò di gomito da vero bastardo e aggiunse, ancora più basso:
«E come sta la Marika? Ma lo sai che ci sono stato anch’io da lei quando faceva il mestiere?»
Cazzo, quanto era stronzo e bastardo.
Sentii il sangue salirmi alla testa. Laura, alla mia destra, aveva chiaramente sentito almeno una parte di quella frase: abbassò lo sguardo sul piatto e strinse le labbra, mentre il marito dai denti porcellanati rideva di qualcosa con il vicino di fronte, completamente all’oscuro. Maria, più in là, mi lanciò un’occhiata interrogativa, come se avesse colto il tono ma non le parole.
Io mi limitai a guardare Pappa con un mezzo sorriso gelido e gli risposi a voce altrettanto bassa:
«Pappa… ogni tanto prova a tenere la lingua a posto. Fa più figura!»
Lui rise di nuovo, soddisfatto di aver lanciato la sua freccia, e si versò un altro bicchiere. Io invece afferrai il mio e bevvi un sorso lungo, cercando di non pensare a Marika, a quello che aveva appena detto, e a quanto fosse facile, in certe compagnie, ritrovarsi di nuovo nel fango.

«Va be’…» pensai. «Lascia perdere, Gianni.»
Guardai la moglie del Pappa. Era una piccoletta mora, bella in viso, ma molto in carne, con un seno così abbondante che quasi sembrava voler uscire dal vestito scollato. Rideva sguaiata, parlottando col vicino di posto, e io pensai: cazzo, questo mi sa che ha proprio la moglie giusta, di donne ormi me ne intendo… chissà quante corna gli fa la morettina.
Se non ricordavo male si chiamava Sara.
Sorrisi fra me e me. Parla, parla e sparla… e poi la mogliettina si fa fottere da chissà quanti.
Trovai l’occasione. Mentre il Pappa era chino a mordicchiare una costina, alzai leggermente il bicchiere in segno di brindisi verso di lei. Sara era già girata dalla mia parte. Le sorrisi, solo per saggiare la risposta.
Non mi deluse.
Mi restituì un sorriso invitante, prese il bicchiere e se lo portò sensualmente alla bocca. Il modo in cui bevve — labbra socchiuse, sguardo che non si staccava dal mio — era un invito chiaro.
Pensai che chissà cosa doveva averle raccontato il marito su di me. Infatti, da quel momento, visto il mio interesse, gli sguardi tra noi aumentarono. Si capiva che quello che il Pappa le aveva detto, unito alla sua voglia di femmina facile, le aveva già smosso i desideri lì in basso, tra le cosce.

Il Pappa, saziata finalmente la fame, si alzò e cominciò a fare il giro dei commensali, andando a parlottare a destra e a manca. La sua sedia rimase vuota.
Allora intensificai gli sguardi verso Sara. Abbassai appena la voce e le dissi, senza giri di parole:
«Sei una donna molto avvenente. Il Pappa è fortunato ad avere una mogliettina così sensuale.»
Lei non si scompose. Anzi, fu ancora più esplicita.
«Ma grazie! Ma lui mi trascura… mi lascia sempre sola.»
Da quel momento il tono tra noi diventò più intimo. Sara si alzò e venne a sedersi sulla sedia libera del marito, proprio accanto a me. Le ginocchia quasi si toccavano sotto il tavolo. Continuammo a parlare a voce bassa, con sorrisi e occhiate che non lasciavano spazio a dubbi.
Quando arrivarono i dolci, Maria li stava servendo di persona, passando da un ospite all’altro con il vassoio. Quando giunse vicino a noi e ci vide così ravvicinati a scherzare, si fermò un attimo. Guardò Sara, poi me, e con un sorriso che non arrivava del tutto agli occhi disse:
«E no, Sara… Gianni non è per te.»
Poi, rivolta direttamente a me, aggiunse con tono un po’ secco:
«Gianni oggi è mio.»
Sembrava quasi gelosa.
Sara rise di gusto e rispose subito:
«Maria, ma dai… lui si sa che è di tutte!»
E rise di nuovo, lanciandomi un’occhiata complice mentre Maria, senza aggiungere altro, proseguiva a servire i dolci con un’espressione improvvisamente più chiusa.

La gamba di Sara presto aderì alla mia. Non fu un contatto accidentale: lo sentii chiaro, caldo, deliberato.
Allora ne approfittai. Premetti il ginocchio contro il suo, piano ma con decisione. Cazzo, volevo proprio farmi la moglie del Pappa, quello stronzo del cazzo. Avevo voglia di vendicarmi per le battute su Marika. Il pensiero che lui fosse stato un suo cliente… immaginare Marika che gli succhiava il cazzo e si faceva fottere da quel porco mi stava facendo girare la testa. Ma era chiaro: innamorarsi di una puttana doveva portare a queste cose.
Insistei con la gamba. Più premevo, più lei premeva. La cosa ormai aveva preso una direzione inequivocabile.
Allora osai di più.
Feci scendere la mano sotto il tavolo e le strinsi una coscia. Era morbida, burrosa, calda. La pelle sotto il tessuto leggero del vestito sembrava invitare ad andare oltre….
Sara mi guardò. Negli occhi c’era fame e trasporto. Fece uscire dolcemente la lingua e se la passò sulle labbra, lenta, consapevole.
La tipa aveva una voglia matta.

