La farfalla

di
genere
sentimentali

Attenzione: questo è un racconto lungo e psicologico, la storia di una trasformazione. C'è eros, ma il sesso arriva solo dopo l'evolversi della trama. Chi cerca la dopamina dopo mezza pagina cerchi un racconto più breve e diretto.

PROLOGO - IL BAR

Ero al bar, come ogni mattina. Come ogni mattina vidi entrare quella ragazza, e la guardai. Lei non guardava nessuno. Evitava quasiasi sguardo, qualsiasi contatto umano come se bruciassero come l'acido solforico. Teneva gli occhi bassi, guardava solo il suo cappuccino e il suo cornetto, inespressiva e imbarazzata. Mangiava, pagava e andava via. Peccato, era giovane e per un pregiudizio suo, o più probabilmente per pregiudizi di persone con cui aveva avuto a che fare, stava sprecando e rovinando la sua vita con le sue stesse mani.

Non era bella perché non si vedeva bella. Era chiaramente un po' sovrappeso, ma il mio occhio di fotografo di moda vedeva quello che lei non vedeva. I lineamenti precisi, la forma del viso, i capelli luminosi, tutto era rovinato da come lei stessa si vedeva e dal suo lavoro per conformare la sua immagine esterna a quello che lei immaginava di se. I capelli con la zazzera sulla fronte tinti di nero in modo innaturale che contrastava con gli occhi castani chiarissimi, il trucco totalmente sbagliato, con quelle righe nere che allungavano gli occhi e nessuna cura su luci e ombre del volto. Persino come si vestiva. Niente tacchi, mai.. e gli abiti tutti ugualmente neri, informi, ricordavano sacchi della spazzatura. Lo smalto quando c'era era nero, e di gioielli non c'era neanche l'ombra a parte gli orecchini, sempre enormi.

Ogni giorno la guardavo, e dentro di me scuotevo la testa, pensando a come con poco avrebbe potuto essere bellissima. E non parlavo di diete o chirurgia. Detto tra noi aveva un seno giunonico che sarà stata una settima se non una ottava, e un culo che pur grande era estremamente sodo, e non dava l'impressione di un budino sotto quegli informi ammassi di stoffa nera. E ogni mattina lei non mi degnava di uno sguardo, occupata a non degnare di uno sguardo nessuno, neppure il barista. Suppongo che non vedesse in faccia qualcuno da mesi.

Fino a "quel" mattino. Quello in cui il suo bancomat proprio non voleva funzionare, e lei non aveva un soldo in contanti. Era rossa come un peperone, e balbettava scuse al barista quando con un gesto veloce da dove stavo a bere il mio caffè nero sul POS ci appoggiai il mio, di bancomat. Con un beep i pochi euro furono prelevati, e lei rimase pietrificata.

Balbettò qualcosa. "Ma lei... io... perché..." La interruppi sorridendo e sapendo che era inutile sorridere. Non mi guardava in faccia. "Perché tanto la vedo ogni mattina, e la vedrò anche domattina. Lei non mi ha notato, ma anche io faccio colazione qui prima del lavoro. Se proprio vuole può restituirmeli domani, oppure scegliere la seconda opzione e fare colazione con me al mio tavolo per scambiare due parole e farmi contento con un minuto di compagnia". Detto questo la salutai, continuando a sorridere al suo nulla, e posata la mia tazzina vuota uscii. Girandomi da fuori dalla porta la vidi guardarmi per la prima volta. Per un mero caso ero riuscito a fare una piccolissima crepa nella sua corazza.

Il mattino successivo avevo paura che non sarebbe venuta per la vergogna, invece la trovai. Era li, e non aveva ancora preso il cappuccino e cornetto. La salutai, e lei alzò gli occhi solo per il tempo necessario a controllare che fossi davvero io, forse due secondi, ma il suo "Ciao" fu atono e depresso. Poi proseguì: "Immagino che preferirai che ti ripaghi la colazione invece di sederti con me, giusto?"

Il sorriso mi nacque spontaneo, perché la crepa nella sua corazza si era allargata di qualche millimetro. "No, preferisco se mi ripaghi con la compagnia. Dai, prendiamo quel tavolo all'angolo, un po' appartato" e lo indicai, sapendo che farla sedere nel tavolo in disparte sarebbe stato un grosso regalo per lei, e lo avrebbe apprezzato. Ci accomodammo su quelle sedie di metallo che hanno i bar e che secondo me sono fatte apposta per stare scomodi esattamente come i tovagliolini sono fatti per non pulirti ne le mani ne la bocca.

Tesi la mano "Sono Fernando. Fernando Caponi. Il titolare dello studio fotografico qui davanti, giusto oltre la strada."

Lei fece una faccia un po' sbigottita, e con un po' di esitazione prese la mia mano con la sua. "Carla". Non mi disse il cognome, ma già sapere che la ragazza che aveva acceso la mia fantasia da settimane aveva un nome mi piaceva davvero moltissimo.

Cominciammo a parlare del più e del meno, o almeno, io parlavo, lei rispondeva a monosillabi, fino a quando in risposta a qualcosa riguardo la stanchezza (avevo appena finito un lavoro di 3 settimane davvero intenso, e mi apprestavo a fare una settimana di relax) rispose in un modo che mi lasciò interdetto. "Anche io sono stanca. Vorrei andare a letto e non svegliarmi più. O sparire senza lasciare traccia. O anche meglio, non essere mai nata."

Non volevo dare l'idea di essere sotto shock, ma lo ero. Avevo già visto quello sguardo e sentito quelle parole da una modella consumata dalla droga, e si era uccisa dopo 10 giorni. E non potevo lasciare che si ripetesse. Appoggiai lentamente e con cura la tazzina, mascherando l'involontario tremito della mano che mi era preso. "E cosa direbbero le persone intorno a te? Sono sicuro che mancheresti a qualcuno. Magari a qualcuno che neanche hai notato."

"Non mancherei a nessuno, nemmeno a me stessa". La voce non era più atona, era triste, stanca, disperata.

Restai in silenzio, guardandola. Poi presi il coraggio a piene mani, e dissi: "Se davvero non hai più nulla da perdere, allora facciamo un patto. Dammi una settimana, solo sette giorni. E promettimi che in questi sette giorni farai tutto quello che ti dirò di fare, o almeno che ci proverai con tutta te stessa." La guardai, quegli occhi nocciola chiarissimo erano colmi di lacrime represse. "E tra una settimana sarai tu a decidere se mancheresti a qualcuno o no. Se mancheresti a te stessa o no". Aspettai che lei dicesse qualcosa per un periodo lunghissimo. "Dai, sei tu che mi dici che non hai più niente da perdere. Dimmi di si!"

Lei disse con un filo di voce quasi inaudibile, una voce che sembrava quella di una bambina ferita e disperata "si, va bene".

Non ero felice di aver fatto breccia. Non era andata come volevo. Avrei voluto che si sciogliesse, un appuntamento, una cena, poi da cosa nasce cosa. Invece mi trovavo per le mani la ragazza che aveva rapito la mia fantasia come persona da salvare, non da conquistare. Ma non importa, ci avrei messu tutto me stesso a farlo.

La squadrai con l'occhio del fotografo, sempre sorridendo. "Io ho contatti di lavoro con un sacco di gente. Ma tu devi fidarti e fare quello che hai promesso, seguire le mie indicazioni. E la prima è..." Mi fermai e le sorrisi. Per la prima volta mi guardava. "Vieni con me". Porsi la mano, lei la prese, e la aiutai a alzarsi. Nel parcheggio dietro il mio studio c'era il mio SUV. Lo aprii con il telecomando, e la feci salire.

MARCO, IL COIFFEUR

"Dove mi porti?" Chiese con aria impaurita da coniglio che si è infilato nella tana del pitone. "In nessun posto dove ti succeda qualcosa di brutto. Ho un accordo con un coiffeur e voglio farti sistemare i capelli diversamente. Lei era sempre più impaurita. "Ma li ho lisciati apposta perché scendano dritti, così non mi allargano la testa... " Poi si morse il labbro. Aveva detto troppo per essere ancora nella comfort zone, ma per me era un altro appiglio. "Marco fa i capelli alle fotomodelle, e sa esattamente, davvero esattamentte come valorizzare un volto. Vedrai, ti piacerai. É il primo dei passi della settimana che mi hai promesso. Lei era ancora sull'orlo del panico, e respirava troppo velocemente. "dai, fidati di me, mi pagano migliaia di euro a foto per un motivo." e le sorrisi di nuovo mettendoci più calore che potevo.

