La vita di Patty Capitolo 29

di
genere
dominazione

La mattina seguente, al mio risveglio, mi resi conto che avevo fatto un sonno ristoratore bellissimo, e solo dopo alcuni secondi mi ricordai di aver dormito da sola, e la mia mente andò a mio marito che era ancora rinchiuso nel bagno. Non sentivo alcun senso di colpa, anzi, ero ancora piena di voglia di fargli capire come avrebbero dovuto funzionare le cose tra di noi. Avevo già detto che la scoperta del potere che avevo su mio marito funzionava come una droga per me, e di come io ne volessi sempre di più. Anche quella volta mi resi conto che mi sarebbe piaciuto enormemente proseguire nella direzione che avevo preso la sera precedente. Chi poteva impedirmelo? Andai in bagno e lo trovai ancora appoggiato al piatto doccia mezzo addormentato. Gli ordinai di aspettarmi fuori senza però rivestirsi. Mi feci tranquillamente la doccia, mi stirai i capelli e mi truccai, e infine uscii dal bagno per vestirmi. Marco mi guardò speranzoso, aspettando che gli dessi il permesso per lavarsi e vestirsi per poi scendere a fare colazione insieme. Invece mi vestii io e, dopo averlo fatto, presi mio marito per il mento
"Io scendo a fare colazione e dopo vado a godermi Londra. Tu rimani ancora
chiuso in bagno fino a quando lo deciderò io."
"Ma… Patty, per favore, tu non puoi…"
"Io posso invece. Posso tutto", gli dissi, rafforzando la presa sul mento e
spingendolo di nuovo dentro il bagno. Avrei voluto addirittura picchiarlo di
nuovo, ma sentivo dei rumori provenire dall'esterno, e decisi perciò che sarebbe stato meglio non infierire su di lui, ma comunque, lo chiusi a chiave nel bagno, per poi uscire tranquillamente dalla mia stanza d'albergo dopo aver messo il cartello “do not disturb” sul pomello della porta, e scesi nella sala a far colazione. Sì, potevo tutto, almeno nei suoi confronti e la cosa continuava a eccitarmi da morire.
Finita la colazione, tirai fuori i miei occhiali da sole, malgrado la giornata, tanto per cambiare, fosse grigia e fredda, e me ne andai per le vie di Londra da sola, a testa alta e felice come non avrei creduto di poter essere. Solo un dubbio mi assillava in quel momento. Come avrei dovuto considerare Marco ormai? Un marito? Non era proprio il sostantivo adatto. Un marito sottomesso? L’aggiunta di quell’aggettivo cambiava un po’ le carte in tavola, ma rimaneva sempre un altro dilemma. Cosa provavo per lui? A volte lo odiavo, mentre altre volte mi faceva un mondo di tenerezza. Sarebbe dovuto trascorrere un bel po’ di tempo prima che facessi chiarezza nel mio cuore, ma di sicuro sapevo fin da allora che lo avrei tenuto con me. Ormai non potevo più rinunciare a quel tipo di vita, e Marco era senza dubbio l’uomo ideale per continuare a vivere tutte quelle meravigliose sensazioni.
All'ora di pranzo andai comunque a riprendermelo e lo portai a pranzo, non prima di averlo obbligato a chiedermi scusa. Era tremante. Forse in quel momento stava cominciando a capire che la sua marionetta aveva preso vita propria, mentre io avevo capito che potevo e volevo spingermi ben al di là di quanto mio marito stesso avrebbe voluto.

