Per sempre Undicesimo episodio
di
Davide Sebastiani
genere
sentimentali
Undicesimo episodio
Chiudo la telefonata con il capitano Harper e sono ormai nelle vicinanze, ma poi sento dei rumori. Li riconoscerei tra un milione; sono colpi di un’arma da fuoco. Oh, mio Dio, ci siamo. Lascio la macchina proprio davanti al centro commerciale e mi precipito all’interno. Oh, Signore, fa’ che Sarah non sia coinvolta. Mi faccio guidare dal rumore dei colpi e vedo gente che corre all’impazzata. Continuo a correre anche io, ma in direzione opposta. E lo vedo. E’ sdraiato sul parapetto del piano superiore e ha un fucile di precisione. Impossibile raggiungerlo. Vedo alcuni corpi stesi in terra, ma quelli saranno solo una goccia nel mare se non lo fermo. Ma come? Se faccio un passo mi ammazza all’istante, e da dove mi trovo è quasi impossibile prendere la mira e colpirlo. Cerco di riflettere e non vedo vie d’uscita. E poi il sangue si gela dentro le mie vene. Devono essere almeno in due, perché ne vedo uno solo? Jennifer aveva parlato anche di un furgone. Ma certo! Questo è un diversivo. Ma non mi posso alzare perché quel maledetto cecchino ha nel mirino tutta la zona. Sono coperto dalla scala mobile e quel bastardo si è piazzato in quel punto proprio per evitare che qualcuno possa salirla e raggiungerlo. Gli spari si sono bloccati perché tutti siamo al riparo, ma è pronto a premere il grilletto non appena uno di noi si alza. Non so cosa fare. Sento urla, lamenti e non posso fare niente. Poi vedo Jennifer accanto a me e mi si illumina la mente. Prendo la pistola dalla mia fondina
“Jenny, tu puoi salvare tutta questa gente. Era questo il tuo compito. Prendi la pistola. E’ mia e puoi tenerla in mano. Mettila all’interno della tasca dei tuoi pantaloni in modo che non sia visibile. Vai su e spara a quel maledetto bastardo.”
Sta tremando. “Io… Io non so come si fa.”
Tolgo la sicura all’arma. “Jenny, ti ricordi quando mi hai detto che parlavano di un furgone? E’ probabile che questo sia solo un diversivo e che la strage la vogliano fare in un altro modo. Devo andare giù nel parcheggio del centro commerciale, ma non posso muovermi. Appena mi alzo quel bastardo mi impallina. Tu devi solo andare su e premere il grilletto altrimenti sarà la fine per tutta questa gente. Lui non ti può vedere. Ti devi mettere dietro di lui e poi premere il grilletto. Vai, Jenny, è lui quello che ti ha fatto del male.”
Le metto la pistola dentro la tasca e lei mi abbraccia.
“Ti rivedrò?”
“Non lo so. Vai a compiere il tuo dovere. Sei rimasta sulla terra per questo. Vai, Jenny”, le dico, con occhi imploranti.
Si volta e si allontana per salire sulla scala mobile. Nessuno può vederla ma io sì. Arriva al piano superiore dove c’è il cecchino e vedo che si mette alle sue spalle. Tentenna, si mette le mani sul viso, ma poi afferra la mia pistola dalla tasca. E poi lo sparo. L’uomo sussulta e lascia andare il fucile che teneva in mano per ricadere pesantemente a terra. C’è riuscita. Balzo fuori dal mio riparo e mi metto a correre per raggiungere il parcheggio che si trova al piano di sotto. Il caos è indescrivibile e non ho idea di cosa fare. Oh, Dio, fa’ che mi sbagli, fa’ che tutto si sia concluso con la morte di quel bastardo al centro commerciale. Arrivo nel parcheggio e mi guardo intorno per cercare qualche furgone, e poi ne vedo uno. Tutte le altre sono vetture e potrebbe essere proprio quello. A fianco al furgone un uomo che sembra nemmeno rendersi conto di ciò che sta succedendo intorno. Mi avvicino e tiro fuori il mio tesserino.