Marco era disponibile, stavano lavorando le sue parrucchiere. Mi accolse con un sorriso e un abbraccio. Lui era gay, ma a me non dava fastidio che mi abbracciasse. Per me era solo un vecchio amico e compagno di lavoro, e sapevo che era lo stesso per lui. "Marco, questa è Carla. Una ragazza che voglio fotografare tra una settimana, e va valorizzata al meglio. Sei la prima tappa del mio giro con lei, e vorrei che tu facessi una delle tue magie" dissi. Lui rise. "Tesoro, non è magia. È solo mestiere!" disse guardandola. La prima cosa che fece, con i due indici, fu separare quella zazzera nera che arrivava fino alle sopracciglia, scoprendo una fronte liscia e luminosa. "Cara, vedrai che trasformazione, ho già visto il diamante nella pietra. Lei si limitava a iperventilare. "Cosa succede tesoro? Non stai bene? Ti serve aiuto?" Lei si limito a fare cenno di no con la testa. Intervenni io. "Diciamo che è molto abituata a quella pettinatura e quel colore, ed ha paura di stare male con dei capelli diversi. Marco fece un gesto con la mano. "Sciocca! Starai benissimo, fidati di un professionista!"

Marco mantenne la parola. Tre ore dopo Carla aveva dei capelli castani, molto più naturali, mossi quel tanto che bastava, e non aveva quella orrenda zazzera che le faceva sembrare la faccia corta e larga. Non c'è molto da dire se non che era almeno venti volte meglio con quei capelli che con la capigliatura da Morticia Addams.

Lei si guardava intorno come un animale in trappola. "Neri... erano meglio, si vedeva meno chi c'era sotto i capelli... " balbettava. Marco divenne improvvisamente severo. "Neri erano peggio proprio perché si vedeva meno chi c'era sotto. Adesso abbiamo liberato quel bel faccino, tesoro." Poi le sorrise "E credimi, è proprio un bel faccino!" Feci mettere il lavoro di Marco sul mio conto personale, sempre aperto. Lo usavo pesantemente per il mio lavoro, e non pagavo il prezzo pieno, che per una trasformazione del genere e per Marco in persona con le dita nei capelli della cliente non sarebbe stato meno di 300 euro.

LA TRATTORIA

Portai Carla delicatamente nel mio SUV, facendola salire. "Adesso andiamo a pranzo insieme, e dopo pranzo ti porto dalla mia amica Sandra. Ha una boutique, e ti voglio prendere due o tre vestiti. Carla era ancora completamente fuori dalla comfort zone, ma non era più nel panico. E vorrei prenderti vestiti colorati, non neri. Lei si irrigidì subito. "NO! Neri! I colori ingrassano!" Sapevo che non era vero, ma in quel momento di equilbrio instabile contraddirla avrebbe fatto finire tutto, quindi le andai incontro. "Va bene, ci sono vestiti eleganti anche neri." feci una pauusa, guardandola rapidamente: "Ma io ti vengo incontro su questo, tu, mi vieni incontro sul fatto che te li sceglierà Sandra."

A pranzo la portai in una trattoria dove conoscevo sia il proprietario che sua moglie, che serviva ai tavoli. Avevo fatto il servizio fotografico del sito del ristorante, due anni prima, e grazie alle mie foto il locale era ripartito alla grande, quando invece stava per chiudere. Chiesi se la saletta privata di sopra era libera e alla risposta positiva mi feci mettere su. Da soli, lei e io.

Quello che uscì fuori durante il pranzo fu una storia di bullismo a scuola, che tra qualche difficoltà riuscii a farmi raccontare. Lei si chiama Carla Cioni, e a scuola il professore aveva l'abitudine di mettere i nomi sul registro come 'iniziale del nome, punto, cognome'. Lei era uscita come C.Cioni, e nel giro di due giorni era diventata Ci.Ccioni. Ciccioni in altre parole. I ragazzi sanno essere molto crudeli, e non ci mise molto ad abbandonare gli studi. Non si è mai diplomata. Fu li che la sua mente decise di far sparire il suo corpo.

Dopo questa storia ero davvero colpito e ferito. Quanto può essere fetente l'umanità? La guardai fisso, e lei mi guardò negli occhi. Cercava un segno, ma di cosa? Di supporto? Cercava di capire se anche io la avrei ferita? Forse semplicemente a tavola e con quei tagliolini al tartufo nel piatto era più a suo agio che dal parrucchiere. In fondo la crepa precedente nella sua corazza la avevo trovata al bar, davanti a un cornetto.

"Hai accettato di fare quello che ti dico per una settimana, e mi hai raccontato cose che forse non hai raccontato prima a nessuno. Voglio che tu mi prometta che continuerai a rispondere a quello che ti chiedo, e che mi dirai la verità" di nuovo sospesi il discorso e ne approfittai per sfiorare il dorso della sua mano con un dito. Un contatto fugace e leggero, ma lei sobbalzò lo stesso come se avessi usato un tizzone ardente. Non parlò, si limitò ad annuire, sempre guardandomi. Pensai che avevo abbattuto il primo muro. Non guardava nessuno negli oocchi, ma aveva cominciato a guardare me. Forse stava iniziando a fidarsi, e anche se avevo paura di perdere quella fiducia, dovevo proseguire.

"Hai mai avuto un ragazzo, o una ragazza?" le chiesi guardandola fissa per vedere come reagiva. Distolse immediatamente gli occhi dai miei, e fece la faccia di qualcuno che ha appena inghiottito qualcosa di amarissimo. "No. Nessuno vorrebbe stare con me, mi hai visto? Sono brutta, grassa, goffa, non c'è niente in me che attirerebbe qualcuno!". Ancora, mi morsi la lingua per non contraddirla, e proseguii. "Ne riparleremo. Ma dimmi, qual'è il tuo rapporto con il piacere fisico? So che questa domanda ti sconvolgerà, ma ho i miei motivi per fartela. Ti masturbi?" Lei abbassò la testa. Di nuovo stava cercando di essere nulla. "Per favore, rispondimi". Lo fece, ma guardando il piatto. "Si, in passato, ma non provavo molto piacere. Ho smesso da anni." Alzò gli occhi, aveva uno sguardo arrabbiato. "Contento? Ora sai che la cicciona ha provato a masturbarsi..."

La interruppi subito. "No! Ora so che una ragazza che mi piace mi ha raccontato qualcosa di estremamente privato..." Fu una bomba. Lei mi guardava, e la sua bocca formava una O perfetta. Poi lentamente tornò la maschera di indifferenza. "Mi stai prendendo in giro" disse con voce atona. "Anche tu.". Io mi limitai a sorridere, e dirle "Non trovi che sarebbe uno scherzo costoso e complicato, oltre che crudele?" e dopo che lei alzò di nuovo gli occhi che aveva abbassato fino al piatto, le chiesi "E cosa ci guadagnerei, da questo scherzo? Adesso tu hai detto una cosa privata a me, e io ne ho detta una a te."

Finiti i tagliolini, ci furono portati i secondi. Salmone al vapore per me, una orata arrosto per lei. Ne approfittai per proseguire. "Hai promesso che farai quello che ti dirò. La tua parola vale qualcosa?" Lei approfittava del dover togliere le lische per non alzare gli occhi. "La mia parola vale. È quella degli altri che non vale.." si fermò un attimo, alzò gli occhi (altra vittoria per me) e chiese "La tua? Vale?" e io mi limitai a sorridere e annuire. "Si. Vale. Non potrei continuare a lavorare se non valesse. Mi passano per le mani collezioni di moda dell'anno successivo, gioielli, fotografo ragazze in intimo ... e anche nude.. come potrei avere clienti che si fidano, se non valesse?"

Lei rimase in silenzio, e presi la mancanza di obiezioni come una silenziosa forma di accordo. "Dopo la boutique di Sandra ti porterò in un altro negozio. Non voglio sentire obiezioni. Ho la tua parola che farai quello che dico, e la tua parola vale, vero?" si limitò ad annuire.

SANDRA, LA BOUTIQUE

Dopo pranzo e con un nuovo breve viaggio in auto la portai al negozio di Sandra. Lei era una professionista del vestire, sapeva valorizzare i corpi come nessuno. Aveva 58 anni, ma una eleganza innata che il tempo non era stato capace neanche di scalfire in superficie, e un sorriso che metteva a suo agio chiunque.

