La vita di Patty Capitolo 28
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Il giorno successivo partimmo per Londra, non prima di aver salutato le bambine
che restavano dai miei genitori. Arrivammo a Heathrow nel primo pomeriggio e,
poco prima di sera, finalmente eravamo in albergo. C’è poco da dire sulle mete del nostro viaggio che furono banali e prettamente turistiche: la National
Gallery, La Torre, il museo delle cere, il British Museum, il Big Bang e poi
le più importanti vie dello shopping come Oxford Street, Regent Street e Carnaby
Street. Naturalmente, non potevamo tralasciare Notting Hill che mi lasciò molto delusa, e Trafalgar Square, ma i motivi per cui avevo aspettato tanto quel viaggio non erano solo quelli di fare i turisti. Quei motivi erano diversi e portavano tutti al mio nuovo ruolo di moglie dominante.
Come ho detto, una delle cose che avevo scoperto e che mi faceva impazzire era quella di vestire in modo provocante per attirare su di me gli sguardi maschili. Credo che molte donne abbiano nei loro pensieri segreti un desiderio del genere che poi, per tanti e ovvi motivi, rimane un sogno difficile da mettere in pratica. Io, ad esempio, ero costretta nella vita di tutti i giorni, a nascondere questo mio desiderio, osando un po' di più solo nelle rare occasioni in cui io e mio marito uscivamo da soli. L’ultima volta che lo avevamo fatto però, quella sera cioè in cui mi ero messa la mini in renna, avevo oltrepassato quel limite, quella soglia di trasgressione che ogni donna si pone inconsciamente, e avevo deciso che potevo e volevo violare quel limite ulteriormente. Quale migliore occasione di un posto come quello, dove nessuno ci conosceva, per indossare tutte quelle cose che, fino a quel momento, avevo potuto usare soltanto nei miei giochi erotici con Marco? Pertanto avevo fatto mettere da mio marito in valigia anche quegli abitini particolarmente sensuali, oltre naturalmente ai vestiti più comodi, adatti alle tantissime camminate che facevamo sia la mattina che il pomeriggio, quando ci comportavamo come due classici turisti. Se per tutto il giorno passavo quindi quasi del tutto inosservata, indossando jeans e scarpe comode, la sera, quando andavamo a cena mi divertivo a provocare. Spazio quindi alla mini di pelle e alle scarpe col tacco alto, ai vestiti strizzati e alle maglie scollate. Non mi facevo intimidire neanche dal freddo intenso di quell'aprile londinese, quasi quindici gradi in meno rispetto a Roma, andandomene in giro soddisfatta, vanitosa come non ero mai stata, e conscia ormai dell'effetto che facevo sul genere maschile. E la sensazione stratosferica era proprio quella di poterlo fare sotto gli occhi di mio marito, guardando contemporaneamente in faccia la vittima che avevo scelto per fare quel gioco perverso, godendo delle sue reazioni, e provare a capire le sue sensazioni nel momento in cui accavallavo le gambe o facevo dei gesti che provocavano deliberatamente, cercando forse inconsciamente che qualcuno di loro si avvicinasse a me, non per andarci a letto, ma esattamente per fare il contrario e negarmi a lui con aria di superiorità dandogli una risposta del tipo “Mi hai vista bene? Pensi che una come me potrebbe venire con uno come te?”. Non accadde. Probabilmente, vedermi a fianco di un uomo, fece passare la voglia di provarci ai tanti uomini che invece sbavavano nel vedermi vestita in quel modo, e dovetti accontentarmi di sentirmi desiderata. Ma non la ritenevo certo una sconfitta. Sapevo benissimo che se fossi stata da sola, avrei messo in fila il genere maschile per le vie di Londra. In quel momento però, non mi rendevo conto che avrebbe potuto farlo qualunque donna di aspetto gradevole, disinvolta e disinibita al punto giusto, e pensavo di essere unica.
I primi due giorni in Inghilterra trascorsero quindi nella maniera che avevo preventivato. Non rientravamo mai tardissimo, anche perché il bello della serata iniziava al nostro rientro in albergo. Si andava quindi a cena dove, fino a quel momento, avevamo privilegiato dei ristoranti italiani dove si mangiava discretamente, anche se a prezzi esorbitanti, per poi farci una passeggiata nei luoghi in di Londra. Quella sera, la terza appunto del nostro soggiorno, contrariamente a quanto avevamo fatto i giorni precedenti, decisi di tornare in taxi in albergo, anche se questo distava soltanto poco più di un chilometro da dove ci trovavamo. Con i miei tacchi era veramente complicato e molto stancante camminare, e già lo avevo fatto in abbondanza per tutta la giornata. Arrivati in albergo, iniziava appunto il nostro divertimento. Per prima cosa c'era naturalmente la seduzione. Mi avvicinai perciò anche quella sera a mio marito con quel mini abito elasticizzato che fasciava le mie forme in modo che più sensuale non si poteva, e che mi aveva fatto sentire una diva per le strade londinesi fino a poco prima.
