La vita di Patty Capitolo 43

di
genere
dominazione

Giorgio mi accompagnò a circa duecento metri dalla mia abitazione. Non mi andava di farmi vedere a bordo di una macchina con un altro uomo che non fosse mio marito, e decisi di farmi lasciare in un punto dove avevo meno possibilità di incontrare gente che conoscevo. Ero già al centro di diversi pettegolezzi da parte di gente che non si faceva gli affari propri, e non avevo voglia di
incentivare queste chiacchiere, che dapprima erano basate sul nulla, ma che in quel momento potevano avere delle solide fondamenta. Prima di scendere lo
guardai ancora una volta negli occhi.
"Io vado a cambiarmi. Tu non ti muovere da qui per nessun motivo." Ero stata
volutamente autoritaria per vedere la sua reazione, reazione che fu praticamente nulla in quanto Giorgio si limitò ad acconsentire con la testa, ma questo mi fece capire una volta di più che dovevo essere nel giusto a pensare che avesse gli stessi istinti di Marco. Arrivata a casa mi feci una veloce doccia e mi rivestii alla bisogna. Indossai quindi un jeans elasticizzato molto aderente ma anche molto pratico per i miei movimenti, una magliettina bianca a maniche lunghe perfettamente accostata, adatta a mettere in risalto il mio seno, e un giubbino di pelle striminzito. Ai piedi mi misi un paio di decolté blu a punta, secondo i dettami della moda del momento, con tacchi di circa otto centimetri. Mi truccai con cura e sciolsi i capelli. L'immagine che di me rimandava lo specchio mi piaceva. Ero sensuale al punto giusto. Non sapendo ancora quali fossero i gusti di Giorgio in materia, avevo indossato una mise abbastanza tosta ma non eccessivamente aggressiva. Una via di mezzo adatta alla mia età e, soprattutto, al mio corpo, che delineava in modo sapiente le mie forme senza scadere nel provocatorio, come avevo fatto invece in vacanza mesi addietro. Prima di scendere mi misi un trench adatto sia per la pioggia che ancora scendeva incessantemente, sia per coprirmi dagli sguardi indiscreti dei miei vicini. Marco ancora doveva rientrare dal suo lavoro, e lo avrebbe fatto da li a mezz'ora circa. Era abbastanza normale che non mi vedesse in casa, visto che a quell’ora stavo in palestra, ma quello di metterlo al corrente dei miei spostamenti era un problema che ormai non mi apparteneva più. Non si sarebbe mai azzardato a chiedermi cosa facessi. Se io volevo, lo ragguagliavo riguardo a ciò che facevo, altrimenti doveva stare zitto se non voleva che io lo punissi duramente. Era accaduto anche un paio di settimane prima, quando ero uscita a mangiare una pizza con le altre ragazze della palestra. Mi ero fatta bella, avevo indossato un bell'abitino nero scollato al punto giusto, ed ero uscita senza dargli spiegazioni. Anzi, fui io a provocarlo mentre mi trovavo sul punto di uscire.
"Non mi aspettare sveglio perché non so a che ora rientrerò", gli avevo detto, con il tono duro che usavo in quelle circostanze.
