La vita di Patty Capitolo 41
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Al ritorno in città fece naturalmente seguito il ritorno alla normalità, se
normale si poteva dichiarare la mia vita. Luca era diventato, come avevo previsto, un ricordo, anche se non sbiadito come avevo immaginato. Ogni tanto mi tornavano in mente i momenti trascorsi con lui, soprattutto quelli in cui lo vedevo così succube di me e, immancabilmente, mi veniva da pensare che non mi
sarebbe dispiaciuto affatto riprovare di nuovo emozioni del genere. Ma la mia
vita normale non mi lasciava tempo da dedicare alla ricerca di un altro
pretendente alla mia dominazione. Il lavoro e la palestra occupavano tutta la
giornata, mentre la sera era dedicata esclusivamente alle mie figlie e a mio marito. Già le mie figlie. In effetti era soprattutto la grande a crearmi problemi. Malgrado le rassicurazioni di Marco, che le diceva di quanto lui si divertisse a preparare la cena per tutte noi e a sbrigare tutte le faccende domestiche al mio posto, cominciava a notare che qualcosa nella sua famiglia non andava come nelle altre. Me ne resi conto proprio alcuni giorni dopo essere tornati, esattamente l’ultimo giorno di scuola. Come al solito era Marco che si prendeva carico di andare a prendere le bambine. Loro facevano orario continuato, mangiavano cioè a scuola, anche perché per noi sarebbe stato impossibile andarle a prendere la mattina, considerando i nostri impegni di lavoro. Ma quel giorno, complice la festicciola di fine anno organizzata dalle maestre, Marco dovette andare a prendere le bambine in tarda mattinata. La sera stessa Marco mi prese da una parte e mi disse che, quando era andato a prendere la bambina, era stato avvicinato da una delle maestre che gli aveva detto che non riusciva a spiegarsi perché nostra figlia fosse l'unica alunna che non invitava mai compagni di classe a casa nostra. Naturalmente, andai immediatamente a parlare con la bimba che mi rispose che si vergognava di invitare le amichette perché tutte loro avevano una mamma che preparava i dolci e che organizzava le festicciole, mentre lei aveva solo il papà, e non voleva che le altre bambine la prendessero in giro. Capii che, per il bene delle bambine, dovevo tornare a essere una casalinga una volta ogni tanto. In fondo, ero ancora una buona cuoca, e sapevo preparare degli ottimi dolci anch'io. Il mio tiramisù era leggendario tra le mie conoscenze, ed era stato anche una delle cause del mio ingrassamento. Questo non avrebbe significato che avrei dovuto smettere di fare quello che facevo. Amavo svisceratamente le mie figlie, ma credevo di avere il diritto di vivere la mia vita come meglio credevo, e non potevo, ma soprattutto non volevo, diventare di nuovo una donna frustrata che aveva smesso di godersi la vita per dedicarsi esclusivamente a loro. Lo avevo fatto per anni e non avevo alcuna intenzione di tornare a fare quel tipo di vita. Pensavo inoltre di essere in grado di poter gestire le due cose con sufficiente sicurezza. Volevo naturalmente continuare a essere una mamma, senza però smettere di essere una moglie dominante. Anzi, una donna dominante. La differenza era basilare perché la mia intenzione era quella di trovare almeno un altro uomo da sottomettere. Se avessi trovato il tempo e l’occasione.
Ripresi la vita normale anche con Marco, naturalmente. Per due volte alla
settimana io diventavo una dominatrice spietata, mi vestivo con gli abiti più
provocanti che potevo e poi lo seducevo, lo picchiavo e, al termine, lo scopavo. Era questo il termine che usavo quando avevo voglia di fare l'amore. Poteva sembrare decisamente volgare, ma era sicuramente più adatto per descrivere l’atto sessuale tra di noi. Per di più usavo dirgli che ero io a scopare lui e non il contrario, per mettere in chiaro definitivamente la differenza che si era instaurata tra noi due, e per pormi su un gradino più alto rispetto a lui, diventato in effetti un vero e proprio giocattolo nelle mie mani. Ma ciò di cui non mi accorgevo era capire se Marco si rendesse conto di quanto anch'io non potessi più fare a meno di quelle due serate tutte per noi.
L'attendevo con ansia, e già dal giorno prima mi arrovellavo per cercare di trovare situazioni sempre nuove ed eccitanti, sia per me che per lui. C'era poco da inventarsi in quanto avevo messo dei paletti a tutte quelle situazioni che non erano di mio gradimento e che, tra l'altro, non lo erano neanche di Marco, come ad esempio manette, fruste e ogni tipo di bondage. Quel tipo di dominazione non faceva proprio per me. La vedevo fasulla, troppo teatrale, e anche un po’ pericolosa. Tra l’altro, io ero sicura che non avevo bisogno di certi espedienti per essere una padrona al cento per cento. Per non parlare poi di altre pratiche lontano mille miglia dalla mia mentalità come defecare e urinare su un uomo. Inconcepibile per me, almeno in quel periodo della mia vita. Quelle erano forse cose adatte a chi giocava. Il mio non era un gioco, bensì uno stile di vita. Anzi, era ormai diventato un vero e proprio bisogno. Per me, sicuramente, ma credo che anche Marco ormai non avrebbe potuto vivere in altro modo. Altrimenti se ne sarebbe andato da un bel pezzo, probabilmente dal giorno che lo picchiai nella nostra casa al mare, quando gli feci comprendere che i ruoli si erano ormai delineati. O forse dopo aver intuito il mio tradimento con Luca. Era rimasto come marito sottomesso, e questo mi dava la certezza che non potesse vivere senza la mia dominazione. Ma anche con tutte quelle limitazioni, tutto il resto era comunque di un'eccitazione e di una sensualità senza limiti. In questo modo riuscivo a soddisfare naturalmente anche tutti i bisogni di Marco, oltre che a farlo con i miei. Tutto sommato, la cosa non mi dispiaceva affatto. Se, comportandomi in quel modo, riuscivo a prendere due piccioni con una fava, non era certo un male. L'importante era che fossi io a condurre le danze, e se mi fosse capitata una qualunque cosa che io avevo intenzione di fare, e che sapevo che lui non gradiva, non mi sarei tirata certo indietro e l'avrei fatta senza crearmi problemi di sorta. A cominciare proprio da un altro eventuale tradimento. Rimediare un uomo sarebbe stato semplice per una come me. Notavo gli sguardi che si posavano su di me, e mi sarebbe bastato cercare un approccio e avrei potuto portarmi a letto qualunque uomo. Ma una semplice scopata non mi avrebbe soddisfatta. Quanto a Marco, sembrava soddisfatto della sua situazione. Aveva capito che ormai con me c'era poco da scherzare, e che i suoi piani originari erano andati a farsi benedire, ma ero convinta che, vivere quel rapporto che avevamo, in quella situazione, con lui in bilico ed esposto ai miei umori e alle mie fantasie, lo eccitassero molto più di quanto lui stesso avrebbe immaginato. Forse più di quanto avrebbe potuto godere col suo piano originario.