"Ti piaccio?" gli dissi, giocando a fare la divina. Può sembrare ripetitivo e
noioso raccontarlo, anche perché le frasi erano sempre le stesse, i gesti erano identici, ma in realtà quelle scene sprigionavano erotismo e sensualità assolutamente unici in una coppia sposata da diversi anni quale eravamo noi. Io sapevo perfettamente quello che lui voleva, e ormai anche Marco sapeva in che modo doveva comportarsi se voleva alla fine avere il piacere di portarsi a letto la sua adorata mogliettina. Lui rispose di sì, ovviamente, e proseguì dicendo che per lui ero la donna più bella del mondo e forse neanche mentiva. Non che lo fossi o che mi ci sentissi realmente, il mio ego sconfinato non arrivava a tale livello, ma sono sicura che per lui fossi veramente il massimo, ben al di là del mio reale aspetto fisico. Proseguimmo per una decina di minuti, durante i quali lo avevo già fatto spogliare per sincerarmi se tutto quello che diceva corrispondesse a verità sotto forma di una decisa erezione, e poi si passava alla seconda fase, che era quella della dimostrazione della mia superiorità fisica. Anche in questo caso si correva il rischio di essere ripetitivi, anche se per noi due che invece vivevamo quella situazione, quello era il momento in cui la nostra eccitazione, già alle stelle per quello che avevamo fatto fino ad allora, raggiungeva i suoi picchi più elevati. Avevo deciso di abbinare alle dimostrazioni di forza anche frasi che lo umiliassero, o comunque che suffragassero la sua impossibilità a difendersi da me, e mi resi conto immediatamente che avevano una valenza anche superiore a quello che mi sarei
immaginata. Quella sera, ad esempio, iniziai a spingerlo sul petto agitando le
mie mani.
"Sto per prenderti a schiaffi, Marco, prova a difenderti se ne sei capace."
"Ma perché, cosa ho fatto?" obiettò lui. Faceva tutto parte di un rituale già preventivato. Sapevamo benissimo che quello che andavamo a fare avrebbe procurato piacere sia me che a lui.
"Perché mi va e tu non puoi impedirmelo", ribattei. In effetti, mi ci volle
molto poco per mettermelo sotto, anche se mio marito mi prese le braccia per impedirmelo. Da quando lo avevo obbligato a difendersi con tutte le sue forze, Marco effettivamente mi impegnava abbastanza, ma come ho detto prima, la differenza tra noi cominciava a essere piuttosto evidente. Mi liberai agevolmente per poi costringerlo, con una presa al collo, a sottomettersi ai miei voleri. Era durato in tutto meno di un minuto. Non poteva urlare in quanto eravamo in albergo a tarda sera, e io stessa ero costretta ad abbassare i toni se non volevo che tutto l’albergo sapesse cosa facevamo io e mio marito in camera, ma comunque il resto, ovvero la violenza con la quale lo trattavo, era più che realistica e lo costrinsi, come al solito, a elemosinare la mia pietà, a dirmi che ero più forte di lui e che io potevo qualunque cosa. Terminai mollandogli due sonori ceffoni, come gli avevo promesso e che, nel caso specifico, gli riaprirono la vecchia ferita al labbro mai del tutto rimarginata. Quando mi capitava di colpirlo con calci o con pugni, non riuscivo mai a mettere tutta la mia potenza, come se nel mio inconscio avessi ancora paura di fargli veramente male, ma quando usavo gli schiaffi era per me come una liberazione, e riuscivo a metterci non solo tutta la mia forza, ma anche tutta la mia cattiveria e tutto il rancore che ancora nutrivo per lui per quei due anni di bugie, con il risultato che spesso i miei schiaffi erano devastanti sul suo volto.
“Allora, Marco, vuoi che continui?” gli dissi ironicamente. Lui scosse la testa, impaurito seriamente.
“No, per carità.”
“Allora, cosa devi dire alla tua padrona?”
“Pietà.”