"Si, Signora. Pulisco la casa e me ne vado a letto", furono le sue parole, senza minimamente chiedermi dove andassi. La sera con le altre ragazze poi fu quanto di più innocente si possa immaginare, a parte qualche commento sui maschi, a cominciare da quelli che frequentavano la nostra stessa palestra. Al contrario di quanto possano immaginare gli uomini, le chiacchiere tra donne sono molto piccanti, e spesso incentrate proprio sull’argomento sesso in tutte le sue sfumature. Devo dire che fui proprio io quella con più remore nel raccontare fatti personali, mentre le altre ragazze si lasciarono andare tranquillamente, spiegando per filo e per segno alcuni loro incontri, misure maschili comprese. Ma si trattava appunto solo di chiacchiere. Quando tornai a casa verso mezzanotte, Marco era già a letto, fingendo di dormire per paura di qualche mia reazione. Credo che per lui contasse soprattutto il fatto che io fossi tornata, e feci finta di credere che dormisse. Insomma, la mia era diventata una dominazione totale, ed ero quindi libera di fare tutto quello che mi passava per la testa. Scesi quindi da casa e tornai in macchina da Giorgio, posai la borsa ai miei piedi, mi tolsi il trench bagnato, e gli intimai di mettere in moto. Per tutto il tragitto che portava a casa sua, parlammo di altro, soprattutto del tempo e del lavoro, ma ormai potevo notare che il cambiamento che aveva fatto era enorme. Aveva abbandonato tutta la sua sicurezza, quel sorriso sfrontato e affascinante, per indossare panni decisamente più umili. Ogni tanto non poteva fare a meno di gettare un'occhiata per valutare il mio abbigliamento, facendo attenzione a non farsi scoprire. Fatica sprecata. Se gli uomini sapessero quanto ci accorgiamo subito quando gli sguardi sono interessati, probabilmente starebbero molto più attenti. Comunque, quegli sguardi non mi turbavano affatto. Anzi. Avevo sempre trovato piacevole quando gli sguardi maschili si posavano su di me in quel modo, tra il timido e l'ammirato, figuriamoci poi se quegli sguardi provenivano da un uomo come Giorgio. Quello che odiavo semmai, erano le frasi volgari che ogni donna, prima o poi, si sente rivolgere dagli incivili beceri. Io, intanto, pur limitando i discorsi a quegli argomenti banali, avevo da parte mia cambiato il mio tono di voce, e il mio comportamento era diventato decisamente più autoritario. Non potevo certo usare la severità che mettevo in atto con mio marito, ma avevo abbandonato completamente il mio modo di fare che usavo con gli estranei, fatto di sicurezza ma anche di dolcezza. Avevo la fortuna di avere un visetto dolce e un sorriso rassicurante che contrastavano con il mio essere dominante, e questo mi permetteva di poter essere l'una e l'altra senza dover cambiare troppo la mia personalità. Mi trovavo a mio agio infatti sia nei panni della Patty zucchero e miele, sia in quelli della dominatrice. Il bello della mia vita era proprio quello di poter scindere le due vite oppure di mischiarle a seconda dei casi. Intanto, mi domandavo se Giorgio si fosse accorto o meno del cambiamento che avevo effettuato, o se invece era troppo preso dai suoi pensieri per rendersene conto. Soprattutto mi chiedevo quale atteggiamento avrei dovuto avere con lui una volta a casa sua. Avrei dovuto aggredirlo, in senso metaforico, dicendogli che avevo capito tutto di lui e che volevo assoggettarlo, con il rischio che avrebbe negato tutto, oppure di vedere come si sarebbe evoluta la situazione? La mia propensione era per la seconda ipotesi, ma intanto eravamo finalmente arrivati nella sua abitazione. Non era la classica casa dello scapolo che mi sarei aspettata, ma una dimora che denotava un'attenta cura nei particolari quasi maniacale, e che in fondo faceva pendant con l'abbigliamento che Giorgio usava giornalmente. Si trattava quindi di un uomo molto attento a ciò che lo circondava, e con un gusto classicheggiante molto accentuato. Era veramente uno scapolo d'oro quindi, e mi venne da pensare in quel momento all'invidia che avrebbero provato per me tutte le commesse che avevano perso la testa per lui. Mi fece accomodare in salotto, si tolse la giacca e la cravatta e, da perfetto padrone di casa, prese il mio trench e il giubbetto posandoli su una gruccia appesa dietro una porta, offrendomi poi da bere. Accettai un limoncello mentre lui si versò qualcosa di più alcoolico, e quindi si sedette di fronte a me. Attesi che lui facesse la prima mossa, e infatti cominciarono di nuovo a fioccare le domande sui miei allenamenti. A casa sua, stava comunque ritrovando un po' della sua
sicurezza, sicurezza che io provai a smontare subito. Mi alzai e lo invitai a
fare altrettanto. Malgrado la sua stazza, con i miei tacchi riuscivo a essere leggermente più alta di lui, e sapevo bene quanto fosse importante quell'aspetto per imprimere soggezione. Ma quello era solo il primo passo.
