La vita di Patty Capitolo 39

di
genere
dominazione

Appena entrai nel residence, la prima cosa che notai fu l'assoluta pulizia che
regnava in quella piccola abitazione. Ogni cosa era al suo posto, sistemata e in ordine, proprio come io desideravo che fosse. Ero sempre stata un po' fissata per la pulizia, sia personale che dell'ambiente in cui abitavo e, prima di prendere il potere con mio marito, ero considerata da lui come una rompiscatole maniaca dell'ordine. Non lavorando, ed essendo una casalinga a tempo pieno, potevo dedicare tutto il mio tempo alla casa, alle figlie e a mio marito. Cosa era rimasto di quella donna cicciona e sciatta? Di quella donna che viveva esclusivamente per la sua famiglia, quasi disinteressata al sesso? Niente! Stranamente, in quel momento mi stavano venendo alla mente tanti particolari della mia vita passata: la mania di spostare continuamente i mobili, ad esempio, il chiacchiericcio telefonico mattutino con una delle mie sorelle, l'ora della soap opera, la spesa al supermercato, quando mi raccomandavo con i venditori di darmi solo alimenti che fossero di prima qualità per non sentire le lamentele di mio marito, e infine gli abiti che indossavo. Pantaloni larghi con la coulisse in vita, gonne che dovevano coprire assolutamente il ginocchio, maglie comode per non evidenziare la pancia, e scarpe rigorosamente basse per non sovrastare in altezza mio marito. Guardai invece i miei pantaloni di lattice che avevo ancora indosso dalla sera precedente, i miei sandali dai tacchi smisurati, il seno compresso ed esaltato dalla fascia, gli addominali scolpiti, e mi sembrava addirittura impossibile che io fossi stata un tempo così. Eppure, ero sempre io. Erano trascorsi poco più di due anni e mezzo da quella famosa telefonata di mia cugina e, addirittura, solo due mesi e mezzo da quando avevo scoperto la reale dimensione di mio marito, quando avevo accettato di diventare la sua padrona con mia grande soddisfazione, eppure sembravano essere trascorsi dei secoli. Potevo dire che, come Picasso, avevo avuto i miei periodi. La mia adolescenza e poi la mia giovinezza fino al giorno del matrimonio erano state tutto sommato normali,
anche se caratterizzate da un caratterino tutto pepe. Ero vanitosetta e un po' con la puzza sotto il naso, difetti derivati probabilmente dai complimenti che ricevevo per il mio aspetto fisico. C'era stato poi il periodo appena descritto, con il mio graduale ingrassamento dovuto quasi sicuramente al trauma post parto che aveva cambiato completamente il modo in cui affrontavo la vita, facendomi perdere quella sicurezza che era stata la caratteristica principale del mio carattere fino ad allora, e facendomi diventare appunto una donna insicura che trovava il suo rifugio naturale solo a casa propria e all'interno della famiglia. E poi, naturalmente, quel periodo che stavo vivendo, il periodo dominante, un periodo che avevo deciso mi avrebbe dovuto accompagnare per tutto il resto della mia vita.
Varcai la soglia della nostra camera e vidi mio marito sdraiato sul letto. Si era addormentato ancora vestito, probabilmente con l'intenzione di aspettare che io rientrassi. Indossava un pantaloncino corto color militare e una t-shirt con un logo famoso. Aveva ancora persino ai piedi i sandali con la fibbia allacciata dietro che metteva abitualmente d’estate. Era tranquillo, rilassato e io, mentre lo osservavo, iniziavo ad avere qualche dubbio. Nel momento stesso in cui ero entrata avevo preso la decisione di dirgli che l'avevo tradito, quasi a definire una volta per tutte il mio supremo potere, ma ora non sapevo più cosa fare. Continuavo a osservarlo, e questo mi procurava molta tenerezza. Cosa sarebbe cambiato se gliel'avessi detto in faccia? Era un uomo intelligente, e vedendomi