Per sempre Ottavo episodio
di
Davide Sebastiani
genere
sentimentali
Il posto è sempre quello. Come mi ha ordinato la mia mistress, ho anticipato rispetto a ieri e ancora non è completamente buio. Il centro commerciale stavolta, a differenza del giorno precedente, è colmo di gente, e mi avvicino a esso per cercare Jennifer. La sento ma non la vedo. Dovrebbe essere nei paraggi. Il mio istinto mi porta proprio all’interno del centro commerciale e la vedo. Potrebbe sembrare una ragazza come tante alla ricerca di qualcosa da comprare, se non fosse per la felpa lacera all’altezza del cuore e, ovviamente, per il fatto che solo io posso vederla. Non posso mettermi a parlare con lei senza apparire per matto e le faccio cenno di seguirmi. Ci appartiamo in un angolo seminascosto.
“Come mai sei entrata nel centro commerciale?” le chiedo, appena mi rendo conto di aver trovato il punto giusto senza sembrare un pazzo che parla al vento.
Lei alza le spalle. “Non lo so, forse per sentirmi una ragazza normale.”
Annuisco. “Comprensibile, Jenny. Ok, adesso cerca di sforzare la tua mente. Hai ricordato qualcos’altro? Cosa significa questo centro commerciale per te? Ci sei venuta a fare shopping?”
“Non lo so. Te l’ho detto, sono entrata nel centro commerciale solo per vedere gente. Per quanto riguarda la mia memoria, ricordo quasi tutto della mia vita, ma di quella sera ho solo vaghi ricordi”
“Dobbiamo tornare. al capannone”, le dico, ben sapendo che potrebbe rispondermi negativamente.
“Oh, no, quel posto mi angoscia.” Come prevedevo, la risposta è negativa. E’ di nuovo impaurita ed è normale. Tornare nel luogo dove è stata uccisa è traumatico ma necessario. Io so però come trattarla. Le afferro dolcemente le mani.
“Lo immagino e ti capisco, ma se vuoi che io catturi il tuo assassino dobbiamo tornare là. Dobbiamo fare in modo che tu ricordi quei momenti, e l’unico modo è quello di usare una terapia d’urto. Montiamo in macchina e fidati di me. Ci sono io con te.” le dico, prendendola per un braccio e avviandomi verso la macchina. E’ ancora restia ma sento che la sua fiducia nei miei confronti sta aumentando, e questo è estremamente positivo.
Dopo circa un quarto d’ora siamo in vista della vecchia fabbrica abbandonata mentre la luce del sole è ormai quasi del tutto scomparsa per far posto alle illuminazioni elettriche che rendono quel capannone ancor più lugubre.
Scendiamo e prendo la mano di Jenny per rassicurarla.
“Ora faremo una cosa. Io fingerò di essere il tuo assassino. Entrerò nel capannone e poi ne uscirò all’improvviso.”
Annuisce ed entro nella vecchia fabbrica, sfodero la mia arma d’ordinanza ed esco improvvisamente, spianando la pistola a Jenny che sussulta.
“No, no, ti prego”, urla. Riposo l’arma e mi avvicino a lei che sta singhiozzando e l'abbraccio teneramente.
“Calma, sono io, Brad.” E’ in preda a veri e propri spasmi di paura e mi fa una tenerezza infinita, povera ragazza.
“Ho sentito tutto. Loro erano in due e parlavano di uccidere. Volevano uccidere.” Trattengo il respiro. Quindi stavano programmando un omicidio. La faccenda sembra essere ancora più grossa di quanto avessi potuto immaginare.
“Chi? Chi volevano uccidere? Dai, Jenny che ci siamo quasi.”
Continua ad agitarsi. “Non me lo ricordo, non lo so”, mi dice, continuando a piangere e a tremare. Devo metterla a proprio agio altrimenti non riuscirà a ricordare. La prendo tra le braccia e le accarezzo la testa. La sento singhiozzare ma si lascia andare a quell’abbraccio.
“Tranquilla! Cominciamo dall’inizio. Tu scendi dalla tua macchina e arrivi qui. Stai per entrare ma ti fermi perché senti delle voci. Giusto?”
“Sì, mi fermo perché capisco che c’è qualcuno dentro.”
“Cosa stanno dicendo?”
“Stanno discutendo quale giorno scegliere. Non capivo di cosa stessero parlando poi uno dei due dice che sarà la più grande strage del secolo.”