"Ciao Fernando! Cosa posso fare per te?" Era sempre un piacere avere accanto quella calma energia positiva. "Ho bisogno che tu mi trovi quattro vestiti per la mia amica. Due, entrambi neri, glieli fai provare, e trovi qualcosa di adatto per una cena o un pranzo assieme, o per un colloquio di lavoro. Due ti dico io cosa voglio, lei non deve saperlo". Il suo sorriso si allargò. Portò Carla nel camerino insieme a una bracciata di abiti neri, e mentre lei provava il primo uscì e venne da me. In privato e sottovoce descrissi i due abiti che volevo come sorpresa. Lei ridacchiò e disse "Hai sempre avuto buon gusto", tornado nel camerino da cui sentii poi uscire le voci delle due. Carla bisbigliava, non riuscivo a capire cosa dicesse, ma Sandra capivo benissimo. "Ma come non vuoi che ti veda? Non sei mica nuda, sei perfettamente vestita, e anche elegante, se consenti. Sono una professionista!" e poi "Fernando, vieni a vedere!"

Posso descrivere solo con "wow" la trasformazione che la donna esperta aveva fatto su quella inesperta che si nascondeva. Un abito nero informale, ma molto più bello dei sacchi informi indossati fino a quel momento. La stoffa era nera, si, ma c'erano sottili rifiniture in swaroski in punti strategici. Appena accennate, niente di volgare. Quello che bastava per spezzare le linee, e dato che si estendevano anche verticalmente su un fianco, snellire la figura.

"Brava Sandra. E Carla... wow... stai davvero benissimo". La sua risposta era quella che mi aspettavo. "non nasconde niente, e poi non posso permettermelo, e non mi ..." la interruppi. "in questa settimana tutto quello che ti dirò di fare lo pago io, e credimi, posso permettermelo. Le grandi case di moda mi pagano decine di migliaia di euro per un servizio. E la mia agenda è piena". Presi la sua mano, e stranamente non si ritrasse. La usai per farla girare di 360 gradi. "Ti sta benissimo anche dietro, è semplicemente perfetto."

Anche il secondo vestito non fu da meno, e dopo gli abiti feci scegliere a Sanda anche tre paia di scarpe, tutte e tre con il tacco, due più classiche, un paio invece con tacco sottile a stiletto, vertiginoso. Dei sandali che mostravano il piede sotto degli intrecci di cuoio che salivano fino sopra la caviglia a metà polpaccio. "Non posso mettere queste, ci vuole mezz'ora a metterle e sono troppo alte!" disse Carla. "Non devi metterle, per ora. Le metterai Sabato, quando ti scatterò le foto di un meraviglioso book fotografico dove sarai la protagonista e la spettatrice. E capirai Sabato cosa intendo" Ero stato criptico e dallo sguardo intuii che non aveva capito, e anche che aveva paura.

"Non temere, capirai in quel momento, e ti piacerà. Giuro!" E poi aggiunsi "Fidati di me..." guardandola con uno sguardo più rassicurante che riuscissi a mettere assieme. Lei si limitò a annuire, ma il suo sguardo era pieno di dubbio.

ROSA, IL SEX SHOP

Due ore dopo, eravamo di nuovo nella mia auto. "Manca una tappa per oggi pomeriggio, e ti chiedo di nuovo: vuoi fidarti di me, anche se sarà strano? Ma giuro, Sabato sarai tu a giudicare se quello che ho fatto ti piace o se continuearai a essere decisa a sparire." Lei di nuiovo mi guardò – e non potevo far a meno di notare che aveva cominciato a farlo con continuità, ed anche con gli altri che incontravamo nel nostro percorso non teneva più gli occhi bassi con continuità. Non li guardava liberamente come aveva cominciato a guardare me, ma adesso potevo giurare che di ognuno sapesse il colore degli occhi. Il che rispetto a due giorni prima era un percorso gigantesco.

Fermai l'auto nel parcheggio di un enorme centro commerciale, dentro al quale c'era pesino un sex shop, ed era proprio li che la stavo portando. Lei non poteva saperlo, perché li c'era davvero di tutto, ma quando svoltai in quel corridoio laterale lo intuì. "Dove mi stai portando, Fernando?" Mi fermai di botto. "È la prima volta che mi chiami per nome, sai?" e le sorrisi "ed è bellissimo come lo pronunci. Mi piace." e li si svolse un piccolo miracolo. L'ombra fugace di un sorriso, subito represso, apparve sul suo viso, accompagnata da un rossore appena accennato. "Sei meravigliosa quando sorridi, ed è completamente gratis, sai? Dovresti farlo più spesso!" il mio sorriso si allargò in una risata, non di scherno ma di gioia. Il sorriso tornò sul viso di Carla, di nuovo, e di nuovo lei fece uno sforzo per cancellarlo. "Ma cosa c'entra? Dove mi stai portando?". Era il momento di spiegarle cosa volevo da lei.

"Qui vendono biancheria intima" le dissi. "Biancheria meravigliosa. Lo so perché ho fatto io le foto per la campagna di marketing. E voglio che tu cominci a usarla." Ma non volevo mentirle, volevo dirle tutto: "e vendono anche dei sex toys che voglio comprarti, e voglio che tu, nell'intimità della tua camera, provi. Voglio che tu riscopra il piacere, quello vero. Quello che lascia esausti e sudati, ma felici". Guardai il suo viso, di nuovo nascosto sotto la maschera, e pensai che la stavo per perdere. Poi qualcosa si incrinò. "Va bene. Solo questa settimana. Faccio quello che dici, Fernando. Se mi spezzi il cuore, faccio quello che dico io".

Il sorriso mi si congelò, ma cercai di far finta di niente. Mi sentivo come se fossi fatto di cristallo, pronto a andare in pezzi se colpito di nuovo. Mi stava dando la responsabilità della sua vita, lo avevo capito troppo bene. Se questa settimana non avesse avuto successo, avrei visto un'altra ragazza diventare una notizia sul quotidiano locale. Inghiottii quel grosso groppo amaro mantenendo il sorriso e risposi "Io ho fiducia in te. Tu mi darai fiducia?" Ci fu un silenzio penosamente lungo, e poi lei rispose senza dirmi di si. "Io farò quello che dici. Mi vuoi far mettere biancheria da puttana? La metterò per una settimana..." e lasciò tutto un gran vuoto in sospeso. "Non è biancheria da puttana, vedrai. Ti prenderò delle cose sexy e delle cose MOLTO sexy, ma è tutta roba che vale la pena di avere nel cassetto dell'intimo. Ma scelgo io, va bene?" Lei si limitò a annuire. La maschera era tornata.

La commessa era una ragazza giovane, forse 22 anni, magra, carina e molto dark. La versione giusta della maschera che Carla aveva indossato fino a quel momento, con l'aggiunta di tatuaggi sulle braccia. "Buonasera" disse con un bel sorriso che partiva dalla bocca e raggiungeva gli occhi illuminando la faccia. Poi, rivolgendosi a Carla: "Cosa sta cercando signora? Come posso aiutarla?" Ma Carla rispose solo con un filo di voce "No, senta lui. Ha promesso di scegliere per me..." La giovane le sorrise incoraggiante, le toccò il braccio con leggereza causandole un sobbalzo e disse soltanto "OK!", rivolgendosi poi a me. "Allora mi dica. Ha già in mente qualcosa?" Le sorrisi di rimando. Il suo atteggiamento calmo, sicuro di se, gentile e in qualche modo solare era l'opposto di quello che era il look scuro, con i teschi in inchiostro nero che decoravano il suo braccio sinistro e la rosa nera che decorava il destro. "Si. Vorrei per lei" dissi indicando Carla "della biancheria intima sexy e qualcosa di super, super sexy". Passai l'ora seguente a scegliere con la ragazza (che si chiamava Rosa, scoprii) intimo che andava dai tanga ai body, tutti molto eleganti, sexy, trasparenti, intriganti e che la avrebbero valorizzata davvero molto. Specialmente uno dei body, nero, trasparente ma molto contenitivo, pensavo che le sarebbe piaciuto davvero molto addosso.