Lo schema era sempre lo stesso, ma era tutt’altro che monotono. Nei due giorni a settimana che dedicavo a lui, mi doveva attendere in ginocchio e completamente nudo. Questo mi faceva rendere conto di quanto fosse già eccitato al pensiero. Io mi andavo a vestire e tornavo con quel tipo di abbigliamento che definire sensuale non rende l’idea. Ero convinta che con quelle tute di lattice, con quei pantaloni aderentissimi, con quei top trasparenti, ogni maschio avesse l’obbligo di inginocchiarsi ai miei piedi. Di sicuro, Marco era completamente nel pallone, malgrado avrebbe dovuto averci preso l’abitudine. E invece la reazione erotica era sconvolgente. Il suo cazzo diventava ancor più dritto, e io consideravo quella reazione il giusto tributo alla mia bellezza.
Poi c’erano le prove di forza. Ormai era inutile picchiarlo a sangue. Lo avrei fatto in caso di disobbedienza, ma in quei casi mi bastava solo sentirmi superiore. Una sera volli provare qualcosa di nuovo. Come vedremo più avanti, in palestra ormai avevo iniziato a superare i maschi anche sul piano della forza fisica, e volevo mettermi alla prova. Chiesi quindi a Marco una sfida a braccio di ferro. Rimase incredulo ma si guardò bene dal contestare il mio ordine. Aggiunsi che avrebbe dovuto metterci tutta la sua forza. Ci mettemmo quindi in posizione, ma Marco non era facile da battere. Tuttavia mi dimostrai davvero più forte di lui e riuscii, con immensa fatica, a superarlo. Lo rifacemmo altre volte, e dopo un paio di mesi la vittoria era diventata semplicissima. Poteva sembrare una cosa banale, forse anche puerile, ma la dimostrazione della mia superiorità ebbe un doppio obiettivo. Il mio schiavo divenne ancor più sottomesso e più consapevole che la mia superiorità era ormai abissale. Il secondo fu che quella mia ormai netta superiorità contribuiva ulteriormente alla mia eccitazione. Addirittura, quando ormai avevo raggiunto una certa facilità nel vincere, con la mano libera mi accendevo una sigaretta, mi rimiravo le unghie, sbuffavo fingendo di annoiarmi, consapevole che avrei potuto sconfiggerlo solo aumentando un po’ la mia potenza. In quelle situazioni, sentivo subito un piacere immenso, con i miei liquidi che scendevano inesorabili. Ero ormai conscia che mi eccitavo mostrando la mia superiorità fisica, ma mai avrei immaginato di poter raggiungere un potente orgasmo solo battendo mio marito a braccio di ferro. La cosa si ripeté spesso, e più esageravo e lo umiliavo facendolo sentire una nullità, maggiore era la mia eccitazione sessuale. Io non ero padrona per una scelta reciproca, per un gioco sessuale, io lo ero per vera superiorità, ed era una situazione anomala che mi faceva sentire quasi come se avessi il diritto di dominare un’altra persona, a prescindere da quali fossero le sue sensazioni.
Naturalmente, gran parte della mia giornata era occupata dalla palestra. Mi
sentivo in forma smagliante e piena di voglia di dimostrare il mio valore.
Purtroppo, mentre nel judo potevo allenarmi con atleti del mio valore, nella
kick-boxing questo non accadeva. A parte un certo Manuel, con il quale facevo
diversi combattimenti, non c'era nessun altro che mi impegnasse seriamente. Almeno non nella mia palestra. Daniele mi aveva anche proposto di entrare nel
circuito dei combattimenti e di fare qualche torneo regionale. Ne feci uno di
light contact, vincendo una coppetta da mettere in salotto, ma non avevo tempo da perdere per girare la mia regione per mettermi in mostra. C'era anche il problema dell'età. Avevo quasi trent'anni e, di solito, a quell'età si smetteva di fare agonismo, mentre io avrei dovuto iniziare. Forse la cosa che mi frenava maggiormente era che non amavo combattere contro le donne. La sensazione che provavo combattendo contro gli uomini era di un altro spessore. Daniele, sempre molto carino nei miei confronti, spesso invitava altri atleti di altre palestre proprio per mettermi alla prova. Alcune volte perdevo, ovviamente, altre vincevo, ma lasciavo sempre una grande ammirazione tra quegli atleti, alcuni dei quali noti anche a livello regionale, che si meravigliavano e si chiedevano per quale motivo non partecipassi a campionati nazionali. In quel periodo ebbi anche una discussione piuttosto accesa con quel Manuel di cui parlavo prima, un ragazzo all'incirca della mia età. Questo non avrà ripercussioni sulla mia vita futura, ma serve a far capire quale fosse la grinta che mettevo sul ring quando affrontavo un uomo, quasi come se il mio desiderio inconscio fosse non solo di batterlo, ma di umiliarlo. Si trattava di uno dei nostri soliti allenamenti, ma quella volta ero molto più aggressiva del normale. Dopo qualche secondo di schermaglie, cercai di aprirgli la guardia con un jab sinistro e quindi lo colpii con un diretto pieno con il destro. Manuel barcollò e poi si rivolse a me incazzato come non mai.
