Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 9)
di
Kugher
genere
sadomaso
Enrico e Meddy, dopo il primo episodio, si erano incontrati solo un paio di volte ma in zona neutra ed alla presenza di Fiona, che non sospettava nulla dei loro sguardi nascosti e accesi, sempre più espliciti.
Enrico non riusciva a togliersi dalla testa e dallo stomaco, financo dal cazzo, quelle sensazioni che Meddy gli aveva provocato. Raramente una donna, sin dall’ainizio, odorava così tanto di sesso, quello pieno, forte, estremo, fatto di dominio e sottomissione, fino a pensare alla schiavitù più forte.
Mandò un messaggio a Fiona, al mattino appena arrivato in ufficio, dopo avere passato le forche caudine della segretaria, Simona, che, puntualmente, al mattino lui trovava già al suo posto quando arrivava. Lei lo bloccava per fargli il riassunto della giornata, ricordargli non solo le persone ma anche gli incarichi che questi avevano ricevuto, oltre al titolo degli ospiti o clienti.
Simona sapeva che lui la ascoltava già pensando ad altro, anche se parlava scandendo bene le parole, tipico di chi parla già sapendo che l'interlocutore è tale solo per lei, perché lui, l’interlocutore, forse non sa di esserlo.
Detto l’ultimo “sì” finale ad una domanda che non aveva ascoltato, entrò in ufficio, finalmente, grato al cielo per esserci riuscito ma facendo affidamento sul fatto che, prima di ogni appuntamento, sicuramente quella santa donna gli avrebbe ripassato la lezione.
Prima di chiudere la porta, si voltò e, con la sola testa fuori dal varco, si rivolse a Simona:
“Oggi andiamo a pranzo assieme, nel posto che scegli tu, purché sia economico”.
Una volta alla settimana accadeva che andassero a pranzare con una pausa un po’ più lunga.
“Così potrò ripeterle ciò che adesso non ha ascoltato”.
“Ti voglio bene anche io, Simona cara”.
Chiuse la porta prima di poter sentire la risposta.
Aveva più fretta del solito per un'idea che gli era balenata la notte, quando si era svegliato col cazzo duro, come gli capitava quando c’era una donna (in questo caso due) che gli impegnava con soddisfazione i pensieri.
Tolse il soprabito che gettò sulla poltrona davanti alla scrivania mentre si stava dirigendo alla sua postazione di lavoro.
Mandò un whatsapp a Fiona:
“Questa sera aspetto te e Meddy, alle 20.30, a “La Corte Bianca””.
Più che un invito sembrava un ordine. Se ne rese conto prima di cliccare su invio, ma schiacciò ugualmente, conscio del fatto che rappresentava bene il suo stato e, anche, le sue condizioni.
Cercò in rubrica anche il numero di Meddy. Prima di comporre il testo, gli arrivò la notifica di una emoji con i tre cuoricini da parte di Fiona con la scritta “saremo elegantissime!”.
Segnò la notifica come già letta e scrisse a Meddy.
“Alle 19.00 nel mio ufficio”.
La giornata passò lenta, troppo, anche se il lavoro da fare era tanto.
Il pranzo con Simona fu, al solito, cordiale e piacevole. Enrico era convinto che, se lei non fosse stata la sua segretaria, sarebbero stati ottimi amici, nulla di più, ma di quella amicizia sarebbe stato felicissimo, per poter discorrere un pochino più in là di quel limite che si erano imposti sulla soglia del personale.
Simona era già andata via quando sentì bussare alla porta dell’ufficio. All’ingresso del palazzo aveva dato disposizioni per far passare, per lui, solo Meddy, quindi poteva essere solo lei.
Guardò l’ora: 19.06.
La lasciò fuori in attesa 15 minuti, senza dare segni di vita.
Voleva vedere come si sarebbe comportata, d’istinto, in una situazione nuova, con una persona nuova ma dall'impostazione già segnata del rapporto verso il quale stavano andando.
L’attesa, inoltre, avrebbe alimentato in lei tensione per l’ignoto verso il quale stava entrando, dove lei sarebbe stata in condizioni di sottomissione davanti al compagno di sua madre, ovviamente all’insaputa di quest’ultima.
L’attesa logora, crea ansia, domande.
Questo stava infatti accadendo in Meddy, per la quale ogni secondo era un minuto ed ogni minuto un’ora, posto che si era aspettata di sentire “avanti” subito dopo il primo tocco al battente della porta.
Gli uomini, o ragazzi, che frequentava non che la trattassero con guanti bianchi, ma la sua bellezza e la promessa di sesso che solitamente la accompagnava, faceva sì che fossero abbastanza premurosi e, lei, a questo era abituata.
Adesso era in piedi, davanti a quella porta chiusa, in attesa di essere ammessa a quell’ufficio di un uomo che la stava ignorando, senza sapere cosa esattamente sarebbe successo, pur avendo un’idea di ciò che l’aspettava, seppur non nei particolari che, sapeva, sarebbero sfuggiti alla sua possibilità di scelta.
Il silenzio, l’attesa, genera domande, e si chiese se non fosse il caso che se ne andasse per poi dare buca anche al ristorante.
Però restava ferma, davanti a quella porta che la separava da un’esperienza che si aspettava completamente nuova, diversa da quei giochi con le manette che fino ad ora aveva fatto.
Si sentiva bagnare in mezzo alle cosce e si chiese anche se avesse fatto bene a mettere le mutandine. Solitamente negli appuntamenti sessuali si recava senza. Tale era la sua nudità sulla porta di casa, prima di uscire con già in mano le chiavi dell’auto, mentre diceva a sua madre che si sarebbero viste direttamente al ristorante.