Allora lasciai scorrere la mano più su, tra le cosce.
Sara si aprì immediatamente. Lì, di fronte a tutti seppur nascosta dalla tovaglia, si vedeva la sua voglia crescere. Non parlava. Si godeva il contatto in silenzio, gli occhi socchiusi, il respiro che si faceva più corto.
Le mie dita raggiunsero sfrontate le mutandine. Le scostai di lato e toccai le sue grandi labbra. Erano già umide, calde, gonfie.
Lei era in estasi. Si lasciava fare, allargando ancora di più le gambe sotto il tavolo. Quando con un dito scivolai un poco tra le sue grandi labbra, sentendo il calore e l’umido, mi guardò. Socchiuse la bocca, le labbra dischiuse, lo sguardo perso.
Aveva una fame pazzesca. Voglia di cazzo.

Poi il marito ritornò.
Si sedette al posto della moglie, quello che lei aveva lasciato libero per venire accanto a me, e riprese immediatamente a fare battute su un conoscente comune, un allevatore. Con la solita voce sguaiata e compiaciuta raccontava cose sporche sulla moglie di quest’ultimo: che si faceva fottere nella stalla dai lavoratori indiani del marito, che si faceva sbattere da due o tre per volta… «Alla faccia del cornuto!» rideva, soddisfatto della propria cattiveria.
Io, intanto, non avevo tolto la mano.
Continuavo a toccarle la figa sotto il tavolo. Sara, ormai partita, faceva finta di ridere alle battute del marito cornuto. Rideva con la bocca, ma le gambe restavano aperte e il bacino si muoveva quasi impercettibilmente incontro alle mie dita. Era bagnata, calda, e ogni tanto stringeva le cosce intorno alla mia mano come per non farmela allontanare.
Il Pappa parlava, gesticolava, si versava altro vino, completamente all’oscuro di cosa stesse succedendo a meno di mezzo metro da lui, sotto la tovaglia.
Sara mi lanciò un’occhiata di lato, gli occhi velati di piacere, e morse leggermente il labbro inferiore. Non diceva una parola. Si limitava a godersi le dita che le accarezzavano le labbra gonfie mentre il marito raccontava di cornificazioni altrui, senza sapere di essere lui, in quel preciso momento, il più cornuto di tutti i presenti.

La cosa mi faceva scompisciare. Hahaha. Ma tutto sommato la morettina mi piaceva: la sua figa gonfia ormai era un lago.
Lei si chinò appena verso di me e mi sussurrò all’orecchio:
«Gianni… dammi il tuo numero. Voglio vederti nei prossimi giorni.»
Io le chiesi il suo per fare prima. Davanti a lei lo composi e feci uno squillo. Così fu più semplice. Il cellulare sul tavolo si illuminò e vibrò. Sara sorrise felice.
Poi, ancora più bassa, mi disse:
«Gianni… cazzo, ti voglio.»
Le risposi senza esitazione:
«Vai in bagno. Ti raggiungo.»
Lei non aspettò un attimo. Si alzò e chiese a Maria dove fosse il bagno. Maria le indicò la direzione: era nell’ex stalla ristrutturata, poco più avanti del portico.
Aspettai qualche istante, feci finta di niente, poi mi alzai anch’io. Feci il giro della casa per non dare nell’occhio. Sapevo benissimo dov’era il bagno: il progetto di ristrutturazione era stato il mio. Hahaha.
La raggiunsi. Busso piano. Lei mi aprì subito.
Che fame che aveva.
Mi si buttò letteralmente addosso. La girai di schiena contro il muro, la baciai con forza e le infilai di nuovo la mano nelle mutandine. Sara non aspettava altro: aprì le gambe, gemette basso contro la mia bocca e spinse il bacino incontro alle mie dita, già frettolosa, già persa.

«Oddio… cosa sto facendo…» mormorava Sara, la voce rotta, mentre le mie dita erano già dentro la sua figa.
Vibrava come una ragazzina in calore. La stringevo forte, le palpavamo le tettone morbide e pesanti. Con una mano le tirai fuori un seno dalla scollatura e le appiccicai le labbra al suo enorme capezzolo, succhiandolo con avidità.
Sara trasalì, gettò la testa all’indietro e gemette più forte:
«Siii… porco, sei un maiale del cazzo… siii… ti voglio… scopami!»