"Ehi, ci stiamo allenando, mica stiamo combattendo. Altrimenti entro duro
anch'io."
"E fallo. Pensi di mettermi paura? Tu pensa piuttosto ad alzare la guardia in
modo decente."
Manuel fu colpito nell'orgoglio. Per alcuni secondi, anche approfittando dell'assenza di Daniele che non avrebbe mai permesso un comportamento così aggressivo, ci scambiammo dei colpi molto forti e che, almeno per quanto mi riguarda, mi procurarono dolore intenso, ma che, invece di farmi desistere, mi dettero la forza per controbattere. Non mi ricordo esattamente la successione dei colpi, ma ricordo che riuscii a colpirlo con un calcio circolare e poi a metterlo alle corde, riempiendolo di pugni. Fu proprio Daniele che, chiamato dagli altri allievi, dovette alzarmi di forza e togliermi Manuel dalle mani. Ci scambiammo anche delle minacce, ma la sera stessa, dopo essermi fatta la doccia, e aver subito il rimbrotto pesante del mio allenatore, capii di avere esagerato e andai a chiedergli scusa. Lui le accettò e poi, quando mi stavo congedando da lui, mi prese per un braccio.
"Cazzo, Patty, quanto meni. La prossima volta solo allenamento eh. Non ci
tengo proprio a farmi massacrare da te."
Inutile dire che la cosa mi riempì di orgoglio, ma mi fece capire che un conto
era la mia vita privata dove davo sfoggio della mia abilità con mio marito, e un altro era la vita in mezzo alla gente. Avrei dovuto fare più attenzione a scindere le due cose e a non farmi prendere troppo la mano. Ciò che mi dava forse maggiore soddisfazione era però la mia forza fisica. Ormai riuscivo a sollevare pesi maggiori di quanto riuscissero a fare gli uomini. I miei muscoli erano sempre più delineati, anche se, a primo impatto, si notavano appena. Il mio addome poi iniziava a delinearsi in modo molto preciso. Non avevo ancora la cosiddetta tartaruga ma, se mi mettevo in certe posizioni, il mio stomaco si divideva in sei porzioni che in gergo si chiamavano “Six pax”, e sembravano essere il raggiungimento di un livello eccelso. In seguito migliorai addirittura quella condizione, ma a quell’epoca, considerando il poco tempo che mi aveva permesso di arrivare a quel punto, ero davvero fiera dei miei progressi.
Ma la cosa che mi dette più preoccupazione in quel periodo fu l'offerta
inaspettata di mia cugina. Per mia cugina intendo la proprietaria del negozio e quindi la mia principale, unica autorità che ero costretta a riconoscere. L'offerta era molto semplice e avrebbe potuto cambiare la mia situazione
economica. Mia cugina Alessandra, dovendo aprire una nuova attività e avendo
bisogno di denaro liquido, mi avrebbe ceduto proprio quel negozio dove io lavoravo.
Era un'occasione da non perdere, ma io non avevo il senso degli affari, e non
sapevo a chi chiedere consiglio. Il mio ruolo m'imponeva di non chiedere niente a nessuno, soprattutto a mio marito e, di conseguenza, nicchiai. Avevo da poco preso in mano la situazione economica della mia famiglia, e ancora non sapevo come muovermi tra tasse, pagamenti vari e spese giornaliere, per di più stavamo ancora pagando il mutuo della casa e denaro in banca ce n'era poco. Inoltre, non avevo la più pallida idea di come muovermi per gestire un negozio. Non sapevo dove comprare la merce, né quanto rivenderla e né cosa fare per tutte le altre incombenze. Ero solo una direttrice part time che si occupava delle vendite, piuttosto abile con le clienti, dotata di un gusto più che discreto, ma assolutamente digiuna di tutto il resto. Mi venne di nuovo in aiuto Alessandra. Se avessi accettato, si sarebbe accontentata di una caparra e poi di un pagamento rateale, mentre per tutte le altre incombenze mi avrebbe aiutata lei, magari occupandosi all'inizio degli acquisti insieme a me, per farmi camminare in seguito con le mie gambe quando mi fossi impratichita della situazione. L'altro dubbio che avevo riguardava il mio pomeriggio libero. Per me era imprescindibile, e avevo paura che, diventando la proprietaria del negozio, le responsabilità sarebbero aumentate in modo esponenziale, togliendomi quella libertà di cui avevo assoluto bisogno. Ovviai a quest'ultimo problema chiedendo a mia cugina di lasciare che la direttrice del pomeriggio, una donna fidata e capace, rimanesse con me invece di portarsela nel nuovo negozio. Sarebbe stato un esborso mensile non indifferente, ma la mia vita e la mia libertà valevano più dello stipendio che avrei dovuto pagare. Accettai quindi la proposta di Alessandra, e da li a pochi mesi sarei dunque diventata la proprietaria del negozio, dando fondo a tutti i risparmi che avevamo in banca, con grande preoccupazione di mio marito che, comunque, si guardò bene dal dirmi qualcosa a riguardo. Arrivò anche di nuovo il momento delle vacanze. Se quella settimana di maggio era stata una cosa extra e aveva procurato tutti quegli sconquassi, le ferie di agosto furono, al contrario, un momento di riposo che dedicai completamente alle bambine. Trascorsi infatti tutti i miei giorni di ferie nella casa al mare dei miei suoceri, un po' per risparmiare soldi, visto che la decisione di acquistare il negozio era stata già presa, un po' anche perché dentro di me sentivo quasi il bisogno di tornare a essere per qualche giorno di nuovo una moglie e una mamma normale. Trascorrendo alcuni giorni di quelle vacanze proprio con i genitori di Marco, non potei fare a meno di tornare a essere, ai loro occhi, quella donna che loro pensavano che fossi. Quindi fui costretta a cucinare di nuovo per mio marito e servirlo a tavola, proprio come facevo prima, ma devo dire che la cosa non mi dette alcun fastidio, e la trovai addirittura soddisfacente. Si può dire che il più deluso di questa parentesi fu proprio Marco, che aveva bisogno di una donna dominante forse in modo maggiore di quanto io avessi bisogno di uno schiavo. Una sera, mentre andavamo a passeggio per la cittadina, mano nella mano, approfittando di una breve parentesi da soli, e mentre le bambine erano intente a guardare un negozio di giocattoli, lo interrogai.