Il mio cuore ha un sussulto. Altro che rapina. Quei due stanno organizzando una strage. Oh, mio Dio! La guardo. Ecco perché l’hanno uccisa, povera ragazza. Aveva scoperto qualcosa di grosso che solo io posso fermare. Sto quasi tremando per la tensione, ma devo mostrare sicurezza per infonderla a Jenny
“Jenny, cerca di sforzarti. Molto probabilmente quelle persone stanno organizzando un vero e proprio massacro, ma grazie al tuo aiuto potremo salvare la vita di molte persone. E' questo il motivo per cui sei rimasta qui.” Gliel’ho detto con voce calma, ma dentro di me sono agitato per la gravità della situazione. Anche la povera Jenny sta letteralmente tremando. Non so se il motivo è che si stia rendendo conto della cosa o perché questo luogo dove è stata barbaramente uccisa la destabilizza.
“Sì, me ne rendo conto ma non ricordo tutto. Non so nemmeno se ho ascoltato altro.”
“La data. Stavano parlando del giorno da scegliere. Sforzati, Jenny.”
“Non ricordo. Parlavano del sabato perché ci sarebbe stata più gente e l’altro…”
“L’altro?”
“Diceva che era un‘ottima idea.”
“Quale sabato?” le chiedo, sempre più preoccupato.
“Non lo so. E poi parlavano del camion.”
“Un camion?”
“Sì. Anzi no, parlavano di un furgone e di chi avrebbe dovuto rimanere all’interno del furgone.”
“E poi cosa è accaduto?”
“Devo aver fatto rumore. Per alcuni istanti non ho sentito niente. E poi ho visto quell’uomo, quello che mi ha sparato.”
“Va bene, Jenny. Ora dimmi perché ti sei fatta trovare davanti al ristorante. Ha qualche significato per te?”
“No, il ristorante no, non ci sono mai stata.”
“E allora il centro commerciale?”
“Te l’ho detto, non mi dice niente. Sono quasi sicura di non esserci mai stata.”
“Ok, Jenny, torniamo alla data. Hai sentito che parlavano di un sabato. Di quale mese?”
“Non lo so, ti prego, basta!”
“Adesso siamo ad Aprile. Dimmi quale mese. Jenny, stanno preparando una strage. Concentrati. Devi aver sentito qualcosa.”
“Non me lo ricordo. Forse non lo hanno nemmeno detto.”
“Ok, ci riproviamo domani. Cerca di pensare a quel momento e vedrai che ti verrà in mente.” E’ inutile insistere adesso. Rischierei di confonderla, e invece deve rimanere lucida. Per quanto possa essere lucida una morta.
Mentre torno a casa, decido di non dire a Sarah ciò che Jennifer Mallory mi ha confessato. Non vorrei preoccuparla. Anche perché stasera dovrò farle da schiavo e voglio cercare di non pensare ad altro che non sia lei. Guardo l’orologio, e mi rendo conto che sono in perfetto orario. La mia bella dottoressa starà già in attesa di sfogarsi su di me, e io non vedo l’ora che lei possa farlo. Non mi interessa cosa mi fa. Per me ciò che conta è sentirmi suo e percepire quel potere che a lei piace detenere. Per fortuna, è una giovane donna intelligente che sa scindere la vita quotidiana dalla dominazione e, d’altronde, col mio lavoro sarebbe impossibile essere al suo servizio 24 ore al giorno.
Entro in casa con un pizzico di tensione, come sempre in questi casi. Cerco di togliermi dalla mente le parole di Jennifer ma non è facile. Cerco anche di convincermi che in questo momento non posso fare nulla per cambiare la situazione, e mi concentro soltanto su me e Sarah. La casa è completamente buia a parte un lieve spiraglio di luce che proviene dalla camera da letto. Mi avvicino e la vedo seduta sul letto. Ed è una meravigliosa visione. E’ in intimo. Esattamente con un completo di pizzo nero che non lascia niente all’immaginazione. Ai piedi decolleté nere col tacco a spillo che sono un invito ad inginocchiarmi per baciarle. Il suo bel viso è truccato alla perfezione e risalta uno splendido rossetto rosso. Ovviamente, mi inginocchio ai suoi piedi.
“Oh, ecco il mio schiavo devoto in perfetto orario. Sai che sarà una lunga serata questa?”
“Sarà una serata meravigliosa al tuo servizio, Mistress Sarah.”
“Vedremo se lo penserai anche alla fine. Ora ti voglio completamente nudo e poi fila a prepararmi la cena.”