La girai di schiena e la spinsi verso il wc. Sara non perse tempo: sollevò un piede e lo appoggiò sul bordo del water, offrendosi già un po piegata, la schiena inarcata, il culo grosso e morbido che mi veniva incontro.
Tirai giù la cerniera e liberai il cazzo. Mi scoppiava, duro come non lo sentivo da giorni. Glielo strofinai un attimo sulle labbra già gonfie e bagnate, poi spinsi dentro d’un colpo solo.
«Ahhh… cazzo…» gemette lei, mordendosi subito la mano per non farsi sentire.
La scopai così, nel cesso dell’ex stalla, con movimenti profondi. Pochi minuti, ma intensi. Sara prendeva il mio cazzo come una pazza, spingendosi indietro a ogni spinta, la figa calda e stretta che mi succhiava. Aveva una voglia bestiale. Forse i discorsi su di me, i racconti della mia storia con Marika che sicuramente il marito le aveva rifilato, avevano fatto il resto. Si era montata la testa da sola e adesso si faceva fottere come una troia in calore.
Le afferrai i fianchi carnosi e accelerai. Lei continuava a mordersi la mano, gli occhi chiusi, il seno che ballava fuori dalla scollatura a ogni colpo. Sentivo i suoi muscoli contrarsi intorno al mio cazzo.
Venne per prima, con un gemito soffocato e un brivido lungo che le scosse le cosce. Io, un po’ in astinenza, non ci misi molto di più. Spinsi fino in fondo e le sborrai in figa, quattro schizzi corposi, mentre lei si premeva ancora di più contro di me per prendere tutto e la mia mano che le strizzava la tetta forte.
Restammo così qualche secondo, ansimanti, il mio cazzo ancora dentro di lei che pulsava. Fuori si sentivano le risate e le voci della grigliata.

Poi Sara si rimise a posto le mutandine, ancora umide e un po’ scostate, e si abbassò frettolosamente la gonna. Mi guardò un attimo, gli occhi ancora velati, e mi baciò forte, con la lingua, come se non volesse staccarsi.
«Ti voglio, Gianni», sussurrò contro la mia bocca. «Nei prossimi giorni vieni da me… al mattino, o dove vuoi tu. Ti voglio. Oh Gianni… com’è stato intenso… siiii porco!»
Si sistemò in fretta i capelli e la scollatura.
«Ora devo andare, altrimenti pensano male.»
Uscì di corsa dal bagno, chiudendo la porta dietro di sé. La sua figa colava ancora di me: lo sapevo, lo sentivo. Mentre lei tornava verso il portico, io restai un momento fermo, appoggiato al muro, con un sorriso soddisfatto che non riuscivo a togliermi dalla faccia.
L’immagine era nitida: la moglie del Pappa che tornava a sedersi accanto a quel laido personaggio, con la figa ancora piena della mia sborra, le cosce umide, il respiro forse ancora un po’ corto… e lui lì, a fare le sue battute sporche senza sapere un cazzo.
Mmm. Che soddisfazione.

La moglie bella farcita dello stronzo. Perfetto!
Ma quando aprii la porta del bagno trovai Maria lì fuori, ferma, che mi guardava.
Era visibilmente incazzata. Gli occhi azzurri non erano più dolci: erano duri, stretti.
«Gianni… ma che cazzo!»
La voce era bassa, ma tagliente.
«Possibile che appena vedi una troia te la devi scopare? Sei uno stronzo!»
Restai zitto un attimo, colto in flagrante, ancora con l’odore di Sara addosso e il sapore della sveltina in bocca. Abbassai lo sguardo, davvero dispiaciuto.
«Scusa, Maria… è successo tutto in così poco… Sì, sono uno stronzo.»
Lei non rispose. Si girò di scatto, alzò una mano come per mandarmi affanculo e se ne andò a passi svelti verso il portico, la gonna che le sbatteva sulle gambe, i capelli che ondeggiavano sulle spalle.
La guardai allontanarsi, e per la prima volta da quando ero arrivato sentii un peso vero sullo stomaco. Non era solo l’imbarazzo di essere stato scoperto. Era il fatto che proprio lei — Maria — mi aveva guardato in quel modo.