"Allora, Marco, che ne dici? Ti piace tornare ogni tanto alla nostra vecchia
vita?"
Mi guardò e mi baciò la mano dolcemente. "La mia vita è quella di servirla, Signora. Io sono felice ogni momento che passo accanto a lei, ma la mia felicità diventa totale quando lei diventa la mia padrona. Anche se..."
"Anche se?" domandai incuriosita.
"Ho paura che se glielo dico lei s'arrabbia."
"Mi arrabbio se tu non me lo dici. Caro Marco, il fatto che stasera ti abbia
preparato la cenetta è solo un fatto contingente. Io sono sempre la tua
padrona, anche in quei momenti in cui, per forza di cose, non posso esprimermi
liberamente come vorrei. Pertanto finisci la frase, subito, altrimenti alla
prima occasione che mi capita ti farò passare un brutto momento", risposi, con
un tono che non ammetteva repliche.
Mio marito sospirò e poi fu costretto a proseguire il suo discorso. "Ecco… io farei volentieri a meno di essere picchiato da lei. Ormai so che lei è più forte di me, e quindi non mi metterei mai a discutere un suo ordine. L'ultima volta che l'ho fatto mi è bastato. Ormai so che per lei non è più un gioco. Certo, se dovessi fare qualcosa che lei non gradisce, ha tutto il diritto di punirmi come meglio crede, altrimenti se lei potesse evitare di darmi botte gratuitamente, io le sarei grato. Talvolta ho paura che lei possa perdere la ragione e farmi veramente male. Il vero problema però, è che non so più quali scuse inventarmi quando vado al lavoro con la faccia gonfia."
Sorrisi. Conoscevo benissimo ormai quali fossero le cose che amava e quelle invece che non gradiva affatto. Tra frasi dette e altre invece appena accennate, avevo capito che lui non gradiva le percosse gratuite. In effetti, qualche volta avevo esagerato, e dentro di me mi ripromisi di fare più attenzione e, soprattutto, di evitare di mandarlo in giro con i segni delle percosse per non metterlo in difficoltà davanti alla gente, ma sapere con certezza che lui avesse paura di me mi stava dando una sensazione di potenza indescrivibile. Lo accarezzai e poi lo sfiorai con un bacio.
"Vedremo. Ti prometto che ti punirò soltanto se lo riterrò opportuno. Sta a te
naturalmente non farmi arrabbiare e non costringermi. Ma lo farò a mia discrezione. Quanto ai segni sul viso, inventati qualcosa. Sei intelligente e di sicuro troverai la scusa giusta.” Sì, avrei dovuto forse diminuire le percosse. Facile a dirsi, quasi impossibile da fare perché in quei momenti sembravo posseduta e ci sarebbe voluto un esorcista per farmi tornare normale.
“Sarà lei a decidere, Padrona.”
“Certo che deciderò io. Tu fila dritto e vedrai che non ti farò molto male. E poi… Andiamo, Marco, ti ecciti come una gatta in calore quando ti metto le mani addosso.”
Lo vidi annuire. “Sì, è inutile mentire e lei lo sa benissimo. Mi eccita sentirmi nelle sue mani, sapere che lei può fare qualunque cosa con me. In quei momenti ho la percezione esatta della sua superiorità, della sua potenza. Ho solo… paura che lei non si fermi. A volte temo che lei… possa persino uccidermi.”
Socchiusi gli occhi. Quella dichiarazione eccitava la mia fantasia, anche se in fondo non c’era nulla di nuovo. Mio marito aveva paura di me. E quella sensazione non aveva prezzo. Ma io non potevo fargli sconti. Non tanti, almeno.
“Dipenderà dalla situazione. Proverò a fare più attenzione, soprattutto nel colpirti in faccia, ma mettiti bene in testa che appena vedo un tentennamento da parte tua, ti riempio di schiaffi. Quando ti do un ordine devi scattare. Altrimenti… beh, sai quello che ti può succedere.”
“Sì, Padrona. Va bene tutto quello che lei decide. Lei è davvero una donna alla quale si deve obbedienza e devozione. E io la ringrazio per continuare ad accettarmi come schiavo.”
Fummo interrotti dal ritorno delle bambine, ma era stato tutto molto chiaro, anche se in fondo non avevo scoperto nulla di nuovo. Mio marito aveva bisogno di una donna più forte di lui, ma che non lo picchiasse per ogni nonnulla. Doveva soltanto percepire questa forza, magari con mosse che lo rendessero inoffensivo, come ad esempio leve articolari e torsioni. In quel modo lui si sarebbe sentito completamente nelle mie mani e avrebbe fatto qualunque cosa per me, annullandosi del tutto, come aveva fatto accettando il mio tradimento. Pensai che forse per lui non si trattava neanche di un tradimento vero e proprio, ma di una scelta che l'essere superiore accanto a lui, ovvero io, aveva fatto. Di conseguenza, questo gesto doveva essere accettato perché proveniva dalla sua padrona e non da sua moglie. Cercavo naturalmente di dare giustificazioni e di mettermi nella complicata mente di mio marito, ma ero certa che non mi stavo allontanando troppo dalla sua visione e dalla percezione che lui doveva avere avuto del mio tradimento. Quanto alle percosse, gli avevo che avrei fatto attenzione, ma sapevo perfettamente che non sarebbe stato facile per me mantenere il sangue freddo in quei momenti di assoluto predominio, e i fatti successivi dimostrarono ampiamente quanto i miei timori di non riuscire a mantenere quella promessa fossero fondati. Quando la mia anima si tingeva di nero, quando assaporavo il potere assoluto su mio marito, le mie reazioni erano fuori dal mio controllo. E questo rimaneva, per il momento, l’atteggiamento sul quale dovevo lavorare maggiormente.