“Polizia di Wichita. E’ suo il furgone?” Rimane in silenzio per alcuni istanti poi mi fa un sorriso.
“No, stavo qui ad aspettare mia moglie che è andata a fare delle compere.”
“E’ lei è così calmo? Li ha sentiti gli spari?”
“Io… No, non capivo cosa stesse accadendo.”
Non so cosa fare. Non ho nemmeno la pistola che ho dato a Jenny, ma qualcosa mi dice che mi sta mentendo.
“Mi dia un documento, per favore.”
L’uomo tentenna. E’ alto più o meno come me, e vestito in jeans e giubbetto. Può avere intorno ai 40 anni, coi capelli cortissimi come si usa tra i marines. Lo osservo mentre mette la mano dentro il giubbetto.
“D’accordo, le prendo i documenti.”
Continuo a osservarlo mentre, con lentezza esasperante, cerca qualcosa all’interno del giubbetto, e poi quello che tira fuori non è un documento ma una pistola. Lo stavo aspettando e gli fermo il braccio. Lottiamo. Io sono forte ma anche lui lo è. Nessuno di noi riesce ad avere la meglio. Poi è lui che sembra prevalere. Gli blocco la mano che tiene la pistola, ma è maledettamente forte e sto per soccombere. E poi vedo il mio angelo. E’ Jennifer che ha ancora in mano la mia arma, e con tutta la sua forza la dà in testa al mio contendente che non riesce a comprendere cosa stia accadendo. Si volta e probabilmente vede volteggiare nell’aria una pistola. Il suo smarrimento è la mia fortuna, perché riesco ad approfittare di quell’attimo e lo colpisco con tutta la mia forza con un paio di pugni. Cade e mi metto sopra a lui tempestandolo di colpi fino a quando vedo che reclina la testa. E’ svenuto.
Abbraccio Jennifer.“Mi hai salvato la vita.”
“Devo andare Brad. Mi stanno chiamando. Ho compiuto la mia missione sulla terra. Salva questa gente.” Mi dà un lieve bacio sulla guancia. E’ un bacio freddo ma esprime un calore meraviglioso.
“Vai, Jenny. Sarai felice anche lassù.”
“Lo so, adesso lo so.”
La vedo allontanarsi. Addio Jennifer. Anzi, arrivederci. Prima o poi ci incontreremo di nuovo. Ora devo pensare al furgone. Prendo le due pistole, la mia e quella del malvivente. Con la mia faccio saltare la serratura e vedo ciò che non avrei voluto vedere. Il furgone è pieno di esplosivo. Tanto esplosivo da far saltare tutto quello che c’è nel raggio di un paio di miglia. Guardo meglio. L’esplosivo è collegato a un timer che mi segnala sei minuti. Ho sei minuti per togliere questo furgone da qui. Non ho tempo di cercare le chiavi e devo collegare i fili dell’accensione. Fatto! Sono al volante e faccio manovra per uscire da quel parcheggio. Devo allontanarmi ma, mentre sto facendo manovra, mi sento afferrare per il braccio. Quel bastardo è rinvenuto. Spingo sull’acceleratore e lo mando a sbattere contro una colonna, ma quel maledetto deve avere la resistenza di un bisonte perché non demorde. Con una mano cerca di colpirmi mentre con l’altra si tiene aggrappato al furgone. Non è facile guidare in queste condizioni, soprattutto considerando il via vai impazzito di gente che esce dal centro commerciale. Il mio arrivo e l’intervento di Jennifer devono comunque aver mandato all’aria il loro piano originale che probabilmente prevedeva che il tiratore tenesse sotto controllo tutti i clienti del centro commerciale per il tempo necessario all’esplosione. I due attentatori non avevano forse interesse a restare in vita e sarebbero probabilmente morti nell’esplosione. O chissà, avevano una via di fuga. Ma questo ormai conta poco. I miei colleghi sono ormai arrivati ma se non mi allontano col furgone moriranno tutti insieme a Sarah. Ed è lei che mi dà la forza di lottare contro quest’energumeno. Ma la situazione è ancora drammatica perché continua a tirarmi pugni e a cercare di salire all’interno del