“Ai tuoi ordini, Mistress Sarah.” Mi spoglio e, nudo come mamma mi ha fatto, vado in cucina. Non è certo la prima volta che mi ordina di prepararle la cena e ormai ci so fare ai fornelli. Adoro servirla come una regina e, naturalmente, questa situazione mi porta a una vistosa erezione. E’ incredibile soprattutto se penso che ho scoperto questo stile di vita relativamente da poco. Non sono nato così ma poi, quando Mistress Sarah ha iniziato a giocare sul tema della dominazione, non ho avuto dubbi. Per qualche strano e misterioso motivo, mi piaceva sottomettermi a lei e soprattutto mi eccitava. Sentivo qualcosa che, fino a quel momento, per me era inspiegabile ma incredibilmente piacevole. E anche il mio amore per lei è cresciuto in modo esponenziale, quasi come se iniziassi a vederla realmente come una specie di divinità. Forse non sarà una dea, ma è sicuramente una giovane donna con delle straordinarie capacità, e questo ha senz’altro facilitato la mia sottomissione in quei momenti.
Ritorno a pensare al presente perché ho un compito da svolgere. Pertanto, mi do da fare e, dopo circa una mezz’oretta, posso andarla a chiamare in quanto è pronto. Le sposto la sedia per farla sedere e inizio a servirla. Mentre nei momenti normali durate la cena ci raccontiamo dei nostri lavori chiacchierando amabilmente, quando lei si trasforma in Mistress Sarah i nostri discorsi sono quasi bloccati, come se i fidanzati Brad e Sarah non esistessero più, messi in disparte dalla padrona e dal suo schiavo. E’ così anche questa volta. Riecheggiano i suoi ordini e le mie brevi risposte, ma le nostre attenzioni sono soltanto su ciò che stiamo vivendo, come se il mondo di fuori non esistesse più.
Finisce di cenare e si alza. Mi precipito a pulire ma lei mi blocca.
“Non adesso, schiavo. Pulirai dopo. Adesso seguimi a quattro zampe.”
“Come tu desideri, Mistress Sarah.” La seguo fino alla camera da letto. Rovista nel suo cassetto e poi estrae un foulard che brandisce come un segno di vittoria.
“Non hai più il diritto di vedere. Mi appartieni e farò di te ciò che voglio senza che tu sappia quali siano le mie intenzioni.”
Un brivido percorre interamente il mio corpo ma taccio. Anche perché ogni parola sarebbe inutile. Mi fa alzare e poi mi fa girare. Sento le sue mani sul mio viso e poi il piacevole contatto con la seta del foulard. In queste occasioni tutto è amplificato. L’eccitazione, le sensazioni, persino i cinque sensi sembrano più sviluppati. Mi correggo, quattro considerando la benda che ho agli occhi che mi preclude la vista. Ma sono maggiormente sviluppate anche altre sensazioni, come ad esempio una sorta d’inquietudine. Inutile sottolineare come io mi fidi ciecamente di lei, ma questo non diminuisce certo la tensione, e il fatto di essere completamente nelle sue mani senza nemmeno aver la possibilità di rendermi conto di ciò che mi fa, aumenta quell’inquietudine. Ma, per quanto possa sembrare strano, più aumenta quella tensione e più aumenta anche la mia eccitazione, sia fisica che psicologica. Mi afferra per un braccio e mi conduce non so dove. Ma poi capisco quando sento il freddo contatto con il metallo delle manette e poi il clic. Sono ammanettato, forse al bordo del letto con il busto piegato in avanti. Mi dà dei calcetti alle gambe costringendomi a divaricarle. Sento il classico ticchettio dei suoi tacchi che vagano per la stanza, e poi lo schiocco della frusta sul letto. Sono ancora con il mio povero culetto indolenzito per le frustate del giorno precedente, ma a lei non interessa. Non adesso almeno. Mi vuole vedere elemosinare la sua pietà. La eccita. E’ Mistress Hide e dottoressa Jeckill. Tanto sadica è la prima, quanto dolce è la seconda. E io amo entrambe le sue personalità. Ecco la prima frustata, poi la seconda e tante altre. Cerco di resistere e ho una parola d’ordine per far smettere tutto, ma non voglio dirla. Per me sarebbe come non aver cercato di fare tutto il possibile per accontentarla. Si rende però conto che sono agli sgoccioli della mia resistenza senza che io debba chiedere di smettere. Ormai mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso, e decide quindi di interrompe la tortura. Mi passa la mano sui capelli scompigliandoli.
“Bravo, schiavo. Hai sopportato molto bene.”