Anche l'ultima sera del nostro soggiorno in Inghilterra si svolse secondo le nostre abitudini. La mattina seguente alle 11:00 avremmo preso il volo di ritorno, e avevamo appena cenato in un ristorantino italiano come una normale coppia. Decisi di passeggiare un pochino per smaltire la cena per poi tornare in albergo. Ci trovavamo dalle parti di Soho, quartiere che avevamo già visitato in precedenza di mattina, ma che di sera era imperdibile per i numerosi locali
particolari che l'affollavano. C'erano anche alcuni sexy shop, posti nei quali io non avevo mai messo piede e, spinta dalla curiosità, volli entrare a vederne uno. Non avevo in mente niente di particolare, non ero interessata a filmini hard né a oggetti che riprendevano l'immaginario della coppia sadomasochista come fruste e oggetti di quel calibro, visto che io sapevo usare le mani e usarle tra l'altro molto bene, ma giunta al suo interno, non potei fare a meno di notare la biancheria intima molto sensuale che vi era esposta. Come molte donne ero innamorata del pizzo, e chiesi alla commessa, una ragazzona più alta di me ma anche molto più in carne, di farmi vedere qualcosa di molto particolare. Tra le varie merci che mi espose, scelsi due completini intimi, uno appunto di pizzo trasparente nero e un altro di pelle. Pensai che, essendo ormai una dominatrice, un indumento del genere non sarebbe dovuto mancare nel mio guardaroba. Marco sembrava preso, anche se, conoscendolo bene, non lo vedevo particolarmente entusiasta. Mi ero già accorta in precedenza che lui non aveva una grande predilezione per l’intimo, anche se si trattava di intimo molto sexy come quello che ormai portavo regolarmente. Non che non gli piacesse, ma era evidente che lui si eccitava maggiormente con l’abbigliamento esterno, purché fosse molto sensuale. Minigonne, vestiti cortissimi e aderenti, gli facevano strabuzzare gli occhi.
"C'è qualcosa di particolare che vorresti che io comprassi?" gli domandai
infatti.
“Io non so... Per me va bene quello che decidi tu.”
“Non fare l’idiota con me. Si vede che vorresti dirmi qualcosa ma che hai paura. Avanti. Ti prometto che non ti farò niente.”
Marco sospirò tranquillizzato. Ormai sapeva che non scherzavo. Il fatto di averlo lasciato per una notte e per una mattinata intera chiuso dentro il bagno gli dovevano aver dato la certezza che non mi sarei fermata dinanzi a niente. "Ecco… se tu non ti arrabbi allora te lo dico", mi rispose, quasi con un filo di voce.
Sorrisi soddisfatta. Mi piaceva quel tono, e mi piaceva che lui avesse timore di me. Ma soprattutto mi intrigava che facesse il sottomesso anche davanti alla commessa. Parlavamo in italiano, e probabilmente lei non capiva un tubo di ciò che dicevamo, ma per una come lei che, a causa del lavoro, era forse era abituata a certi comportamenti, non avrebbe dovuto essere complicato scoprire la vera natura della nostra coppia dai nostri sguardi e dal nostro tono di voce.
Chiesi pertanto a Marco di farmi vedere quale oggetto avrebbe desiderato vedere indossato da me e mi portò davanti a un manichino che aveva un pantalone di un tessuto lucido, che scoprii poi trattarsi di lattice, e un corpetto dello stesso
tessuto allacciato davanti. A fianco del manichino c'erano poi dei sandali con
un tacco spaventoso, forse addirittura di una ventina di centimetri. Lo
guardai con aria interrogativa.
"Ti piace questo?" gli chiesi stupita.
"Mi farebbe impazzire vederti vestita così."
"Non finisci di sorprendermi, Marco. Mi chiedo se quello che ho sposato nove
anni fa sia la stessa persona, oppure se sia rimasto solo l'involucro."
Ad ogni modo non mi feci pregare e comprai anche quello che desiderava, sandali compresi. In fondo, una delle cose che mi piaceva di più era proprio vederlo impazzire di desiderio per me. La commessa ci aggiunse anche un liquido speciale per donare a quel tessuto speciale la giusta lucidità e, dopo aver speso una fortuna, uscimmo da quel sexy shop.
La mattina dopo ci imbarcammo per l'Italia. Quel breve viaggio sarebbe rimasto indelebile nella nostra piccola storia di coppia per la tremenda punizione che gli avevo affibbiato e per l'acquisto fatto a Soho. Un acquisto che avrebbe rivoluzionato a breve alcune nostre consuetudini.
I cambiamenti di quegli ultimi giorni erano stati enormi, ma non sapevo che
altri, non meno importanti, stavano arrivando, e la mia vita non sarebbe
più tornata quella di prima. E questo non mi dispiaceva affatto.