Finita quella parte passai a quello che temevo sarebbe stato uno scoglio. "Vorrei anche dei toys, per favore. Piccoli, adatti a una persona che non ha ancora cominciato a fidarsi di questi oggetti". La commessa mi sorrise di nuovo, stavolta con aria più complice. "E a cosa stava pensando?" Risposi senza esitare, cercando di far passare a Carla il messaggio che fossero cose normali, semplici espressioni di libertà e sessualità. "Vorrei prenderle un piccolo vibratore a batteria, liscio e semplice." Guardai lo scaffale dietro Rosa, e ne indicai uno piccolo e liscio, di colore nero. "Quello, non è minaccioso. Pensi che possa andare bene, Rosa?" Passai al tu, intenzionalmente. Lei abboccò immediatamente. "Certo che si. Si tratta proprio di un articolo per principianti, e anche il funzionamento è semplice. Ha un piccolo telecomando, nessun pulsante o ghiera sul dildo. Entrambi si ricaricano con l'USB, come uno smarthpone." Annuii, e lo presi subito. "E poi vorrei un plug anale" dissi guardando Carla riflessa nello specchio che faceva da sfondo allo scaffale dei sex toys dietro la commessa. La vidi sobbalzare, ma non disse nulla. "Piccolo, adatto a qualcuno che non ha ancora esperienza". La ragazza sorrise, e ne prese uno piccolo, di acciaio cromato e con un cristallo nero incastonato nella base. "Ecco. Questo fa il paio con il paio con il colore del dildo, e ha un grosso vantaggio per chi come noi si veste di nero. Non si vede sotto gli abiti!" ridacchiò. Ne ho uno identico, e ho scelto il nero apposta!"

Carla aveva addosso la sua maschera da annientata, e disse soltanto "lo dici solo per vendere. Non ne hai uno uguale..." Rosa la guardò e guardò me. Credo abbia intuito qualcosa, perché non penso faccia così con tutti i clienti. Si girò, mostrando il suo bel fondoschiena inguainato in leggins neri, e chiese "si vede niente?" E senza attendere risposta li abbassò fino a scoprire metà del plug, identico a quello che ci stava vendendo. Poi senza una parola rialzò i pantaloni, e si girò sorridendo. "Visto? Io non dico bugie, ho una sola parola!". Carla era sbigottita, e chiese "lo porti in pubblico?" La commessa rise leggermente, e rispose "Assolutamente si. Non hai idea di che sensazione di meravigliosa trasgressione sia sentire queste sensazioni mentre la gente intorno non lo sa e ignora quanto tu ti stia sentendo bene".

Comprai entrambi i giocattoli per adulti, ovviamente, e ci aggiunsi del gel lubrificante. Pagai tutto ed era quasi ora di cena.

IL RISTORANTE ELEGANTE

La accompagnai a casa sua, e le dissi "Stasera ceniamo insieme. Voglio che tu usi il vestito con i cristallini, un paio di scarpe col tacco di quelle comprate oggi, sceglile pure tu, il body nero trasparente sotto l'abito, e... " feci una pausa. "il plug. Voglio che tu, come la commessa, esca in pubblico con quel gioello nel tuo posto più segreto". Lei in casa sua era più tranqilla, e mi guardò davvero storto. "Sei impazzito?" chiese con voce dura. "No. Ti sto chiedendo di tener fede alla tua parte del patto." risposi. Ci fu un silenzio imbarazzante, mentre lei si curvava e si annullava di nuovo, rispondendo solo "OK. Per una settimana. Poi decido io..." e lasciando di nuovo quel vuoto così pieno di minaccia. "Ma non ti farò controllare come mi sta il body o come mi sta il gioiello nel posto più sporco". Le sorrisi. "Non te l'ho chiesto infatti. Io mi fido di te..." Non se lo aspettava. L'avevo colpita più a fondo di quanto avrei potuto fare dicendole "voglio vedere mentre te lo infilil". Una volta preso appuntamento per le 20, la lasciai, tornai a casa, mi feci una bella doccia e mi preparai per la cena.

Una volta che la tornai a prendere entrò in macchina con il vestito e le scarpe col tacco, ed era veramente uno schianto. Almeno ai miei occhi, non hai suoi. Era chiaramente a disagio, e tentava di nascondersi tenendo le braccia sul petto. Non che dal vestito si vedesse niente, a parte il fatto che il suo enorme seno era molto più sodo di quanto i sacchi informi avessero lasciato intendere.

"Buonasera, so che non sei concorde con me, ma sappi che stai benissimo vestita così" e le sorrisi. "Come è stato prepararsi?" Lei mi guardò storto. "Se intendi come è stato infilarsi quel plug nello sfintere... beh, non così male come pensavo. Anzi, è stranamente piacevole. Mi sento a disagio pensando che ci sono seduta sopra, e potrebbe entrare tutto dentro.." Scossi la testa per tranquillizzarla: "No. É fatto apposta, e la forma è fatta in modo da tenerlo ancorato li. Non uscirà ne entrerà. Tu limitati a goderti la sensazione". Ma lei continuava a obiettare: "Mi sento a disagio pensando che sto facendo una cosa davvero proibita davanti a tutti, e doppiamente sapendo che tu lo sai..."

Le sorrisi di nuovo, e le dissi "Ma a me piace sapere di questo segreto". Le sfiorai la mano, e non si ritrasse. "Un segreto condiviso, qualcosa che ci unisce". Guidai fino al ristorante, e rimanemmo in silenzio. La guardavo con la coda dell'occhio, e non stava più con lo sguardo basso. Guardava la strada, e a volte, brevemente, me. Prima che arrivassimo chiese "Perché lo stai facendo?" Presi il tempo necessario per rispondere. "Ti darò due risposte diverse, e sono vere entrambe. Credimi, non c'è una più vera dell'altra". Mi fermai e la guardai. Lei guardava me. "Risposta numero uno: ti ho notata al bar settimane prima che tu notassi me, e fino dal primo momento ho pensato quanto sarebbe stato bello andare a cena con te. La risposta romantica, che potrebbe far pensare all'uomo che cerca solo una cena e una serata a letto con una mezza sconosciuta, ma in realtà no. Davvero ti ho notata e ho visto in te quello che tu non solo non volevi vedere, ma volevi impedire a chiunque di vedere". Lei mi guardava fisso, la maschera era un po' tornata. Con voce quasi atona chiese "Ti piacciono le ciccione? Sei un feticista?" e dopo una piccola pausa: "E la risposta numero due?"

Stavolta ero io fuori dalla comfrot zone. Non risposi per un po', fin quando lei mi disse "sapevo che non volevi dirmelo, sei come gli altri..." e io non potei fare a meno di parlare. "No, è solo che anche io ho un trauma dentro di me. Anni fa mi piaceva una ragazza, e intendo piaceva davvero. Una modella con la quale lavoravo. Ma lei... " presi fiato "Lei si drogava. Pesantemente. E cominciò a dire che voleva dormire e non svegliarsi più, e avrebbe voluto sparire. Le stesse parole che hai usato tu. "E .. " mi fermai perché mi era sgorgata una lacrima. Usai un fazzoletto per asciugarla. "Scusa... e dopo una decina di giorni la trovarno morta nel suo attico. Si era uccisa. Pillole. Alcol. Tante pillole e tanta vodka." Non riuscivo a fare un discorso che non fosse fatto di parole staccate, intervallatre da pause. "era morta da sola, cercando di sparire. E io non avevo fatto niente. La avevo trovata solo sul giornale nella cronaca." inghiottii a vuoto due o tre volte prima di cominciare di nuovo. "E stavolta non starò a guardare una ragazza che mi piace diventare di nuovo un articolo di cronaca nera. Stavolta farò tutto quello che posso e che lei mi lascerà fare per non stare a guardare".

Ci furono cinque minuti pieni di silenzio, poi lei mi chiese "quindi lo fai per pietà?" con voce atona. La maschera era tornata. Fu più forte di me e gridai "NO!" battendo il palmo della destra sul volante. "Lo faccio perché non voglio perdere una ragazza CHE MI PIACE" e rimarcai forte il fatto che mi piaceva "per la SECONDA VOLTA!" e rimarcai forte anche il fatto che era la seconda volta. Gli occhi di Carla si riempirono di lacrime. Appoggiò la mano sulla mia, e disse solo "mi dispiace, scusami."

Fino al ristorante non dicemmo nemmeno una singola parola in più.

