La vita di Patty Capitolo 37

di
genere
dominazione

Non mi soffermo su tutto ciò che accadde durante la giornata. Luca arrivò in spiaggia pochi minuti dopo di me, e mi coinvolse per uno stupido gioco da spiaggia. Aveva anche cercato ripetutamente di restare qualche minuto solo con me, cercando di affrontare l'argomento della sera precedente, chiedendomi a più riprese se avremmo potuto rivederci anche quella sera, ma avevo volutamente sorvolato. Grande fu il suo stupore invece, quando Marco scese in spiaggia e si rese conto che esisteva veramente un marito e glielo presentai. Credeva che stessi scherzando quando gli avevo detto di essere sposata, e che la fede che portavo al dito mi servisse solo per allontanare i corteggiatori sgraditi. Del resto, le altre due volte mi aveva vista da sola, vestita succintamente di sera e con un due pezzi tutt'altro che pudico il pomeriggio in piscina, e il fatto che fossi sposata poteva essere realmente una scusa. Non credo invece che Marco si fosse reso conto di niente. Il comportamento che tenni quella mattina era perfettamente coerente con il mio status di donna sicura di sé stessa e consapevole del proprio fascino, tenuto anche in occasioni simili, adeguato all’evoluzione che stavo vivendo. Il resto della giornata trascorse poi normalmente, almeno dal nostro punto di vista, in quanto tutto quello che facevamo era tutt'altro che banale e scontato. Il pranzo e la cena, ad esempio, furono altre due occasioni per stupire i nostri vicini. Temevo che alla lunga le due famigliole avrebbero avuto a che dire, e che mi avrebbero chiesto di abbandonare quelle scenette insulse per rispetto loro e dei loro figli. Per fortuna non lo fecero, e non ci fu nessuna discussione con loro. Per me erano tutt’altro che scenette insulse. Era la mia dominazione davanti ad altri occhi, una sensazione che non avrei voluto abbandonare per niente al mondo.
Dopo la cena mi preparai per andare a vedere lo spettacolo all'anfiteatro. Mi vestii carina ma non eccessiva, con un abitino verde salvia che mi arrivava poco prima del ginocchio, abbellito con una cinta dello stesso colore, poco trucco e sandali bassi alla schiava. Molto ironico per una padrona come me. Non avevo intenzione di farmi notare troppo, almeno per il momento, anche se non riuscii a passare completamente anonima. E devo dire che la cosa non mi dispiacque affatto. Dopo lo spettacolo ci sedemmo per qualche minuto al bar. Alle 23 cominciava la discoteca all'aperto, e la scorsa estate, avendo le bambine con noi, non avevo mai potuto usufruirne. Mi mancava un po' lo sballo. Diamine, avevo solo 29 anni. A quell’età la maggior parte delle donne deve ancora programmare bene il proprio futuro, o comunque sono all’inizio della loro vita da grandi, escono, si divertono. Io invece avevo già una vita alle spalle. Ma avevo anche un presente molto intenso, e un futuro che poteva essere veramente al di sopra delle mie aspirazioni. Intanto, dovevo cominciare proprio da quella sera in cui avevo in mente qualcosa di molto particolare. Dopo aver bevuto qualcosa, decisi che era giunto il momento di dare inizio al mio show personale, ma per farlo dovevo cambiare personaggio. Pertanto, dissi a mio marito di rimanere seduto e di aspettarmi. Non glielo dissi come una mogliettina.