“L’ho fatto per te mistress...” Non termino la frase perché mi arriva un violento ceffone
“Ti ho dato il permesso di parlare? Mi hai sentita mentre dicevo che hai il diritto di aprire bocca?” Scuoto la testa in segno di diniego. “E allora zitto. Anzi, devi stare con la tua boccaccia piena così non avrai voglia di emettere suoni. Lecca!” Si tratta della sua scarpa. Lecco come mi ha ordinato, mentre lei muove il piede manovrando i miei movimenti visto che sono al buio assoluto. Poi sento il tacco e l’ennesimo brivido attraversa il mio corpo. Con questo potrebbe infilzarmi come un pollo allo spiedo. Lecco anche il tacco e poi sento che ha cambiato piede. Poi il silenzio. Non sento più nulla. Dov’è la mia mistress? Vorrei urlare, dirle che ho bisogno di lei, ho bisogno che mi stia vicina, ma non posso parlare. Ecco, adesso la sento muoversi all’interno della stanza. Sento il rumore della cassettiera che si apre e si chiude e infine il rumore dei suoi tacchi che si avvicinano a me. Non dice nulla. Non ce n’è bisogno perché quell’affare che si è legata alla vita lo conosco bene. E’ il suo strap-on che mi mette in bocca, e so che devo leccarlo. Lo faccio per alcuni minuti mentre lei dirige l’operazione afferrandomi per la nuca e mandando avanti e indietro la mia testa nel più classico gesto del pompino. E adesso tocca al mio culetto. Sento che lo sta lubrificando e quindi percepisco che sta cercando il mio buchetto. Non sono più vergine da diverso tempo, ma fa sempre uno strano effetto ricevere quel corpo estraneo. Ormai il dolore non lo percepisco più e posso dire di sentire persino un certo piacere nell’essere penetrato. Ovviamente, potrei subirlo solo dalla mia mistress con un pene finto, ma è psicologicamente che questa pratica mi manda fuori di testa. In questo momento, più che mai, io le appartengo, sono suo, e questa sensazione mi manda in visibilio ben al di là dell’aspetto puramente fisico.
Ecco, ha terminato e sento che mi sta togliendo le manette per poi levarmi anche il foulard che avevo agli occhi.
“Vai a farti una doccia che sudi come un animale. E poi torna immediatamente qui.”
“Sì, Mistress Sarah.” In effetti, mi sono fatto la doccia stamattina, ma poi ho avuto una giornata di lavoro piuttosto movimentata, soprattutto per quanto riguarda i momenti trascorsi con quella povera ragazza morta. Toccare i morti per me è normale, ma sono freddi e spesso emanano un cattivo odore che gli altri non possono percepire. E se poi ci aggiungo questi momenti con Sarah, con la tensione alle stelle, è chiaro che una doccia ristoratrice è quanto mai necessaria. Chi l’avrebbe mai detto che la mia dolce Sarah Lazar sarebbe diventata una dominatrice? E chi potrebbe dire che sotto la scorza del duro poliziotto Bradford Kaplan si cela un giovane che brama di sottomettersi alla sua donna? Eppure è così.
Finisco la doccia e torno da lei con indosso l’accappatoio. E’ ancora in modalità padrona e il suo sguardo sembra fulminarmi.
“Mi hai presa per un’educanda? Spogliati nudo. Dinanzi a me devi stare nudo come un verme.” Mi viene vicino e mi accarezza il viso. Ma non è una carezza dettata dal suo affetto nei miei confronti- “Non credi che devi stare nudo?”
“Sì Mistress Sarah”, le rispondo, togliendomi l’accappatoio e rimanendo nudo di fronte a lei. Malgrado le abbia obbedito, ormai è tardi, e mi arrivano due direttissimi sotto forma di schiaffoni. La mia adorata padrona ha una manina non proprio delicata in queste situazioni. Ma ovviamente accetto perché non posso fare altro. Anzi, non devo fare altro. Intanto, la sua vicinanza, il suo profumo, la sua bellezza e la situazione altamente erotica hanno riacceso il desiderio che durante la doccia era scemato, e ovviamente Sarah se ne è accorta.
“Non vorrai venirtene vero?”
“Sto quasi agli sgoccioli.”
Mi afferra per il mento. “Se lo fai senza il mio consenso, tu la trascorrerai la notte chiuso in bagno. Sono stata chiara, Brad?”
“Sì, mistress, anche se sarà difficile perché… Insomma, adoro sottomettermi a te, e tutto ciò mi porta ad avere un grosso desiderio.” Mi arrivano altri due schiaffi. Non capisco.
“Ah, dunque è la situazione? Pertanto se al posto mio ci fosse un’altra mistress per te sarebbe la stessa cosa?”
Ora ho compreso di aver detto una sciocchezza e mi inginocchio ai suoi piedi,
“Sono un idiota. Sì, la situazione è meravigliosa, ma non è solo quello. E’ perché faccio tutto con te, mia mistress. E’ perché ti amo, perché mi piace tutto di te. Tutto!”
“Alzati!”