La cena fu tranquilla e senza maschere. Avevamo gettato via le nostre in auto. Eravamo solo due persone che gradivano passare del tempo insieme. Bevemmo forse un po' troppo, ma non così tanto da essere ubriachi. La riaccompagnai a casa, e lei mi chiese di salire. "Vieni su un momento. Non farti illusioni, non voglio fare sesso con te, ma voglio che tu veda una cosa." Salii, incuriosito, e quando passai la porta e mi fece entrare in sala, si mise davanti a me, e fece cadere il vestito per terra. Il body di pizzo nero conteneva e rivelava, stava benissimo. Il suo seno con le grandi areole, sollevato e sostenuto dalle fascce di pizzo più scuro e elastico che si intrecciavano sotto quelle meraviglie della natura. Ero ipnotizzato, e quasi non notai l'enorme cespuglio di peli pubici che le arrivava sotto l'ombelico. Quasi. Poi si girò, e c'era davvero il plug nel suo ano. Non si notava assolutamente sotto l'abito, come la commessa del negozio aveva promesso. "Vedi? L'ho messo davvero. Anche io so mantenere la parola, e ti ho detto che per una settimana avrei seguito quello che mi dicevi. Le sorrisi. "Sei meravigliosa, e quel plug mi eccita da matti". Lei si rivestì. "No, non sono meravigliosa, ma grazie. Domani cosa comandi che devo fare?"

Sorrisi. "Domani abbiamo appuntamento con Claudia, un'altra professionista alla quale mi appoggio per le mie modelle. Fidati di me. Domani niente abiti eleganti ne tacchi. Vestiti in modo facile e confortevole e basta." Lei annuì, e mi disse solo "non posso accompagnarti alla porta seminuda. Vai, tanto hai visto la strada."

CLAUDIA, IL CENTRO ESTETICO

Claudia era un estetista. Avevo già preso appuntamento, ma adesso dopo aver visto Carla in quel body trasparente avevo capito che le stavo affidando un lavoro davvero impegnativo. Non capivo come avrebbe potuto fare la ceretta a quella preteria di peli scuri e arruffati, ma sapevo che era una vera professionista, e che potevo fidarmi. Passai a prendere la ragazza che mi piaceva (e che cominciava a trasformarsi davanti ai miei occhi) il mattino successivo con la mia solita BMW X3, che ci stava accompagnando da quel Lunedì mattina. Carla salì a bordo, vestita di nuovo con uno dei suoi abiti informi. La salutai con un bel sorriso, e le chiesi "oggi niente plug, vero?" convinto che non lo avesse messo, ma mi sorprese moltissimo. "Si, invece. Ti ho detto che facevo quello che dicevi". Ridacchiai... "Allora abbiamo un problemino. Ti sto portando dall'estetista, e dovrai spogliarti davanti a lei. Passiamo dal solito bar, facciamo colazione, vai in bagno, toglilo e mettilo in borsa" le dissi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Lei diventò rossa come un peperone, ma disse solo "OK, lo farò". Al bar la vidi sparire in bagno, e tornare dopo qualche minuto in estremo imbarazzo. "Oddio Fernando. Non so perché ti stia seguendo in questa follia... " disse. Ma qualcosa nel tono mi fece scattare un campanello. Non era piatto, non era monocorde, e non era neanche arrabbiato. Riflettevo velocemente. Era ... eccitata? Possibile? La guardai, le guance rosse, ma gli occhi bassi, ma c'era l'ombra di un sorriso sulle sue labbra. In macchina non riuscii a frenarmi e glielo chiesi. "Dai, dimmelo, ti sei eccitata a fare questa cosa, vero?" Lei non rispose. "Puoi dirmelo, siamo complici!" e risi. E inaspettatamente, totalmente un fulmine a ciel sereno, lei disse di si. Capii che le stava costando ammetterlo, ma lo disse.

Arrivammo allo studio di estetista di Claudia, e lei mi accolse con un abbraccio e un bacio sulla guancia. "Ferdinando! Che bello vederti..." poi guardò Carla, guardò me, e chiese "solo lavoro, o stavolta c'è qualcosa sotto?" e fece l'occhiolino. Io ero sbigottito. "Sono così trasparente? Si vede così tanto che Carla mi piace?" Claudia rise, e Carla aveva una faccia così sbigottita che sarebbe stata quasi comica. "Beh, capo, dato che la dovrò far spogliare, vattene nella sala di attesa!" disse scherzando, ma fu Carla a sorprenderci entrambi. "No, aspetta.. lo puoi far sedere dietro un paravento, ma vicino a me..." e si corresse subito "vicino a noi? Mi tranquillizza sapere che è nella stessa stanza!"

Claudia ci mise solo due minuti a organizzare un paravento e una sedia nella stanza, e io da li potevo sentirle, ma non vederle. La sentii chiedere a Carla di spogliarsi, e poi il fruscio del vestito. Poi "Vado a prendere il ghiaccio, ti servirà. Hai da togliere un bel po' di roba, e non voglio che tu soffra più del dovuto" Uscì dalla stanza e la vidi tornare con delle sacche di ghiaccio come quelle che usano gli atleti, che si ricongelano ogni volta, infilate in involucri monouso. Poi "Ti appoggio questo sul pube, lasciamo che diventi un po' insensibile". Poi un po' di rumori, un po' di fruscii, e alla fine "Cerca di resistere, toglierò prima i margini esterni" seguito dal suono di uno strappo veloce. E la voce di quella povera ragazza traumatizzata che mugolava di dolore trattenendo un grido. Fu un po' una tortura anche per me, ma dopo un po' e – potevo immaginare – parecchio dolore per Carla, e istruzioni assortite sulle posizioni che la ragazza doveva tenere per consentire alla professionista di lavorare sui peli pubici, quelli tra le natiche e quelli sotto le ascelle, sentii Claudia dire "Abbiamo finito Tesoro. Ti rimetto il ghiaccio!"

Rimasi li e dopo una decina di minuti venne Carla stessa a prendermi. Quel brutto trucco che usava sbavato per le lacrime, e Claudia che le porgeva una salvietta struccante. "L'ho fatto per te" mi disse. "Perché non voglio che tu pensi che hai fallito per colpa mia..." lasciando il solito silenzio denso a sfumare. "Non ho fallito, ho già avuto un gran successo!" le dissi.

Carla chiese se poteva andare un attimo al bagno, immaginai per lavarsi la faccia, ma quando tornò aveva un sorriso birichino. Uscimmo, e lei disse solo "Me lo sono rimesso, per te!".

In macchina le chiesi quanto fosse stato doloroso, e lei rispose "Più di quanto pensassi. Le gambe non tanto, ma l'inguine e il pube si, e le ascelle quasi di più. Ma ho stretto i denti per mantenere la promessa" Mi guardò dritto negli occhi, cosa che pochi giorni prima sarebbe stata impossibile, e proseguì: "credo che finire sotto a un treno sia comunque peggio" congelandomi completamente. Inghiottii, e cercai di far finta di niente. "Oggi pomeriggio non abbiamo appuntamenti. Dopo pranzo vorrei portarti sul lungomare, sono solo una trentina di km. Ti passo a prendere dopo pranzo, ok?" Lei annuì. "Come mi devo vestire?" mi chiese. Ci pensai sopra. "non hai niente di adatto... andiamo a pranzo al centro commerciale, e compreremo qualcosa, e andremo dopo." Lei sorrise, stavolta davvero. Ero sbalordito da come un sorriso cambiasse il suo viso. "Mi vuoi portare di nuovo al Sex-Shop?" Io risi di rimando: "No, a meno che tu non abbia qualche desiderio particolare! Solo a comprare dei Jeans neri e delle scarpe adatte a camminare, senza tacco, ma carine. E ho già una idea!"

IL CENTRO COMMERCIALE

Al centro commerciale mangiammo al bar, semplci piatti pronti che il personale scaldava al microonde, ma ci godemmo la compagnia reciproca, e fui fulminato dal fatto che lo stesse facendo anche lei. Si godeva la compagnia! "Carla, pensa a te stessa pochi giorni fa. Prima che il tuo bancomat ti tradisse..." la guardai fissa facendo una pausa. "Avresti pensato di stare a mangiare riso istantaneo al centro commerciale seduta a un minuscolo tavolo a scherzare con un uomo, e che la cosa non ti infastidisse?" Lei posò il cucchiaio e mi guardò, in silenzio, a lungo. "No. Avrei potuto giurare su qualsiasi cosa di caro avessi che non sarebbe successo mai." E dopo una seconda pausa: "E non avevo assolutamente più nulla di caro su cui giurare."