“Molto bene. Sei fortunato. Stasera mi sento particolarmente buona nei tuoi confronti e smetterò di picchiarti. Per adesso”, conclusi enigmaticamente, lasciandomi la porta aperta nel caso le mie mani ricominciassero a prudere. Come al solito, dopo avergli dimostrato la mia superiorità fisica, sarebbe dovuta arrivare la terza fase, quella più importante per entrambi, quella che ci avrebbe portato a fare sesso. Dapprima lo obbligai a mettersi in ginocchio
e a darmi piacere con la sua lingua. Era un obbligo relativo, che Marco svolgeva con molto piacere, e che io ormai consideravo come un passaggio obbligato e come un piacere irrinunciabile. Sentire la sua lingua sul mio clitoride o all’interno della mia vagina, era solo il primo round. L’orgasmo mi colse infatti ben presto. Un piacere che mi destabilizzò per alcuni istanti. Era assurdo! Ripetevo quella parola ogni volta che io e mio marito facevamo sesso, ma non trovavo altri sinonimi per descrivere l’intensità del mio piacere. Grazie alla dominazione, avevo scoperto un mondo nuovo, soprattutto dal lato sessuale. Ero unica? Oppure esistevano anche altre donne che provavano sulla propria pelle lo stesso piacere così intenso dopo aver dominato un maschio? Domanda difficile e risposta impossibile. Quel che era certo era che quel piacere immenso diventava ancora maggiore dopo aver dato dimostrazione di superiorità fisica, come se averlo battuto e averlo costretto a elemosinare la mia pietà mi regalasse la consapevolezza del fatto che io fossi realmente la sua padrona.
Solo dopo aver provato il piacere orale si poteva passare a fare l'amore, e solo se ne avevo ancora voglia. Praticamente quasi sempre. Quella sera, ad esempio, mi sentivo particolarmente su di giri e, dopo alcuni minuti che mi servirono per riprendermi dall’orgasmo splendido che mi aveva regalato con la sua lingua, ero di nuovo pronta.
"Vieni qui," gli ordinai seccamente. Mio marito docilmente mi obbedì e venne di fronte a me. Lo presi per i polsi e lo sbattei addosso al muro senza
preoccuparmi troppo della sua incolumità, dopodiché proseguii. "Ora lo voglio sentire dentro di me, e voglio sentire il massimo del piacere." Anche il mio linguaggio era cambiato, e lo trattavo come un giocattolo erotico. Perché quello era per me. Un giocattolo che mi serviva per provare piacere. Lo feci quindi sdraiare sul letto e mi posai sopra di lui. Da quando era iniziata la nostra nuova vita, era cambiato anche e soprattutto il nostro modo di fare sesso. A parte la nostra eccitazione, che era aumentata in modo impressionante, erano cambiate persino le nostre posizioni, ed ero io a voler star sopra e muovermi come volevo io. Questo comportava l'effetto che mio marito raggiungeva l'eiaculazione dopo solo pochissimo tempo, anche se sempre e solo dopo il mio consenso. Era talmente eccitato che la sua resistenza, che abitualmente era tutt'altro che scarsa, in quelle occasioni era praticamente ridotta a zero. Lo sapevo perfettamente e non mi arrabbiavo. Anzi, ne ero compiaciuta, in quanto mi dimostrava ulteriormente l'effetto pazzesco che gli facevo, e anche perché sapevo che mi sarebbe bastato molto poco per fargli avere una nuova erezione che sarebbe stata molto più lunga e soddisfacente per me. Così andò anche quella sera. Lui se ne venne dopo pochi secondi. Il tempo di fumarmi una sigaretta, che lui mi accese servilmente, e afferrargli il cazzo ancora non eretto dopo la recente eiaculazione, e guardarlo severamente.
“Ti do pochi minuti per fartelo venire di nuovo duro. Altrimenti ricomincio a dartele. E non mi fermerò. Tanto a te viene dritto se prendi le botte.”
Lo vidi preoccupato. Sapeva che avrei mantenuto la promessa. La veloce scopata di prima non mi aveva certo soddisfatta, e volevo al più presto continuare. Terminata la sigaretta, mi misi sopra di lui e iniziai a baciarlo. Non erano più i baci di una volta, dolci e teneri, ma baci che denotavano il mio possesso nei suoi confronti. Come era prevedibile, non poteva resistermi, e sentii presto il suo cazzo gonfiarsi, fino a raggiungere la dimensione massima. Soddisfatta, mi impalai su di lui. Mio marito non esisteva più. Sotto di me avevo uno schiavo che doveva soltanto darmi piacere. Il fatto che quello schiavo continuasse a piacermi fisicamente era comunque positivo. Altrettanto positiva era la capacità di Marco. Dopo il mio primo orgasmo, il secondo calcolando anche quello che mi aveva regalato la sua lingua, mi alzai da sopra di lui. Ma non intendevo certo smettere di scoparmelo. Mi alzai e andai di fronte alla grande specchiera che si trovava nella camera, e gli ordinai di venire vicino a me. Misi le mie mani sullo specchio, chinandomi leggermente, invogliandolo a prendermi da dietro. No, non il culo. Lì ero ancora vergine. Lo volevo dentro la mia fica in quella posizione, mentre osservavo allo specchio. Una posizione solo apparentemente scomoda, ma che invece mi fece quasi impazzire, regalandomi altri orgasmi, fino al momento in cui lui era ormai impossibilitato a resistere.