“Tu rimani qui e non ti muovere”, lo apostrofai, alzando la voce per farmi sentire da chi mi stava vicino. Marco non disse niente, chinò la testa e io guardai la gente intorno. Perfetto! Tutti avevano compreso chi comandava. Io ritornai quindi al residence per cambiarmi. Volevo essere una bomba sexy, e cosa c'era di meglio dei pantaloni in lattice per diventarlo? Si, proprio quelli comprati a Londra. Tra tutti gli indumenti sexy che indossavo, erano senza dubbio quelli che riuscivano a eccitare in modo maggiore mio marito, e forse proprio per questo erano diventati i miei preferiti, quelli che mettevano maggiormente in risalto le mie forme. Li calzai, come al solito lentamente e con grande attenzione, ci abbinai sopra semplicemente una fascia elastica al seno, per poi rifinire tutto con i sandali della sera precedente, quelli col tacco 12. Lasciai i capelli sciolti, delineai maggiormente il trucco usando anche il rossetto che scelsi sulla tonalità del rosso scuro, ed ero pronta. Uscii quindi avviandomi verso il bar dove avevo lasciato mio marito e stavolta, lungo il tragitto, feci il pieno di sguardi. Qualunque maschio che incontravo non poteva fare a meno di voltarsi, fare facce strane e seguirmi con gli occhi, come se io fossi una calamita e loro fatti di ferro, attratti dal mio incedere e dal mio corpo. Non avevo mai vissuto quella sensazione in modo così totale, mi sentivo irresistibile, come può sentirsi forse una diva quando viene assalita per gli autografi, oppure una modella quando il fotografo la riempie di flash. Ma io ero una donna normale, addirittura una madre di famiglia. Molto del merito era dell'abbigliamento provocante che indossavo, ma anche Madre Natura era stata generosa nei miei confronti. Ero alta, e con quei tacchi superavo il metro e novanta, ero ben proporzionata, il mio sedere era decisamente bello, e con quei pantaloni che lo fasciavano in maniera straordinaria doveva essere praticamente irresistibile. Anche il seno, dopo tanto soffrire, era diventato rigoglioso e la fascia che indossavo lo amplificava alla vista degli altri invece di coprirlo. Le gambe lunghe e la pancia piatta completavano l'immagine. E poi c'era il mio viso. Avevo sempre pensato che fosse carino ma non straordinario, e mi vedevo sempre un milione di difetti. Per cominciare era rimasto paffutello, gentile ricordo del mio momento grasso, qualche lentiggine che per molti erano deliziose ma che io non amavo molto, e mi davano spesso un’immagine infantile. I miei occhi erano anonimi, marroni, anche se il taglio era molto bello. Compensavo con bei denti, una bocca più che discreta che, con un sapiente trucco, riuscivo a far passare per bellissima, e bei capelli che, in quel periodo, avevo tinti di biondo con i colpi di sole, e di nuovo lunghi fin dietro la schiena,
dopo aver abbandonato la pettinatura a caschetto che era stata il simbolo del mio cambiamento. Nell'insieme, amalgamando i tre elementi: corpo sicuramente statuario, visetto carino e abbigliamento sexy, facevo veramente un'impressione straordinaria. Immaginai cosa avrebbero detto mia madre e le mie sorelle se mi avessero vista vestita così, per non parlare ovviamente delle mie . Ma in quel posto, dove nessuno mi conosceva, mi sentivo libera di essere quella che ormai ero. Avevo fatto quella vacanza per provocare, per mettermi alla prova su tante cose, ed ero più che mai decisa a proseguire su quella linea. Quella ormai ero io: una donna forte e non solo fisicamente, consapevole e libera. Si, libera. Il mio matrimonio non esisteva più. C'era un uomo accanto a me, il padre delle mie figlie, ma era un uomo che era al mio servizio. Doveva fare quello che io gli obbligavo, doveva accudire la casa, cucinare, lavare e stirare, e se non l'avesse fatto ero in grado di punirlo, di picchiarlo e di fare qualunque cosa con lui, anche scoparlo quando ne avevo voglia, naturalmente, senza amore e tenerezza, ma solo per sesso. E come facevo a considerare marito un uomo così? Come potevo amarlo nel modo tradizionale, come una donna deve amare un uomo?