Le obbedisco e mi ritrovo a pochi centimetri dal suo bel volto. Vorrei baciarla ma non posso farlo. In queste situazioni io non devo prendere iniziative, anche se la sua bocca rossa è così invitante… Deve essersi accorta del mio desiderio e si avvicina ulteriormente. Poi finalmente le nostre labbra si uniscono. E’ così che finiscono le nostre serate di dominazione e sottomissione. E’ così che ci piace. Mi sdraio sul letto attendendo che anche lei si spogli. Ora dovrò dedicarmi al suo piacere. Solo questo dovrà contare per me. E mi accorgo che lei è la mia felicità. E so che sarà per sempre.
Continua...
“Come mai sei entrata nel centro commerciale?” le chiedo, appena mi rendo conto di aver trovato il punto giusto senza sembrare un pazzo che parla al vento.
Lei alza le spalle. “Non lo so, forse per sentirmi una ragazza normale.”
Annuisco. “Comprensibile, Jenny. Ok, adesso cerca di sforzare la tua mente. Hai ricordato qualcos’altro? Cosa significa questo centro commerciale per te? Ci sei venuta a fare shopping?”
“Non lo so. Te l’ho detto, sono entrata nel centro commerciale solo per vedere gente. Per quanto riguarda la mia memoria, ricordo quasi tutto della mia vita, ma di quella sera ho solo vaghi ricordi”
“Dobbiamo tornare. al capannone”, le dico, ben sapendo che potrebbe rispondermi negativamente.
“Oh, no, quel posto mi angoscia.” Come prevedevo, la risposta è negativa. E’ di nuovo impaurita ed è normale. Tornare nel luogo dove è stata uccisa è traumatico ma necessario. Io so però come trattarla. Le afferro dolcemente le mani.
“Lo immagino e ti capisco, ma se vuoi che io catturi il tuo assassino dobbiamo tornare là. Dobbiamo fare in modo che tu ricordi quei momenti, e l’unico modo è quello di usare una terapia d’urto. Montiamo in macchina e fidati di me. Ci sono io con te.” le dico, prendendola per un braccio e avviandomi verso la macchina. E’ ancora restia ma sento che la sua fiducia nei miei confronti sta aumentando, e questo è estremamente positivo.
Dopo circa un quarto d’ora siamo in vista della vecchia fabbrica abbandonata mentre la luce del sole è ormai quasi del tutto scomparsa per far posto alle illuminazioni elettriche che rendono quel capannone ancor più lugubre.
Scendiamo e prendo la mano di Jenny per rassicurarla.
“Ora faremo una cosa. Io fingerò di essere il tuo assassino. Entrerò nel capannone e poi ne uscirò all’improvviso.”
Annuisce ed entro nella vecchia fabbrica, sfodero la mia arma d’ordinanza ed esco improvvisamente, spianando la pistola a Jenny che sussulta.
“No, no, ti prego”, urla. Riposo l’arma e mi avvicino a lei che sta singhiozzando e l'abbraccio teneramente.
“Calma, sono io, Brad.” E’ in preda a veri e propri spasmi di paura e mi fa una tenerezza infinita, povera ragazza.
“Ho sentito tutto. Loro erano in due e parlavano di uccidere. Volevano uccidere.” Trattengo il respiro. Quindi stavano programmando un omicidio. La faccenda sembra essere ancora più grossa di quanto avessi potuto immaginare.
“Chi? Chi volevano uccidere? Dai, Jenny che ci siamo quasi.”
Continua ad agitarsi. “Non me lo ricordo, non lo so”, mi dice, continuando a piangere e a tremare. Devo metterla a proprio agio altrimenti non riuscirà a ricordare. La prendo tra le braccia e le accarezzo la testa. La sento singhiozzare ma si lascia andare a quell’abbraccio.
“Tranquilla! Cominciamo dall’inizio. Tu scendi dalla tua macchina e arrivi qui. Stai per entrare ma ti fermi perché senti delle voci. Giusto?”
“Sì, mi fermo perché capisco che c’è qualcuno dentro.”
“Cosa stanno dicendo?”
“Stanno discutendo quale giorno scegliere. Non capivo di cosa stessero parlando poi uno dei due dice che sarà la più grande strage del secolo.”
Il mio cuore ha un sussulto. Altro che rapina. Quei due stanno organizzando una strage. Oh, mio Dio! La guardo. Ecco perché l’hanno uccisa, povera ragazza. Aveva scoperto qualcosa di grosso che solo io posso fermare. Sto quasi tremando per la tensione, ma devo mostrare sicurezza per infonderla a Jenny
“Jenny, cerca di sforzarti. Molto probabilmente quelle persone stanno organizzando un vero e proprio massacro, ma grazie al tuo aiuto potremo salvare la vita di molte persone. E' questo il motivo per cui sei rimasta qui.” Gliel’ho detto con voce calma, ma dentro di me sono agitato per la gravità della situazione. Anche la povera Jenny sta letteralmente tremando. Non so se il motivo è che si stia rendendo conto della cosa o perché questo luogo dove è stata barbaramente uccisa la destabilizza.