Tornai a sdraiarmi sul letto, soddisfatta e felice. Mi stavo rendendo conto che la fissazione di mio marito mi aveva portato solo che benefici In tutti i sensi. Ero enormemente più sicura di me stessa, anzi, forse lo ero diventata anche troppo, avevo scoperto l'ebbrezza di fare sesso in un modo che mi dava delle soddisfazioni incredibili, e infine ero diventata assolutamente padrona di fare tutto quello che volevo e soprattutto di farglielo fare a mio marito.
“Ora accendimi una sigaretta e poi massaggiami i piedi", gli ordinai infatti,
dopo qualche secondo di pausa. Marco scattò immediatamente al mio ordine. Mentre fumavo completamente rilassata, sentivo le sue dita sui miei piedi e sentivo quasi le palpebre che mi si stavano chiudendo, tanto che dovetti spegnere la sigaretta a metà per paura di addormentarmi. Si, era quella la vita che desideravo. Un uomo ai miei piedi, pronto a fare qualunque cosa per me, dare ordini, essere ammirata e desiderata. Era meraviglioso. Prima di addormentarmi gli ordinai di sistemare le mie cose che avevo sparso per la camera d'albergo: il vestito, le scarpe, le calze e l'intimo. Quando terminò gli ordinai di prepararmi anche l'abbigliamento che avrei indossato la mattina seguente.
"Preparami gli stivali neri con il tacco basso, un jeans, quello a tubino con gli strass sulle tasche, il maglioncino a lupetto grigio perla e un coordinato intimo pulito."
Marco, ancora una volta, non si fece ripetere l'ordine, ma dopo alcuni secondi me lo ritrovai a fianco al letto con gli occhi bassi.
"Amore, non trovo il maglioncino. Forse non mi hai chiesto di metterlo nella
valigia. Anzi, sono sicuro di non avercelo messo. Vuoi che ti prepari qualche
altra cosa?"
Scattai in piedi prendendolo per un braccio e portandolo davanti all'armadio. Il sonno mi era completamente passato.
"Cosa significa che non ce l'hai messo? Ti avevo ordinato di metterlo in
valigia. E' così che rispetti i miei ordini?" gli sibilai a brutto muso, per
poi guardare nell'armadio e sincerarmi che, in effetti, quel maglioncino non
c'era. Ero fuori di me. Forse per la prima volta mi rendevo conto esattamente
cosa significasse avere il dominio su un altro essere umano. In altri tempi
avrei sorriso, fregandomene del fatto che avessi dimenticato una cosa così
banale come poteva essere appunto un maglioncino, ma in quel momento avevo solo voglia di dargli una lezione e fargli capire che non era solo un gioco, e che quella era ormai una scelta di vita che avevamo accettato entrambi. Per quanto mi riguardava, quell’accettazione significava che non ero disposta a tollerare nessun piccolo errore da parte sua. Lui aveva voluto una padrona? Eccomi! Lo ero diventata, ma a modo mio. Sempre tenendolo per un braccio lo trascinai dentro il bagno, e quindi lo colpii con uno schiaffo con tutte le mie forze. Lo schiaffo gli fece perdere l'equilibrio e Marco cadde all'interno della zona doccia, rischiando anche di andare a sbattere con la testa contro il muro. Ma non ero ancora soddisfatta. Lo ritirai su per i capelli e lo colpii di nuovo con un altro schiaffo. Ancora una volta mio marito cadde praticamente nello stesso punto di prima. Lo osservai mentre si era acquattato all'interno di essa. Aveva paura di me e io non potevo fare a meno di sentire la solita meravigliosa sensazione pervadermi tutto il corpo.
"Resterai qua dentro tutta la notte, in bagno, e se sento una sola parola ti ci
lascio fino a che non torniamo in Italia. Chiaro?"
Fece solo cenno di sì con la testa, e me ne andai chiudendo la porta del bagno dietro di me. Ero ancora completamente nuda e mi tuffai sul letto, addormentandomi, soddisfatta per quello che avevo appena fatto, dopo pochi secondi. Senza rimorsi, e con il pensiero che la cosa non avrebbe dovuto concludersi in quel modo.