Era il momento di provarci. "E invece, ...adesso?" chiesi. Lei continuò a mangiare lentamente, sempre più lentamente, poi si fermò con il cucchiaio a mezz'aria e rispose: "Adesso sinceramente non lo so. Sono confusa, davvero." OK, me lo sarei fatto andare bene.

Al reparto vestiti scelsi dei jeans. Lei li avrebbe voluti neri, ma c'erano dei jeans "quasi neri" color antracite che mi piacevano molto. Avevano i piccoli rinforzi metallici e il bottone cromati lucidi, e li portammo al camerino di prova per vedere come le stavano. Si chiuse dentro e rimase con la tenda tirata a lungo, così tanto che le chiesi se andava tutto bene. Lei, senza parlare aprì la porta, e me li mostrò. Era uno schianto ai miei occhi, ma capivo dallo sguardo che per lei erano un dramma. "Si vede la forma delle gambe, e poi mi mettono il sedere in evidenza!" Si girò per mostrami cosa intendeva. Ragazzi, aveva un sedere meraviglioso! "Sono bellissimi! Non scherzare, stai da pazzi con questa roba!" Non era ancora convinta: "Si vede qualcosa... dietro in mezzo?" Chiaramente si riferiva al plug. "No. Assolutamente insospettabile!" dissi con un sorriso. "E sono quelli che ho scelto, per favore, fammi contento!" e nel dirlo scesi con lo sguardo sui piedi nudi. Erano belli, eleganti. "Ti devo prendere un top adatto, e delle snickers."

Così feci. Sneakers rigorosamente nere, ma le trovai con degli strass che formavano il motivo di un'onda di fianco alla scarpa, e una T-Shirt nera con sul petto disegnato con gli strass un delfino che saltava fuori dall'acqua. Era un motivo con molte linee verticali, e le stava benissimo. Ovviamente, inutile che vi dica "benissimo" per me, e "malissimo" per lei, ma accettò comunque di metterlo. Una cintura nera con la fibbia lavorata a Guilloché, quella finitura che ricorda le scaglie iridescenti di un pesce, e cattura e riflette la luce come in tanti piccoli arcobaleni completava l'outfit che avevo scelto. Avevo ancora un accessorio in mente, e credo che le sarebbe piaciuto. Andammo allo scaffale degli occhiali da sole, e le scelsi degli occhiali neri con due piccoli brillantini sulle stanghette, vicino alle lenti. Molto "dark", ma le davano un aspetto misterioso, e contemporaneamente la facevano sembrare nascosta, tranquillizzandola per i jeans che evidenziavano il sedere e la maglietta che lasciava che il mondo vedesse che due bombe come i suoi seni si erano viste solo alla fine della seconda guerra mondiale.

Ci facemmo mettere tutto in una busta, pagai e uscimmo, ma prima la feci passare dal bagno a cambiarsi. Rimasi a bocca aperta a guardarla. "Wow!" dissi soltanto, e lei, molto imbarazzata, disse solo "mi sento nuda come un verme, come un bruco, con tutti i rotoli di ciccia." Fu li che mi venne una idea, ma ve la dirò dopo. A lei risposi solo "Cazzate, sei bellissima, elegante e provocante!" Poi mi avvicinai e le sussurrai nell'orecchio "E sapere che hai quel giocattolo infilato dentro mi fa sentire eccitato come un ragazzino!" Poi mi allontanai e le sorrisi, guardandola. Era rossa, ma sorrideva. "E a me piace sapere che ti eccito" disse in un soffio appena udibile.

IL LUNGOMARE

Venti minuti di superstrada, ed eravamo in una meravigliosa cittadina sul mare, dove il lungomare era un vero salotto. Alberi, palme, una passeggiata bellissima e tante persone che come noi camminavano su e giù su quel tratto di misto tra un marciapiede e un giardino, con a lato la costa, il mare e il sole del pomeriggio. Stavamo camminando godendo la compagnia reciproca, quando un uomo con la moglie per mano ci superò, e dopo qualche passo si voltò a guardare Carla, la proprietaria di quel sedere che probabilmente a nostra insaputa aveva osservato da dietro. Aveva la faccia di qualcuno che guarda qualcosa di bello, almeno fino a quando la moglie, stizzita, non gli dette un evidente e probabilmente umiliante scappellotto, riportandolo all'ordine. Carla e io scoppiammo a ridere insieme, e poi ci girammo a guardarci come se un regista ci avesse dato il comando. "Guardava me?" Chiese la meravigliosa ragazza che mi camminava a fianco. "Ci puoi scommettere!" le risposi. "E probabilmente mentre era dietro, prima di superarti, aveva guardato e gradito il tuo meraviglioso fondoschiena!". Lei diventò rossa come un peperone, e chiese "E a te piace che mi guardino il sedere?" Come risposta mi limitai a sorridere, e dire "guardare e non toccare, è una regola da imparare!"

Passeggiando con un gelato ciascuno un mano mentre il sole calava decisi di farle un'altra domanda che mi premeva: "Hai provatro anche il dildo nero?" Lei arrossì di nuovo visibilmente, ma rispose. Ormai aveva accettato il fatto che se voleva darmi quella settimana, doveva giocare onestamente. "Si. Ed è uscito un po' di sangue, perché ero vergine." Era rossa davvero, adesso, ma mi guardò, e malgrado gli occhiali capii che mi stava guardando dritto negli occhi: "L'ho usato perché se me lo hai comprato volevi che lo usassi. Perché era tuo, un pezzo di te." Una ammissione fortissima, che nella mia testa risonava come se avesse detto "mi sono masturbata pensando a te". Le presi la mano, e lei non si ritrasse. Avevo per la prima volta la sua mano nella mia. "E ti è piaciuto?" le chiesi. "Molto. Ho avuto il primo orgasmo della mia vita" fu la risposta. Il tono era cauto, quasi incerto. Io volavo.

Finimmo la passeggiata, e la riportai a casa. "Stasera sei libera. Rilassati, divertiti con un film... o con i tuoi nuovi giocattoli! Ah, a proposito, domani niente plug!" e le feci l'occhiolino. Lei arrossì, e mi salutò semplicemente dicendo "a domani, capo..."

FELICIA – LA TRUCCATRICE

Al mattino successivo la passai di nuovo a prendere con il mio SUV BMW, che ormai stava diventando un mix tra un mezzo di trasporto e un confessionale, e quando lei fu entrata e chiuse lo sportello la salutai con un sorriso, e le dissi: "Stamattina abbiamo appuntamento con Felicia, una amica sudamericana che fa la truccatrice professionista. Ci collaboro per lavoro, ma lei lavora anche con altri professionisti e persino con delle star del cinema" Carla sospirò, e rispose "dovrà stuccarmi la faccia con la cazuola da muratore, se vuole un risultato. E poi appena mi laverò la faccia tornerò quella che sono sempre..."

Lasciai passare qualche secondo senza rispondere, poi decisi che invece di contraddirla dovevo ignorare quello che aveva detto e continuare a spiegare. "In realtà non si limiterà a truccarti. Ho prenotato parecchie ore, perché deve insegnarti a farlo tu. Non puoi passare da lei ogni giorno per il trucco, come se tu fossi una attrice. Devi farlo tu, bene e senza impazzire o cadere preda dello stress". Carla mi guardava piuttosto sorpresa, ma non disse niente.

Posteggiai, scesi e presi Carla per mano (il nuovo gesto che mi aveva regalato di poter fare). Entrammo a casa di Felicia, un appartamento al terzo piano di un palazzo decisamente gradevole, con scale di marmo bianco e piante di ficus a ogni pianerottolo. Suonai il campanello, e ci aprì una bellezza abbronzata e sorridente, radiosa come sempre. Mi abbracciò esclamando "Ferdinando, che bello vederte!" Nel suo italiano con un po' di accento che in venti anni non aveva voluto perdere. "Felicia, hai fatto un patto con il diavolo? Ogni volta che ti vedo sei più giovane!" ridemmo entrambi "No, scemo, è solo che ogni volta che mi vedi sono più vecchia e metto più trucco!"


Finimmo la passeggiata, e la riportai a casa. "Stasera sei libera. Rilassati, divertiti con un film... o con i tuoi nuovi giocattoli! Ah, a proposito, domani niente plug!" e le feci l'occhiolino. Lei arrossì, e mi salutò semplicemente dicendo "a domani, capo..."