Finalmente arrivai al bar dove avevo lasciato Marco. C'era molta gente in quel
punto e, mentre mi avvicinavo, fu come se il mondo si fosse fermato. Tutti si erano voltati per osservarmi. Non era una mia sensazione, ma la verità. Sorridevo pensando ai commenti. Per tutti ero una puttana. Una donna normale non andava in giro conciata così. Eppure, stranamente, la cosa non mi infastidiva più di tanto. Lo pensavano sicuramente le donne e le persone di una certa età, mentre per gli uomini più giovani ero certamente una preda da conquistare, una donna in cerca di avventure. Errore. Non ero una preda, bensì una cacciatrice. Era da quella mattina che stavo pensando a come avrei dovuto comportarmi durante la sera. Avevo riflettuto a lungo su quello che era avvenuto con Luca la sera precedente, e avevo tratto delle considerazioni che dovevo assolutamente verificare. Mi avvicinai intanto a mio marito, rimasto a bocca aperta anche lui. Non si sarebbe mai aspettato che io indossassi gli abiti che tanto lo facevano eccitare in un contesto differente da quello casalingo.
"Alzati da quel tavolo e vai in camera", gli ordinai con tono calmo ma deciso,
e senza preoccuparmi che ci fossero diverse persone ad ascoltare.
"Ma… Signora, la prego. Vorrei restare con lei", mi supplicò. Era distrutto,
angosciato, ma non mi obbedì istantaneamente. Lo presi per un braccio e lo alzai dalla sedia quasi di peso. Non potevo fare molto in quel posto affollato, e anche se lo stringevo con tutta la forza che possedevo, Marco era abbastanza robusto da poter sopportare il dolore ed era in grado di resistere. Non potevo certo trascinarlo. Ben diversa sarebbe stata la cosa se avessi potuto usare il judo o la kick-boxing che erano le mie armi letali, ma davanti a tanta gente non ne potevo certo fare uso. Ma avevo altre armi. Avvicinai la mia bocca al suo orecchio.
"Se non te ne vai immediatamente in camera, questa è l'ultima volta che mi
vedi. Vuoi vivere il resto della tua vita senza più avere il privilegio di
guardarmi e di toccarmi?"
Mi guardò con occhi supplichevoli. Credo che in quel momento avesse capito tutto. Aveva capito che aveva creato un mostro.
Il motivo che lo spinse a non ribellarsi era sempre il solito. Ero tutto ciò che per anni aveva desiderato: una bella moglie vestita provocante ed esperta in arti marziali tanto da batterlo fisicamente. Dove l'avrebbe mai trovata un'altra così? Rappresentavo il suo ideale assoluto, l’incarnazione stessa dei suoi sogni e, di conseguenza, mi amava in modo sproporzionato. Non avrebbe mai potuto fare a meno di me, aveva bisogno della mia presenza, dei miei ordini e della mia severità, anche se per avere questo era costretto ad accettare tutto il resto, comprese le percosse che gli davo, sempre più violente, che lui non gradiva affatto. Ma, soprattutto, per avermi doveva accettare il mio comportamento, ormai completamente diverso da quello che lui si sarebbe aspettato. Lui non aveva paura che io potessi picchiarlo, o meglio, aveva paura anche di quello, ma il suo timore maggiore era quello di perdermi. Era questa la vera grandezza di quella situazione. Se tutto fosse dipeso solo dalla mia superiorità a livello fisico, probabilmente la nostra unione sarebbe già terminata. Io non lo tenevo certo prigioniero, e qualunque altro uomo sarebbe fuggito a gambe levate. Ma non lui. Per Marco ero necessaria come l'aria che respirava, e gran parte di quello che stavo facendo mi serviva per metterlo alla prova, capire quali fossero i suoi limiti. Ma ero sicura che limiti non ce n'erano quasi più. Naturalmente, dovevo anche capire quali fossero i miei limiti e i miei veri desideri, e quella era la sera giusta per mettermi alla prova su tutto.
Intanto gli occhi di Marco si erano riempiti di lacrime, malgrado facesse uno
sforzo enorme per trattenersi dal piangere davanti a tutta quella gente, e tentò un’ultima volta di convincermi.
“No, Signora, non voglio che lei se ne vada. Volevo solo rimanere accanto a lei. La prego.”
“In camera. Adesso!” ribattei ferocemente, fregandomene della gente che ci stava accanto. Anzi, provandoci piacere. Lo stavo umiliando dinanzi ad altre persone, e la cosa mi piaceva. Più di quanto avrei potuto immaginare. Marco cercò i miei occhi nel tentativo di commuovermi, ma dovette rendersi conto che erano assolutamente gelidi e che niente mi avrebbe fatto cambiare idea.