furgone. Da parte mia, cerco di restituire qualche pugno, ma cerco soprattutto di non farlo salire altrimenti è la fine. Adesso sono in strada, ma mancheranno almeno quattro minuti prima dell’esplosione e ho il tempo per allontanarmi ancora di più perché siamo ancora troppo vicini al centro commerciale. Devo dirigermi verso nord ovvero verso l’esterno della città, ma il traffico caotico mi rende difficoltosa la guida. Sono stremato e il cuore mi batte fortemente nel petto per la tensione. Ma devo farcela. Per Sarah, per i miei colleghi e per tutta quella gente innocente. Finalmente riesco a prendere la strada che mi porta fuori dall’abitato, ma l’attentatore è ancora saldamente ancorato al furgone. Un pugno violento mi colpisce in faccia e questo gli dà modo di entrare nell’abitacolo. Mi afferra per il collo e il furgone sembra quasi impazzito. Quasi per miracolo riesco a tenere il volante e a continuare a spingere sull’acceleratore. Ecco, siamo lontani almeno un paio di miglia e in zona quindi abbastanza tranquilla. Adesso la priorità è quella di non dare all’attentatore la possibilità di mettersi alla guida per tornare verso il centro commerciale e poi, se dovessi riuscirci, di portare a casa la pelle. Mi fermo in modo da poter lottare con lui ad armi pari. Ci scambiamo colpi e la rabbia che ho in corpo riesce a darmi la forza per avere la meglio su di lui. Gli afferro la testa e gliela faccio sbattere contro il parabrezza. Adesso è lievemente stordito e io ne approfitto per concludere l’opera. Uno, due, dieci pugni e infine di nuovo la sua testa contro il parabrezza. Ha ormai il viso completamente insanguinato e l’ultimo colpo gli è fatale perché strabuzza gli occhi e sviene. Devo avere pochi secondi di tempo a disposizione per salvarmi. Scendo dal furgone e inizio a correre con quanto fiato ho in gola, Corro, corro e poi sento l’esplosione e io che volo in alto e ricado pesantemente. Poi il nulla.
Continua...
Chiudo la telefonata con il capitano Harper e sono ormai nelle vicinanze, ma poi sento dei rumori. Li riconoscerei tra un milione; sono colpi di un’arma da fuoco. Oh, mio Dio, ci siamo. Lascio la macchina proprio davanti al centro commerciale e mi precipito all’interno. Oh, Signore, fa’ che Sarah non sia coinvolta. Mi faccio guidare dal rumore dei colpi e vedo gente che corre all’impazzata. Continuo a correre anche io, ma in direzione opposta. E lo vedo. E’ sdraiato sul parapetto del piano superiore e ha un fucile di precisione. Impossibile raggiungerlo. Vedo alcuni corpi stesi in terra, ma quelli saranno solo una goccia nel mare se non lo fermo. Ma come? Se faccio un passo mi ammazza all’istante, e da dove mi trovo è quasi impossibile prendere la mira e colpirlo. Cerco di riflettere e non vedo vie d’uscita. E poi il sangue si gela dentro le mie vene. Devono essere almeno in due, perché ne vedo uno solo? Jennifer aveva parlato anche di un furgone. Ma certo! Questo è un diversivo. Ma non mi posso alzare perché quel maledetto cecchino ha nel mirino tutta la zona. Sono coperto dalla scala mobile e quel bastardo si è piazzato in quel punto proprio per evitare che qualcuno possa salirla e raggiungerlo. Gli spari si sono bloccati perché tutti siamo al riparo, ma è pronto a premere il grilletto non appena uno di noi si alza. Non so cosa fare. Sento urla, lamenti e non posso fare niente. Poi vedo Jennifer accanto a me e mi si illumina la mente. Prendo la pistola dalla mia fondina
“Jenny, tu puoi salvare tutta questa gente. Era questo il tuo compito. Prendi la pistola. E’ mia e puoi tenerla in mano. Mettila all’interno della tasca dei tuoi pantaloni in modo che non sia visibile. Vai su e spara a quel maledetto bastardo.”