"Allora, Giorgio, visto che sei così interessato ai miei allenamenti, dimmi,
cosa ti piacerebbe vedere?" gli chiesi, cercando un tono che fosse una via di
mezzo dal provocatorio al dominante.
"Io non so, non me ne intendo. In fondo, la mia è solo una curiosità. Mi
riesce strano pensare a te come una in grado di difendersi efficacemente da un
uomo, se questi volesse aggredirti."
"Benissimo! Allora iniziamo proprio da questo. Fingiamo che tu mi voglia
aggredire. Cosa faresti? In che modo cercheresti di prendermi se, ad esempio,
volessi violentarmi?"
"Beh, vediamo. Sai, finora non ho mai violentato nessuna, e non sono molto
esperto", ironizzò.
"Lo immagino. Semmai ho l'impressione che qualcuna abbia cercato di
violentare te. Ad ogni modo, prova ad usare un po' d'immaginazione. Non
dovrebbe essere molto complicato."
"Vediamo. Potrei prenderti alle spalle e cercare di immobilizzarti," si schernì. Tolse un tavolinetto di vetro posto proprio nel bel mezzo del salone per fare maggiore spazio, e mi venne alle spalle mettendo il suo braccio destro
sul mio collo e proseguì. " Va bene così?"
"No, non va bene così. Andiamo, Giorgio, devi cercare di immobilizzarmi. Devi stringere il braccio con tutta la tua forza, non devi abbracciarmi come se fossi il mio innamorato. Non temere, se dovessi avere dei problemi, ti dirò di smettere immediatamente. D'accordo? Vai, quindi."
Giorgio cinse perciò il suo braccio di nuovo intorno al mio collo. Stavolta lo fece nel modo giusto. Cominciavo a sentire il mio respiro rompersi. Il suo braccio era forte e, malgrado percepissi che comunque che non stesse stringendo con tutta la sua forza, non riuscivo a rompere la sua presa. Mi appigliavo con le mani per cercare di togliermi quel braccio intorno al collo, ma Giorgio era veramente forte, sicuramente troppo per me. Calma, Patty, mi dissi. Forse avevo preteso troppo dai miei mezzi, e mi ero illusa di poter giocare con un maschio del genere come meglio avessi creduto. Ma non avevo ancora terminato le frecce nel mio arco. Tra le tante cose che mi aveva insegnato Daniele, ce ne erano alcune che non avevo mai messo in pratica nella mia vita, e riguardavano alcune mosse che si basavano sulla difesa personale vera e propria. Se, per qualunque motivo, mi fossi trovata impossibilitata a mettere in pratica il judo o la kick-boxing, avrei dovuto ricorrere a questi mezzucci per salvarmi la pelle. Povero Daniele, sempre innamorato di me e preoccupato, qualunque cosa facessi. Probabilmente temeva che qualcuno potesse aggredirmi, farmi del male, e non avrebbe mai immaginato che potessi mettere in pratica i suoi consigli per tutt'altri motivi. Ad ogni modo, quelli che io avevo chiamato mezzucci erano veri e propri colpi bassi, e riguardavano appunto calci nelle parti intime maschili e gomitate. Mi diceva, ad esempio, che i gomiti possono essere utilissimi in caso appunto di aggressione alle spalle perché difficilmente possono essere controllati dall'aggressore. Aveva perfettamente ragione Daniele. Giorgio mi teneva col suo braccio destro il collo e con la sua mano sinistra il mio braccio sinistro, lasciandomi completamente libero il braccio destro con relativo gomito. Mi attenni quindi ai consigli di Daniele, misi tutta la mia potenza su quel gomito, e poi lo feci arrivare sullo stomaco di Giorgio. Sentii una specie di tonfo sordo e un grido appena accennato. Il risultato fu che il braccio si aprì completamente, lasciandomi finalmente libero il collo. Non mi girai neanche. Sapevo