La vita di Patty Capitolo 27

di
genere
dominazione

Al termine di quel sabato in cui io avevo preso pienamente coscienza del mio
nuovo ruolo, le cose cambiarono, anche se non drasticamente come si potrebbe
immaginare. Per una ventina di giorni, periodo che andava fino alla vigilia
della nostra partenza per Londra durante il ponte pasquale infatti, malgrado
io diventassi ogni giorno più autoritaria e severa, Marco sembrava accettare
qualunque cosa. Lo facevo scendere da casa diverse volte al giorno, gli
facevo cucinare pietanze sempre più complicate, pretendevo al mio rientro di
trovare tutto in ordine e pulito, e lo chiamavo in continuazione, anche per
cose stupide e banali. Naturalmente, per ogni cosa che non andava come io
avevo richiesto, per ogni piccolo impercettibile difetto in quello che faceva,
lui si prendeva la sua dose di punizione. La punizione poteva essere il negargli qualcosa che gli piaceva. Oppure era rimandata a quando ci trovavamo da soli. In quel caso, naturalmente, non gli lesinavo certo la dimostrazione tangibile della mia supremazia da un punto di vista fisico. Ecco, l'unica cosa che era cambiata enormemente, era il mio approccio alle nostre lotte. Non mi interessava più che lui reagisse. Ormai la mia superiorità cominciava a essere piuttosto netta, grazie anche ai miei allenamenti che avevo ancor più intensificato. Quindi, appena si presentava l'occasione, gli mettevo le mani addosso e non mi interessava che lui cercasse di difendersi o meno.
Naturalmente dovevo aspettare che le bambine andassero a letto per dargli
magari due sonori ceffoni, e a minacciarlo di proseguire se lui non si fosse inginocchiato chiedendo la mia pietà, ma erano quei due giorni a settimana in
cui rimanevamo da soli che io potevo sfogare tutte le mie voglie. A parte
picchiarlo in faccia, cosa che evitavo accuratamente a parte appunto gli schiaffi, non mi ponevo particolari limiti. Gli effettuavo torsioni molto dolorose, leve articolari e tecniche di strangolamento, ma non gli risparmiavo neppure dei calci ai fianchi oppure allo stomaco. Eppure sembrava che ogni volta che aumentassi la dose, lui diventasse più innamorato di me, più devoto, anche se più impaurito. Questa era una delle cose che non riuscivo ancora a comprendere del suo comportamento. Lui ormai tremava al mio cospetto, scatenando tra l'altro in me quelle sensazioni meravigliose e impagabili sotto forma di uno sfrenato desiderio sessuale, eppure amava tutto quello che gli facevo, amava quando gli davo ordini e punizioni, anche quando queste erano pesanti per lui. L'unica cosa che avevo continuato a concedergli molto generosamente era il rito del calcetto una volta a settimana, ma lo avevo fatto soprattutto perché non volevo che si impigrisse troppo, mettendo su diversi chili in più, e magari un’antiestetica pancetta. Fisicamente ancora mi piaceva notevolmente, malgrado mi fossi resa conto che avrei potuto avere uomini molto più attraenti di lui, pertanto pretendevo che rimanesse in ottima forma fisica. Per il resto, potevo fargli fare qualsiasi cosa, dargli qualsiasi ordine, sicura che lui avrebbe accettato e mi avrebbe obbedito. L'unica volta che osò obiettare fu quando arrivai addirittura a negargli di vedere in televisione la sua squadra del cuore. Mi aveva guardata con quei suoi occhioni e si era inginocchiato ai miei piedi.
"Ti prego, amore, la partita della mia squadra no, non me la togliere."
Naturalmente non mi ero certo lasciata impietosire, gli avevo rifilato diversi
ceffoni mentre lo tenevo fermo con l'altra mano, e non smisi fino a che non
accettò l'inevitabile, ovvero la mia decisione. Negargli di vedere quella partita aveva un significato enorme per me. La mia dominazione avrebbe avuto un ulteriore scatto in avanti, e negargliela con la forza mi mandava in estasi.
"Basta, per favore, basta. Ti obbedirò, non vedrò la partita ma, ti prego, non mi picchiare più."