Il pranzo proseguì senza scossoni evidenti. Ogni tanto Sara mi lanciava un sorriso complice, o mimava un bacio di nascosto con le labbra. Io restavo un po’ assente. Maria mi guardava torva, gli occhi ancora carichi di rabbia. Alessandro continuava a bere: gli piaceva l’allegra compagnia, ormai tutti un po’ alticci, che ridevano forte e raccontavano aneddoti sempre più scurrili.
Piano piano i commensali si alzarono, si sgranchirono le gambe. Maria cominciò ad accompagnarli a fare il giro del giardino, mostrando orgogliosa i suoi fiori e le sue piante. Si formarono i soliti gruppetti con il calice di malvasia dolce in mano. Io rimasi seduto al mio posto e mi misi a parlare di lavoro con un collega, lasciando scorrere il tempo.
Poi Maria tornò verso di me. Si fermò accanto alla sedia e disse, con tono controllato:
«Gianni, accompagnami. Mi dai un tuo parere su un lavoretto che vorrei fare.»
Ci allontanammo dal gruppo. Quando raggiungemmo un punto meno in vista, dietro un filare di rose antiche, lei si voltò di scatto e mi guardò.
«Gianni… hai rovinato tutto. Dovevo immaginarlo che sei così… ma non pensavo che fossi veramente così stronzo!»
Abbassai lo sguardo, a disagio.
«Ma perché, Maria… Sai, il Pappa è stato troppo stronzo! Ha fatto battute sporche sulla mia ex… Marika. Dai, lo sai anche tu che lei faceva la… puttana. E allora ho visto sua moglie così disponibile e me la sono scopata. È stata una stupida vendetta, lo so. Perdonami se l’ho fatto a casa tua… scusami, ti prego, guarda me ne vado… perdonami, lo so che voi non meritate questo.»
Lei scosse la testa, gli occhi già lucidi.
«No. Non ti scuso. Stronzo. Ma sei anche cretino! Non hai capito che mi piaci? Che ho un debole per te? Che scemo che sei! Cazzo, a scopare con quella vacca… qui!»
Si mise a piangere. Non di quelle scene teatrali: lacrime vere, silenziose, che le scendevano sulle guance mentre cercava di non farsi sentire dal resto della compagnia.
«Ma Maria… io sono amico di Ale. Ci conosciamo da una vita!»
Lei alzò lo sguardo, gli occhi azzurri pieni di rabbia e di delusione.
«Cazzo, Gianni, sei un imbecille. Hai scopato con quella vacca e io ti volevo per me. Da quando ho letto i tuoi racconti… e ho saputo dalla moglie di Arturo che eri tu dietro quello pseudonimo… oddio, mi era venuto un colpo. Non sai quanto ti ho pensato, sognato di averti un po’ per me… Cretino. Hai rovinato tutto il mio sogno per una troietta brutta e grassa.»
Restammo lì, nascosti tra le rose, con le voci lontane della grigliata che arrivavano ovattate. Maria si asciugò in fretta le guance con il dorso della mano, ma il labbro le tremava ancora. Io non sapevo cosa dire. Il peso di quello che aveva appena confessato mi era caduto addosso come un sasso.

D’istinto l’abbracciai.
Non per altro: solo perché mi sentivo in colpa ad averle rovinato i sogni. Sogni che, in fondo, avrei voluto restassero tali. Non volevo tradire Alessandro.
Maria, dopo un attimo di rigidità, si smollò un poco. Si lasciò andare contro di me, appoggiando la fronte alla mia spalla. Sentivo il suo respiro ancora irregolare, il profumo leggero dei suoi capelli, il calore del suo corpo contro il mio.
Le parlai piano, con la voce bassa vicino all’orecchio.
«Perdonami. Non volevo, Maria. Ma ti stimo troppo… ti ammiro. Come potrei approfittare di te e di Ale? Cazzo, sono un porco, è vero… ma ho dei sentimenti che vengono prima di tutto. Vi voglio bene.»
Lei non rispose subito. Restò così, appoggiata a me, le braccia che piano piano mi cingevano la vita. Il pianto si era fermato, ma il respiro era ancora corto. Tra le rose, lontani dagli altri, restammo abbracciati in silenzio, mentre dal portico arrivavano ancora le risate e le voci di una grigliata che sembrava appartenere a un altro mondo.

Quell’abbraccio d’amicizia ruppe la tensione.
Maria alzò lentamente lo sguardo verso di me, ancora vicina, gli occhi umidi ma ormai più calmi.
«Ma davvero, Gianni… hai fatto quelle cose con Livia… con Marika… con Sonia…? E davvero hai portato Livia da “Edo”, che so che è… xxx?»
Annuii, senza nascondermi.
«Sì. Molto di quello che ho scritto è successo. Magari meno intenso, e con più tempo… ma sì. Sono un porco. E mi piacciono certe situazioni.»
Lei abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò, la voce più bassa, quasi vergognosa.
«Sai… con Ale non è più come un tempo. Insomma… non gli tira più. E allora mi sono rifugiata prima a vedere filmati su internet… ma poi ho trovato più consolazione nel leggere. E ti confesso che mi masturbo come una pazza certe volte. Quando ho saputo dalla moglie di zzz che l’ha saputo dal marito tramite il Pappa, che eri tu a scrivere… oddio, mi sei diventato come un’ossessione. Come avrei voluto essere io la protagonista di quelle cose… con te lì con me. Lo so che sono una vecchia pazza a pensare, a immaginare questo… ma ti ho pensato così intensamente che sei parte di me. Lo so che mi rispetti e che rispetti Ale, e lui non si merita di certo questo… ma almeno concedimi di sognare. Oddio, cosa sto dicendo… non ragiono più. Tu sei uno stronzo porco e mi fai sentire così porca anche me!»
Restammo fermi, ancora vicini tra le rose. Il vento leggero muoveva i suoi capelli e portava fino a noi l’odore della brace. Maria mi guardava aspettando una reazione, il viso scoperto, fragile e desideroso allo stesso tempo. Io sentivo il peso di ogni sua parola, e il pericolo di quello che stava nascendo tra noi in quel giardino.