“Sì, me ne rendo conto ma non ricordo tutto. Non so nemmeno se ho ascoltato altro.”
“La data. Stavano parlando del giorno da scegliere. Sforzati, Jenny.”
“Non ricordo. Parlavano del sabato perché ci sarebbe stata più gente e l’altro…”
“L’altro?”
“Diceva che era un‘ottima idea.”
“Quale sabato?” le chiedo, sempre più preoccupato.
“Non lo so. E poi parlavano del camion.”
“Un camion?”
“Sì. Anzi no, parlavano di un furgone e di chi avrebbe dovuto rimanere all’interno del furgone.”
“E poi cosa è accaduto?”
“Devo aver fatto rumore. Per alcuni istanti non ho sentito niente. E poi ho visto quell’uomo, quello che mi ha sparato.”
“Va bene, Jenny. Ora dimmi perché ti sei fatta trovare davanti al ristorante. Ha qualche significato per te?”
“No, il ristorante no, non ci sono mai stata.”
“E allora il centro commerciale?”
“Te l’ho detto, non mi dice niente. Sono quasi sicura di non esserci mai stata.”
“Ok, Jenny, torniamo alla data. Hai sentito che parlavano di un sabato. Di quale mese?”
“Non lo so, ti prego, basta!”
“Adesso siamo ad Aprile. Dimmi quale mese. Jenny, stanno preparando una strage. Concentrati. Devi aver sentito qualcosa.”
“Non me lo ricordo. Forse non lo hanno nemmeno detto.”
“Ok, ci riproviamo domani. Cerca di pensare a quel momento e vedrai che ti verrà in mente.” E’ inutile insistere adesso. Rischierei di confonderla, e invece deve rimanere lucida. Per quanto possa essere lucida una morta.
Mentre torno a casa, decido di non dire a Sarah ciò che Jennifer Mallory mi ha confessato. Non vorrei preoccuparla. Anche perché stasera dovrò farle da schiavo e voglio cercare di non pensare ad altro che non sia lei. Guardo l’orologio, e mi rendo conto che sono in perfetto orario. La mia bella dottoressa starà già in attesa di sfogarsi su di me, e io non vedo l’ora che lei possa farlo. Non mi interessa cosa mi fa. Per me ciò che conta è sentirmi suo e percepire quel potere che a lei piace detenere. Per fortuna, è una giovane donna intelligente che sa scindere la vita quotidiana dalla dominazione e, d’altronde, col mio lavoro sarebbe impossibile essere al suo servizio 24 ore al giorno.
Entro in casa con un pizzico di tensione, come sempre in questi casi. Cerco di togliermi dalla mente le parole di Jennifer ma non è facile. Cerco anche di convincermi che in questo momento non posso fare nulla per cambiare la situazione, e mi concentro soltanto su me e Sarah. La casa è completamente buia a parte un lieve spiraglio di luce che proviene dalla camera da letto. Mi avvicino e la vedo seduta sul letto. Ed è una meravigliosa visione. E’ in intimo. Esattamente con un completo di pizzo nero che non lascia niente all’immaginazione. Ai piedi decolleté nere col tacco a spillo che sono un invito ad inginocchiarmi per baciarle. Il suo bel viso è truccato alla perfezione e risalta uno splendido rossetto rosso. Ovviamente, mi inginocchio ai suoi piedi.
“Oh, ecco il mio schiavo devoto in perfetto orario. Sai che sarà una lunga serata questa?”
“Sarà una serata meravigliosa al tuo servizio, Mistress Sarah.”
“Vedremo se lo penserai anche alla fine. Ora ti voglio completamente nudo e poi fila a prepararmi la cena.”
“Ai tuoi ordini, Mistress Sarah.” Mi spoglio e, nudo come mamma mi ha fatto, vado in cucina. Non è certo la prima volta che mi ordina di prepararle la cena e ormai ci so fare ai fornelli. Adoro servirla come una regina e, naturalmente, questa situazione mi porta a una vistosa erezione. E’ incredibile soprattutto se penso che ho scoperto questo stile di vita relativamente da poco. Non sono nato così ma poi, quando Mistress Sarah ha iniziato a giocare sul tema della dominazione, non ho avuto dubbi. Per qualche strano e misterioso motivo, mi piaceva sottomettermi a lei e soprattutto mi eccitava. Sentivo qualcosa che, fino a quel momento, per me era inspiegabile ma incredibilmente piacevole. E anche il mio amore per lei è cresciuto in modo esponenziale, quasi come se iniziassi a vederla realmente come una specie di divinità. Forse non sarà una dea, ma è sicuramente una giovane donna con delle straordinarie capacità, e questo ha senz’altro facilitato la mia sottomissione in quei momenti.