. La prima volta che mi disse questa frase per poco non ebbi un orgasmo. Era la summa di tutto quello che facevamo, l'apoteosi della mia superiorità indiscussa e indiscutibile, e avevo iniziato a pretendere che la ripetesse ogni volta che lo picchiavo. Ecco, tutte quelle cose che man mano scoprivo, non potevo fare a meno di desiderarle la volta successiva. Quindi non smettevo se lui non si inginocchiava al mio cospetto chiedendomi pietà, dicendomi che ero più forte di lui e che ero io che comandavo. Nella maggior parte dei casi si concludeva poi facendo sesso. Da lui pretendevo comunque ogni volta il sesso orale, cosa che, tra l'altro, sembrava ben felice di fare. Alcune volte, dopo averlo stuzzicato per bene e averlo quasi portato sull’orlo di un'eiaculazione, lo mandavo a letto in bianco, proprio come avevo fatto quella sera. Ma spesso ero proprio io che non potevo rinunciare a fare sesso, con sua grande soddisfazione, ma anche con mio enorme piacere. Questo anche perché Marco era capace ormai di eccitarsi diverse volte nell'arco di una stessa serata. Pochi minuti dopo aver fatto l'amore, anche in maniera piuttosto animalesca, mi bastava dargli un ordine per vederglielo di nuovo dritto. Era incredibile! Se poi, oltre all'ordine ci aggiungevo un paio di schiaffi, mio marito era di nuovo pronto per l'uso, con la conseguenza che, caso più unico che raro, ero proprio io, la femmina, ad averne abbastanza e a non volerne più, mentre lui sembrava avere le pile perennemente cariche. La mia dominazione aveva quindi un risultato straordinario sulla sua sessualità.
Ormai ero conscia di essere una giovane donna attraente, ma quando mi trovavo da sola con mio marito, quando sentivo i suoi complimenti, quando vedevo in che modo mi desiderava, quando osservavo la sua quasi perenne eccitazione, mi sentivo completamente irresistibile. In realtà sapevo benissimo che molta della sua straordinaria eccitazione dipendeva dalla situazione che si era creata tra di noi. La mia bellezza era però reale, e me ne accorgevo con gli sguardi che attiravo. Le due cose messe insieme erano per Marco un continuo desiderio per me. E, siccome anche a me quella situazione continuava a mandare fuori di testa, in quei due giorni a settimana che rimanevamo da soli, le ore destinate al sesso diventavano sempre di più. Quello che continuava a sorprendermi era comunque il mio desiderio. Ci pensavo anche al lavoro, e non vedevo l’ora di rientrare a casa per vederglielo dritto, per prendermelo, per sentirmelo dentro di me. Era diventata quasi un’ossessione. Solo quando andavo in palestra mi staccavo da quell’ossessione, e mi dedicavo ai miei esercizi. Tornando all’eccitazione perenne che Marco nutriva nei miei confronti, devo anche aggiungere che dipendeva molto anche dal mio comportamento. Non contenta dell’effetto che gli facevo, mi divertivo anche a stimolarlo giocando a fare la famme fatale, usando trucco e abiti provocanti, indossando cose che magari non potevo certo mettermi nella vita di tutti i giorni. Marco rientrava proprio in quella categoria di uomini che, per essere completamente succubi, aveva bisogno anche di vedere la sua padrona nel suo massimo splendore, e io non mi facevo certo pregare. Avevo fatto incetta di capi particolarmente provocanti da indossare solo in quei momenti, come ad esempio un paio di vestitini corti e aderenti, adatti solo per le ragazzine che vogliono farsi notare in discoteca, oppure una mini di pelle adatta per qualche squillo e non certo per una madre di famiglia. Avevo comprato anche dell'intimo molto particolare, ma sembrava che mio marito, pur non disdegnandolo affatto, fosse molto più attratto dall'abbigliamento esterno.
Insomma, era questa la situazione tra me e mio marito, il giorno prima della
nostra partenza per Londra, per quel breve viaggio che, al momento della
prenotazione, avevo immaginato come una piccola seconda luna di miele. Era,
infatti, la prima volta dal viaggio di nozze che partivamo da soli. Erano
trascorsi poco meno di nove anni e sembrava che fosse trascorso un millennio.