rientrare a quell'ora di mattina, avrebbe certamente capito in che modo avevo trascorso la notte. Non ci voleva certo grande immaginazione. Quindi cambiai idea in corsa, decidendo in quell'istante di non raccontargli apertamente il mio tradimento, e di non umiliarlo quindi ulteriormente. Sarebbe cambiato ben poco. Ma se lui avesse accettato di rimanere, malgrado il mio quasi certo tradimento, voleva significare che la mia dominazione era completa, altrimenti quella sarebbe stata probabilmente l'ultima volta che avrei rivisto Marco, almeno nei panni di marito. Anche perché io non avevo affatto intenzione di smettere di vedere Luca. Avevo scoperto il potere con mio marito, e questo mi aveva donato sensazioni impagabili, ma adesso avevo scoperto anche di possederlo con altri maschi, e la sensazione era stata ugualmente grandiosa. Pertanto, la mia intenzione era di proseguire in ambo le direzioni. Sempre che Marco avesse
accettato, cosa di cui, stranamente, non ero più tanto sicura. Forse avevo
veramente esagerato. La mia voglia sviscerata di provare potere nei
confronti degli uomini mi aveva fatto fare qualcosa di cui, in fondo, avrei potuto fare tranquillamente a meno, con il rischio di perdere definitivamente mio marito. Del resto, quel ragazzo, al termine della vacanza, non l'avrei rivisto più, mentre di Marco avevo bisogno. Ne avevo bisogno non tanto come uomo da amare, anche se tutto sommato ancora provavo dei sentimenti nei suoi confronti, quanto della sua sottomissione, della sua paura nei miei confronti, del suo amore illimitato, dei suoi sguardi che mi facevano sentire la donna più bella del mondo, la più intelligente, la più in tutto. Ma ormai era tardi. Appena l'avrei svegliato si sarebbe reso conto che era mattina, e avrebbe tratto le logiche conseguenze. Certo, non poteva farmi nulla perche se avesse osato solamente mettermi una mano addosso oppure dire qualcosa di offensivo, l'avrei picchiato come mai avevo fatto fino a quel momento. Sicuramente però mi sarei resa conto immediatamente delle sue intenzioni. Ma se avessi capito che il suo bisogno di me era talmente grande, che gli ero necessaria al punto di accettare la peggiore delle umiliazioni, non avrei ammorbidito di nulla la mia dominazione su di lui. Anzi, avevo intenzione di accrescerla ancor di più, anche se non sapevo ancora come, visto che mi sembrava di aver raggiunto il massimo possibile. Tanto per cominciare, lo avrei duramente punito per avermi disobbedito la sera prima, quando in un primo momento si era rifiutato di andarsene in camera come gli avevo ordinato, e in seguito avrei deciso a seconda delle circostanze. Avevo, in realtà, anche un'altra possibilità. Avrei potuto spogliarmi, mettermi a letto e far finta di essere rientrata la sera prima e, visto che dormiva ancora, probabilmente non si sarebbe accorto di nulla, e avrebbe potuto immaginare che mi ero semplicemente scatenata in discoteca e che l'avevo mandato in camera solo come ulteriore dimostrazione del mio potere su di lui. Ma non volevo questo. Che razza di donna dominante sarei stata se avessi dovuto ricorrere a questo tipo di sotterfugi, comportandomi come una normale moglie che mette le corna al proprio marito? Era rischioso ma dovevo assolutamente capire il grado di sopportazione di Marco, anche a costo di perderlo. Decisi quindi che era giunto il momento. Lo strattonai e lo svegliai. Marco ci mise qualche secondo a raccapezzarsi. Dapprima, avendomi vista ancora vestita ancora come la sera precedente, dovette aver pensato che fosse ancora sera, ma poi, la luce del giorno che filtrava nella stanza gli fece probabilmente capire che la situazione era ben diversa. Ne ebbe la certezza quando guardò il suo orologio e sbiancò in viso.
“S-Signora, è arrivata adesso?" balbettò.