"Si, Signora. Farò quello che lei mi ordina", mi disse infine, con mia piena
soddisfazione, a testimonianza che avevo visto giusto. Perdermi sarebbe stato
per lui peggio di qualsiasi punizione gli avessi dato. Ormai potevo
manovrarlo come volevo. Lo tenevo ancora per il braccio e lo accompagnai in
quel modo per un centinaio di metri, fino a un punto completamente privo di
occhi indiscreti. Appena soli, gli mollai un ceffone talmente violento che gli
fece perdere l'equilibrio. Troppo poco. Mi aveva disobbedito e doveva essere punito. Lo rialzai di peso. Vedevo il suo volto terrorizzato. Cosa che, anziché farmi recedere, aumentò il mio desiderio di dargliele di santa ragione. Il colpo successivo fu tremendo. Ero talmente arrabbiata che, per un attimo, dimenticai la prudenza che avevo quasi sempre avuto nei suoi confronti. Il pugno destro lo colpì in pieno volto, e Marco fece due passi indietro e poi cadde di nuovo a terra senza che fosse in grado di muoversi.
“P-Pietà, Padrona”, m’implorò, dopo alcuni secondi. Bene, non era svenuto. Lo afferrai di nuovo per farlo rialzare. Troneggiavo su di lui, impaurito e tremante. Perdeva sangue dal naso e dalla bocca.
"Ora vai di corsa in camera, e al mio ritorno avrai il resto per aver osato
disobbedirmi", sentenziai, mentre ormai Marco piangeva a dirotto. Si rialzò e
a testa china si diresse verso il residence. Barcollava vistosamente. Mentre io lo osservavo stavo provando una sensazione di potere straordinaria. Ero ubriaca di quel potere e ne volevo sempre di più, e non mi sarei fermata fino a quando non mi sarei sentita pienamente soddisfatta. Mi diressi quindi verso la discoteca all'aperto. Non era affollatissima, ma gli sguardi erano di nuovo tutti per me. Sì, ero di gran lunga la più bella, la più sexy, la più desiderabile. Le altre ragazze scomparivano di fronte a me. Non era soltanto la mia autostima a farmi pensare in quel modo. Era la realtà. Mi gettai in pista. Quanto tempo era che non ballavo. Oh, sì, qualche volta l'avevo fatto con mio marito, ma era un'altra cosa. Rimasi quasi mezz'ora a ballare, circondata da un nugolo di giovani con gli occhi di fuori che mi rivolgevano centinaia di domande, mi facevano migliaia di complimenti, e che provavano in tutti i modi di rimorchiarmi. Mi sentivo il centro del mondo guardando quei ragazzi, tutti notevolmente più giovani di me. Ragazzi che, probabilmente, avrebbero fatto pazzie per me. Le ragazze erano invece scomparse dalla pista, e si erano messe ai bordi della stessa, alcune con il broncio, altre con un sorrisino ironico che diceva molto, ma tutte sconfitte e incapaci di lottare con me a colpi di sensualità. Dopo circa una mezz’ora, mentre il dj aveva messo un pezzo degli Eiffel 65 molto in voga allora, “Too mutch of heaven”, vidi finalmente Luca fare il suo ingresso insieme ad altri componenti dello staff. Immaginavo che, prima o poi, sarebbe arrivato. Ero perfettamente a conoscenza delle abitudini degli animatori. Non era certo la mia prima esperienza in un villaggio vacanze, e anche se non conoscevo in particolare questi ragazzi, sapevo che avevano l’abitudine di fare un salto in discoteca anche per cercare di animare la serata. Mi tolsi dalla pista, con grande disappunto dei miei corteggiatori e, continuando a canticchiare e a muovermi, naturalmente in modo più soft, avanzai verso di lui.
"Ciao, Luca, come va?" gli dissi, mettendomi di fronte a lui. Malgrado fosse
alto circa 1 metro e ottanta, io con i miei sandali lo superavo di parecchio.