Sta tremando. “Io… Io non so come si fa.”
Tolgo la sicura all’arma. “Jenny, ti ricordi quando mi hai detto che parlavano di un furgone? E’ probabile che questo sia solo un diversivo e che la strage la vogliano fare in un altro modo. Devo andare giù nel parcheggio del centro commerciale, ma non posso muovermi. Appena mi alzo quel bastardo mi impallina. Tu devi solo andare su e premere il grilletto altrimenti sarà la fine per tutta questa gente. Lui non ti può vedere. Ti devi mettere dietro di lui e poi premere il grilletto. Vai, Jenny, è lui quello che ti ha fatto del male.”
Le metto la pistola dentro la tasca e lei mi abbraccia.
“Ti rivedrò?”
“Non lo so. Vai a compiere il tuo dovere. Sei rimasta sulla terra per questo. Vai, Jenny”, le dico, con occhi imploranti.
Si volta e si allontana per salire sulla scala mobile. Nessuno può vederla ma io sì. Arriva al piano superiore dove c’è il cecchino e vedo che si mette alle sue spalle. Tentenna, si mette le mani sul viso, ma poi afferra la mia pistola dalla tasca. E poi lo sparo. L’uomo sussulta e lascia andare il fucile che teneva in mano per ricadere pesantemente a terra. C’è riuscita. Balzo fuori dal mio riparo e mi metto a correre per raggiungere il parcheggio che si trova al piano di sotto. Il caos è indescrivibile e non ho idea di cosa fare. Oh, Dio, fa’ che mi sbagli, fa’ che tutto si sia concluso con la morte di quel bastardo al centro commerciale. Arrivo nel parcheggio e mi guardo intorno per cercare qualche furgone, e poi ne vedo uno. Tutte le altre sono vetture e potrebbe essere proprio quello. A fianco al furgone un uomo che sembra nemmeno rendersi conto di ciò che sta succedendo intorno. Mi avvicino e tiro fuori il mio tesserino.
“Polizia di Wichita. E’ suo il furgone?” Rimane in silenzio per alcuni istanti poi mi fa un sorriso.
“No, stavo qui ad aspettare mia moglie che è andata a fare delle compere.”
“E’ lei è così calmo? Li ha sentiti gli spari?”
“Io… No, non capivo cosa stesse accadendo.”
Non so cosa fare. Non ho nemmeno la pistola che ho dato a Jenny, ma qualcosa mi dice che mi sta mentendo.
“Mi dia un documento, per favore.”
L’uomo tentenna. E’ alto più o meno come me, e vestito in jeans e giubbetto. Può avere intorno ai 40 anni, coi capelli cortissimi come si usa tra i marines. Lo osservo mentre mette la mano dentro il giubbetto.
“D’accordo, le prendo i documenti.”
Continuo a osservarlo mentre, con lentezza esasperante, cerca qualcosa all’interno del giubbetto, e poi quello che tira fuori non è un documento ma una pistola. Lo stavo aspettando e gli fermo il braccio. Lottiamo. Io sono forte ma anche lui lo è. Nessuno di noi riesce ad avere la meglio. Poi è lui che sembra prevalere. Gli blocco la mano che tiene la pistola, ma è maledettamente forte e sto per soccombere. E poi vedo il mio angelo. E’ Jennifer che ha ancora in mano la mia arma, e con tutta la sua forza la dà in testa al mio contendente che non riesce a comprendere cosa stia accadendo. Si volta e probabilmente vede volteggiare nell’aria una pistola. Il suo smarrimento è la mia fortuna, perché riesco ad approfittare di quell’attimo e lo colpisco con tutta la mia forza con un paio di pugni. Cade e mi metto sopra a lui tempestandolo di colpi fino a quando vedo che reclina la testa. E’ svenuto.
Abbraccio Jennifer.“Mi hai salvato la vita.”
“Devo andare Brad. Mi stanno chiamando. Ho compiuto la mia missione sulla terra. Salva questa gente.” Mi dà un lieve bacio sulla guancia. E’ un bacio freddo ma esprime un calore meraviglioso.