Continua...
normale si poteva dichiarare la mia vita. Luca era diventato, come avevo previsto, un ricordo, anche se non sbiadito come avevo immaginato. Ogni tanto mi tornavano in mente i momenti trascorsi con lui, soprattutto quelli in cui lo vedevo così succube di me e, immancabilmente, mi veniva da pensare che non mi
sarebbe dispiaciuto affatto riprovare di nuovo emozioni del genere. Ma la mia
vita normale non mi lasciava tempo da dedicare alla ricerca di un altro
pretendente alla mia dominazione. Il lavoro e la palestra occupavano tutta la
giornata, mentre la sera era dedicata esclusivamente alle mie figlie e a mio marito. Già le mie figlie. In effetti era soprattutto la grande a crearmi problemi. Malgrado le rassicurazioni di Marco, che le diceva di quanto lui si divertisse a preparare la cena per tutte noi e a sbrigare tutte le faccende domestiche al mio posto, cominciava a notare che qualcosa nella sua famiglia non andava come nelle altre. Me ne resi conto proprio alcuni giorni dopo essere tornati, esattamente l’ultimo giorno di scuola. Come al solito era Marco che si prendeva carico di andare a prendere le bambine. Loro facevano orario continuato, mangiavano cioè a scuola, anche perché per noi sarebbe stato impossibile andarle a prendere la mattina, considerando i nostri impegni di lavoro. Ma quel giorno, complice la festicciola di fine anno organizzata dalle maestre, Marco dovette andare a prendere le bambine in tarda mattinata. La sera stessa Marco mi prese da una parte e mi disse che, quando era andato a prendere la bambina, era stato avvicinato da una delle maestre che gli aveva detto che non riusciva a spiegarsi perché nostra figlia fosse l'unica alunna che non invitava mai compagni di classe a casa nostra. Naturalmente, andai immediatamente a parlare con la bimba che mi rispose che si vergognava di invitare le amichette perché tutte loro avevano una mamma che preparava i dolci e che organizzava le festicciole, mentre lei aveva solo il papà, e non voleva che le altre bambine la prendessero in giro. Capii che, per il bene delle bambine, dovevo tornare a essere una casalinga una volta ogni tanto. In fondo, ero ancora una buona cuoca, e sapevo preparare degli ottimi dolci anch'io. Il mio tiramisù era leggendario tra le mie conoscenze, ed era stato anche una delle cause del mio ingrassamento. Questo non avrebbe significato che avrei dovuto smettere di fare quello che facevo. Amavo svisceratamente le mie figlie, ma credevo di avere il diritto di vivere la mia vita come meglio credevo, e non potevo, ma soprattutto non volevo, diventare di nuovo una donna frustrata che aveva smesso di godersi la vita per dedicarsi esclusivamente a loro. Lo avevo fatto per anni e non avevo alcuna intenzione di tornare a fare quel tipo di vita. Pensavo inoltre di essere in grado di poter gestire le due cose con sufficiente sicurezza. Volevo naturalmente continuare a essere una mamma, senza però smettere di essere una moglie dominante. Anzi, una donna dominante. La differenza era basilare perché la mia intenzione era quella di trovare almeno un altro uomo da sottomettere. Se avessi trovato il tempo e l’occasione.
Ripresi la vita normale anche con Marco, naturalmente. Per due volte alla
settimana io diventavo una dominatrice spietata, mi vestivo con gli abiti più
provocanti che potevo e poi lo seducevo, lo picchiavo e, al termine, lo scopavo. Era questo il termine che usavo quando avevo voglia di fare l'amore. Poteva sembrare decisamente volgare, ma era sicuramente più adatto per descrivere l’atto sessuale tra di noi. Per di più usavo dirgli che ero io a scopare lui e non il contrario, per mettere in chiaro definitivamente la differenza che si era instaurata tra noi due, e per pormi su un gradino più alto rispetto a lui, diventato in effetti un vero e proprio giocattolo nelle mie mani. Ma ciò di cui non mi accorgevo era capire se Marco si rendesse conto di quanto anch'io non potessi più fare a meno di quelle due serate tutte per noi.
L'attendevo con ansia, e già dal giorno prima mi arrovellavo per cercare di trovare situazioni sempre nuove ed eccitanti, sia per me che per lui. C'era poco da inventarsi in quanto avevo messo dei paletti a tutte quelle situazioni che non erano di mio gradimento e che, tra l'altro, non lo erano neanche di Marco, come ad esempio manette, fruste e ogni tipo di bondage. Quel tipo di dominazione non faceva proprio per me. La vedevo fasulla, troppo teatrale, e anche un po’ pericolosa. Tra l’altro, io ero sicura che non avevo bisogno di certi espedienti per essere una padrona al cento per cento. Per non parlare poi di altre pratiche lontano mille miglia dalla mia mentalità come defecare e urinare su un uomo. Inconcepibile per me, almeno in quel periodo della mia vita. Quelle erano forse cose adatte a chi giocava. Il mio non era un gioco, bensì uno stile di vita. Anzi, era ormai diventato un vero e proprio bisogno. Per me, sicuramente, ma credo che anche Marco ormai non avrebbe potuto vivere in altro modo. Altrimenti se ne sarebbe andato da un bel pezzo, probabilmente dal giorno che lo picchiai nella nostra casa al mare, quando gli feci comprendere che i ruoli si erano ormai delineati. O forse dopo aver intuito il mio tradimento con Luca. Era rimasto come marito sottomesso, e questo mi dava la certezza che non potesse vivere senza la mia dominazione. Ma anche con tutte quelle limitazioni, tutto il resto era comunque di un'eccitazione e di una sensualità senza limiti. In questo modo riuscivo a soddisfare naturalmente anche tutti i bisogni di Marco, oltre che a farlo con i miei. Tutto sommato, la cosa non mi dispiaceva affatto. Se, comportandomi in quel modo, riuscivo a prendere due piccioni con una fava, non era certo un male. L'importante era che fossi io a condurre le danze, e se mi fosse capitata una qualunque cosa che io avevo intenzione di fare, e che sapevo che lui non gradiva, non mi sarei tirata certo indietro e l'avrei fatta senza crearmi problemi di sorta. A cominciare proprio da un altro eventuale tradimento. Rimediare un uomo sarebbe stato semplice per una come me. Notavo gli sguardi che si posavano su di me, e mi sarebbe bastato cercare un approccio e avrei potuto portarmi a letto qualunque uomo. Ma una semplice scopata non mi avrebbe soddisfatta. Quanto a Marco, sembrava soddisfatto della sua situazione. Aveva capito che ormai con me c'era poco da scherzare, e che i suoi piani originari erano andati a farsi benedire, ma ero convinta che, vivere quel rapporto che avevamo, in quella situazione, con lui in bilico ed esposto ai miei umori e alle mie fantasie, lo eccitassero molto più di quanto lui stesso avrebbe immaginato. Forse più di quanto avrebbe potuto godere col suo piano originario.