Continua...
che restavano dai miei genitori. Arrivammo a Heathrow nel primo pomeriggio e,
poco prima di sera, finalmente eravamo in albergo. C’è poco da dire sulle mete del nostro viaggio che furono banali e prettamente turistiche: la National
Gallery, La Torre, il museo delle cere, il British Museum, il Big Bang e poi
le più importanti vie dello shopping come Oxford Street, Regent Street e Carnaby
Street. Naturalmente, non potevamo tralasciare Notting Hill che mi lasciò molto delusa, e Trafalgar Square, ma i motivi per cui avevo aspettato tanto quel viaggio non erano solo quelli di fare i turisti. Quei motivi erano diversi e portavano tutti al mio nuovo ruolo di moglie dominante.
Come ho detto, una delle cose che avevo scoperto e che mi faceva impazzire era quella di vestire in modo provocante per attirare su di me gli sguardi maschili. Credo che molte donne abbiano nei loro pensieri segreti un desiderio del genere che poi, per tanti e ovvi motivi, rimane un sogno difficile da mettere in pratica. Io, ad esempio, ero costretta nella vita di tutti i giorni, a nascondere questo mio desiderio, osando un po' di più solo nelle rare occasioni in cui io e mio marito uscivamo da soli. L’ultima volta che lo avevamo fatto però, quella sera cioè in cui mi ero messa la mini in renna, avevo oltrepassato quel limite, quella soglia di trasgressione che ogni donna si pone inconsciamente, e avevo deciso che potevo e volevo violare quel limite ulteriormente. Quale migliore occasione di un posto come quello, dove nessuno ci conosceva, per indossare tutte quelle cose che, fino a quel momento, avevo potuto usare soltanto nei miei giochi erotici con Marco? Pertanto avevo fatto mettere da mio marito in valigia anche quegli abitini particolarmente sensuali, oltre naturalmente ai vestiti più comodi, adatti alle tantissime camminate che facevamo sia la mattina che il pomeriggio, quando ci comportavamo come due classici turisti. Se per tutto il giorno passavo quindi quasi del tutto inosservata, indossando jeans e scarpe comode, la sera, quando andavamo a cena mi divertivo a provocare. Spazio quindi alla mini di pelle e alle scarpe col tacco alto, ai vestiti strizzati e alle maglie scollate. Non mi facevo intimidire neanche dal freddo intenso di quell'aprile londinese, quasi quindici gradi in meno rispetto a Roma, andandomene in giro soddisfatta, vanitosa come non ero mai stata, e conscia ormai dell'effetto che facevo sul genere maschile. E la sensazione stratosferica era proprio quella di poterlo fare sotto gli occhi di mio marito, guardando contemporaneamente in faccia la vittima che avevo scelto per fare quel gioco perverso, godendo delle sue reazioni, e provare a capire le sue sensazioni nel momento in cui accavallavo le gambe o facevo dei gesti che provocavano deliberatamente, cercando forse inconsciamente che qualcuno di loro si avvicinasse a me, non per andarci a letto, ma esattamente per fare il contrario e negarmi a lui con aria di superiorità dandogli una risposta del tipo “Mi hai vista bene? Pensi che una come me potrebbe venire con uno come te?”. Non accadde. Probabilmente, vedermi a fianco di un uomo, fece passare la voglia di provarci ai tanti uomini che invece sbavavano nel vedermi vestita in quel modo, e dovetti accontentarmi di sentirmi desiderata. Ma non la ritenevo certo una sconfitta. Sapevo benissimo che se fossi stata da sola, avrei messo in fila il genere maschile per le vie di Londra. In quel momento però, non mi rendevo conto che avrebbe potuto farlo qualunque donna di aspetto gradevole, disinvolta e disinibita al punto giusto, e pensavo di essere unica.
I primi due giorni in Inghilterra trascorsero quindi nella maniera che avevo preventivato. Non rientravamo mai tardissimo, anche perché il bello della serata iniziava al nostro rientro in albergo. Si andava quindi a cena dove, fino a quel momento, avevamo privilegiato dei ristoranti italiani dove si mangiava discretamente, anche se a prezzi esorbitanti, per poi farci una passeggiata nei luoghi in di Londra. Quella sera, la terza appunto del nostro soggiorno, contrariamente a quanto avevamo fatto i giorni precedenti, decisi di tornare in taxi in albergo, anche se questo distava soltanto poco più di un chilometro da dove ci trovavamo. Con i miei tacchi era veramente complicato e molto stancante camminare, e già lo avevo fatto in abbondanza per tutta la giornata. Arrivati in albergo, iniziava appunto il nostro divertimento. Per prima cosa c'era naturalmente la seduzione. Mi avvicinai perciò anche quella sera a mio marito con quel mini abito elasticizzato che fasciava le mie forme in modo che più sensuale non si poteva, e che mi aveva fatto sentire una diva per le strade londinesi fino a poco prima.