Era tornata indietro per infilarle, nere, piccolissime.
Enrico non riusciva a togliersi dalla testa e dallo stomaco, financo dal cazzo, quelle sensazioni che Meddy gli aveva provocato. Raramente una donna, sin dall’ainizio, odorava così tanto di sesso, quello pieno, forte, estremo, fatto di dominio e sottomissione, fino a pensare alla schiavitù più forte.
Mandò un messaggio a Fiona, al mattino appena arrivato in ufficio, dopo avere passato le forche caudine della segretaria, Simona, che, puntualmente, al mattino lui trovava già al suo posto quando arrivava. Lei lo bloccava per fargli il riassunto della giornata, ricordargli non solo le persone ma anche gli incarichi che questi avevano ricevuto, oltre al titolo degli ospiti o clienti.
Simona sapeva che lui la ascoltava già pensando ad altro, anche se parlava scandendo bene le parole, tipico di chi parla già sapendo che l'interlocutore è tale solo per lei, perché lui, l’interlocutore, forse non sa di esserlo.
Detto l’ultimo “sì” finale ad una domanda che non aveva ascoltato, entrò in ufficio, finalmente, grato al cielo per esserci riuscito ma facendo affidamento sul fatto che, prima di ogni appuntamento, sicuramente quella santa donna gli avrebbe ripassato la lezione.
Prima di chiudere la porta, si voltò e, con la sola testa fuori dal varco, si rivolse a Simona:
“Oggi andiamo a pranzo assieme, nel posto che scegli tu, purché sia economico”.
Una volta alla settimana accadeva che andassero a pranzare con una pausa un po’ più lunga.
“Così potrò ripeterle ciò che adesso non ha ascoltato”.
“Ti voglio bene anche io, Simona cara”.
Chiuse la porta prima di poter sentire la risposta.
Aveva più fretta del solito per un'idea che gli era balenata la notte, quando si era svegliato col cazzo duro, come gli capitava quando c’era una donna (in questo caso due) che gli impegnava con soddisfazione i pensieri.
Tolse il soprabito che gettò sulla poltrona davanti alla scrivania mentre si stava dirigendo alla sua postazione di lavoro.
Mandò un whatsapp a Fiona:
“Questa sera aspetto te e Meddy, alle 20.30, a “La Corte Bianca””.
Più che un invito sembrava un ordine. Se ne rese conto prima di cliccare su invio, ma schiacciò ugualmente, conscio del fatto che rappresentava bene il suo stato e, anche, le sue condizioni.
Cercò in rubrica anche il numero di Meddy. Prima di comporre il testo, gli arrivò la notifica di una emoji con i tre cuoricini da parte di Fiona con la scritta “saremo elegantissime!”.
Segnò la notifica come già letta e scrisse a Meddy.
“Alle 19.00 nel mio ufficio”.
La giornata passò lenta, troppo, anche se il lavoro da fare era tanto.
Il pranzo con Simona fu, al solito, cordiale e piacevole. Enrico era convinto che, se lei non fosse stata la sua segretaria, sarebbero stati ottimi amici, nulla di più, ma di quella amicizia sarebbe stato felicissimo, per poter discorrere un pochino più in là di quel limite che si erano imposti sulla soglia del personale.
Simona era già andata via quando sentì bussare alla porta dell’ufficio. All’ingresso del palazzo aveva dato disposizioni per far passare, per lui, solo Meddy, quindi poteva essere solo lei.
Guardò l’ora: 19.06.
La lasciò fuori in attesa 15 minuti, senza dare segni di vita.
Voleva vedere come si sarebbe comportata, d’istinto, in una situazione nuova, con una persona nuova ma dall'impostazione già segnata del rapporto verso il quale stavano andando.
L’attesa, inoltre, avrebbe alimentato in lei tensione per l’ignoto verso il quale stava entrando, dove lei sarebbe stata in condizioni di sottomissione davanti al compagno di sua madre, ovviamente all’insaputa di quest’ultima.
L’attesa logora, crea ansia, domande.
Questo stava infatti accadendo in Meddy, per la quale ogni secondo era un minuto ed ogni minuto un’ora, posto che si era aspettata di sentire “avanti” subito dopo il primo tocco al battente della porta.
Gli uomini, o ragazzi, che frequentava non che la trattassero con guanti bianchi, ma la sua bellezza e la promessa di sesso che solitamente la accompagnava, faceva sì che fossero abbastanza premurosi e, lei, a questo era abituata.
Adesso era in piedi, davanti a quella porta chiusa, in attesa di essere ammessa a quell’ufficio di un uomo che la stava ignorando, senza sapere cosa esattamente sarebbe successo, pur avendo un’idea di ciò che l’aspettava, seppur non nei particolari che, sapeva, sarebbero sfuggiti alla sua possibilità di scelta.
Il silenzio, l’attesa, genera domande, e si chiese se non fosse il caso che se ne andasse per poi dare buca anche al ristorante.
Però restava ferma, davanti a quella porta che la separava da un’esperienza che si aspettava completamente nuova, diversa da quei giochi con le manette che fino ad ora aveva fatto.
Si sentiva bagnare in mezzo alle cosce e si chiese anche se avesse fatto bene a mettere le mutandine. Solitamente negli appuntamenti sessuali si recava senza. Tale era la sua nudità sulla porta di casa, prima di uscire con già in mano le chiavi dell’auto, mentre diceva a sua madre che si sarebbero viste direttamente al ristorante.
Era tornata indietro per infilarle, nere, piccolissime.
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