che in quel momento Giorgio era estremamente vulnerabile e ne approfittai. Gli afferrai il braccio, lo stesso che mi aveva cinto per lunghi secondi intorno al collo, e lo tirai verso di me. Aiutandomi con il movimento del fianco, me lo caricai sul dorso, lo feci ruotare sopra la mia spalla, e lo feci atterrare di fronte a me. Avevo utilizzato un , tecnica tanto spettacolare quanto micidiale. Questa tecnica aveva anche il grande vantaggio di farmi rimanere in piedi con il braccio dell'avversario ancora tra le mie mani. Di solito, quando facevo normali combattimenti di judo, riuscire a effettuare una mossa del genere voleva dire vittoria quasi automatica. Pertanto, gli avversari erano molto attenti a non concedere questa possibilità. Ma da quando avevo scoperto il piacere dei combattimenti con mio marito, e la gioia di batterlo e di sottometterlo poi, era una delle mosse che usavo con più frequenza contro di lui. Intanto Giorgio era atterrato, anche abbastanza violentemente vista la sua mole, di fronte a me. Dovevo decidere il da farsi in pochi secondi, e scelsi forse la soluzione giusta. Gli applicai una torsione del braccio, un genere di leva che, tra l'altro, non era riconosciuta dal regolamento sportivo del judo. Ma chi se ne importava, non stavo certo facendo un vero combattimento. L'importante era che quella leva fosse dolorosa e che lo immobilizzasse. Capii subito che quegli obiettivi li avevo immediatamente raggiunti. Appena cercava di muoversi, tiravo e torcevo il braccio in modo da causargli più dolore. Ma io volevo qualcosa di più. Gli misi il mio piede, comprensivo di quella scarpa a punta che poteva considerarsi una vera e propria arma letale, sul volto, con il tacco sul collo.
"Allora, Giorgio, che ne dici? Lo sai che, se volessi, potrei spezzarti il braccio? Senza contare che potrei infilzarti il collo col tacco."
Giorgio ansimava in modo del tutto anomalo. Col braccio libero avrebbe potuto cercare di togliere il mio piede da sopra la sua faccia, e infatti aveva avvicinato la sua mano sinistra sulla caviglia ma, benché sembrasse usare tutta la sua forza per ribaltare la situazione, mi dava l'impressione quasi di accarezzare il mio piede, pur facendo smorfie terribili con la faccia nel tentativo di liberarsi. Proprio come faceva a suo tempo mio marito. C’erano un’infinità di similitudini coi primissimi combattimenti con Marco. Ma se con mio marito c’ero cascata in pieno, con Giorgio mi rendevo conto del fatto che lui… si stava impegnando ben poco. Cercavo anche di notare se avesse un'erezione, ma non riuscivo a rendermi conto di questo, e continuavo quindi a torcergli il braccio in attesa di una sua reazione. Con quella mossa, che lo facesse apposta oppure no, era destinato a capitolare. Finalmente infatti questa reazione arrivò. Giorgio urlò, apparentemente in preda al terrore.
"Basta, Patty, ti prego. Mi arrendo, hai vinto tu."
Avrei avuto voglia di mettermi a ridere. Era falso come le frasi di una lapide, ma se non avessi avuto l'esperienza maturata con mio marito, ci sarei anche potuta cadere. Gli lasciai il braccio e gli feci cenno con il dito di rialzarsi. Non avevo potuto batterlo con quella facilità. Troppa differenza di stazza. Mi aveva fatto vincere. O, almeno, mi aveva facilitato la vittoria, e questo stava a significare che lui era come Marco. Stava usando lo stesso sistema, ma stavolta, al contrario di quanto accadde con mio marito, non mi arrabbiai. Anzi, gli andai di fronte, sorridendo sfrontata.
