Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 5)

di
genere
sadomaso

Enrico guardò spesso l’orologio, avvicinandosi l’ora nella quale avevano concordato l’incontro con Fiona e sua figlia, Maddalena, detta Meddy.
Non perché non vedesse l’ora, ma perché non aveva proprio voglia di andare e, così, sentiva come un peso l’avvicinarsi di quel momento.
Si era pentito e più volte di avere accettato, maledizione!.
Si trovava bene con Fiona, ma non abbastanza da pensare di avere una storia definitiva. Capiva che lei faceva pressioni in quel senso e, questo, gli generava un senso di claustrofobia.
Tuttavia, nonostante i mesi di rapporto, lei ancora lo eccitava.
Gli piaceva da impazzire il sesso con lei. Era sottomessa ai suoi desideri, sopportava bene il frustino anche se aveva l’impressione che non fosse per il massimo. Questo dettaglio, però, a lui non interessava. Ciò che gli premeva era la soddisfazione del proprio piacere.
Le voleva bene ma l’amore no, aveva già dato col primo matrimonio ed era andata malissimo. Da allora si era sempre tenuto distante da storie impegnative. Questa era la prima con la quale andava leggermente oltre.
Lei non ne aveva mai parlato, ma temeva che nel suo animo albergasse emozione più forte del semplice stare bene e divertirsi. Forse da questo nasceva la sua sopportazione al dolore. Si eccitò nel pensare alla prima volta che le aveva messo i morsetti ai capezzoli e aveva tentato subito di toglierseli.
A dire il vero ci era riuscita, con uno solo. Lui era intervenuto prima sculacciando la natica mentre lei stava inginocchiata tra le sue gambe. Aveva i polsi uniti dietro alla schiena con l’ordine di stare ferma. Tuttavia, appena sentito il dolore, aveva sciolto la posizione e, pur restando inginocchiata, era stata veloce nel togliersi un morsetto. Il primo era rimasto e aveva cercato di sopportare.
L’aveva punita con una sculacciata che aveva sopportato e che lo aveva eccitato. Prima di metterle di nuovo lo strumento, era stata fatta mettere a 4 zampe e l’aveva fustigata con la cintura sulle natiche e sulla schiena.
L’aveva fatta mettere poi con la testa a terra, ancora inginocchiata, e le aveva posato il piede sul capo, schiacciando e facendole promettere obbedienza.
Si era rimesso seduto in poltrona e, lasciandola inginocchiata ma, questa volta, con i polsi legati dietro alla schiena, se lo fece succhiare fino a che non venne nella sua bocca, traendo piacere dalle lacrime di dolore che gli bagnavano il cazzo.
Un po’ di sperma le era uscito dalla bocca, piena di seme e di dolore, ed aveva sporcato pavimento e scarpe.
Le aveva stretto ancor più il morsetto e dato uno schiaffo.
“Pulisci, cagna”.
“Liberami, come faccio così?”
“Con la lingua!”.
L’esitazione le costò ancora una stretta al morsetto ed altro schiaffo, nonché la mano dell’uomo sui capelli che, tenuti dolorosamente stretti, la spinse con il viso a terra.
Al pensiero di quell’episodio, si eccitò nuovamente ma, purtroppo, la sensazione di piacere svanì immediatamente nel ricordare l’appuntamento con la figlia.
Non voleva che lei gli mettesse la corda al collo e sperasse di infilargli l’anello al dito, seppure figurato, del fidanzamento.
Enrico, con il chiaro intento di ritardare l’inevitabile, si era fermato fuori dal suo ufficio a parlare di lavoro con Simona la quale, pazientemente, gli rispondeva con un sorriso sulle labbra che lui faceva finta di non vedere.
“Dottore, credo sia inutile che lei stia qui a perdere tempo con me. Lo sa benissimo che deve andare all’appuntamento”.
Passò qualche secondo prima della sua risposta.
“Simona, ricordami perché non ti ho ancora licenziata”.
La donna rise. Aveva troppa stima e simpatia per il suo capo. Uomo fermo, integerrimo e severo sul lavoro, con sé stesso prima che con i collaboratori che dipendevano da lui, ma anche tanto libertino nelle ore libere.
“Forse perché sono la migliore segretaria che lei abbia mai avuto e che sa essere insostituibile, nonché principale pilastro del suo successo lavorativo?”.
Anche lui aveva grande stima di quella donna sempre attenta e precisa, della quale vedeva e apprezzava la personalità e serietà.
Pur ricorrendo, nei dialoghi, uno alla seconda persona singolare e l’altra alla più rispettosa terza, vi era tra i due un rapporto sereno, che non si avvicinava all’amicizia ma che era anche lontano dal mero distacco professionale.
“Nonché mia perenne spina nel fianco”.
Fintamente risentito, si allontanò, per sentirsi dire, alle sue spalle…
“O, forse, la parte buona della sua coscienza che veglia sulla parte dominata dal diavolo”.
Simona potè solo immaginare il sorriso dell’uomo mentre, di spalle, la salutava con la mano.
“Le tue prossime ferie saranno annullate, sappilo”.
“Buona serata, capo”.
Tra qualche giorno sarebbe stato il suo compleanno. Prima di andare all'appuntamento con Fiona e Meddy, passò dal fiorista per farle recapitare, nella data esatta, l’unica che si ricordava senza dover ricorrere all’agenda, un’orchidea.
di
scritto il
2026-02-27
1 1 2
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.