Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 16)
di
Kugher
genere
sadomaso
Enrico stava leggendo il giornale, in poltrona.
Consultò l’orologio perchè lo stomaco gli diceva che era ora di cenare. In effetti avrebbe già dovuto essere pronto.
Meddy, vestita solo di scarpe tacco 12, immancabili per la sua mise da schiava, stava preparando pietanze e tavola.
La ragazza sentì vibrare l’ovetto che il Padrone le aveva infilato nel culo appena arrivata e, spogliata, fatta prostrare con la guancia a terra, in modo che la parte alla quale era destinato l’oggetto per l’inserimento fosse bene esposta.
Corse dal Padrone, avendo imparato che un ritardo non accettabile sarebbe stato punito con il frustino, artigianale. L’autore, persona nota nell’ambiente BDSM, era il medesimo che aveva realizzato il guinzaglio.
L’attesa della vibrazione aveva l’effetto di lasciare sempre in ansia la ragazza, in quanto, alla vibrazione, avrebbe dovuto essere in grado di lasciare ciò che stava facendo.
L’ansia, che poi si trasformava in eccitazione, saliva quando stava compiendo azioni che avrebbero richiesto di essere portate a termine e, questo, avrebbe necessariamente causato un ritardo nel recarsi dal Padrone.
Quella sera fu interrotta mentre posava l’unico bicchiere che avrebbe ornato la tavola.
Quindi fu in grado di andare in sala, inginocchiarsi ed attendere l’ordine che consistette nella richiesta di un crodino.
Quando la tavola fu pronta, nuovamente si recò dal Padrone per comunicare, in ginocchio, la possibilità di iniziare la cena.
Enrico attaccò il guinzaglio artigianale al collare da cani, ma si diresse in bagno. Meddy si era abituata ad eseguire senza fare domande. Ciò, però, non significava che non se ne sarebbe poste.
Non si era mai fatto seguire in bagno. Ogni novità le generava attesa ed eccitazione. L’ignoto aveva un fascino che la catturava.
“In ginocchio accanto al water”.
Enrico, in piedi, orinò nella tazza e tirò lo sciacquone.
Prima di chiudere il pene nei pantaloni, si girò verso la schiava inginocchiata al suo fianco.
“Apri la bocca e pulisci”.
Meddy fu colta alla sprovvista ma la cosa la eccitò, perché era cosa “sporca”, forte, la degradava ad oggetto e questo le scatenava quella parte nera che aveva scoperto di avere e nella quale Enrico la faceva precipitare, conducendola per mano, piano piano, a volte, e con forti accelerazioni, in altre volte.
Questa era una di queste ultime. Si sentì oggetto, infimo oggetto e la sicurezza del Padrone nell’usarla come carta igienica le diede maggiormente il senso di quanto stava accadendo.
Mise il cazzo in bocca per pulirlo.
Senza preavviso, l’uomo scaricò in bocca ancora qualche goccia di urina. Lei cercò, d’istinto, di tirare indietro la testa, ma Enrico fu pronto e bloccargliela tenendola per i capelli.
“Pulisci, cagna”.
Uscirono ancora altre gocce che ingoiò, iniziando a prendere confidenza con questo nuovo sapore, forte più nel gesto che nel gusto in sé.
“Abituati, così non mi farai fare brutte figure”.
Odiava questo aspetto del Padrone, quando lanciava messaggi su qualcosa che evidentemente aveva già pensato, ma che sarebbe accaduta in futuro e, fino a quel momento, a lei sarebbe stata preclusa la conoscenza.
Non avrebbe certo fatto domande. Anzi, probabilmente, nei momento in cui non era schiava, avrebbe provato a corromperlo, per capire cosa avesse inteso con quella determinata espressione.
Lui, però, si limitava sempre a sorridere con una espressione che era più una minaccia, o una promessa, a seconda dal punto di vista.
Ogni volta ci cascava, ogni volta chiedeva nella speranza che quella sarebbe stata diversa, ma, invece, ogni volta compariva quel sorriso sadico che, a lui, anticipava piaceri, mentre, a lei, anticipava ansia che, però, produceva un formicolio alla bocca dello stomaco. In quei casi vedeva sempre più spalancarsi sotto di lei quella parte nera della sua anima, immaginando una prossima accelerazione nell’esplorazione di quel rapporto e della sua anima.
Enrico si diresse, seguito carponi, verso la tavola.
Qui Meddy fece altra scoperta. Non aveva prestato sufficiente attenzione alla sedia che il Padrone avrebbe occupato per cenare.
Non pensava fosse cosa importante da approfondire. Non l’aveva nemmeno toccata o spostata perché era un gesto inutile. Lei avrebbe dovuto preparare la tavola e la cena.
Ci pensò Enrico a spostare indietro la sedia e a togliere la seduta sulla quale vi era un cuscino.