"Hai perso, Giorgio. Ti ho dimostrato che posso battere anche un uomo alto e
grosso come te. Ora accompagnami a casa."
"Di già? Speravo che tu rimanessi ancora un po'."
"E perché mai dovrei rimanere? Ti interesserebbe per caso vedere ancora
qualche mossa del mio repertorio? Tanto per curiosità, intendo." Lo stavo
stuzzicando, e ironizzavo sulle sue frasi di prima, ma Giorgio sembrava non
accorgersi affatto della mia ironia. Gli andai vicina, a pochi centimetri dalla sua bocca. Non mi sarebbe dispiaciuto affatto baciarlo in quel momento, e dovetti resistere a quella tentazione. Ma anche a lui non sarebbe dovuta dispiacere troppo un'eventualità del genere, e me ne accorgevo dal movimento della sua lingua che umidificava le sue labbra.
"Allora?" proseguii quindi. "Vorresti vedere qualche altra mossa? Oppure la finiamo qua?"
"Si, mi piacerebbe", rispose infine, dopo qualche secondo di esitazione. Non
doveva essere stato semplice per lui ammettere una cosa del genere. Ma non sapeva, e non poteva certo immaginare, che io fossi un'esperta di quelle
situazioni, e che avevo compreso le sue intenzioni. Ad ogni modo, era giunto il
momento di uscire allo scoperto.
"Facciamo allora una lotta vera, senza esclusione di colpi. Ci stai, vero?"
"Una lotta con te? Ma non sarà pericoloso?"
Gli diedi uno schiaffetto sulla guancia. "Per te, forse. Vorrà dire che starò attenta a non farti troppo male. Ma se hai paura non se ne fa niente.”
Era ovvio che lo stavo provocando. Immaginai come dovesse sentirsi di fronte a una come me che gli diceva frasi del genere. Dovevo portarlo a confessarmi le sue attitudini. Ormai cominciavo a sentirmi padrona della situazione e iniziavo anche a divertirmi molto.
"D'accordo, lottiamo", rispose infine flebilmente.
Ero talmente vicina a lui che potevo sentire distintamente il suo respiro nervoso. Chissà quante volte aveva fantasticato di trovarsi in una situazione simile. Ormai era evidente che lui fosse un uomo a cui piacevano certe situazioni. Un uomo non mi avrebbe portato in casa sua a lottare contro di lui, ma avrebbe cercato di sedurmi, ci avrebbe provato in qualche modo. Quel jeans che avevo indosso mi faceva un sederino adorabile, la magliettina era trasparente al punto giusto e i miei seni gli stavano quasi in faccia. Eppure, alla mia richiesta di lottare, lui aveva risposto di sì, mentre qualunque altro uomo avrebbe provato a prendermi tra le braccia e a cercare di baciarmi. Mi allontanai quindi di qualche metro da lui, sempre sorridendo sicura di me stessa. Sapevo perfettamente che se avessi dovuto lottare sul serio contro uno come lui avrei potuto passare dei brutti momenti o, comunque, avrei avuto notevoli difficoltà, ma in una situazione come quella che si stava evolvendo, ero sicura di non correre alcun rischio. Lo feci allontanare di alcuni metri. Giorgio ne approfittò per spostare alcuni oggetti che potevano essere d'intralcio, e infine mi disse che era pronto. Mi tolsi le scarpe per essere più comoda, e partii all'attacco senza remore. Durò tutto una manciata di secondi. Non gli diedi neanche il tempo di riflettere. Con un al fianco e un al volto, tra l'altro dati con relativa cattiveria, lo avevo già sotto controllo. I colpi infatti lo fecero barcollare prima e indietreggiare poi. Ero sempre molto vulnerabile, come donna, ai possibili colpi di un uomo. La prima regola, quando affrontavo combattimenti misti, era quella di fare attenzione a non subire colpi, ma quando avevo la possibilità di attaccare, anche io potevo fare molti danni, soprattutto quando riuscivo a penetrare la difesa avversaria in modo limpido come in quel caso, e Giorgio, al di là del fatto che lo facesse apposta o meno, li aveva subiti nettamente.