"Ti piaccio?" gli dissi, giocando a fare la divina. Può sembrare ripetitivo e
noioso raccontarlo, anche perché le frasi erano sempre le stesse, i gesti erano identici, ma in realtà quelle scene sprigionavano erotismo e sensualità assolutamente unici in una coppia sposata da diversi anni quale eravamo noi. Io sapevo perfettamente quello che lui voleva, e ormai anche Marco sapeva in che modo doveva comportarsi se voleva alla fine avere il piacere di portarsi a letto la sua adorata mogliettina. Lui rispose di sì, ovviamente, e proseguì dicendo che per lui ero la donna più bella del mondo e forse neanche mentiva. Non che lo fossi o che mi ci sentissi realmente, il mio ego sconfinato non arrivava a tale livello, ma sono sicura che per lui fossi veramente il massimo, ben al di là del mio reale aspetto fisico. Proseguimmo per una decina di minuti, durante i quali lo avevo già fatto spogliare per sincerarmi se tutto quello che diceva corrispondesse a verità sotto forma di una decisa erezione, e poi si passava alla seconda fase, che era quella della dimostrazione della mia superiorità fisica. Anche in questo caso si correva il rischio di essere ripetitivi, anche se per noi due che invece vivevamo quella situazione, quello era il momento in cui la nostra eccitazione, già alle stelle per quello che avevamo fatto fino ad allora, raggiungeva i suoi picchi più elevati. Avevo deciso di abbinare alle dimostrazioni di forza anche frasi che lo umiliassero, o comunque che suffragassero la sua impossibilità a difendersi da me, e mi resi conto immediatamente che avevano una valenza anche superiore a quello che mi sarei
immaginata. Quella sera, ad esempio, iniziai a spingerlo sul petto agitando le
mie mani.
"Sto per prenderti a schiaffi, Marco, prova a difenderti se ne sei capace."
"Ma perché, cosa ho fatto?" obiettò lui. Faceva tutto parte di un rituale già preventivato. Sapevamo benissimo che quello che andavamo a fare avrebbe procurato piacere sia me che a lui.
"Perché mi va e tu non puoi impedirmelo", ribattei. In effetti, mi ci volle
molto poco per mettermelo sotto, anche se mio marito mi prese le braccia per impedirmelo. Da quando lo avevo obbligato a difendersi con tutte le sue forze, Marco effettivamente mi impegnava abbastanza, ma come ho detto prima, la differenza tra noi cominciava a essere piuttosto evidente. Mi liberai agevolmente per poi costringerlo, con una presa al collo, a sottomettersi ai miei voleri. Era durato in tutto meno di un minuto. Non poteva urlare in quanto eravamo in albergo a tarda sera, e io stessa ero costretta ad abbassare i toni se non volevo che tutto l’albergo sapesse cosa facevamo io e mio marito in camera, ma comunque il resto, ovvero la violenza con la quale lo trattavo, era più che realistica e lo costrinsi, come al solito, a elemosinare la mia pietà, a dirmi che ero più forte di lui e che io potevo qualunque cosa. Terminai mollandogli due sonori ceffoni, come gli avevo promesso e che, nel caso specifico, gli riaprirono la vecchia ferita al labbro mai del tutto rimarginata. Quando mi capitava di colpirlo con calci o con pugni, non riuscivo mai a mettere tutta la mia potenza, come se nel mio inconscio avessi ancora paura di fargli veramente male, ma quando usavo gli schiaffi era per me come una liberazione, e riuscivo a metterci non solo tutta la mia forza, ma anche tutta la mia cattiveria e tutto il rancore che ancora nutrivo per lui per quei due anni di bugie, con il risultato che spesso i miei schiaffi erano devastanti sul suo volto.
“Allora, Marco, vuoi che continui?” gli dissi ironicamente. Lui scosse la testa, impaurito seriamente.
“No, per carità.”
“Allora, cosa devi dire alla tua padrona?”
“Pietà.”
