La fabbrica abbandonata (parte 6)
di
Kugher
genere
sadomaso
(Il giorno prima)
Arianna aveva dovuto preparare il pranzo per i due “ospiti”, vestita della sola sua bellezza e delle scarpe nere con quel tacco di 12 centimetri che aveva imparato a conoscere e ad usare nella sua vita da schiava.
Fu la prima cosa che il suo primo Padrone le aveva regalato ed imposto ogni qual volta fosse con lui, scarpe che metteva di nascosto dopo essere uscita da casa perché Marco, il marito, nulla potesse vedere perché nulla aveva voluto capire di lei e delle sue esigenze che, invece, aveva deriso, allontanandola ancor più di quanto il loro rapporto già non avesse fatto.
Le prime volte che le aveva indossate, su ordine di Fabrizio, aveva trascorso lunghi minuti a camminare, nuda, reggendo sulla testa prima uno, poi due e alla fine tre libri.
Il suo Padrone pretendeva la massima eleganza e naturalezza nel camminare con quegli strumenti di piacere e di fatica.
Lei, sportiva, adorava le scarpe basse e comode, con le quali le piaceva camminare anche in città, preferendo quel tipo di spostamento, quando poteva, alla metropolitana.
Matteo, il suo primo Padrone, invece era un amante dell’eleganza che quel tacco, appena oltre al vestito sobrio avendo già sconfinato nella sensualità, sapeva dare.
Il Padrone la costringeva a camminare dritta e, ad ogni libro caduto, non serviva nemmeno più l’ordine, avendo la schiava imparato che, inginocchiata, doveva posare le mani al muro offrendo il culo alle 5 frustate punitive, colpi che le entravano nel cervello e le davano una sorta di sensazione di liberazione.
Preparando e servendo il pranzo, il suo esibizionismo la portò a passare più volte del necessario davanti ai due Padroni, per farsi ammirare, conscia che il “lavoro” del suo primo Padrone aveva prodotto ottimi risultati estetici.
Anche se facevano finta di nulla, sapeva che la stavano guardando e che il suo comportamento altro non faceva che gettare benzina sul fuoco.
Adorava provocare, stimolare, per poi far finta di ritrarsi quando la volevano prendere, dando così all’uomo il maggior senso di preda conquistata in quella danza che è la sensualità e la seduzione.
Fabrizio le aveva insegnato a comportarsi in modo da soddisfare ego e piacere.
Si inginocchiò davanti ai due uomini per annunciare che il pranzo era servito.
Le piaceva la frase “il pranzo è servito” perché la proiettava anni addietro, alla trasmissione televisiva che guardava con suo padre, provando a giocare con i protagonisti, rivivendo momenti di una età in cui aveva ancora tanto da scoprire e da sbagliare, ancora in un momento in cui tanto di sé doveva scoprire, amare ed odiare.
Raggiunse Arturo camminando sulle ginocchia.
L’aveva chiamata e, davanti a lui, le aveva fatto allargare le cosce.
Le strinse i capezzoli fino a che lo sguardo di sfida della schiava, costretta dal dolore, non venne tolto dagli occhi dell’uomo che, mentre le dava dolore, aveva trovato l’opposta reazione nella figa che aveva invaso col suo dito medio, spinto dentro al massimo.
Le infilò in bocca un piccolo ovetto prima di farlo scomparire nella figa, alle cui grandi labbra attaccò dolorosi morsetti. Altri, della stessa fattura, vennero messi ai capezzoli.
La lingua dell’uomo conquistò la bocca della schiava mentre la sua mano le accarezzava i glutei.
Dopo averli serviti, Arianna dovette attendere la consumazione del pasto in ginocchio, succhiando le dita del Padrone che le infilava in bocca quei pochi pezzi di pane che avrebbero costituito il suo pranzo.
Fabrizio, al termine del pasto, librò la tavola giusto quel tanto da farla stendere sul lato corto con il ventre, così da offrire bocca e figa ai due padroni.
“Cosa preferisci?”
Fabrizio lasciò all’amico la scelta della modalità. Non avendola egli mai usata, gli sembrava giusto comportarsi da buon ospite. Era una sua caratteristica, tipica dei momenti in cui la sua schiava veniva ceduta ad altri uomini o donne.