Ritorno a pensare al presente perché ho un compito da svolgere. Pertanto, mi do da fare e, dopo circa una mezz’oretta, posso andarla a chiamare in quanto è pronto. Le sposto la sedia per farla sedere e inizio a servirla. Mentre nei momenti normali durate la cena ci raccontiamo dei nostri lavori chiacchierando amabilmente, quando lei si trasforma in Mistress Sarah i nostri discorsi sono quasi bloccati, come se i fidanzati Brad e Sarah non esistessero più, messi in disparte dalla padrona e dal suo schiavo. E’ così anche questa volta. Riecheggiano i suoi ordini e le mie brevi risposte, ma le nostre attenzioni sono soltanto su ciò che stiamo vivendo, come se il mondo di fuori non esistesse più.
Finisce di cenare e si alza. Mi precipito a pulire ma lei mi blocca.
“Non adesso, schiavo. Pulirai dopo. Adesso seguimi a quattro zampe.”
“Come tu desideri, Mistress Sarah.” La seguo fino alla camera da letto. Rovista nel suo cassetto e poi estrae un foulard che brandisce come un segno di vittoria.
“Non hai più il diritto di vedere. Mi appartieni e farò di te ciò che voglio senza che tu sappia quali siano le mie intenzioni.”
Un brivido percorre interamente il mio corpo ma taccio. Anche perché ogni parola sarebbe inutile. Mi fa alzare e poi mi fa girare. Sento le sue mani sul mio viso e poi il piacevole contatto con la seta del foulard. In queste occasioni tutto è amplificato. L’eccitazione, le sensazioni, persino i cinque sensi sembrano più sviluppati. Mi correggo, quattro considerando la benda che ho agli occhi che mi preclude la vista. Ma sono maggiormente sviluppate anche altre sensazioni, come ad esempio una sorta d’inquietudine. Inutile sottolineare come io mi fidi ciecamente di lei, ma questo non diminuisce certo la tensione, e il fatto di essere completamente nelle sue mani senza nemmeno aver la possibilità di rendermi conto di ciò che mi fa, aumenta quell’inquietudine. Ma, per quanto possa sembrare strano, più aumenta quella tensione e più aumenta anche la mia eccitazione, sia fisica che psicologica. Mi afferra per un braccio e mi conduce non so dove. Ma poi capisco quando sento il freddo contatto con il metallo delle manette e poi il clic. Sono ammanettato, forse al bordo del letto con il busto piegato in avanti. Mi dà dei calcetti alle gambe costringendomi a divaricarle. Sento il classico ticchettio dei suoi tacchi che vagano per la stanza, e poi lo schiocco della frusta sul letto. Sono ancora con il mio povero culetto indolenzito per le frustate del giorno precedente, ma a lei non interessa. Non adesso almeno. Mi vuole vedere elemosinare la sua pietà. La eccita. E’ Mistress Hide e dottoressa Jeckill. Tanto sadica è la prima, quanto dolce è la seconda. E io amo entrambe le sue personalità. Ecco la prima frustata, poi la seconda e tante altre. Cerco di resistere e ho una parola d’ordine per far smettere tutto, ma non voglio dirla. Per me sarebbe come non aver cercato di fare tutto il possibile per accontentarla. Si rende però conto che sono agli sgoccioli della mia resistenza senza che io debba chiedere di smettere. Ormai mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso, e decide quindi di interrompe la tortura. Mi passa la mano sui capelli scompigliandoli.
“Bravo, schiavo. Hai sopportato molto bene.”