“Molto bene. Sei fortunato. Stasera mi sento particolarmente buona nei tuoi confronti e smetterò di picchiarti. Per adesso”, conclusi enigmaticamente, lasciandomi la porta aperta nel caso le mie mani ricominciassero a prudere. Come al solito, dopo avergli dimostrato la mia superiorità fisica, sarebbe dovuta arrivare la terza fase, quella più importante per entrambi, quella che ci avrebbe portato a fare sesso. Dapprima lo obbligai a mettersi in ginocchio
e a darmi piacere con la sua lingua. Era un obbligo relativo, che Marco svolgeva con molto piacere, e che io ormai consideravo come un passaggio obbligato e come un piacere irrinunciabile. Sentire la sua lingua sul mio clitoride o all’interno della mia vagina, era solo il primo round. L’orgasmo mi colse infatti ben presto. Un piacere che mi destabilizzò per alcuni istanti. Era assurdo! Ripetevo quella parola ogni volta che io e mio marito facevamo sesso, ma non trovavo altri sinonimi per descrivere l’intensità del mio piacere. Grazie alla dominazione, avevo scoperto un mondo nuovo, soprattutto dal lato sessuale. Ero unica? Oppure esistevano anche altre donne che provavano sulla propria pelle lo stesso piacere così intenso dopo aver dominato un maschio? Domanda difficile e risposta impossibile. Quel che era certo era che quel piacere immenso diventava ancora maggiore dopo aver dato dimostrazione di superiorità fisica, come se averlo battuto e averlo costretto a elemosinare la mia pietà mi regalasse la consapevolezza del fatto che io fossi realmente la sua padrona.
Solo dopo aver provato il piacere orale si poteva passare a fare l'amore, e solo se ne avevo ancora voglia. Praticamente quasi sempre. Quella sera, ad esempio, mi sentivo particolarmente su di giri e, dopo alcuni minuti che mi servirono per riprendermi dall’orgasmo splendido che mi aveva regalato con la sua lingua, ero di nuovo pronta.
"Vieni qui," gli ordinai seccamente. Mio marito docilmente mi obbedì e venne di fronte a me. Lo presi per i polsi e lo sbattei addosso al muro senza
preoccuparmi troppo della sua incolumità, dopodiché proseguii. "Ora lo voglio sentire dentro di me, e voglio sentire il massimo del piacere." Anche il mio linguaggio era cambiato, e lo trattavo come un giocattolo erotico. Perché quello era per me. Un giocattolo che mi serviva per provare piacere. Lo feci quindi sdraiare sul letto e mi posai sopra di lui. Da quando era iniziata la nostra nuova vita, era cambiato anche e soprattutto il nostro modo di fare sesso. A parte la nostra eccitazione, che era aumentata in modo impressionante, erano cambiate persino le nostre posizioni, ed ero io a voler star sopra e muovermi come volevo io. Questo comportava l'effetto che mio marito raggiungeva l'eiaculazione dopo solo pochissimo tempo, anche se sempre e solo dopo il mio consenso. Era talmente eccitato che la sua resistenza, che abitualmente era tutt'altro che scarsa, in quelle occasioni era praticamente ridotta a zero. Lo sapevo perfettamente e non mi arrabbiavo. Anzi, ne ero compiaciuta, in quanto mi dimostrava ulteriormente l'effetto pazzesco che gli facevo, e anche perché sapevo che mi sarebbe bastato molto poco per fargli avere una nuova erezione che sarebbe stata molto più lunga e soddisfacente per me. Così andò anche quella sera. Lui se ne venne dopo pochi secondi. Il tempo di fumarmi una sigaretta, che lui mi accese servilmente, e afferrargli il cazzo ancora non eretto dopo la recente eiaculazione, e guardarlo severamente.
“Ti do pochi minuti per fartelo venire di nuovo duro. Altrimenti ricomincio a dartele. E non mi fermerò. Tanto a te viene dritto se prendi le botte.”
Lo vidi preoccupato. Sapeva che avrei mantenuto la promessa. La veloce scopata di prima non mi aveva certo soddisfatta, e volevo al più presto continuare. Terminata la sigaretta, mi misi sopra di lui e iniziai a baciarlo. Non erano più i baci di una volta, dolci e teneri, ma baci che denotavano il mio possesso nei suoi confronti. Come era prevedibile, non poteva resistermi, e sentii presto il suo cazzo gonfiarsi, fino a raggiungere la dimensione massima. Soddisfatta, mi impalai su di lui. Mio marito non esisteva più. Sotto di me avevo uno schiavo che doveva soltanto darmi piacere. Il fatto che quello schiavo continuasse a piacermi fisicamente era comunque positivo. Altrettanto positiva era la capacità di Marco. Dopo il mio primo orgasmo, il secondo calcolando anche quello che mi aveva regalato la sua lingua, mi alzai da sopra di lui. Ma non intendevo certo smettere di scoparmelo. Mi alzai e andai di fronte alla grande specchiera che si trovava nella camera, e gli ordinai di venire vicino a me. Misi le mie mani sullo specchio, chinandomi leggermente, invogliandolo a prendermi da dietro. No, non il culo. Lì ero ancora vergine. Lo volevo dentro la mia fica in quella posizione, mentre osservavo allo specchio. Una posizione solo apparentemente scomoda, ma che invece mi fece quasi impazzire, regalandomi altri orgasmi, fino al momento in cui lui era ormai impossibilitato a resistere.