Restai in totale imbarazzo. Non sapevo che dire. Le parole di Maria mi avevano colpito più di quanto volessi ammettere. Lei era lì, a pochi centimetri, gli occhi azzurri ancora umidi, le labbra leggermente dischiuse, il respiro corto. Mi stava offrendo tutto quello che per settimane aveva tenuto nascosto: la frustrazione, l’ossessione, il desiderio.
La guardai a lungo. Poi, senza decidere davvero, alzai una mano e le accarezzai piano la guancia, asciugandole con il pollice l’ultima traccia di lacrima.
«Maria…» mormorai.
Lei non si mosse. Anzi, inclinò appena il viso contro la mia mano, chiudendo gli occhi per un attimo.
Fu in quel secondo di debolezza che la distanza tra noi si annullò.
La baciai.
Non fu un bacio aggressivo, né uno di quelli furiosi che avevo dato a Sara poco prima nel bagno. Fu lento, profondo, carico di tutto quello che non doveva succedere. Le sue labbra si aprirono subito sotto le mie, calde, morbide, e un piccolo gemito le uscì dalla gola quando le nostre lingue si trovarono. Maria si premette contro di me, le mani che mi salivano sulla schiena, il seno morbido che si schiacciava sul mio petto.
Il bacio durò più a lungo di quanto avrei dovuto permettere. Quando finalmente ci staccammo, entrambi ansimanti, lei tenne la fronte appoggiata alla mia e sussurrò, quasi senza voce:
«Non fermarti… ti prego. Anche solo un momento. Anche solo questo.»
Io chiusi gli occhi, sentendo il battito del suo cuore contro il mio e, lontano, le risate della grigliata che continuava come se niente fosse.

Maria scosse leggermente la testa, ancora vicina, le labbra ancora umide del bacio.
«Gianni… che stiamo facendo… oddio non resisto.»
Abbassai lo sguardo un attimo, poi la guardai dritto negli occhi, serio.
«Scusami, tu Maria. Non ho saputo resistere. Il tuo fascino, la tua grazia… sei una donna non solo bellissima, ma di un’eleganza che si vede solo nei dipinti di pittori ispirati, negli impressionisti. E non sto adulandoti. È la verità. Tu sei troppo affascinante, troppo eterea, per pensare di diventare una troia perduta nella ninfomania come le donne che ho frequentato io e che ho descritto nei racconti. Tu sei meglio di loro. Un altro livello. Non potrei mai fare certe cose con Te… mai. Ne morirei.»
Lei restò in silenzio, gli occhi azzurri che mi cercavano in profondità. Una nuova lacrima le scese lenta lungo la guancia, ma questa volta non era di rabbia. Era di qualcosa di più confuso, più dolce e più pericoloso.
Mi strinse un po’ di più, le dita che si aggrappavano alla mia camicia.
«E se fossi io a volerlo?» sussurrò. «E se fossi io a voler sentirmi un po' così… solo con te?»

«Maria… e Ale?» dissi, la voce bassa. «Come potrei guardarlo negli occhi, stringergli la mano, sapendo che mi scopo sua moglie?»
Lei alzò lo sguardo, gli occhi azzurri ormai senza lacrime, solo rabbia e desiderio mescolati.
«Sì, ma la moglie del Pappa te la sei montata nel bagno!»
Scossi la testa.
«Ma Maria, il Pappa se lo merita questo e anche di più. » Lei «Se non ci fosse stato lui a sparlare dietro… non avrei mai saputo che eri tu l’impotente che ha scritto quelle cose… porco!»
Lei mi diede un colpetto sul petto con il palmo, non forte, ma carico di frustrazione.
«Cazzo, piantala di vedermi come una reliquia! Sono una donna in carne e ossa… e ora ho la figa che cola, anche se di solito l’ho troppo secca. Porco, ti penso e ti desidero… ma non lo capisci? Sono una donna in carne e ossa, non sono un dipinto! Sono qui di fronte a te, arrabbiata con te che ti sei fottuto due minuti fa quella troia! Porco! Volevo essere io lì in bagno con te a farmi sbattere! Smettila di idealizzarmi!»
Respirava forte. Continuò, più bassa ma ancora più intensa:
«E per mio marito… mica voglio lasciarlo. Ho solo voglia di vivere un po’ anch’io, di provare, godere. Io a lui voglio bene. Con lui non l’ho mai tradito, mai! Gli ho fatto tre splendidi figli. Ora ho voglia anche di me… di provare certe pulsioni, certe cose. Pensa Lui non mi ha mai leccato la figa, mai! Cazzo, quando leggevo che tu leccavi la figa delle tue donne dopo che avevano scopato con tutti quegli uomini… e che tu le avevi offerte a loro… oddio, impazzivo. Voglio che mi lecchi, che mi scopi, che fai almeno l’uno percento di quello che hai scritto… con me, per me!»
Restò lì, ansimante, gli occhi fissi nei miei, il petto che saliva e scendeva sotto la blusa. Non c’era più spazio per le belle parole o per l’idealizzazione. Maria mi stava chiedendo, nuda e cruda, di trattarla come una donna di carne… e di dargli almeno una briciola di tutto ciò che aveva letto e desiderato in silenzio.