All'epoca ero una ragazzina alta e ancora magrissima, malgrado fossi
incinta di quattro mesi, tanto che il primo accenno di pancia si cominciò a vedere solo al mio ritorno in Italia. In quel momento, fresca sposina, credevo che la mia vita sarebbe trascorsa al fianco di un uomo vero, un uomo sul quale desideravo appoggiarmi e da cui desideravo essere protetta. Fantasticavo di quando, al ritorno, appena preso possesso della mia casa, gli avrei preparato dei bei pranzetti, gli avrei stirato le sue camicie, e avrei aspettato che lui tornasse dal lavoro per accoglierlo come si accoglie un re.
In quel momento invece, mentre salivo le scale di corsa con il mio borsone
della palestra, reduce da un'intensa seduta di allenamento, pensavo soltanto
che per quattro giorni mio marito sarebbe stato completamente ai miei ordini, senza intrusioni di nessuno, a cominciare dalle mie stesse figlie, e senza gli orari di lavoro e la mia palestra.
Sentivo un bisogno pazzesco di poter trascorrere quei giorni da sola con lui. Il grosso problema era che quel bisogno non era per una questione affettiva, ma si trattava del desiderio di poter affinare il mio ruolo, anche se già mi ero calata perfettamente nella parte della dominatrice, e ormai mi potevo considerare a pieno titolo una moglie dominante. Anche il tono della voce e il modo di dare gli ordini avevano una loro importanza, e io avevo imparato il giusto uso della mia voce in queste situazioni. Le prime volte, ad esempio, avevo l'abitudine di forzare troppo il tono della mia voce, rendendo un ordine quasi caricaturale, ma avevo ben presto imparato che non ce n'era affatto bisogno. Usavo quindi toni bassi, secchi e decisi, che davano ai miei comandi un effetto quasi strategico. Mi piaceva quel tono duro e autoritario che usavo con mio marito, ma mi accorgevo che poi era difficile per me uscire da quei panni per entrare in quelli di Patty, la donna normale. Ero così diventata più autoritaria anche nei rapporti con gli altri, pur non raggiungendo certo le vette che avevo con Marco. Quindi, a parte i clienti del negozio, con i quali ero costretta per forza di cose a usare modi cortesi e convenzionali, avevo iniziato a rapportarmi con chi mi circondava in maniera differente da quella che avevo usato fino a poco tempo prima. Probabilmente passavo per una stronza che se la tirava all'inverosimile, ma questo non mi creava certo sconquassi psicologici. In fondo ero proprio così e, anzi, mi divertivo a creare il mio personaggio, vedendo poi la reazione della gente. Reazione che, soprattutto negli uomini, era poi meno negativa di quanto si potesse immaginare. Tanto che ero giunta alla conclusione che fare la stronza e tirarsela all’eccesso faceva aumentare addirittura il loro interesse verso di me. Come se non fosse bastato il mio corpo esplosivo e il mio visetto incantevole. Questo avveniva soprattutto nell’ambiente lavorativo dove ormai conoscevo praticamente tutti, a partire dalle altre commesse, per finire al garzone del bar. In mezzo tutti gli altri, con gli uomini che cercavano inutilmente di rendersi interessanti e simpatici di fronte a me. Qualche complimento, qualche approccio, ma niente di particolare. Sapevano tutti che ero sposata e con due bambine. In situazioni del genere, se una donna non fa nascere dei malintesi, se non cerca di flirtare o di dare troppa confidenza, alla fine viene lasciata stare. Era quello che succedeva con me. Probabilmente incutevo anche troppa soggezione verso l’altro sesso, e in casi come questi difficilmente l’uomo riusciva a essere troppo sicuro di sé e a provarci in modo diretto. Sicuramente gli uomini, nel cercare la conquista, prima tastavano il terreno, e solo se poi ricevevano sensazioni positive e incoraggiamenti, si decidevano a fare il passo. E questo non accadeva con me che invece mi soffermavo raramente con loro, e anche quando scambiavo quattro chiacchiere, mi comportavo sempre in modo distaccato, alimentando un po’ quell’alone di donna irraggiungibile. Cosa che forse mi aveva fatta diventare la più desiderata di tutta la zona, stando anche a quello che mi dicevano le mie commesse che mi avevano confidato che quasi tutti gli uomini avrebbero fatto pazzie per una come me.