“Vai, Jenny. Sarai felice anche lassù.”
“Lo so, adesso lo so.”
La vedo allontanarsi. Addio Jennifer. Anzi, arrivederci. Prima o poi ci incontreremo di nuovo. Ora devo pensare al furgone. Prendo le due pistole, la mia e quella del malvivente. Con la mia faccio saltare la serratura e vedo ciò che non avrei voluto vedere. Il furgone è pieno di esplosivo. Tanto esplosivo da far saltare tutto quello che c’è nel raggio di un paio di miglia. Guardo meglio. L’esplosivo è collegato a un timer che mi segnala sei minuti. Ho sei minuti per togliere questo furgone da qui. Non ho tempo di cercare le chiavi e devo collegare i fili dell’accensione. Fatto! Sono al volante e faccio manovra per uscire da quel parcheggio. Devo allontanarmi ma, mentre sto facendo manovra, mi sento afferrare per il braccio. Quel bastardo è rinvenuto. Spingo sull’acceleratore e lo mando a sbattere contro una colonna, ma quel maledetto deve avere la resistenza di un bisonte perché non demorde. Con una mano cerca di colpirmi mentre con l’altra si tiene aggrappato al furgone. Non è facile guidare in queste condizioni, soprattutto considerando il via vai impazzito di gente che esce dal centro commerciale. Il mio arrivo e l’intervento di Jennifer devono comunque aver mandato all’aria il loro piano originale che probabilmente prevedeva che il tiratore tenesse sotto controllo tutti i clienti del centro commerciale per il tempo necessario all’esplosione. I due attentatori non avevano forse interesse a restare in vita e sarebbero probabilmente morti nell’esplosione. O chissà, avevano una via di fuga. Ma questo ormai conta poco. I miei colleghi sono ormai arrivati ma se non mi allontano col furgone moriranno tutti insieme a Sarah. Ed è lei che mi dà la forza di lottare contro quest’energumeno. Ma la situazione è ancora drammatica perché continua a tirarmi pugni e a cercare di salire all’interno del furgone. Da parte mia, cerco di restituire qualche pugno, ma cerco soprattutto di non farlo salire altrimenti è la fine. Adesso sono in strada, ma mancheranno almeno quattro minuti prima dell’esplosione e ho il tempo per allontanarmi ancora di più perché siamo ancora troppo vicini al centro commerciale. Devo dirigermi verso nord ovvero verso l’esterno della città, ma il traffico caotico mi rende difficoltosa la guida. Sono stremato e il cuore mi batte fortemente nel petto per la tensione. Ma devo farcela. Per Sarah, per i miei colleghi e per tutta quella gente innocente. Finalmente riesco a prendere la strada che mi porta fuori dall’abitato, ma l’attentatore è ancora saldamente ancorato al furgone. Un pugno violento mi colpisce in faccia e questo gli dà modo di entrare nell’abitacolo. Mi afferra per il collo e il furgone sembra quasi impazzito. Quasi per miracolo riesco a tenere il volante e a continuare a spingere sull’acceleratore. Ecco, siamo lontani almeno un paio di miglia e in zona quindi abbastanza tranquilla. Adesso la priorità è quella di non dare all’attentatore la possibilità di mettersi alla guida per tornare verso il centro commerciale e poi, se dovessi riuscirci, di portare a casa la pelle. Mi fermo in modo da poter lottare con lui ad armi pari. Ci scambiamo colpi e la rabbia che ho in corpo riesce a darmi la forza per avere la meglio su di lui. Gli afferro la testa e gliela faccio sbattere contro il parabrezza. Adesso è lievemente stordito e io ne approfitto per concludere l’opera. Uno, due, dieci pugni e infine di nuovo la sua testa contro il parabrezza. Ha ormai il viso completamente insanguinato e l’ultimo colpo gli è fatale perché strabuzza gli occhi e sviene. Devo avere pochi secondi di tempo a disposizione per salvarmi. Scendo dal furgone e inizio a correre con quanto fiato ho in gola, Corro, corro e poi sento l’esplosione e io che volo in alto e ricado pesantemente. Poi il nulla.
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