La baciai.
Questa volta senza rispetto, senza distacco. La mia lingua entrò nella sua bocca con decisione, cercandola, prendendola. Le mani scesero sulle sue chiappe, le afferrai con forza e la tirai contro di me, facendole sentire quanto ero duro. Maria non si tirò indietro: mi abbracciò al collo, mi baciò ancora più forte, con una fame che non nascondeva più. Il suo seno si schiacciava contro il mio petto, quelle mammelle morbide e corpose che sembravano volermi avvolgere l’anima.
Gemette basso nella mia bocca mentre le dita le stringevano il culo, e per un momento, tra le rose del giardino, non esistette più nessuno: né Alessandro, né il Pappa, né Sara, né la grigliata. Solo lei, il suo corpo caldo contro il mio, e quel bacio che sapeva di tutto ciò che non avremmo dovuto fare.

Poi ci accorgemmo che stava avvicinandosi qualcuno.
Maria si irrigidì di colpo, si allontanò da me di un passo e, con naturalezza quasi perfetta, cominciò a farmi da guida tra le rose. Elencava i nomi come se niente fosse successo: quella profumata, quella dal colore vermiglio, quella antica che fioriva solo a maggio…
Un gruppetto di ospiti, ridacchiando fra di loro, si unì a noi. L’incantesimo del momento svanì con il loro arrivo. Le voci, le battute, i bicchieri alzati riportarono tutto alla superficie della grigliata.
Poco dopo, più in là nel giardino, un gruppo di donne stava parlottando. Tra queste c’era Sara. Appena mi vide, si avvicinò il più possibile. Senza farsi notare dagli altri, passò poco davanti a me e, con la mano nascosta dietro la schiena, venne a toccarmi il cazzo attraverso i pantaloni.
Era ormai sfrontata. Avevo scatenato la sua voglia.
Lei, un po’ cicciottella, che si sentiva brutta anche se il suo bel viso sorridente la faceva apparire così solare e leggiadra… Chissà perché le donne, anche se belle, si sentono sempre inadeguate. Con quei chili in più stava così bene, era così avvenente, morbida. Se fosse stata magra forse non avrebbe fatto così tanto sangue.
Quella mano che mi toccava il cazzo — ancora duro per il bacio con Maria — mi dava un tormento dolce e sporco. Sentiva quanto ero teso e strinse appena le dita, un gesto rapido ma cercato.
Poi dovette allontanarsi: altri uomini stavano arrivando, e tra loro c’era suo marito.
Cazzo. Il pensiero che nelle sue mutande ci fosse ancora il mio sperma… mmm. Come mi piaceva.

Poi tutti in gruppo seguimmo la padrona di casa. Alessandro era con noi e a un certo punto mi si avvicinò, abbassando la voce mentre camminavamo tra le aiuole.
«Dai… la mia Maria è ancora una bella donna. Guarda come il Pappa e gli altri la guardano… A te piace, vero?»
Lo fissai di lato, un po’ incredulo.
«Alessandro… ma sei sicuro di volermela offrire così? Vuoi veramente che io e Maria…»
Lui mi guardò dritto negli occhi, senza sorridere.
«Sì, Gianni. Voglio che te la scopi. Non so spiegarti, ma sì… lo voglio. Sapere che tu ce l’hai, che te la fai… mi eccita. Cazzo, non lasciare che vada con altri, perché prima o poi succederà lo sento. Prendila tu e diventate amanti. Guarda, io non voglio sapere i dettagli… dimmi solo quando fate sesso. Solo non portarmela via. Lei lo so che ha un debole per te. Anche ieri notte me l’ha quasi confessato… non vedeva l’ora di averti qui.»
Fece una piccola pausa, poi abbassò ancora di più la voce, quasi divertito.
«Senti… ma Mauro mi ha detto che tu e Sara… cosa avete combinato in bagno? Con suo marito che faceva il bulletto a tavola? Non dirmi che te la sei montata. Hahaha.»
Alzai le spalle, non nascondendo un mezzo sorriso.
«Beh… a essere sincero, sì. Hahaha. E con soddisfazione. Fare cornuto quel coglione stronzo che mi aveva detto che era un cliente di Marika e che se l’è scopata… Scusami, Ale, ma è stato più forte di me.»
Alessandro scosse la testa, ridendo basso, mentre il gruppo avanzava davanti a noi tra le rose.