Negli ultimi tempi avevo imparato come la mia altezza fosse un mezzo per
mettere in difficoltà gli uomini. Non ero fuori stazza, ma i miei 179 centimetri, quando erano supportati da tacchi considerevoli come in quel caso, creavano imbarazzo nei maschi che incontravo. Non l'avevo mai sperimentato con la seduzione, tranne che con mio marito, ma me ne ero accorta in tante altre occasioni, anche piuttosto banali, e ogni volta mi piaceva constatare quali sensazioni di inferiorità creavo in quel modo negli uomini. Avevo imparato ad apprezzare quei momenti, e a desiderarli sempre di più. Quindi, appena mi capitava, non mi facevo pregare di indossare calzature che mi rendessero ancora più alta di quanto già non lo fossi. Il ragazzo mi guardava intanto mezzo imbambolato.
“Oh, mio Dio! Sei così, così ..."
Sorrisi mentre notavo i suoi occhi perdersi nelle mie forme strizzate nel lattice.
"Bella?"
"No, molto di più. Sei stratosferica."
Sorrisi di nuovo. Si, mi sentivo proprio stratosferica. Lo presi per la mano trascinandolo al bancone del bar. Ordinai un cocktail e mi misi seduta, invitandolo a fare altrettanto.
"Ora andremo in camera tua a fare il bis", gli dissi, mentre sorseggiavo il
drink, rimanendo quasi meravigliata io stessa dalla facilità con la quale mi
uscivano certe frasi che, fino a poco tempo prima, non avrei detto neanche sotto
tortura.
"Sì, certo, andiamo quando vuoi. Sei stupenda", mi disse. Era un ragazzo, non
sapeva certo corteggiare, almeno non una donna come me. Magari con una
ragazzina di diciotto, vent'anni, sarebbe potuto anche andar bene, e invece
sembrava che gli si fosse incantato il disco. Continuava a dirmi quanto fossi
bella e quanto gli piacessi, ma ciò che invece mi piaceva era proprio la sua goffaggine di fronte a me. In ogni caso, lui era la mia preda, l'avevo adocchiato e sarebbe stato mio, anche se il mio obiettivo non era rimediare semplicemente una notte di sesso. Se avessi voluto, avrei potuto portarmi a letto tutta la discoteca. Ma questo l'avrebbe potuto fare qualunque ragazza abbastanza carina e spregiudicata. Ero arrivata in quel villaggio con il preciso intento di farmi guardare e di provocare, ed ero già riuscita nel mio intento. Non era mia intenzione originaria invece tradire mio marito, ma il desiderio che avevo visto negli occhi di Luca mi aveva invece coinvolta a tal punto da farmi desiderare l'adulterio. Il risultato era stato uno schifo, ma ora dovevo verificare una mia idea. Dopo aver bevuto il cocktail mi accesi una sigaretta, terminata la quale mi alzai e presi per mano Luca.
"Andiamo", gli dissi semplicemente. Mentre ci allontanavamo notavo gli sguardi
degli altri nei nostri confronti. Sono convinta che da quel momento Luca sarebbe diventato un vero e proprio mito per tutti i suoi amici. Forse si era già vantato con loro di avermi portato a letto, ma ora tutti avrebbero potuto verificare la veridicità delle sue affermazioni. Era su di giri, il ragazzo. Camminavamo mano nella mano, e non poteva fare a meno di osservarmi in continuazione, scuotendo ogni tanto la testa, quasi incredulo che una come me, una donna di quasi trent’anni, lo stesse circuendo in modo così sfacciato. Sapevo che ogni giovane dell’età di Luca aveva, nei suoi desideri proibiti, la speranza di trovare una donna adulta che gli facesse da chioccia e che lo seducesse. Se poi quella donna adulta aveva le mie sembianze, il mio modo di fare e il mio abbigliamento provocante, allora sarebbe stato il massimo. Mi sentivo tanto Laura Antonelli in “Malizia”, un film in cui la protagonista di divertiva a sedurre un ragazzo che fantasticava su di lei. Ma io avevo in mente un proseguimento decisamente diverso da quello di quel film, e Luca non poteva lontanamente immaginare cosa avevo in serbo per lui.

Continua...




scritto il
2026-07-23
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