Meddy, ancora carponi, osservò quel mobile e si chiese quale utilizzo potesse avere.
Consultò l’orologio perchè lo stomaco gli diceva che era ora di cenare. In effetti avrebbe già dovuto essere pronto.
Meddy, vestita solo di scarpe tacco 12, immancabili per la sua mise da schiava, stava preparando pietanze e tavola.
La ragazza sentì vibrare l’ovetto che il Padrone le aveva infilato nel culo appena arrivata e, spogliata, fatta prostrare con la guancia a terra, in modo che la parte alla quale era destinato l’oggetto per l’inserimento fosse bene esposta.
Corse dal Padrone, avendo imparato che un ritardo non accettabile sarebbe stato punito con il frustino, artigianale. L’autore, persona nota nell’ambiente BDSM, era il medesimo che aveva realizzato il guinzaglio.
L’attesa della vibrazione aveva l’effetto di lasciare sempre in ansia la ragazza, in quanto, alla vibrazione, avrebbe dovuto essere in grado di lasciare ciò che stava facendo.
L’ansia, che poi si trasformava in eccitazione, saliva quando stava compiendo azioni che avrebbero richiesto di essere portate a termine e, questo, avrebbe necessariamente causato un ritardo nel recarsi dal Padrone.
Quella sera fu interrotta mentre posava l’unico bicchiere che avrebbe ornato la tavola.
Quindi fu in grado di andare in sala, inginocchiarsi ed attendere l’ordine che consistette nella richiesta di un crodino.
Quando la tavola fu pronta, nuovamente si recò dal Padrone per comunicare, in ginocchio, la possibilità di iniziare la cena.
Enrico attaccò il guinzaglio artigianale al collare da cani, ma si diresse in bagno. Meddy si era abituata ad eseguire senza fare domande. Ciò, però, non significava che non se ne sarebbe poste.
Non si era mai fatto seguire in bagno. Ogni novità le generava attesa ed eccitazione. L’ignoto aveva un fascino che la catturava.
“In ginocchio accanto al water”.
Enrico, in piedi, orinò nella tazza e tirò lo sciacquone.
Prima di chiudere il pene nei pantaloni, si girò verso la schiava inginocchiata al suo fianco.
“Apri la bocca e pulisci”.
Meddy fu colta alla sprovvista ma la cosa la eccitò, perché era cosa “sporca”, forte, la degradava ad oggetto e questo le scatenava quella parte nera che aveva scoperto di avere e nella quale Enrico la faceva precipitare, conducendola per mano, piano piano, a volte, e con forti accelerazioni, in altre volte.
Questa era una di queste ultime. Si sentì oggetto, infimo oggetto e la sicurezza del Padrone nell’usarla come carta igienica le diede maggiormente il senso di quanto stava accadendo.
Mise il cazzo in bocca per pulirlo.
Senza preavviso, l’uomo scaricò in bocca ancora qualche goccia di urina. Lei cercò, d’istinto, di tirare indietro la testa, ma Enrico fu pronto e bloccargliela tenendola per i capelli.
“Pulisci, cagna”.
Uscirono ancora altre gocce che ingoiò, iniziando a prendere confidenza con questo nuovo sapore, forte più nel gesto che nel gusto in sé.
“Abituati, così non mi farai fare brutte figure”.
Odiava questo aspetto del Padrone, quando lanciava messaggi su qualcosa che evidentemente aveva già pensato, ma che sarebbe accaduta in futuro e, fino a quel momento, a lei sarebbe stata preclusa la conoscenza.
Non avrebbe certo fatto domande. Anzi, probabilmente, nei momento in cui non era schiava, avrebbe provato a corromperlo, per capire cosa avesse inteso con quella determinata espressione.
Lui, però, si limitava sempre a sorridere con una espressione che era più una minaccia, o una promessa, a seconda dal punto di vista.
Ogni volta ci cascava, ogni volta chiedeva nella speranza che quella sarebbe stata diversa, ma, invece, ogni volta compariva quel sorriso sadico che, a lui, anticipava piaceri, mentre, a lei, anticipava ansia che, però, produceva un formicolio alla bocca dello stomaco. In quei casi vedeva sempre più spalancarsi sotto di lei quella parte nera della sua anima, immaginando una prossima accelerazione nell’esplorazione di quel rapporto e della sua anima.
Enrico si diresse, seguito carponi, verso la tavola.
Qui Meddy fece altra scoperta. Non aveva prestato sufficiente attenzione alla sedia che il Padrone avrebbe occupato per cenare.
Non pensava fosse cosa importante da approfondire. Non l’aveva nemmeno toccata o spostata perché era un gesto inutile. Lei avrebbe dovuto preparare la tavola e la cena.
Ci pensò Enrico a spostare indietro la sedia e a togliere la seduta sulla quale vi era un cuscino.
Meddy, ancora carponi, osservò quel mobile e si chiese quale utilizzo potesse avere.
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