“L’ho fatto per te mistress...” Non termino la frase perché mi arriva un violento ceffone
“Ti ho dato il permesso di parlare? Mi hai sentita mentre dicevo che hai il diritto di aprire bocca?” Scuoto la testa in segno di diniego. “E allora zitto. Anzi, devi stare con la tua boccaccia piena così non avrai voglia di emettere suoni. Lecca!” Si tratta della sua scarpa. Lecco come mi ha ordinato, mentre lei muove il piede manovrando i miei movimenti visto che sono al buio assoluto. Poi sento il tacco e l’ennesimo brivido attraversa il mio corpo. Con questo potrebbe infilzarmi come un pollo allo spiedo. Lecco anche il tacco e poi sento che ha cambiato piede. Poi il silenzio. Non sento più nulla. Dov’è la mia mistress? Vorrei urlare, dirle che ho bisogno di lei, ho bisogno che mi stia vicina, ma non posso parlare. Ecco, adesso la sento muoversi all’interno della stanza. Sento il rumore della cassettiera che si apre e si chiude e infine il rumore dei suoi tacchi che si avvicinano a me. Non dice nulla. Non ce n’è bisogno perché quell’affare che si è legata alla vita lo conosco bene. E’ il suo strap-on che mi mette in bocca, e so che devo leccarlo. Lo faccio per alcuni minuti mentre lei dirige l’operazione afferrandomi per la nuca e mandando avanti e indietro la mia testa nel più classico gesto del pompino. E adesso tocca al mio culetto. Sento che lo sta lubrificando e quindi percepisco che sta cercando il mio buchetto. Non sono più vergine da diverso tempo, ma fa sempre uno strano effetto ricevere quel corpo estraneo. Ormai il dolore non lo percepisco più e posso dire di sentire persino un certo piacere nell’essere penetrato. Ovviamente, potrei subirlo solo dalla mia mistress con un pene finto, ma è psicologicamente che questa pratica mi manda fuori di testa. In questo momento, più che mai, io le appartengo, sono suo, e questa sensazione mi manda in visibilio ben al di là dell’aspetto puramente fisico.
Ecco, ha terminato e sento che mi sta togliendo le manette per poi levarmi anche il foulard che avevo agli occhi.
“Vai a farti una doccia che sudi come un animale. E poi torna immediatamente qui.”
“Sì, Mistress Sarah.” In effetti, mi sono fatto la doccia stamattina, ma poi ho avuto una giornata di lavoro piuttosto movimentata, soprattutto per quanto riguarda i momenti trascorsi con quella povera ragazza morta. Toccare i morti per me è normale, ma sono freddi e spesso emanano un cattivo odore che gli altri non possono percepire. E se poi ci aggiungo questi momenti con Sarah, con la tensione alle stelle, è chiaro che una doccia ristoratrice è quanto mai necessaria. Chi l’avrebbe mai detto che la mia dolce Sarah Lazar sarebbe diventata una dominatrice? E chi potrebbe dire che sotto la scorza del duro poliziotto Bradford Kaplan si cela un giovane che brama di sottomettersi alla sua donna? Eppure è così.
Finisco la doccia e torno da lei con indosso l’accappatoio. E’ ancora in modalità padrona e il suo sguardo sembra fulminarmi.
“Mi hai presa per un’educanda? Spogliati nudo. Dinanzi a me devi stare nudo come un verme.” Mi viene vicino e mi accarezza il viso. Ma non è una carezza dettata dal suo affetto nei miei confronti- “Non credi che devi stare nudo?”
“Sì Mistress Sarah”, le rispondo, togliendomi l’accappatoio e rimanendo nudo di fronte a lei. Malgrado le abbia obbedito, ormai è tardi, e mi arrivano due direttissimi sotto forma di schiaffoni. La mia adorata padrona ha una manina non proprio delicata in queste situazioni. Ma ovviamente accetto perché non posso fare altro. Anzi, non devo fare altro. Intanto, la sua vicinanza, il suo profumo, la sua bellezza e la situazione altamente erotica hanno riacceso il desiderio che durante la doccia era scemato, e ovviamente Sarah se ne è accorta.
“Non vorrai venirtene vero?”
“Sto quasi agli sgoccioli.”
Mi afferra per il mento. “Se lo fai senza il mio consenso, tu la trascorrerai la notte chiuso in bagno. Sono stata chiara, Brad?”
“Sì, mistress, anche se sarà difficile perché… Insomma, adoro sottomettermi a te, e tutto ciò mi porta ad avere un grosso desiderio.” Mi arrivano altri due schiaffi. Non capisco.
“Ah, dunque è la situazione? Pertanto se al posto mio ci fosse un’altra mistress per te sarebbe la stessa cosa?”
Ora ho compreso di aver detto una sciocchezza e mi inginocchio ai suoi piedi,
“Sono un idiota. Sì, la situazione è meravigliosa, ma non è solo quello. E’ perché faccio tutto con te, mia mistress. E’ perché ti amo, perché mi piace tutto di te. Tutto!”
“Alzati!”
Le obbedisco e mi ritrovo a pochi centimetri dal suo bel volto. Vorrei baciarla ma non posso farlo. In queste situazioni io non devo prendere iniziative, anche se la sua bocca rossa è così invitante… Deve essersi accorta del mio desiderio e si avvicina ulteriormente. Poi finalmente le nostre labbra si uniscono. E’ così che finiscono le nostre serate di dominazione e sottomissione. E’ così che ci piace. Mi sdraio sul letto attendendo che anche lei si spogli. Ora dovrò dedicarmi al suo piacere. Solo questo dovrà contare per me. E mi accorgo che lei è la mia felicità. E so che sarà per sempre.
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