"Si, perché? Qualche problema?" Si, aveva capito tutto. Si mise le mani
nei capelli senza parlare. Probabilmente stava cercando di realizzare
completamente la cosa, mentre io lo osservavo con una certa tensione mascherata con un sorriso menefreghista. Marco si lasciò cadere nuovamente sul letto. Scuoteva la testa e mi guardava. Aveva capito che l'avevo tradito. Forse in quel momento la sua mente stava analizzando tutte le altre possibilità. In fondo avrei potuto fingere di essere rientrata in quel momento per farlo soffrire, per fargli capire chi comandava veramente, per vedere se avrebbe accettato anche quello. Probabilmente si stava aggrappando a tutto pur di non credere all'evidenza. Mi veniva in mente una persona a me cara affetta da una grave malattia. Sapeva di dover morire da un momento all'altro e continuava a dire “Quando sarò guarito”. Fino a che non si ha la certezza matematica, si lotta con sé stessi per non credere a quella cosa che, se vera, può distruggerti la vita. In fondo ero tornata, ero di fronte a lui, e questo qualcosa doveva pur significare. Ma le lacrime ora gli scendevano copiose sul suo viso. Quante volte lo avevo fatto piangere negli ultimi mesi, povero Marco. Possibile che un uomo potesse sopportare qualunque cosa, potesse arrivare addirittura a soffrire in quel modo pur di coronare il sogno di appartenere completamente a una donna? Non doveva essere possibile e aspettavo una sua reazione. Pensavo che, da un momento all'altro, Marco si sarebbe alzato di scatto dal letto, e mi avrebbe aggredita dandomi della puttana. Forse non mi sarei nemmeno difesa, al contrario di quello che avevo ipotizzato prima. Ma Marco non reagiva. Piangeva, si metteva le mani sul viso, singhiozzava senza ritegno, ma non accennava nessuna reazione. Decisi di muovermi io. Ormai non aveva senso continuare a guardare quella scena. Era evidente che aveva capito e che non voleva ammetterlo neanche con sé stesso. O reagiva oppure accettava. Del resto, io ormai non potevo fare più nulla. Chiedere scusa era da escludere. Qualunque fosse stata la sua decisione, io avevo intenzione di fare della dominazione il mio stile di vita. Io ero ormai una donna dominante. Le scuse, pertanto, non potevano e non dovevano far parte del mio modo di fare. Dovevo quindi fargli prendere quella benedetta decisione. O accettava tutto, o se ne andava. Lo presi quindi con violenza per un braccio alzandolo quasi a forza, e lo inchiodai al muro prendendolo, per l'ennesima volta, per il mento.
"Che cos'è tutta questa sceneggiata che stai facendo? Ti ho detto se hai qualche problema al fatto che io rientri all'ora che mi pare e piace", gli dissi duramente, mentre strinsi l'altra mano in un pugno a mo' di minaccia. Credo che mi ricorderò per tutta la mia vita la faccia che fece Marco durante quei lunghissimi secondi. Ero stata ancora una volta dura, ma in cuor mio pregavo che Marco accettasse le mie condizioni. Volevo che lui restasse con me, che continuasse a essere il mio marito sottomesso, il mio schiavo. Sapevo che avrei potuto trovare qualunque uomo, avrei potuto forse trovare anche tanti altri uomini disposti a sottomettersi ai miei piedi, ma prima di tutti io volevo lui, volevo mio marito. Gli altri semmai, sarebbero venuti poi. Marco intanto, sospirando profondamente, aprì la bocca e poi la richiuse, segno di un'incertezza e di un'inquietudine che mi stavano sconvolgendo, malgrado continuassi a mascherarla nel migliore dei modi con un sorriso beffardo. Mi sembrava quasi di percepire i suoi pensieri. Doveva continuare a essere un uomo sottomesso con la donna dei suoi desideri? Oppure prendere il coraggio a due mani, il residuo orgoglio rimasto, mandarmi a quel paese e non vedermi mai più? E un uomo sottomesso doveva valutare prima i suoi desideri o era più importante il piacere della propria padrona? Oppure le due cose dovevano essere concatenate? Non so esattamente quale sia stato il ragionamento che portò alla sua scelta, ma so che infine sentii la sua voce, quasi un sussurro interrotto ogni tanto dai suoi sospiri.
"No, Padrona. Io non devo avere problemi. E' lei che decide a che ora rientrare."
Stavolta fui io a sospirare. Chiusi gli occhi quasi a ringraziare il cielo che mio marito avesse risposto proprio nel modo che volevo. Gli lasciai sia il mento che il braccio e lo accarezzai.