Tornai a sdraiarmi sul letto, soddisfatta e felice. Mi stavo rendendo conto che la fissazione di mio marito mi aveva portato solo che benefici In tutti i sensi. Ero enormemente più sicura di me stessa, anzi, forse lo ero diventata anche troppo, avevo scoperto l'ebbrezza di fare sesso in un modo che mi dava delle soddisfazioni incredibili, e infine ero diventata assolutamente padrona di fare tutto quello che volevo e soprattutto di farglielo fare a mio marito.
“Ora accendimi una sigaretta e poi massaggiami i piedi", gli ordinai infatti,
dopo qualche secondo di pausa. Marco scattò immediatamente al mio ordine. Mentre fumavo completamente rilassata, sentivo le sue dita sui miei piedi e sentivo quasi le palpebre che mi si stavano chiudendo, tanto che dovetti spegnere la sigaretta a metà per paura di addormentarmi. Si, era quella la vita che desideravo. Un uomo ai miei piedi, pronto a fare qualunque cosa per me, dare ordini, essere ammirata e desiderata. Era meraviglioso. Prima di addormentarmi gli ordinai di sistemare le mie cose che avevo sparso per la camera d'albergo: il vestito, le scarpe, le calze e l'intimo. Quando terminò gli ordinai di prepararmi anche l'abbigliamento che avrei indossato la mattina seguente.
"Preparami gli stivali neri con il tacco basso, un jeans, quello a tubino con gli strass sulle tasche, il maglioncino a lupetto grigio perla e un coordinato intimo pulito."
Marco, ancora una volta, non si fece ripetere l'ordine, ma dopo alcuni secondi me lo ritrovai a fianco al letto con gli occhi bassi.
"Amore, non trovo il maglioncino. Forse non mi hai chiesto di metterlo nella
valigia. Anzi, sono sicuro di non avercelo messo. Vuoi che ti prepari qualche
altra cosa?"
Scattai in piedi prendendolo per un braccio e portandolo davanti all'armadio. Il sonno mi era completamente passato.
"Cosa significa che non ce l'hai messo? Ti avevo ordinato di metterlo in
valigia. E' così che rispetti i miei ordini?" gli sibilai a brutto muso, per
poi guardare nell'armadio e sincerarmi che, in effetti, quel maglioncino non
c'era. Ero fuori di me. Forse per la prima volta mi rendevo conto esattamente
cosa significasse avere il dominio su un altro essere umano. In altri tempi
avrei sorriso, fregandomene del fatto che avessi dimenticato una cosa così
banale come poteva essere appunto un maglioncino, ma in quel momento avevo solo voglia di dargli una lezione e fargli capire che non era solo un gioco, e che quella era ormai una scelta di vita che avevamo accettato entrambi. Per quanto mi riguardava, quell’accettazione significava che non ero disposta a tollerare nessun piccolo errore da parte sua. Lui aveva voluto una padrona? Eccomi! Lo ero diventata, ma a modo mio. Sempre tenendolo per un braccio lo trascinai dentro il bagno, e quindi lo colpii con uno schiaffo con tutte le mie forze. Lo schiaffo gli fece perdere l'equilibrio e Marco cadde all'interno della zona doccia, rischiando anche di andare a sbattere con la testa contro il muro. Ma non ero ancora soddisfatta. Lo ritirai su per i capelli e lo colpii di nuovo con un altro schiaffo. Ancora una volta mio marito cadde praticamente nello stesso punto di prima. Lo osservai mentre si era acquattato all'interno di essa. Aveva paura di me e io non potevo fare a meno di sentire la solita meravigliosa sensazione pervadermi tutto il corpo.
"Resterai qua dentro tutta la notte, in bagno, e se sento una sola parola ti ci
lascio fino a che non torniamo in Italia. Chiaro?"
Fece solo cenno di sì con la testa, e me ne andai chiudendo la porta del bagno dietro di me. Ero ancora completamente nuda e mi tuffai sul letto, addormentandomi, soddisfatta per quello che avevo appena fatto, dopo pochi secondi. Senza rimorsi, e con il pensiero che la cosa non avrebbe dovuto concludersi in quel modo.
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