Lo schema era sempre lo stesso, ma era tutt’altro che monotono. Nei due giorni a settimana che dedicavo a lui, mi doveva attendere in ginocchio e completamente nudo. Questo mi faceva rendere conto di quanto fosse già eccitato al pensiero. Io mi andavo a vestire e tornavo con quel tipo di abbigliamento che definire sensuale non rende l’idea. Ero convinta che con quelle tute di lattice, con quei pantaloni aderentissimi, con quei top trasparenti, ogni maschio avesse l’obbligo di inginocchiarsi ai miei piedi. Di sicuro, Marco era completamente nel pallone, malgrado avrebbe dovuto averci preso l’abitudine. E invece la reazione erotica era sconvolgente. Il suo cazzo diventava ancor più dritto, e io consideravo quella reazione il giusto tributo alla mia bellezza.
Poi c’erano le prove di forza. Ormai era inutile picchiarlo a sangue. Lo avrei fatto in caso di disobbedienza, ma in quei casi mi bastava solo sentirmi superiore. Una sera volli provare qualcosa di nuovo. Come vedremo più avanti, in palestra ormai avevo iniziato a superare i maschi anche sul piano della forza fisica, e volevo mettermi alla prova. Chiesi quindi a Marco una sfida a braccio di ferro. Rimase incredulo ma si guardò bene dal contestare il mio ordine. Aggiunsi che avrebbe dovuto metterci tutta la sua forza. Ci mettemmo quindi in posizione, ma Marco non era facile da battere. Tuttavia mi dimostrai davvero più forte di lui e riuscii, con immensa fatica, a superarlo. Lo rifacemmo altre volte, e dopo un paio di mesi la vittoria era diventata semplicissima. Poteva sembrare una cosa banale, forse anche puerile, ma la dimostrazione della mia superiorità ebbe un doppio obiettivo. Il mio schiavo divenne ancor più sottomesso e più consapevole che la mia superiorità era ormai abissale. Il secondo fu che quella mia ormai netta superiorità contribuiva ulteriormente alla mia eccitazione. Addirittura, quando ormai avevo raggiunto una certa facilità nel vincere, con la mano libera mi accendevo una sigaretta, mi rimiravo le unghie, sbuffavo fingendo di annoiarmi, consapevole che avrei potuto sconfiggerlo solo aumentando un po’ la mia potenza. In quelle situazioni, sentivo subito un piacere immenso, con i miei liquidi che scendevano inesorabili. Ero ormai conscia che mi eccitavo mostrando la mia superiorità fisica, ma mai avrei immaginato di poter raggiungere un potente orgasmo solo battendo mio marito a braccio di ferro. La cosa si ripeté spesso, e più esageravo e lo umiliavo facendolo sentire una nullità, maggiore era la mia eccitazione sessuale. Io non ero padrona per una scelta reciproca, per un gioco sessuale, io lo ero per vera superiorità, ed era una situazione anomala che mi faceva sentire quasi come se avessi il diritto di dominare un’altra persona, a prescindere da quali fossero le sue sensazioni.
Naturalmente, gran parte della mia giornata era occupata dalla palestra. Mi
sentivo in forma smagliante e piena di voglia di dimostrare il mio valore.
Purtroppo, mentre nel judo potevo allenarmi con atleti del mio valore, nella
kick-boxing questo non accadeva. A parte un certo Manuel, con il quale facevo
diversi combattimenti, non c'era nessun altro che mi impegnasse seriamente. Almeno non nella mia palestra. Daniele mi aveva anche proposto di entrare nel
circuito dei combattimenti e di fare qualche torneo regionale. Ne feci uno di
light contact, vincendo una coppetta da mettere in salotto, ma non avevo tempo da perdere per girare la mia regione per mettermi in mostra. C'era anche il problema dell'età. Avevo quasi trent'anni e, di solito, a quell'età si smetteva di fare agonismo, mentre io avrei dovuto iniziare. Forse la cosa che mi frenava maggiormente era che non amavo combattere contro le donne. La sensazione che provavo combattendo contro gli uomini era di un altro spessore. Daniele, sempre molto carino nei miei confronti, spesso invitava altri atleti di altre palestre proprio per mettermi alla prova. Alcune volte perdevo, ovviamente, altre vincevo, ma lasciavo sempre una grande ammirazione tra quegli atleti, alcuni dei quali noti anche a livello regionale, che si meravigliavano e si chiedevano per quale motivo non partecipassi a campionati nazionali. In quel periodo ebbi anche una discussione piuttosto accesa con quel Manuel di cui parlavo prima, un ragazzo all'incirca della mia età. Questo non avrà ripercussioni sulla mia vita futura, ma serve a far capire quale fosse la grinta che mettevo sul ring quando affrontavo un uomo, quasi come se il mio desiderio inconscio fosse non solo di batterlo, ma di umiliarlo. Si trattava di uno dei nostri soliti allenamenti, ma quella volta ero molto più aggressiva del normale. Dopo qualche secondo di schermaglie, cercai di aprirgli la guardia con un jab sinistro e quindi lo colpii con un diretto pieno con il destro. Manuel barcollò e poi si rivolse a me incazzato come non mai.