Al ritorno dall'Inghilterra mi trovai di fronte a due problemi. Uno di
carattere psicologico e uno di ordine pratico. Quello di ordine psicologico era di gran lunga quello che più mi dava da pensare e riguardava i miei sentimenti nei confronti di Marco. Come ho già avuto modo di sostenere, era cambiato completamente il mio approccio affettivo nei suoi confronti. Io ne ero stata innamorata pazza, lo avevo messo su un piedistallo e lo avevo venerato. Per me era l'uomo più intelligente del mondo, bellissimo e affascinante, ma ora tutto era cambiato. Per una donna, o comunque per me, amare un uomo significava avere un rapporto quasi di sottomissione, riconoscerne comunque certe doti di superiorità e di autorità, doti che Marco aveva dato l'impressione di possedere in quantità. Quando l'avevo conosciuto quindi, volendolo tra l'altro a ogni costo, il mio desiderio era che lui mi prendesse per mano e mi conducesse lungo le impervie vie della vita, e la cosa che amavo di più in lui era proprio quella sicurezza che mi infondeva, sapere che per qualunque cosa e per qualunque problema io potevo contare su di lui.
Ma ora era cambiato tutto, e io dovevo fare i conti con quel nuovo tipo di vita. Ero diventata la sua padrona, e questo implicava delle differenze sostanziali. Tutto quello che sentivo per lui era andato a farsi benedire, e non dipendeva solo dal mio desiderio di vendetta che, comunque, non era ancora affatto sopito, ma soprattutto da tutta quella situazione che si era creata tra di noi. Quel nuovo ruolo non mi stava dando solo un potere enorme e forse assoluto su di lui, ma mi stava regalando delle sensazioni inedite e non propriamente positive. Una delle più importanti di tutti era la voglia e il piacere che sentivo nel procurargli dolore e nel punirlo, anche pesantemente, come era accaduto ad esempio a Londra. E' vero che riuscivo anche a donargli piacere agendo in quel modo, ma io mi chiedevo come fosse possibile amare un uomo e, contemporaneamente, provare gioia e sensazioni piacevoli nel fargli certe cose. Non lo reputavo possibile. Non lo odiavo, certo, non avrei potuto, malgrado ogni tanto quel sentimento faceva capolino a causa di quei due anni di menzogne, ma il sentimento che ormai nutrivo per lui non potevo più considerarlo amore. Era
qualcosa di diverso, qualcosa che non riuscivo nemmeno io a definire. Su quello ero quindi ancora particolarmente confusa mentre, al contrario, avevo la certezza assoluta di voler proseguire su quella linea, senza lasciarlo. Se lui aveva un bisogno assoluto di me, anch’io necessitavo di avere a fianco a me, anche se sarebbe più giusto dire sotto di me, un uomo come lui, docile, mansueto e completamente in mio potere. La cosa veramente grave semmai, era che cominciavo ad avere dei dubbi sul fatto che quell’uomo dovesse essere solamente Marco o potesse essere anche qualcun altro. La risposta che mi davo era che avevo lui e quindi, perché cercare altrove? Soprattutto in virtù del fatto che potevo senz’altro considerare mio marito come l’uomo ideale per me. Ma, intanto, iniziavo anche a soffermarmi a pensare come avrebbe potuto essere la mia vita a fianco di un altro uomo, un uomo non sottomesso, ma subito rigettai l'idea. Non potevo certo escludere che in futuro avrei potuto lasciare mio marito, ma sicuramente mi sentivo di poter affermare che mai con il mio prossimo uomo, semmai ce ne sarebbero stati altri, potessi instaurare un rapporto basato su una normale vita di coppia, e quindi comprensione, affetto, reciprocità. Due cuori e una capanna insomma, erano da escludere. Avevo scoperto, anzi, stavo scoprendo, un mondo nuovo, un mondo che mi stava affascinando sempre più, e non avevo alcuna intenzione di abbandonarlo, a costo forse di non innamorarmi mai più nella mia vita. Perché il mio problema era che mi stavo rendendo conto che amore e dominazione, almeno nel modo in cui io intendevo sia l’uno che l’altra, non potevano coesistere in un rapporto. Un conto era avere una vita normale e regalarsi ogni tanto una trasgressione di coppia, un altro era invece vivere come facevamo ormai io e mio marito, con i nostri ruoli praticamente invertiti all'eccesso e senza interruzioni, a parte i pochi momenti in cui frequentavamo altre persone. Quei problemi, quelle domande e quei dubbi che riguardavano i miei sentimenti nei confronti di Marco, mi avrebbero accompagnato per tanto tempo ancora, variando notevolmente ogni qualvolta si sarebbe presentata una situazione nuova, ed era la cosa che più mi infastidiva del mio nuovo ruolo. Non riuscivo a leggere bene dentro di me.