"Vuoi che continui? Guarda che la prossima volta ti colpisco con tutta la
forza e sarebbe un peccato ridurre la tua faccia a qualcosa d'inguardabile."
Avanzavo verso di lui con la guardia ancora alta, ed era per me un piacere
pazzesco vederlo indietreggiare. Non potevo sapere se fingesse o meno anche in quel momento, ma sapevo che, se avessi voluto, avrei potuto colpirlo con facilità irrisoria. Ma ormai era il momento di gettare la maschera. Abbassai la guardia e mi avvicinai di nuovo a lui, stavolta con fare sensuale.
"Allora, Giorgio. Ti piace tutto questo?"
"Che cosa vuoi dire?" balbettò.
"Voglio dire se ti piace trovarti di fronte una donna più forte di te."
"Io non so cosa vuoi intendere. La mia era solo..."
"Curiosità, certo. Me lo hai detto un sacco di volte. Allora non ti interessa che io possa rifarlo anche la prossima volta, non t'interessa il fatto che io possa dimostrarti di nuovo quanto io sia brava."
"Vuoi dire che tu... che tu saresti disposta..."
Ormai era evidente la sua emozione che traspariva limpidamente da tutti i suoi gesti e dalle sue parole.
Lo spinsi contro il muro afferrandogli le mani e mettendogliele sopra la testa.
"Voglio dire che ho capito che ti piacciono le donne come me, una che potrebbe riempirti di botte se solo lo volesse, anche perché quello che ti ho fatto vedere adesso è niente a confronto a quello che sono realmente capace di fare. Senza contare che sarei disposta a fare questo di nuovo, per tante altre volte."
"Non è come pensi. Io, io... mi piacciono le donne che..." Giorgio abbassò gli occhi, poi scosse la testa e proseguì con un filo di voce. "Si, è inutile mentire, ormai te ne sei accorta. Ho una passione per le donne forti, soprattutto quelle che praticano arti marziali. Non so perché, ma so che ce l'ho sempre avuta. E tu… quando te ne sei accorta?"
“Quando hai iniziato a farmi domande su domande su cosa facessi in palestra. Un uomo senza la tua passione non l’avrebbe mai fatto.”
“Già, sono un coglione. Ma quando mi hai detto ciò che facevi, sono andato fuori di testa.”
Sorrisi senza lasciargli la presa sulle sue mani. "E cosa saresti disposto a fare per una come me?"
"Tutto. Sei bellissima, e ti avevo già messo gli occhi addosso ben prima che
sapessi di questa tua predisposizione per questi sport, ma mi avevano detto che tu non davi confidenza a nessuno. E poi sapevo anche che eri sposata. Ma
adesso, oh mio Dio, potresti farmi fare qualunque cosa."
Era nelle mie mani. Avvicinai la mia bocca alla sua, e finalmente lo baciai. Aveva un sapore dolce e maschio allo stesso tempo. Fu un bacio lungo, erotico, un bacio che mi fece capire che il mio desiderio era enorme, ma ancora dovevo chiarire qualcosa con lui, dovevo dimostrargli che ero brava veramente, e che potevo fargli qualsiasi cosa anche senza il suo tacito aiuto. Proprio come avevo fatto con Marco. Al di là della sua bellezza, del suo fascino, per me la cosa più importante era che mi dovessi sentire superiore realmente a lui. Giorgio stava per comprendere cosa significava avere una padrona come me.

Continua...
scritto il
2026-08-10
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