"Ehi, ci stiamo allenando, mica stiamo combattendo. Altrimenti entro duro
anch'io."
"E fallo. Pensi di mettermi paura? Tu pensa piuttosto ad alzare la guardia in
modo decente."
Manuel fu colpito nell'orgoglio. Per alcuni secondi, anche approfittando dell'assenza di Daniele che non avrebbe mai permesso un comportamento così aggressivo, ci scambiammo dei colpi molto forti e che, almeno per quanto mi riguarda, mi procurarono dolore intenso, ma che, invece di farmi desistere, mi dettero la forza per controbattere. Non mi ricordo esattamente la successione dei colpi, ma ricordo che riuscii a colpirlo con un calcio circolare e poi a metterlo alle corde, riempiendolo di pugni. Fu proprio Daniele che, chiamato dagli altri allievi, dovette alzarmi di forza e togliermi Manuel dalle mani. Ci scambiammo anche delle minacce, ma la sera stessa, dopo essermi fatta la doccia, e aver subito il rimbrotto pesante del mio allenatore, capii di avere esagerato e andai a chiedergli scusa. Lui le accettò e poi, quando mi stavo congedando da lui, mi prese per un braccio.
"Cazzo, Patty, quanto meni. La prossima volta solo allenamento eh. Non ci
tengo proprio a farmi massacrare da te."
Inutile dire che la cosa mi riempì di orgoglio, ma mi fece capire che un conto
era la mia vita privata dove davo sfoggio della mia abilità con mio marito, e un altro era la vita in mezzo alla gente. Avrei dovuto fare più attenzione a scindere le due cose e a non farmi prendere troppo la mano. Ciò che mi dava forse maggiore soddisfazione era però la mia forza fisica. Ormai riuscivo a sollevare pesi maggiori di quanto riuscissero a fare gli uomini. I miei muscoli erano sempre più delineati, anche se, a primo impatto, si notavano appena. Il mio addome poi iniziava a delinearsi in modo molto preciso. Non avevo ancora la cosiddetta tartaruga ma, se mi mettevo in certe posizioni, il mio stomaco si divideva in sei porzioni che in gergo si chiamavano “Six pax”, e sembravano essere il raggiungimento di un livello eccelso. In seguito migliorai addirittura quella condizione, ma a quell’epoca, considerando il poco tempo che mi aveva permesso di arrivare a quel punto, ero davvero fiera dei miei progressi.
Ma la cosa che mi dette più preoccupazione in quel periodo fu l'offerta
inaspettata di mia cugina. Per mia cugina intendo la proprietaria del negozio e quindi la mia principale, unica autorità che ero costretta a riconoscere. L'offerta era molto semplice e avrebbe potuto cambiare la mia situazione
economica. Mia cugina Alessandra, dovendo aprire una nuova attività e avendo
bisogno di denaro liquido, mi avrebbe ceduto proprio quel negozio dove io lavoravo.
Era un'occasione da non perdere, ma io non avevo il senso degli affari, e non
sapevo a chi chiedere consiglio. Il mio ruolo m'imponeva di non chiedere niente a nessuno, soprattutto a mio marito e, di conseguenza, nicchiai. Avevo da poco preso in mano la situazione economica della mia famiglia, e ancora non sapevo come muovermi tra tasse, pagamenti vari e spese giornaliere, per di più stavamo ancora pagando il mutuo della casa e denaro in banca ce n'era poco. Inoltre, non avevo la più pallida idea di come muovermi per gestire un negozio. Non sapevo dove comprare la merce, né quanto rivenderla e né cosa fare per tutte le altre incombenze. Ero solo una direttrice part time che si occupava delle vendite, piuttosto abile con le clienti, dotata di un gusto più che discreto, ma assolutamente digiuna di tutto il resto. Mi venne di nuovo in aiuto Alessandra. Se avessi accettato, si sarebbe accontentata di una caparra e poi di un pagamento rateale, mentre per tutte le altre incombenze mi avrebbe aiutata lei, magari occupandosi all'inizio degli acquisti insieme a me, per farmi camminare in seguito con le mie gambe quando mi fossi impratichita della situazione. L'altro dubbio che avevo riguardava il mio pomeriggio libero. Per me era imprescindibile, e avevo paura che, diventando la proprietaria del negozio, le responsabilità sarebbero aumentate in modo esponenziale, togliendomi quella libertà di cui avevo assoluto bisogno. Ovviai a quest'ultimo problema chiedendo a mia cugina di lasciare che la direttrice del pomeriggio, una donna fidata e capace, rimanesse con me invece di portarsela nel nuovo negozio. Sarebbe stato un esborso mensile non indifferente, ma la mia vita e la mia libertà valevano più dello stipendio che avrei dovuto pagare. Accettai quindi la proposta di Alessandra, e da li a pochi mesi sarei dunque diventata la proprietaria del negozio, dando fondo a tutti i risparmi che avevamo in banca, con grande preoccupazione di mio marito che, comunque, si guardò bene dal dirmi qualcosa a riguardo. Arrivò anche di nuovo il momento delle vacanze. Se quella settimana di maggio era stata una cosa extra e aveva procurato tutti quegli sconquassi, le ferie di agosto furono, al contrario, un momento di riposo che dedicai completamente alle bambine. Trascorsi infatti tutti i miei giorni di ferie nella casa al mare dei miei suoceri, un po' per risparmiare soldi, visto che la decisione di acquistare il negozio era stata già presa, un po' anche perché dentro di me sentivo quasi il bisogno di tornare a essere per qualche giorno di nuovo una moglie e una mamma normale. Trascorrendo alcuni giorni di quelle vacanze proprio con i genitori di Marco, non potei fare a meno di tornare a essere, ai loro occhi, quella donna che loro pensavano che fossi. Quindi fui costretta a cucinare di nuovo per mio marito e servirlo a tavola, proprio come facevo prima, ma devo dire che la cosa non mi dette alcun fastidio, e la trovai addirittura soddisfacente. Si può dire che il più deluso di questa parentesi fu proprio Marco, che aveva bisogno di una donna dominante forse in modo maggiore di quanto io avessi bisogno di uno schiavo. Una sera, mentre andavamo a passeggio per la cittadina, mano nella mano, approfittando di una breve parentesi da soli, e mentre le bambine erano intente a guardare un negozio di giocattoli, lo interrogai.
