Non dirlo a mamma

di
genere
etero

Mia mamma è una bella donna. Ha quarant’anni ma ne dimostra venti. Bionda, almeno una volta al mese trascorre un intero sabato dal parrucchiere per tenere il biondo freddo dei suoi capelli, rigorosamente a lunghezza sotto spalla. La pelle chiara, gli occhi scuri, le labbra piene di filler ma senza la volgarità di chi esagera, e le forme del corpo ben definite. Il seno abbondante, i fianchi stretti, il sedere sporgente e muscoli tonici.
È talmente bella e sensuale, che tutti i miei amici vorrebbero scoparsela, mentre a me non filano nemmeno per sbaglio. E qualcuno ci ha anche provato, spudoratamente. Ma lei è impegnata da circa un anno con un uomo più giovane che ha conosciuto in piscina. Fissato solo con l’alimentazione salutare, l’attività fisica. E da sei mesi, Maties vive con noi. Se non è in casa è in palestra, se non è in palestra e a casa, davanti allo specchio a farsi foto ai suoi muscoli.
Lui e mamma stanno sempre appiccicati, la camera da letto confina con la mia. Le pareti sono sottili e ogni volta che scopano sento le palle di lui che sbattono contro il sedere di mamma. E mamma che soffoca le grida contro il cuscino. E io allargo le gambe. Infilo lentamente le dita nelle mutande, fino all’ingresso della vagina per curiosità, e tutto quel bagnato mi eccita ancora di più. Lo spalmo con delicatezza sul clitoride e mi masturbo ascoltando i gemiti di mamma e le richieste di Maties: «Dai, troia. Vieni porca… Oh, cazzo…» Finché lei grida e a me i piedi mi tremano, il piacere risale alle cosce e dal clitoride si espande al resto del corpo. Piccole scosse e il respiro irregolare. E mi addormento soddisfatta.
La mattina facciamo colazione, loro si strusciano, si provocano, si sfiorano, ma nemmeno si baciano.
«Ines» comincia mamma, «quando hai l’esame di biologia?»
«Domani, mamma, ho studiato, ma è difficile, mi bocciano me lo sento».
«Oggi finisco presto» interviene Maties, «ti aiuto io, andavo forte in biologia, vedrai. Ti ricorderai tutto».
Alla pausa pranzo, racconto delle avventure di mia mamma alle mie amche di corso. Prendiamo in giro Maties, ma quando il divertimento cala, Julia ammette che una scopata con lui se la farebbe e prendiamo in giro anche lei.
Quindi rientro a casa e sono sola. Nel salotto abbiamo un tavolino fronte muro, sembra una punizione, ma studiare qui evita distrazioni.
Maties rientra poco dopo, mi guarda. Lo guardo. Maglietta attillata sui bicipiti, jeans e zaino. Mi saluta, gli sorrido per gentilezza e si sposta in bagno. Mi rimetto a studiare, Maties torna, si siede sul bracciolo del divano. Comincia a spiegarmi dei concetti. Sfiora le mani, mi tocca le spalle. Profuma di menta. Ha le labbra sottili, gli occhi scuri. Mi fa una domanda su un concetto che mi ha appena spiegato. Cerco di concentrarmi sul libro, ma è impossibile. È troppo vicino. Ogni volta che si sporge sopra la mia spalla sento il suo profumo di menta.
Ripenso alle notti in cui lo ascolto insieme a mia madre, ai gemiti che attraversano la parete. Un senso di colpa mi chiude lo stomaco, ma il mio corpo risponde prima della testa: stringo le cosce sotto il tavolo, bagnando il cavallo delle mutande, e torno a fissare gli appunti sperando che non se ne accorga.
«Non lo so», ammetto.
Sospira divertito. Mi sfila una ciocca di capelli dietro l'orecchio. «Sei proprio stupida».
Le sue dita restano piantate sulla mia nuca. Abbasso gli occhi sul libro. So che dovrei alzarmi, urlando o scappando in camera mia per rispetto a mia madre, eppure resto immobile, paralizzata da una perversa curiosità.
Chiude il libro con un colpo secco. «È inutile continuare.» Lo guardo senza capire. «Con te le parole non funzionano»
Lui sorride. «Ogni volta che tua madre si preoccupa per te, scopa di merda. Quindi», si slaccia il cinto, si abbassa i pantaloni e tira fuori dai boxer il suo cazzo, già grosso e duro. Mi ripeto che è il compagno di mia madre. Non posso. Devo fermarci. Basta alzarmi e andarmene. Eppure… resto seduta. È la stessa tentazione che mi tiene sveglia quando li sento oltre il muro. Mi vergogno perfino di ammetterlo a me stessa. Resto seduta, incapace di staccare gli occhi da quella carne tesa.
«Magari sei più brava a succhiarlo che in biologia».
Mi afferra per la coda in cui ho legato i capelli e avvicina la mia bocca. Infila la punta nella bocca, piano. Ne sento il sapore, salato, acre di urina. «Leccala» ansima.
La lingua circola sul glande, la pelle liscia e tirata. Si spinge in fondo, più in fondo. Mi manca il respiro, stringo gli occhi. La saliva aumenta. Sento i miei versi strozzati mentre mi scopa la gola, sento il suo respiro che affretta.
«Oh… a succhiare cazzi sì, che sei brava» ansima. Toglie il cazzo dalla mia gola, lo strofina sulla lingua. Non riesco a capire se voglio scappare o restare.
Si appoggia al divano e un filo di saliva mi cola dalla bocca. Mi tira i capelli per inginocchiarmi tra le sue gambe. Mi blocca la testa con le mani pesanti e la usa per scoparsi. Mi adatto al suo ritmo, la saliva mi cola dal mento. Si spinge in fondo, mi affonda la testa. Apnea. Non respiro.
Si alza di nuovo, solleva la gamba, appoggia il piede sulla sedia. Il suo cazzo si fa più lungo, i movimenti più profondi. Le mani ben strette sulla mia testa. Mi scopa finché i polmoni si stringono per l’assenza d’aria, mi impedisce di spostarmi finché lo decide lui. Annaspo, la bocca piena, impastata di saliva, della sua eccitazione salata.
Poi torna in gola di colpo. Una spinta brutale. Arretra appena, e torna in gola con una spinta brutale. Ho il naso schiacciato contro il suo pube rasato, la bocca spalancata al limite. Spinge forte, deciso, ansima, ringhia, mi strappa i capelli. Il fluido si fa più costante, il cazzo si gonfia ancora e il suo sperma schizza viscido e caldo, scivolando sulla trachea. Ho un conato, si ritrae, ma finisce di svuotarsi sulla lingua. Il sapore è più intenso, la consistenza più densa. Lo ingoio e con la lingua pulisco quello tutta la punta finché il cazzo perde gonfiore e Maties lo rinchiude dentro i boxer.
«Ovviamente non dire una parola a tua madre di quello che è successo qui», mi dice con tono freddo e umiliante. «E domani fai l’esame. Che tu lo passi o no, non me ne frega un cazzo: la prossima volta non mi basta la bocca».

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scritto il
2026-08-10
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