La frequentazione di Fabrizio l’aveva portata a sperimentare la condivisione, la condivisione di lei, ovviamente. Non aveva mai fatto sesso a tre. La prima volta si era trovata di fronte ad un amico del Padrone e aveva fatto resistenza. Il Padrone l’aveva frustata e fatta inginocchiare per raggiungere, carponi, il cazzo dell’amico che avrebbe dovuto soddisfare.
Conosceva Fabrizio e lui conosceva lei. Il percorso da completare carponi verso quel cazzo già eretto in attesa, le avrebbe dato il tempo di decidere del suo confine da schiava, se passarlo o meno.
Restò ferma alcuni lunghissimi secondi nei quali il suo cervello percorreva gli anfratti del piacere e delle sensazioni. Fabrizio non la frustò, avendo compreso il tavaglio interiore, fino a vederla muoversi con la bocca aperta verso quel sesso che la aspettava.
Adesso era lì, stesa col ventre sul tavolo e non aveva pensato un attimo prima di aprire la bocca e attendere che Arturo si accomodasse dentro, avendo deciso di usare prima la bocca e poi la figa.
A Fabrizio restò il sesso, nel quale non fece fatica ad entrare, posto bene in alto da quei tacchi che sembravano fatti apposta per metterla all’altezza giusta.
Mentre la scopava le tenne le natiche, stringendole tra le mani.
Arturo le scopava la bocca, tenendole la testa ferma e muovendosi a piacere, fino a che non volle prenderla nella figa.
Fabrizio, in bocca, parte di lei che adorava, non impiegò molto a godere, facendole ingoiare la testimonianza del suo piacere raggiunto.
Arturo bagnò bene il cazzo nella figa ma, per godere, preferì entrarle nel culo, nel quale riversò tutto il suo orgasmo.
Arianna si aspettava un pomeriggio di uso intenso da parte dei due uomini. Invece restò stupita del poco tempo impiegato per godere.
Solo più tardi comprese che quello era solo un momento per iniziare a scaricarsi e per non arrivare troppo “carichi” all’evento che avevano programmato per la sera successiva.
Arianna aveva dovuto preparare il pranzo per i due “ospiti”, vestita della sola sua bellezza e delle scarpe nere con quel tacco di 12 centimetri che aveva imparato a conoscere e ad usare nella sua vita da schiava.
Fu la prima cosa che il suo primo Padrone le aveva regalato ed imposto ogni qual volta fosse con lui, scarpe che metteva di nascosto dopo essere uscita da casa perché Marco, il marito, nulla potesse vedere perché nulla aveva voluto capire di lei e delle sue esigenze che, invece, aveva deriso, allontanandola ancor più di quanto il loro rapporto già non avesse fatto.
Le prime volte che le aveva indossate, su ordine di Fabrizio, aveva trascorso lunghi minuti a camminare, nuda, reggendo sulla testa prima uno, poi due e alla fine tre libri.
Il suo Padrone pretendeva la massima eleganza e naturalezza nel camminare con quegli strumenti di piacere e di fatica.
Lei, sportiva, adorava le scarpe basse e comode, con le quali le piaceva camminare anche in città, preferendo quel tipo di spostamento, quando poteva, alla metropolitana.
Matteo, il suo primo Padrone, invece era un amante dell’eleganza che quel tacco, appena oltre al vestito sobrio avendo già sconfinato nella sensualità, sapeva dare.
Il Padrone la costringeva a camminare dritta e, ad ogni libro caduto, non serviva nemmeno più l’ordine, avendo la schiava imparato che, inginocchiata, doveva posare le mani al muro offrendo il culo alle 5 frustate punitive, colpi che le entravano nel cervello e le davano una sorta di sensazione di liberazione.
Preparando e servendo il pranzo, il suo esibizionismo la portò a passare più volte del necessario davanti ai due Padroni, per farsi ammirare, conscia che il “lavoro” del suo primo Padrone aveva prodotto ottimi risultati estetici.
Anche se facevano finta di nulla, sapeva che la stavano guardando e che il suo comportamento altro non faceva che gettare benzina sul fuoco.