"Bravo, Marco. Così ti voglio", gli dissi, chinando il capo per baciarlo dolcemente. Marco rispose al bacio con passione e tenerezza. Mi accarezzava i
capelli e lo sentivo tremare. Quanto doveva amarmi, quanto aveva bisogno di me. In quel momento ebbi quasi l'istinto di mandare al diavolo tutto e di chiedergli di perdonarmi, di dirgli che sarei ritornata a essere una mogliettina premurosa tutta per lui. Forse non sarei riuscita più ad amarlo come quando ero una ragazzina, ma sicuramente io a quell'uomo volevo ancora un mondo di bene, e forse ero ancora in tempo a non lasciarmi travolgere dalla mia smania di potere, ma poi ripensai a quegli ultimi mesi, al mio dominio assoluto, alle mie sensazioni sconvolgenti, al sesso eccezionale e perché no, anche alla sua felicità. Lui mi voleva in quel modo. Alcune cose non le accettava, non avrebbe mai potute accettarle, ma ero certissima che non avrebbe mai potuto barattare la donna che ero diventata con quella che ero stata. Marco aveva bisogno di una padrona, aveva assoluto bisogno di una donna che lo comandasse, che lo guidasse e, di conseguenza, lo facesse felice. Quella donna volevo essere io. Solo io potevo incarnare i suoi desideri. Ma sapevo anche che non sarei potuta diventare una padrona a mezzo servizio. Io volevo tutto o niente. I miei istinti erano diventati quasi animaleschi, la mia voglia di trasgressione sembrava essere diventata illimitata, il mio desiderio di apparire e di piacere agli uomini, una necessità primaria, e il bisogno di prendere il comando nei confronti dell'altro sesso quasi un bisogno fisico. Quella vita, quella nuova vita, mi stava rendendo felice, appagata e soddisfatta, e non volevo tornare indietro. Quanto a Marco, il fatto che avesse accettato anche il mio tradimento, stava a significare che, tra le due possibilità, questa era comunque quella che preferiva. Certo, avrei potuto evitare di andare con altri uomini e rendere la mia dominazione su di lui un po' meno dura e umiliante, ma ritenevo che essere una moglie dominante implicava il fatto di essere in grado di fare assolutamente tutto quello che mi passava per la testa, compreso andare con un altro qualora ne avessi sentito il bisogno. Quando terminammo di baciarci lo guardai negli occhi.
"Lo sai che questa non sarà l'ultima volta che rientrerò tardi la sera? E sai
che se ti azzarderai a fare la più piccola obiezione ti caccio dalla mia vita
a calci in culo dopo averti riempito di botte?"
Marco fece di sì con la testa. “Sì, Padrona, lo so.”
Era l'apoteosi della mia dominazione. A quel punto, terminata la parentesi dolce, e avendo ormai la certezza assoluta del mio potere su di lui, potevo ritornare a essere severa e autoritaria. E soprattutto, potevo fare con lui ciò che amavo maggiormente: impormi fisicamente. Senza preavviso, gli mollai un manrovescio terrificante che gli fece perdere l'equilibrio.
“Alzati che quello è stato solo un assaggio”, tuonai. Mio marito si rialzò tremante, le lacrime che ora scendevano ancora più copiose, ma obbediva comunque al mio ordine. E non avevo assolutamente intenzione di limitarmi a un solo schiaffo. Reputavo la disobbedienza di ieri molto grave. Sì, lo avevo già picchiato, ma non mi bastava. Doveva pagare la sua disobbedienza in modo che non provasse più a farla di nuovo. La mia dominazione non faceva sconti. Non doveva farli. Anche la più piccola obiezione doveva essere punita. Non riuscivo ad avere vie di mezzo. Lo afferrai per un braccio e lo colpii di nuovo diverse volte con fermezza e soprattutto con violenza. Quando terminai, il volto di Marco aveva perso le sue forme naturali. Lo avevo veramente ridotto male. Lo lasciai e lui cadde di nuovo in terra.
"Questo è per avermi disobbedito ieri sera," ringhiai. Poi, notando che era ancora seduto per terra e che io avevo ancora ai piedi i miei sandali con il tacco a spillo, gli misi il mio piede sulla sua faccia, costringendolo a sdraiarsi completamente per terra e proseguii. "Se tu dovessi farlo nuovamente, io ti farò assaggiare i miei tacchi sulle tue costole. Non dovrebbe essere molto piacevole, te lo garantisco."
"Non succederà più, Padrona. Ma, la prego, mi tolga quei tacchi dal volto”, rispose, sempre continuando a piangere.
Io invece scoppiai a ridere. Non avevo intenzione di bucargli quel faccione che tanto mi piaceva. Già gliel’avevo rovinato con i miei schiaffi e con i miei pugni, e non potevo esagerare. Prenderlo a ceffoni era forse la cosa che più mi mandava fuori di testa. Gli schiaffi erano umilianti, oltre che violenti. Non era facile darli con la giusta dose di forza. Forse era stato il mio passato da pallavolista, o forse perché mi eccitavo tantissimo con quella pratica. La cosa certa era che i miei schiaffi erano di una violenza unica. Il viso di Marco lo stava a testimoniare. Gli tolsi quindi il piede sul suo volto, ma poi gli detti un calcetto di media potenza ai fianchi che lo fece lamentare un po'.