Alessandro annuì con convinzione, soddisfatto.
«Hai fatto bene! Gianni, quello è troppo stronzo… e se l’è meritata. Far cornuto proprio lui, con la moglie, lì a pochi metri… è quasi una lezione di vita. Hahaha.»
Si guardò intorno per assicurarsi che nessuno dei vicini potesse sentire, poi abbassò ancora la voce.
«Comunque… quello che ti ho detto su Maria vale. Non sto scherzando. Se lei ti vuole e tu la vuoi… fatelo. Io sto dalla vostra parte. Solo… non farmelo sapere nei dettagli. Dimmi solo “è successo”, e per me basta. Il resto… me lo immagino da solo. E cazzo, già solo a pensarlo mi viene un brivido strano.»
Il gruppo di ospiti si era fermato più avanti, intorno a una fontanella di pietra. Maria stava spiegando qualcosa a un paio di signore, il sole che le illuminava i capelli. Alessandro la guardò un attimo, poi tornò a me.
«Vedila. È ancora meravigliosa. E merita di vivere qualcosa di più di quello che le posso dare io adesso. Se deve essere qualcuno… meglio che sia te.»

Lo guardai serio.
«Ale, guarda che ti prendo in parola… Maria è una donna bellissima, ma non solo nell’aspetto. Mi piace proprio.»
Lui annuì, poi allungò la mano.
«Allora dammi la mano. Però giura che sia solo sesso… e che non me la porti via.»
Mi voltai verso di lui e gli strinsi la mano, fissandolo dritto negli occhi.
«Te lo giuro. Solo sesso. Non te la porto via.»
La stretta durò un secondo più del necessario, quasi a sigillare un patto. In quel momento Maria, che stava parlando con le altre signore vicino alla fontanella, ci vide. Ci guardò mentre ci stringevamo la mano, e sul suo viso apparve un’espressione interrogativa, quasi preoccupata. Abbassò leggermente la testa di lato, come a chiedersi cosa diavolo stessimo combinando noi due, lì in mezzo al giardino.

Poi la compagnia piano piano ritornò verso i tavoli. Maria rallentò il passo per restarmi vicino. Quando fummo un po’ distanti dagli altri, mi guardò dritto e chiese, senza giri di parole:
«Ma che cavolo tu e mio marito vi siete detti? Come mai vi siete stretti la mano?»
Non potei mentire.
«Maria… te lo dico fuori dai denti. Tuo marito si sente molto in colpa di non essere più il giovane che era e di non riuscire a farti godere come meriti. Ci tiene moltissimo a te. E per amore… mi ha chiesto di farti il filo e di diventare il tuo amante. Solo sesso. Di farti felice, almeno così. Non vuole sapere niente di quello che faremo… vuole solo sapere se sarai tra le mie braccia. Oddio, scusa… ma è la verità.»
Maria restò imbarazzatissima. Le guance le si colorarono e per un attimo abbassò lo sguardo. Poi lo rialzò, gli occhi azzurri intensi, e disse a voce bassa:
«Allora… se ho il suo permesso… non c’è più niente che si frapponga fra noi. Gianni… ti prego. Sporcami un po’. Fammi provare qualche brivido. Abbiamo il consenso di Ale…»

Le strinsi il braccio per un attimo, forte.
Maria si voltò verso di me e sorrise, un sorriso piccolo e carico di emozione. Abbassò la voce fino a un sussurro:
«Ale mi ama proprio… è un marito eccezionale. Oddio, Gianni… non so più cosa pensare…»
Io le risposi guardandola dritto negli occhi, senza alzare la voce.
«Maria, non pensiamo più a niente. Nei prossimi giorni vediamoci… ma non a letto. Non corriamo. Voglio stare un po’ solo con te. E guardarci negli occhi.»
Lei annuì lentamente, le dita che ancora stringevano le mie per un secondo prima di lasciarle andare. Davanti a noi il gruppo stava già raggiungendo i tavoli, le risate e le voci che riempivano di nuovo il portico. Ma tra di noi, in quel breve contatto di mani e di sguardi, qualcosa era cambiato per sempre.
Ci demmo appuntamento in un supermercato vicino a Lodi, abbastanza fuori zona per non incontrare qualcuno che ci potesse conoscere.
Quando arrivai lei era già lì, con il carrello in mano, ferma vicino all’ingresso. Indossava un vestito semplice, elegante come sempre, i capelli sciolti e gli occhi azzurri che mi cercarono appena mi vide.
La raggiunsi. Senza dire una parola la presi per la vita e la baciai. Il bacio partì leggero, quasi timido, ma in pochi secondi diventò più intenso, più affamato. Le labbra di Maria si aprirono sotto le mie e per un momento dimenticammo di essere in mezzo alla gente.
Quando ci staccammo, lei ansimava appena e sussurrò:
«Gianni… oddio… ma perché non mi hai portata in un motel? Siamo vecchi per certe cose da morosini…»
Sorrisi, cercando di sdrammatizzare.
«Dai… facciamo un giro per il centro commerciale come marito e moglie qualsiasi, stanchi. Hehehe.»
Lei scosse la testa, ridendo piano.
«Che pirla! Dai, almeno tienimi stretta.»
Si riprese il carrello e io le cinsi il braccio con forza, tirandola contro di me. Camminavamo così, fianco a fianco, premuti.
Maria alzò lo sguardo e sorrise, contenta.
«Ecco… così. Due innamorati. Mi piace.»