"Allora, Marco, che ne dici? Ti piace tornare ogni tanto alla nostra vecchia
vita?"
Mi guardò e mi baciò la mano dolcemente. "La mia vita è quella di servirla, Signora. Io sono felice ogni momento che passo accanto a lei, ma la mia felicità diventa totale quando lei diventa la mia padrona. Anche se..."
"Anche se?" domandai incuriosita.
"Ho paura che se glielo dico lei s'arrabbia."
"Mi arrabbio se tu non me lo dici. Caro Marco, il fatto che stasera ti abbia
preparato la cenetta è solo un fatto contingente. Io sono sempre la tua
padrona, anche in quei momenti in cui, per forza di cose, non posso esprimermi
liberamente come vorrei. Pertanto finisci la frase, subito, altrimenti alla
prima occasione che mi capita ti farò passare un brutto momento", risposi, con
un tono che non ammetteva repliche.
Mio marito sospirò e poi fu costretto a proseguire il suo discorso. "Ecco… io farei volentieri a meno di essere picchiato da lei. Ormai so che lei è più forte di me, e quindi non mi metterei mai a discutere un suo ordine. L'ultima volta che l'ho fatto mi è bastato. Ormai so che per lei non è più un gioco. Certo, se dovessi fare qualcosa che lei non gradisce, ha tutto il diritto di punirmi come meglio crede, altrimenti se lei potesse evitare di darmi botte gratuitamente, io le sarei grato. Talvolta ho paura che lei possa perdere la ragione e farmi veramente male. Il vero problema però, è che non so più quali scuse inventarmi quando vado al lavoro con la faccia gonfia."
Sorrisi. Conoscevo benissimo ormai quali fossero le cose che amava e quelle invece che non gradiva affatto. Tra frasi dette e altre invece appena accennate, avevo capito che lui non gradiva le percosse gratuite. In effetti, qualche volta avevo esagerato, e dentro di me mi ripromisi di fare più attenzione e, soprattutto, di evitare di mandarlo in giro con i segni delle percosse per non metterlo in difficoltà davanti alla gente, ma sapere con certezza che lui avesse paura di me mi stava dando una sensazione di potenza indescrivibile. Lo accarezzai e poi lo sfiorai con un bacio.
"Vedremo. Ti prometto che ti punirò soltanto se lo riterrò opportuno. Sta a te
naturalmente non farmi arrabbiare e non costringermi. Ma lo farò a mia discrezione. Quanto ai segni sul viso, inventati qualcosa. Sei intelligente e di sicuro troverai la scusa giusta.” Sì, avrei dovuto forse diminuire le percosse. Facile a dirsi, quasi impossibile da fare perché in quei momenti sembravo posseduta e ci sarebbe voluto un esorcista per farmi tornare normale.
“Sarà lei a decidere, Padrona.”
“Certo che deciderò io. Tu fila dritto e vedrai che non ti farò molto male. E poi… Andiamo, Marco, ti ecciti come una gatta in calore quando ti metto le mani addosso.”
Lo vidi annuire. “Sì, è inutile mentire e lei lo sa benissimo. Mi eccita sentirmi nelle sue mani, sapere che lei può fare qualunque cosa con me. In quei momenti ho la percezione esatta della sua superiorità, della sua potenza. Ho solo… paura che lei non si fermi. A volte temo che lei… possa persino uccidermi.”
Socchiusi gli occhi. Quella dichiarazione eccitava la mia fantasia, anche se in fondo non c’era nulla di nuovo. Mio marito aveva paura di me. E quella sensazione non aveva prezzo. Ma io non potevo fargli sconti. Non tanti, almeno.
“Dipenderà dalla situazione. Proverò a fare più attenzione, soprattutto nel colpirti in faccia, ma mettiti bene in testa che appena vedo un tentennamento da parte tua, ti riempio di schiaffi. Quando ti do un ordine devi scattare. Altrimenti… beh, sai quello che ti può succedere.”
“Sì, Padrona. Va bene tutto quello che lei decide. Lei è davvero una donna alla quale si deve obbedienza e devozione. E io la ringrazio per continuare ad accettarmi come schiavo.”
Fummo interrotti dal ritorno delle bambine, ma era stato tutto molto chiaro, anche se in fondo non avevo scoperto nulla di nuovo. Mio marito aveva bisogno di una donna più forte di lui, ma che non lo picchiasse per ogni nonnulla. Doveva soltanto percepire questa forza, magari con mosse che lo rendessero inoffensivo, come ad esempio leve articolari e torsioni. In quel modo lui si sarebbe sentito completamente nelle mie mani e avrebbe fatto qualunque cosa per me, annullandosi del tutto, come aveva fatto accettando il mio tradimento. Pensai che forse per lui non si trattava neanche di un tradimento vero e proprio, ma di una scelta che l'essere superiore accanto a lui, ovvero io, aveva fatto. Di conseguenza, questo gesto doveva essere accettato perché proveniva dalla sua padrona e non da sua moglie. Cercavo naturalmente di dare giustificazioni e di mettermi nella complicata mente di mio marito, ma ero certa che non mi stavo allontanando troppo dalla sua visione e dalla percezione che lui doveva avere avuto del mio tradimento. Quanto alle percosse, gli avevo che avrei fatto attenzione, ma sapevo perfettamente che non sarebbe stato facile per me mantenere il sangue freddo in quei momenti di assoluto predominio, e i fatti successivi dimostrarono ampiamente quanto i miei timori di non riuscire a mantenere quella promessa fossero fondati. Quando la mia anima si tingeva di nero, quando assaporavo il potere assoluto su mio marito, le mie reazioni erano fuori dal mio controllo. E questo rimaneva, per il momento, l’atteggiamento sul quale dovevo lavorare maggiormente.
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