Adorava provocare, stimolare, per poi far finta di ritrarsi quando la volevano prendere, dando così all’uomo il maggior senso di preda conquistata in quella danza che è la sensualità e la seduzione.
Fabrizio le aveva insegnato a comportarsi in modo da soddisfare ego e piacere.
Si inginocchiò davanti ai due uomini per annunciare che il pranzo era servito.
Le piaceva la frase “il pranzo è servito” perché la proiettava anni addietro, alla trasmissione televisiva che guardava con suo padre, provando a giocare con i protagonisti, rivivendo momenti di una età in cui aveva ancora tanto da scoprire e da sbagliare, ancora in un momento in cui tanto di sé doveva scoprire, amare ed odiare.
Raggiunse Arturo camminando sulle ginocchia.
L’aveva chiamata e, davanti a lui, le aveva fatto allargare le cosce.
Le strinse i capezzoli fino a che lo sguardo di sfida della schiava, costretta dal dolore, non venne tolto dagli occhi dell’uomo che, mentre le dava dolore, aveva trovato l’opposta reazione nella figa che aveva invaso col suo dito medio, spinto dentro al massimo.
Le infilò in bocca un piccolo ovetto prima di farlo scomparire nella figa, alle cui grandi labbra attaccò dolorosi morsetti. Altri, della stessa fattura, vennero messi ai capezzoli.
La lingua dell’uomo conquistò la bocca della schiava mentre la sua mano le accarezzava i glutei.
Dopo averli serviti, Arianna dovette attendere la consumazione del pasto in ginocchio, succhiando le dita del Padrone che le infilava in bocca quei pochi pezzi di pane che avrebbero costituito il suo pranzo.
Fabrizio, al termine del pasto, librò la tavola giusto quel tanto da farla stendere sul lato corto con il ventre, così da offrire bocca e figa ai due padroni.
“Cosa preferisci?”
Fabrizio lasciò all’amico la scelta della modalità. Non avendola egli mai usata, gli sembrava giusto comportarsi da buon ospite. Era una sua caratteristica, tipica dei momenti in cui la sua schiava veniva ceduta ad altri uomini o donne.
La frequentazione di Fabrizio l’aveva portata a sperimentare la condivisione, la condivisione di lei, ovviamente. Non aveva mai fatto sesso a tre. La prima volta si era trovata di fronte ad un amico del Padrone e aveva fatto resistenza. Il Padrone l’aveva frustata e fatta inginocchiare per raggiungere, carponi, il cazzo dell’amico che avrebbe dovuto soddisfare.
Conosceva Fabrizio e lui conosceva lei. Il percorso da completare carponi verso quel cazzo già eretto in attesa, le avrebbe dato il tempo di decidere del suo confine da schiava, se passarlo o meno.
Restò ferma alcuni lunghissimi secondi nei quali il suo cervello percorreva gli anfratti del piacere e delle sensazioni. Fabrizio non la frustò, avendo compreso il tavaglio interiore, fino a vederla muoversi con la bocca aperta verso quel sesso che la aspettava.
Adesso era lì, stesa col ventre sul tavolo e non aveva pensato un attimo prima di aprire la bocca e attendere che Arturo si accomodasse dentro, avendo deciso di usare prima la bocca e poi la figa.
A Fabrizio restò il sesso, nel quale non fece fatica ad entrare, posto bene in alto da quei tacchi che sembravano fatti apposta per metterla all’altezza giusta.
Mentre la scopava le tenne le natiche, stringendole tra le mani.
Arturo le scopava la bocca, tenendole la testa ferma e muovendosi a piacere, fino a che non volle prenderla nella figa.
Fabrizio, in bocca, parte di lei che adorava, non impiegò molto a godere, facendole ingoiare la testimonianza del suo piacere raggiunto.
Arturo bagnò bene il cazzo nella figa ma, per godere, preferì entrarle nel culo, nel quale riversò tutto il suo orgasmo.
Arianna si aspettava un pomeriggio di uso intenso da parte dei due uomini. Invece restò stupita del poco tempo impiegato per godere.
Solo più tardi comprese che quello era solo un momento per iniziare a scaricarsi e per non arrivare troppo “carichi” all’evento che avevano programmato per la sera successiva.
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