La cosa che mi lasciava veramente interdetta in quel periodo era che mi stavo anche accorgendo che fare la moglie dominante stava occupando gran parte dei miei pensieri. Mi trovavo sempre più spesso a pensare a cosa fare con mio marito, quali ordini e quali punizioni dargli, anche se poi il momento clou era sempre quando usavo la forza e la mia abilità nella lotta. Tutta quella situazione stava diventando per me un vero e proprio bisogno irrinunciabile, anche se mi sforzavo di trovare interessi anche altrove, con scarso successo, a dir la verità, e consideravo quel breve viaggio come l'occasione giusta per poter sfogare quella mia voglia, considerando che le due serate a settimana non mi bastavano più. Arrivai quindi a casa e, dopo aver salutato e baciato le bambine, andai in camera da letto a osservare mio marito che stava preparando le valigie. Era straordinario vederlo intento a fare cose che, fino a poco tempo prima, toccavano a me, e spesso mi fermavo a osservarlo, divertendomi a notare la sua preoccupazione e il suo timore di non fare la cosa giusta. Non ero ancora riuscita a comprendere quanto quel timore fosse reale, quanto avesse cioè paura veramente di una mia reazione, oppure fosse un altro dei suoi artifizi per farmi credere di essere diventata onnipotente nei suoi confronti. Anche se avergli negato di vedere la partita della sua squadra del cuore a forza di sganassoni mi dava la convinzione che i suoi timori nei miei confronti fossero giustificati. Quel che contava era comunque il piacere e la soddisfazione che io provavo nel vederlo in quelle condizioni. Ero più propensa a credere alla prima ipotesi comunque, anche perché ormai aveva capito benissimo che non avevo bisogno di ulteriori stimoli, ma era abbastanza evidente che lui godesse enormemente nell'avere paura di me. Ecco, quella era la cosa più strana di tutto il nostro rapporto. Io ero, in un certo senso, molto più diretta nelle mie sensazioni e nei miei desideri. Amavo tutto quello che mi faceva sentire superiore a lui, e quindi trovavo soddisfazione nel dargli ordini, nel farmi obbedire e infine nel picchiarlo. Non tanto per il piacere di fargli male, ma soprattutto come modo per stabilire in modo definitivo il mio potere su di lui. Tutto questo mi dava un piacere enorme che sfociava addirittura in un vero e proprio desiderio sessuale che faticavo addirittura a contenere, e che era per me impossibile da reprimere. Marco era invece molto più complicato nel suo desiderio di essere sottomesso. Gli piaceva obbedirmi e servirmi, ma quello che trovava irresistibile era, a mio parere, avere paura di me. Una forma di masochismo? Non avrei saputo dare una risposta. Avevo ormai la convinzione che lui non aveva bisogno di essere picchiato, ma avesse bisogno di provare timore nei confronti della propria padrona. Nei momenti in cui io gli imponevo la mia forza e la mia bravura, io percepivo il suo terrore, ma era evidente anche il piacere che provava a sentirsi fisicamente inferiore a me. E la sua perenne eccitazione lo testimoniava ampiamente. Ma oltre alla paura fisica, era anche evidente la sua paura e, di conseguenza, anche il suo piacere considerando le sue predisposizioni, per eventuali punizioni. C’era anche un altro timore che era ormai entrato prepotentemente nella sua mente, ed era quella che lo potessi tradire o addirittura lasciare. Marco non era mai stato geloso di me, anche perché io non gliene avevo mai dato modo. Del resto, io avevo sempre vissuto per lui, addirittura nella sua ombra, dimostrandogli sempre il mio amore in modo concreto, possessivo, quasi palpabile. Ma le cose erano cambiate. Ora la situazione era in bilico, in un equilibrio molto labile e passibile di ulteriori cambiamenti. Fino a quel momento non avevo provato un vero e proprio interesse nei confronti di altri uomini, ma era inutile nascondere a me stessa che ormai mi trovavo particolarmente a mio agio e addirittura felice nel vedere l’effetto che facevo nei confronti dell’altro sesso. Avergli detto poi chiaramente, quella sera al ristorante, che il tradimento poteva cominciare a rientrare nella mia nuova mentalità, era stato un colpo che aveva reso quell’equilibrio ancora più instabile. La cosa strana era che mi sembrava aver colto nel suo sguardo e nel suo comportamento, oltre alla paura che ciò potesse accadere veramente, anche una notevole dose di eccitazione. Ormai non mi meravigliava più niente di lui, ma io mi chiedevo come fosse possibile ciò. Al di là del fatto che trovavo una mostruosità trovar piacere in un tradimento della propria moglie, sembravano comunque due situazioni all'opposto. Come era possibile provare un piacere sessuale nella sensazione di avere paura? Ma forse la mia mente non era ancora in grado di entrare pienamente nei meccanismi della dominazione, malgrado gli innegabili progressi che avevo fatto, e gli altrettanto innegabili piaceri che mi provocava. Smisi di pensare a quelle cose, ancora un po’ strane per me, e smisi anche di osservarlo. Mi alzai prendendolo per un braccio.