L'altro problema che dovetti affrontare era anch'esso collegato alla mia nuova vita e riguardava proprio il tempo che trascorrevamo insieme da soli. Era troppo poco. Due volte a settimana e pochi spezzoni durante la sera. Per tutto il resto del tempo, poco a dir la verità, come ho sostenuto prima, dovevo fingere di essere una moglie normale. Cosa che ormai non riuscivo più a essere. Nello stesso tempo, non volevo e non potevo mettere in piazza le nostre cose e quindi decisi di evitare il più possibile contatti con gli altri, soprattutto con gli amici di Marco. Anche mio marito sembrava felice di questa mia decisione. Evidentemente, quest'esigenza di rimanere da soli la sentiva anche lui. Era poca cosa, poche ore in più durante la domenica pomeriggio, ma me le feci bastare. Non era possibile andare oltre, con le bambine, con il lavoro e con le ore che trascorrevo in palestra. Cercavo quindi di non sprecare neanche un minuto di quel tempo. Dopo aver cenato, cosa che facevamo tutti e quattro insieme come un'allegra famigliola felice, era il momento di mettere a dormire le bambine. Non era facile. Erano due bambine incantevoli, ma non proprio docilissime, soprattutto la più piccola, un vero ciclone. Verso le 21.30 o al massimo una mezz'ora più tardi, finalmente di solito si addormentavano, e io potevo tornare a essere la padrona di mio marito. Non potevo fare grandi cose, e quel poco lo dovevo fare quasi in silenzio, ma mi divertivo a vedere Marco che faceva i piatti, e poi andarmene a vedere la televisione, impedendogli naturalmente di decidere quale programma vedere, anzi, obbligandolo spesso ad assistere a programmi che sapevo perfettamente non essere di suo gradimento. Erano comunque momenti straordinari per me. Lui mi accendeva la sigaretta, si metteva in ginocchio con il portacenere in mano, mi faceva massaggi in ogni parte del corpo, e in particolare ai piedi, e si finiva quasi sempre a fare sesso. Il mio desiderio si accendeva ormai anche per sciocchezze. Mi bastava vederlo con quanta devozione mi accendesse la sigaretta, e io desideravo scoparmelo. Una reazione assurda che mi faceva pensare che forse ero l’unica al mondo ad avere simili sensazioni. Rimaneva il fatto che ce le avevo e volevo soddisfarle. Cominciavamo sempre dal cunnilingus per poi passare al sesso penetrativo. Nel secondo caso ero sempre io a dirigere le operazioni. Avevo quindi un bisogno inusitato di sentire il suo cazzo dentro di me, e la cosa meravigliosa era che in quei frangenti trattavo mio marito davvero come un oggetto. Un oggetto sessuale. Quando scopavamo non c’era sentimento, almeno da parte mia, ma solo un gran desiderio da parte di entrambi. Il suo era evidentissimo e stava quasi perennemente con il membro eretto, il mio era addirittura più animalesco. Una cosa mi colpì del sesso che facevamo in quel periodo. Più volte sentii il bisogno di prendere il suo cazzo con la bocca, ma poi avevo sempre desistito, come se fare un pompino mi avesse declassata al ruolo di dominatrice di serie B, reputandolo un atto sessuale da sottomessa piuttosto che da dominatrice. Il problema era però che in quei giorni non potevo mettere le mani addosso a mio marito, con le bambine che dormivano placidamente nella loro cameretta, e questo mi creava un certo fastidio. Avevo il bisogno di dimostrargli la mia superiorità fisica, avevo bisogno… di vederlo tremare al mio cospetto, cosa che aumentava in modo esponenziale la mia eccitazione sessuale che, comunque, era già notevole. Ma poi c'erano il mercoledì e il sabato, i miei giorni preferiti, i giorni nei quali potevo sfogare le mie voglie e appagarle con il sesso.
E mi apprestavo a vivere una di quelle sere, la prima da quando ero rientrata a Roma, una sera che avrebbe segnato un altro step nella mia vita di donna dominante.
scritto il
2026-06-29
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