FELICIA – LA TRUCCATRICE

Al mattino successivo la passai di nuovo a prendere con il mio SUV BMW, che ormai stava diventando un mix tra un mezzo di trasporto e un confessionale, e quando lei fu entrata e chiuse lo sportello la salutai con un sorriso, e le dissi: "Stamattina abbiamo appuntamento con Felicia, una amica sudamericana che fa la truccatrice professionista. Ci collaboro per lavoro, ma lei lavora anche con altri professionisti e persino con delle star del cinema" Carla sospirò, e rispose "dovrà stuccarmi la faccia con la cazuola da muratore, se vuole un risultato. E poi appena mi laverò la faccia tornerò quella che sono sempre..."

Lasciai passare qualche secondo senza rispondere, poi decisi che invece di contraddirla dovevo ignorare quello che aveva detto e continuare a spiegare. "In realtà non si limiterà a truccarti. Ho prenotato parecchie ore, perché deve insegnarti a farlo tu. Non puoi passare da lei ogni giorno per il trucco, come se tu fossi una attrice. Devi farlo tu, bene e senza impazzire o cadere preda dello stress". Carla mi guardava piuttosto sorpresa, ma non disse niente.

Posteggiai, scesi e presi Carla per mano (il nuovo gesto che mi aveva regalato di poter fare). Entrammo a casa di Felicia, un appartamento al terzo piano di un palazzo decisamente gradevole, con scale di marmo bianco e piante di ficus a ogni pianerottolo. Suonai il campanello, e ci aprì una bellezza abbronzata e sorridente, radiosa come sempre. Mi abbracciò esclamando "Ferdinando, che bello vederte!" Nel suo italiano con un po' di accento che in venti anni non aveva voluto perdere. "Felicia, hai fatto un patto con il diavolo? Ogni volta che ti vedo sei più giovane!" ridemmo entrambi "No, scemo, è solo che ogni volta che mi vedi sono più vecchia e metto più trucco!"

Dopo le presentazioni Felicia cominciò a truccare Carla spiegando ogni cosa. Ogni pennellata, ogni colore, ogni sfumatura. Capivo esattamente di cosa parlava, perché lo faceva nella mia lingua di fotografo. Luci, ombre, velature. Ogni piccolo dettaglio di trucco che aggiungeva faceva splendere sempre di più il viso di Carla. Dopo una mezz'ora sembrava una donna completamente diversa, e bella da togliere il fiato. Inaspettatamente, l'esperta professionista porse a Carla il necessario per togliere tutto, e con quell'accento eccitante ed esotico le disse "Struccate tessoro, ora devi fare tu!". Carla era incerta: "Non ci riuscirò mai..." ma si struccò completamente. Fece per la seconda volta tutto secondo la direzione di Felicia, ma lei non si fermò e la struccò di nuovo. "E ora da sola, Carla. Io guardo, tu fai". E Carla rassegnata fece di nuovo tutto, stavolta con pochissimo aiuto da Felicia. "Sei bellissima, tesoro!" disse lei. Carla guardava la sconosciuta allo specchio, senza quelle lunghe linee nere che lei pensava che le allungassero gli occhi ma che allargavano la faccia. Con il contouring che lavorava per lei il naso sembrava quello di una ragazza francese di 18 anni, il mento era più acuto, gli zigomi più pronunciati. Uno schianto.

"Felicia, il solito lavoro da maestra!" dissi alla fine della mattinata, che era stata necessaria per intero. Avrei pagato con bonifico, per non far vedere a Carla che quella mattinata con una professinista di quel livelli sarebbe costata, malgrado il prezzo di favore per l'amicizia, almeno un migliaio di euro. Lei lo sapeva, eravamo abituati a fare così.

Uscimmo e andammo a riprendere l'auto, e Carla si guardava nello specchietto dell'aletta parasole. "Ogni tappa che mi hai fatto fare ha cambiato un pezzo di me" disse. "Si, quello che dici è corretto" risposi annuendo mentre guidavo "ma la frase non è completa. Devi metterci dietro se ti piace oppure no". Lei continuò a guardarsi in silenzio, e poi disse con tutta la sincerità che metteva nel nostro strano rapporto: "Non ne sono certa. Non è un brutto cambiamento, ma mi stai facendo uscire dalla mia pelle e entrare in quella di qualcuno che non conosco, e questo mi spaventa..." La guardai e le sorrisi, cercando di essere rassicurante. "Ho una settimana per farlo, e solo dopo potrai decidere se ti piace o meno la nuova pelle. Non è ancora finita, ho ancora dei giorni. Per ora, abbi fiducia in me, per favore".

La giornatà finì con un altro giretto in centro, una cena veloce al fast food (continuo a pensare che gli hamburger smashati siano sopravvalutati di brutto, ma è la mia opinione) E finì presto con lei accompagnata a casa. Eppure, questi giorni con Carla erano un toccasana per me. Mi sentivo meglio. Come se stessi mettendo a posto dei pezzi del puzzle che ero, e che mi completavano. E avevo la sensazione che dietro la paura e la facciata, anche Carla si sentisse come me.

ENRICO – IL GIOIELLIERE

La mattina successiva eravamo di nuovo nella mia BMW X3 diretti verso un'altro amico e collaboratore saltuario. Enrico, titolare di una prestigiosa gioielleria. Avevo chiesto a Carla di vestirsi di nuovo con i jeans che finivano a metà polppaccio, le snickers e il top con il delfino, e con il plug. Volevo che sentisse la presenza di quel giocattolo in se, abituandosi a viverlo in pubblico senza curarsi di capire se la gente intorno sospettava o meno, perché sapevamo ormai bene che era invisibile e la gente non avrebbe mai e poi mai capito. Le avevo anche chiesto di non truccarsi, e avevo i miei motivi per farlo.

Uscì dal portone, salì in auto e mi sorrise. "Buongiorno Capo!" Poi fece addirittura una mezza risatina "Forse dovrei chiamarti padrone, dato che in questa settimana sono la tua schiava. Decidi tu cosa devo indossare, cosa mangio, dove vado e anche... " si fermò e fece un occhiolino "il mio piacere proibito!" Risi anch'io, e risposi "Il tuo piacere segreto è la mia eccitazione segreta! Mi fa impazzire sapere che sei stimolata dal mio regalo!" Lei abbassò timidamente gli occhi, ma era chiaro che era intrigata dal fatto di riuscire ad eccitarmi.

Lasciata la mia ingombrante auto in un parcheggio sotterraneo (trovare posto in centro era troppo difficile) portai Carla da Enrico. Il mio amico gioielliere, che faceva però fantastici lavori in argento dal costo accessibile, sottili e delicatissimi, estremamente di buon gusto.

Mi fece sceglierre con calma e professionalità, e presi una collanina sottile, un braccialetto e una cavigliera abbinati e degli orecchini in argento con una mini perla naturale. In più avevo ordinato telefonicamente un regalo segreto, che da gran professionista aveva già incartato, rendendo vana la curiosità di Carla. "No, ho detto di no!" dissi ridendo quando lei insistette per aprirlo. "Questo è per dopo lo shooting. Lo aprirai solo in quel momento!" Anche Enrico per qualche motivo avava capito che c'era molto di più di un lavoro in ballo, e mi guardò con un occhiolino. "Se poi avrai anche bisogno di un anello ti farò un prezzo speciale!" disse, facendo arrossire sia Carla che me. "Non correre, vecchio mio... balbettai". Lui mi guardò serio: "Invece devi correre tu. Non puoi stare tutta la vita chiuso al buio nei brutti ricordi". E per qualche motivo, questo fece arrossire e inumidire gli occhi di Carla invece dei miei. Lui sapeva della storia della modella suicida, e sapevo che – con i suoi venticinque anni di vita in più dei miei – aveva dalla sua la saggezza dell'esperienza.

Pagai tutto, e malgrado il lavoro magistrale non fu una gran cifra. Ma ne valeva veramentte la pena. Quei sottili fili d'argento brillavano sulla pelle di Carla come stelle, e mi piaceva da matti il tono su tono dell'incarnato chiaro e l'argento dei bijoux.

Tornammo all'auto, e mentre la portavo a casa le dissi "ci siamo. Domani ti faccio le foto, il tuo book fotografico. E Domani deciderai. Ma sappi una cosa, che giuro su Dio che a me mancheresti da morire. Davvero."