"Se, quando arrivo in albergo, trovo anche una sola cosa piegata male, ti giuro che te ne farò pentire amaramente", gli dissi, usando il mio solito tono duro e autoritario.
"Spero di no, amore. Ho impiegato gran parte del pomeriggio per sistemarti
tutte le cose come mi avevi ordinato. Non voglio deludere la mia padrona
facendo un lavoro fatto male."
In quei momenti ero combattuta. Da una parte avrei avuto voglia di prendere le valigie, gettare tutto per terra e obbligarlo a rimettere tutto a posto, così, senza motivo, solo per aumentare il mio potere su di lui, e per la soddisfazione di costringere una persona, chiunque essa sia, a fare qualcosa contro il suo volere. Lo sentivo quasi un dovere per ribadire la mia superiorità. Cosa avrebbe mai potuto farmi? Ormai ero diventata nettamente più forte di lui, e la sensazione di sentirmi sempre più forte e potente era tanta.
Dall'altra però, non potevo fare a meno di provare tenerezza per lui. Era così contento di compiacermi, così felice di poter servirmi, così totalmente nelle mie mani, piegato ai miei voleri, che ritenni ingiusto in quel momento fargli una cattiveria gratuita. Mi avvicinai a lui invece, e lo accarezzai.
"Bravo, Marco, non farmi incazzare e non te ne pentirai. Dopo aver terminato
le valigie vai a preparare la cena che al massimo tra mezz'ora voglio cenare.
Intesi?"
"Si, mia bellissima padrona," mi rispose, inginocchiandosi ai miei piedi. "Preparerò una cenetta con i fiocchi per te e per le bambine, per le mie tre donne meravigliose."
“Perfetto! Ora alzati perché potrebbero entrare le bambine e non voglio che
ti vedano in questa posizione."
Mio marito si alzò e proseguì nel suo lavoro mentre io socchiusi gli occhi. Ero eccitata. Nel vedere le azioni di mio marito che avrebbe fatto qualunque cosa per me, mi ero bagnata. Incredibile! Avevo un desiderio enorme di toccarmi o, meglio ancora, di essere toccata. Per un attimo mi immaginai il cazzo di mio marito che premeva sul mio corpo, e che poi entrava in me, e corsi il rischio di avere un orgasmo, tanto era il desiderio che provavo dominando Marco. Poi sospirai e rientrai in possesso delle mie facoltà. Lo avrei scopato dopo, quando le bambine si sarebbero addormentate. Potevo attendere un’oretta prima di soddisfare i miei bisogni. Sorridendo mi voltai, e me ne andai in camera delle bambine a giocare con loro in attesa della cena. Ero su di giri. Tutto girava per il verso giusto. Avevo un marito schiavo che avrebbe fatto qualsiasi cosa per me, due figlie meravigliose, ed ero bella come poche. Eppure, sentivo che qualcosa ancora mancava alla mia completezza come dominante. Il problema era che non sapevo cosa mancasse.
Continua...
scritto il
2026-06-22
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