Entrammo e andammo a prendere un cono gelato. Ci sedemmo a un tavolino un po’ appartato. I nostri occhi si guardavano con un’intensità diversa, più carica, più scoperta.
Maria, quella stronza, cominciò a leccare il gelato lentamente, con la lingua che girava intorno al cono come se fosse un cazzo. Io mi eccitavo come un ragazzino, e lei lo sapeva.
Poi iniziò con le domande, a voce bassa.
«Senti… leggendo quello che hai scritto… dimmelo, ti prego. È un’immagine fissa nella mente. Ma davvero leccavi la figa di Livia piena della sborra di quegli uomini? Non provavi disgusto? Cazzo… lo sai che mi masturbavo come una pazza leggendolo? Tu non sai cosa sono arrivata a fare…»
La guardai serio.
«Lo so che ti infilavi una bottiglietta d’acqua nella figa. Acqua che prima avevi scaldato nel microonde.»
Maria restò di sasso, gli occhi spalancati.
«Ma come cazzo fai a saperlo?»
Risposi con sincerità.
«Me l’ha detto Ale. Ti ha sorpresa, ma tu non te ne sei accorta. Ti ha visto, non capiva cosa stessi facendo… poi ha visto che hai tirato fuori dalla figa la bottiglietta e l’hai messa sulla scrivania. A quel punto si è palesato, tu ti sei ricomposta e lui ha preso la bottiglietta, ancora tiepida… e lui haa bevuto quell’acqua tiepida….»
Maria portò una mano alla bocca, arrossendo fino al collo.
«Oddio… sììì… è stato cosííí…»
Continuai, più basso.
«Sai, Maria… lui ti ama. Ha capito che hai voglia di fare qualcosa di più forte. Ed è per questo che ti ha offerta a me. Ti giuro, mi ha quasi supplicato di farti fare sesso di darti piacere. Perché lo sa che ormai i tuoi desideri siano troppo forti e lui non ti basta più. Preferisce saperti con me, in complicità, piuttosto che con un qualsiasi Pappa, anche se più bello. Lo sa che mai ti farei del male. Lui ti ama… veramente.»

Maria restò in silenzio per qualche secondo, il cono di gelato fermo a mezz’aria. Le guance erano ancora rosse e gli occhi azzurri lucidi di un’emozione confusa.
Poi abbassò lo sguardo sul tavolino e parlò a voce bassissima, quasi vergognosa.
«Oddio, Gianni… non sapevo che mi avesse vista. Non sapevo che avesse... Mi sento in imbarazzo e… eccitata allo stesso tempo. Non pensavo che lui fosse capace di capire così tanto. Di amarmi fino a questo punto. Fino a offrirmi a te.»
Alzò gli occhi e mi fissò con un’intensità nuova, più nuda.
«Sai… quando leggevo i tuoi racconti immaginavo sempre di essere io al posto di Livia. Di essere io quella che veniva usata, scopata come una puttana, riempita di sborra… e poi tornava da te. Mi sentivo sporca e felice solo a pensarlo. E adesso scopro che lui sapeva, che mi ha vista, e che invece di arrabbiarsi… ti ha chiesto di prendermi. Non so se sia amore o pazzia. Forse tutte e due.»
Fece una pausa, leccò un altro po’ di gelato senza più il gioco di prima, poi aggiunse, quasi sussurrando:
«Io non voglio lasciare Ale. Non voglio distruggere quello che abbiamo costruito in cinquant’anni. Ma… ho bisogno di sentirmi desiderata come una donna, non solo come una brava moglie. E tu… tu mi fai sentire così. Solo a guardarmi.»
Si chinò un po’ in avanti, la voce ancora più bassa.
«Allora… se lui vuole davvero che sia tu… e se tu mi vuoi… non farmi più aspettare troppo, Gianni. Scopami porco! Portarmi subito a letto! Non lasciarmi sola con queste fantasie. Baciami ancora. Toccami. Fammi sentire che è vero.»
Il gelato cominciava a sciogliersi sul cono. Intorno a noi la gente del centro commerciale passava indifferente, ma tra di noi l’aria era diventata densa, carica di tutto ciò che non era più solo un gioco o una promessa.


Per info o commenti: impotente@proton.me

scritto il
2026-08-06
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