Lei tentò di scherzare, ma le tremava la voce: "No, qui le minacce le faccio solo io... " tentò di aggiungere qualcosa, ma le parole le si stroncarono in gola e l'espressione finta giocosa si ruppe. "Forse mi mancheresti".

Le raccomandai di rilassarsi per il resto del giorno, usare entrambi i giocattoli che le avevo regalato e dormire un bel po', in modo da avere la pelle rilassata al mattino successivo. Ci salutammo. Rimanemmo impacciati per venti o trenta secondi. Entrambi eravamo tentati di salutarci con un bacio, ma entrambi non eravamo pronti. Se ne andò, e per quel giorno non la avrei rivista. Andai in studio e preparai tutto con cura maniacale: luci, carte di memoria, obiettivi, cavalletti, sfondi. Tutto. Anche i miei regali segreti.

FERNANDO – IL FOTOGRAFO?

La mattina alle 9 era da me, e c'erano anche Marco e Felicia. Lui le sistemò i capelli, che erano ancora a posto e bastava una pettinatura accurata e un po' di spray per rendere perfetti, e lei la truccò di nuovo, ma in più le fece le unghie delle mani e dei piedi. Pregustai il fatto che stesse per diventare bella come una Dea, e sperai con tutte le forze che restasse la mia Dea anche dopo.

Le porsi l'abito che avevo scelto per lo shooting, che lei non aveva ancora mai visto. Un abito lungo, nero, fasciante, con uno scollatura centrale che arrivava all'ombelico davanti e uno dietro che arrivava poco sopra al sedere tenuti chiusi da del tulle nero, e uno spacco che arrivava a fin sopra l'inguine. "Non mettere l'intimo. Si vedrebbe sotto questo abito. Devi essere nuda sotto, ma siamo solo tu e io, e neanche un centimetro di quello che non si deve vedere si vedrà negli scatti, giuro". Poi le porsi le scarpe con il tacco a stiletto e le cinghie incrociate fino al polpaccio, che mostravano bene il piede e le dita smaltate di fresco. "Metti tutto, anche i bijoux comprati ieri. Oggi sarai il risultato di tutti i giorni della settimana passati insieme." Lei balbettò qualcosa riguardo all'essere nuda sotto al vestito, ma zittii le sue proteste mettendo il mio indice sulle sue labbra e dicendo solo: "Fidati di me". Inaspettatamente lei baciò il mio indice, scatenando i miei battiti cardiaci fino probabilmente a 180, e dissi "Va bene", andando a cambiarsi nel camerino.

La aspettai con il cuore in gola, e quando la vidi uscire era qualcosa che mozzava il fiato. Non ricordava neanche lontanamente la ragazza a cui avevo pagato la colazione giorni prima. Era decisamente un'altra persona. E malgrado i tacchi, che fosse senza intimo sotto l'abito e con un plug nell'ano, malgrado che avesse uno spacco che arrivava sopra al fianco che mostrava chiaramente che non poteva avere le mutandine e una scollatura che confermava che non aveva reggiseno, non aveva gli occhi bassi. Guardava me. Dritta negli occhi. Mi mancava il fiato, e sorridevo.

"Mettiti li, dove quello sfondo grigio perla si piega e arriva a terra. Serve per non far vedere angoli tra parete e pavimento e piazzarti come in uno spazio senza dimensioni". Accesi le luci, calibrai le fotocamere, e cominciai a scattare. La professionalità prese il sopravvento sull'emozione. L'abitudine sulla meraviglia. Diventai una macchina, quella macchina da fotografie che aziende multimilionarie si litigavano per le campagne pubblicitarie.

La dirigevo, scolpivo il suo corpo con le pose e con la luce. Passarono le ore senza che neanche mi accorgessi, se non per il fatto che la vedevo perdere la sua luce per la stanchezza. Non era abituata, non era una modella. Ero un idiota. La fermai, avevamo abbastanza scatti.

Mi sedetti sullo sgabello davanti al PC del set, misi la memoria della macchina nel lettore, e scaricai tutte le foto. Avevo due monitor, quello di lavoro era un normale monitor, quello per visionare gli scatti era molto più grande, e potevo ruotarlo per metterlo in verticale per le immagini "portrait". Carla era accanto a me, e vide passare le prime foto. Poi altre. Non parlava era come imbambolata. "Le hai ritoccate con photoshop.. o ai usato un filtro, qualcosa che cambia le immagini!". Mi fermai dal mio lavoro, la guardai, e senza parlare la presi per mano. La portai davanti a una tenda nera, e la scostai. Copriva uno specchio che tenevo coperto per non avere riflessi di luce assassini, ma era uno specchio alto due metri, che partiva da terra e poteva far vedere a figura intera chiunque. La donna nello specchio era esattamente, fino all'ultimo atomo, identica a quella delle foto. "Non avrei potuto farlo neanche volendo" le dissi. Hai visto le immagini mentre le scarivavo. Lei si guardava con l'aria di qualcuno che ha visto un morto.

"Quella non sono io..." disse. La abbracciai da dietro, passando le mani sui suoi fianchi fino a arrivare al suo costato, sotto quei bellissimi, grandi seni. "Si, quella sei tu. Quando non cerchi di svanire nel nulla." le mormorai nell'orecchio con voce appena udibile, e dolce più di quanto avrei pensato.

Rimanemmo in silenzio, guardando quella figura di donna meravigliosa con un uomo elegante e di successo dietro di lei. Eravamo noi, non controfigure. La vita non ha controfigure. Lei si girò lentamente, e con un filo di voce chiese: "Ma rimarrei bella anche senza questo vestito? Anche nuda per il mio uomo? Anche la mattina successiva a una notte d'amore, con i capelli sconvolti?"

Feci scivolare le spalline del suo abito da quelle spalle tornite e burrose che adoravo, e lo feci cadere a terra, lasciandola nuda come una Venere, e le mani mi corsero dietro la sua schiena, a stuzzicare lievemente il giocattolo che stimolava il suo sedere. "Scopriamolo insieme, adesso".

Fu bellissimo. Lei era incerta e inesperta, ma fu comunque memorabile. Le sue labbra intorno alla mia asta, anche se era la sua primissima volta erano celestiali, perché lei non cercava di far bella figura, ma di farmi felice. Il mio corpo dentro al suo mentre il plug dall'altro lato stimolava entrambi fu il culmine di quella settimana, e ci lascò entrambi senza forze e senza fiato. Facemmo l'amore più volte, in modi che lei neanche sospettava e che io conoscevo solo di sfuggita. La presi in ogni modo possibile, e probabilmente anche in qualcuno che nei manuali di sessuologia è considerato impossibile. E fu solo la fame a farci rivestire per andare al sushi a festeggiare.

EPILOGO - IL BAR

Due mesi dopo quella sera eravamo, come ogni mattina, al bar. Lo stesso bar. Solo che adesso invece di due sconosciuti ospitava due fidanzati. Lei era bellissima nel suo abito nero e con le scarpe col tacco. Gli occhiali di gran marca, neri anche loro, le davano un'aria misteriosa che intrigava gli sguardi di chi stava intorno. Il barista non le toglieva gli occhi di dosso, e io dovevo stare accanto con aria possessiva per evitare che qualcuno ci provasse. Il momento in cui lei mi disse "so che ti mancherei, e so che tu mancheresti a me. Avevi ragione" era lontanissimo, molto più dei due mesi che il calendario diceva fossero passati. Era lontano come se fosse in una dimensione parallela.

Il book fotografico le aveva procurato nel giro di una settimana un contratto a tempo indeterminato con una casa di moda per taglie forti grazie alle mie conoscenze, ma il contratto con la casa di intimo glamour per persone "plus size" se lo era trovato da sola. Adesso dalle pagine patinate delle riviste di moda non era assolutamente raro vedere i suoi occhi nocciola chiaro e le sue labbra rosse con quel sorriso sornione. E quasi sempre, nella vita come nelle foto, al suo collo pendeva il regalo che le avevo preso quel giorno in gioielleria. Una farfalla in fine filigrana d'argento.

E anche se nessuno sapeva, io lo sapevo benissimo, ne ero dolorosamente cosciente. Lei aveva il plug che le avevo regalato nel suo posto più segreto anche in quel preciso momento, al bar, davanti a tutti. E mi sorrideva con un occhiolino, avendo capito i miei pensieri.

FINE

Per contattare l'autore: alphamaster@mail.com
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2026-08-10
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