"Sono sicura che non lo farai più. E ora fila a prepararmi la colazione. La tua padrona ha fame." Si, avevo fame e non solo di cibo. Io volevo mio marito. Lo volevo assolutamente, come ogni volta che avevo dei picchi di dominazione con lui. E quello che era appena accaduto era stata appunto l'apoteosi della mia dominazione nei suoi confronti. Mentre aspettavo che Marco mi preparasse la colazione e poi, mentre mangiavo, la solita smania di quei momenti si stava impadronendo completamente del mio corpo. Il mio respiro si faceva accelerato, e le movenze invece, sempre più lente. Le mie mani cercavano appigli dove appoggiarsi e spesso indugiavano sui fianchi e sul seno. Io non so cosa prova un uomo in quei momenti, ma ho sempre pensato che la sessualità di una donna sia molto più complicata. E' fatta di diverse esigenze, nessuna delle quali ben definite, ma che portano inevitabilmente a desiderare il sesso maschile. Quel che conta era che io avevo trovato la chiave giusta per una sessualità eccellente: il dominio. Terminata la colazione, e mentre Marco si era alzato per ripulire, mi alzai anch'io prendendolo per le spalle. Lo voltai e lo baciai.
"Questo è il mio regalo per la tua devozione", gli dissi, mentre gli toglievo
la t-shirt e poi la mia fascia che tenevo al seno. Non era solo un dono che facevo a lui, ma anche un regalo che stavo facendo a me stessa. Mentre ci baciavamo e ci toccavamo, lo eccitavo anche con le parole. Avevo scoperto questo lato verbale della sensualità che trovavo estremamente piacevole.
"Allora, ti piaceva che ieri sera mi guardavano tutti?"
"Si, Padrona, anche se ho potuto godere poco di quel piacere perché lei mi ha
mandato immediatamente in camera."
"Cosa provavi?"
"Ero orgoglioso di essere suo marito e il suo schiavo. Tutto il resto ha poca importanza. Quello che conta è che lei sappia che, pur di non perderla, come moglie e come padrona, io sono disposto a qualunque cosa."
Non risposi. Cosa avrei potuto dire? Era tutto chiaro ormai. Con quelle parole mi aveva fatto capire che la sua sottomissione era completa.
Continuammo a baciarci. La mia voglia, iniziata con l’accettazione da parte di mio marito del tradimento, aumentata con gli schiaffi che gli avevo dato, aveva raggiunto l’apice sentendo il suo cazzo durissimo tra le mie mani. Non potevo più resistere. Lo trascinai vicino al tavolino, mi tirai giù il mio splendido pantalone di lattice, e me lo scopai in quel modo, appoggiata al tavolino, in piedi. Era solo il primo round. Eravamo quasi sempre vogliosi entrambi. Io non sembravo mai sazia, e lui… Mi bastava poco per farglielo venire di nuovo dritto. E pensare che non era così. Tornai per un attimo indietro con la mente, a quando eravamo ragazzi. Ci voleva tempo per fargli ricaricare le batterie. A volte mezz’ora nemmeno bastava. E spesso ero proprio io a non volere la seconda. A me andava bene che avevo fatto l’amore con il ragazzo che amavo, non cercavo situazioni particolari e un sesso ancor più spinto. In quel momento invece, tutto era diverso. O meglio, eravamo noi due a essere diversi.
Ci spostammo poi in camera da letto.
Era tutto così bello, così appassionato, così sensuale che non avrei voluto più smettere nemmeno dopo che Marco aveva raggiunto la sua seconda eiaculazione e io avessi invece diversi orgasmi alle spalle, e non fosse quindi subentrato un inevitabile appagamento dei sensi.
Marco mi prese la mano e io lo lasciai fare con piacere. Me la baciò con amore e devozione.
"Padrona, non mi lasci mai, la prego. Io l'amo immensamente. Lei è diventata la mia unica ragione di vita."
Povero caro. Forse in quel momento avevo bisogno anch'io di quelle tenerezze, ma non potevo permettermele. Non potevo recedere un millimetro dalla mia posizione dominante.
"Ti ho già detto più volte che questo dipenderà dal tuo comportamento. Se continuerai a essere un marito devoto e obbediente, ti terrò con me, altrimenti… sai cosa succederà."
"Si, mia Signora, lo so e lo temo. Io… so di non essere alla sua altezza. So che lei è superiore a me in tutto. So anche che l’unico modo per restare accanto a lei è quello di essere completamente ciò che lei vuole. Sarò un marito obbediente e devoto, un uomo che le appartiene totalmente.”
"Si, hai detto bene," terminai compiaciuta. "tu mi appartieni. Come mi appartiene un oggetto. Niente di più."

Continua...
scritto il
2026-07-29
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