Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 14)
di
Kugher
genere
sadomaso
“Prego signore, dopo di voi. Sarà un piacere cenare in vostra compagnia”.
Arrivò il cameriere dopo che tutti e tre ebbero chiuso il menu.
Mentre ordinarono, Enrico accese il vibratore. Con la coda dell’occhio osservò la reazione della ragazza che cercava di fare finta di nulla.
Non spense lo strumento nemmeno quando toccò a lei fare l’ordinazione.
Fiona guardò stranamente sua figlia senza capire quella voce strana.
Enrico aumentò l’intensità del vibratore. Meddy si era azzittita, cercando di parlare il meno possibile.
La vibrazione cessò quando arrivò il primo piatto per riprendere in attesa del secondo.
Enrico si accorse, nonostante la concentrazione della ragazza per dissimulare tutto, del momento in cui la schiava ebbe l’orgasmo, praticamente davanti a sua madre.
Nonostante avesse appena goduto, provò un fremito al cazzo.
Quando Fiona andò in bagno, Meddy fulminò con gli occhi l’uomo.
“Sei uno stronzo”.
“Questa è la seconda volta che me lo dici, va a finire che ci dovrò credere”.
In quel momento riaccese il vibratore.
“No, no, no, basta, ti prego”.
“Ecco, ti prego è già qualcosa che mi piace di più”.
Ma non lo spense.
“Spegnilo, basta, ti prego. Al prossimo orgasmo non riuscirò a fare finta di niente davanti a mia madre”.
“Dimmi qualcosa che mi possa convincere a non accenderlo”.
“Ti prego, ti prego, ti prego.”
“Questa l’ho già sentita”.
Meddy lo guardò e si sentì eccitare non tanto per l’orgasmo già avuto, quanto per avere capito quale tipo di rapporto era in grado di offrirle quell’uomo, con l’aggiunta della strana situazione che lo vedeva compagno di sua madre e, quindi, scopare anche con lei.
Sapeva lei, così come lo sapeva lui, che si stavano avventurando a camminare sempre più sul filo del rasoio, in bilico su uno stretto sentiero di montagna…e questo era eccitante, tremendamente eccitante, per il dominio, che intuiva essere forte, per il pericolo, per la situazione in generale.
“Sono la tua schiava”.
“Brava, sei la mia schiava. Quando torna tua madre, vai in bagno, togliti l’ovetto e portami le mutandine, le terrò io”.
Al termine della cena, portarono a casa Meddy. Enrico e Fiona andarono via.
“Meddy, non aspettare tua madre, questa notte non torna”.
Quella semplice comunicazione sapeva di ordine a Fiona, ma anche una comunicazione a Meddy circa il possesso di sua madre.
Enrico cominciava a realizzare che quella situazione madre/figlia aveva un ruolo particolare, anche se non determinante, nella causazione delle emozioni.
Era eccitato nuovamente.
Dopo che la ragazza chiuse la portiera dell’auto per dirigersi verso il locale in cui l’aspettavano i suoi amici per la serata, Enrico, immaginando la ragazza senza mutandine per suo ordine, pose la mano tra le cosce di Fiona. La fece salire verso l’alto trovando, come si aspettava, l’assenza delle mutandine.
“Sono stata bene questa sera, grazie per la serata al ristorante”.
Enrico le sorrise ma non le rispose.
Le staccò la cintura, la prese per i capelli e le diresse la bocca sul suo cazzo, mentre si avviava nel traffico, apprezzando la comodità del cambio automatico.
Il traffico era tale di far scorrere le ruote sull’asfalto, anche se lui non aveva fretta, anzi, gli piaceva gustarsi le attenzioni della bocca della donna sul suo cazzo.
Ogni tanto le posava la mano sul capo e lo spingeva verso il basso, fino a sentire i lamenti ai quali non cedeva immediatamente.
Arrivarono ad un semaforo. Il giallo gli avrebbe consentito di accelerare e passare l'incrocio. Invece rallentò e si fermò.
Accanto si fermò un’altra autovettura dalla quale proveniva musica ritmata ad alto volume.
Odiava quella musica e quel volume, come se la condivisione di quel rumore potesse trasmettere chissà quali qualità personali.
Girò il capo e vide il profilo di una ragazza che muoveva appena la testa per tenere il ritmo di quel rumore fastidioso.
La biondina indossava un vestito del quale si vedevano le spalline. Doveva essere alta, oppure il sedile era stato alzato al massimo.
La ragazza, come se sentisse lo sguardo dell’uomo, girò il capo per osservarlo.
Lo guardò e, senza distogliere lo sguardo, gli sorrise, strizzandogli l’occhio destro, pensando, magari, di regalare un'emozione a quel vecchio serioso.
Senza staccare gli occhi dai suoi, Enrico afferrò i capelli di Fiona e le fece alzare il capo, rivelando così la sua presenza e, soprattutto, la sua azione.
Fiona aveva ancora la bocca aperta. Guardò prima Enrico e, seguendo lo sguardo di lui, osservò la ragazza sull’altra auto.
Le sorrise e, con la lingua, pulì un po’ di bava che si sentiva scendere dall’angolo sinistro della bocca.
L’uomo, che non aveva mai mollato la presa sui capelli della donna, le spinse nuovamente il capo sul cazzo.
Girando la testa verso la strada, attese il verde, sicuro di avere ancora tutta l’attenzione di quella ragazza che, pensando di dare emozioni, forse ne aveva ricevuta una.
Arrivò il cameriere dopo che tutti e tre ebbero chiuso il menu.
Mentre ordinarono, Enrico accese il vibratore. Con la coda dell’occhio osservò la reazione della ragazza che cercava di fare finta di nulla.
Non spense lo strumento nemmeno quando toccò a lei fare l’ordinazione.
Fiona guardò stranamente sua figlia senza capire quella voce strana.
Enrico aumentò l’intensità del vibratore. Meddy si era azzittita, cercando di parlare il meno possibile.
La vibrazione cessò quando arrivò il primo piatto per riprendere in attesa del secondo.
Enrico si accorse, nonostante la concentrazione della ragazza per dissimulare tutto, del momento in cui la schiava ebbe l’orgasmo, praticamente davanti a sua madre.
Nonostante avesse appena goduto, provò un fremito al cazzo.
Quando Fiona andò in bagno, Meddy fulminò con gli occhi l’uomo.
“Sei uno stronzo”.
“Questa è la seconda volta che me lo dici, va a finire che ci dovrò credere”.
In quel momento riaccese il vibratore.
“No, no, no, basta, ti prego”.
“Ecco, ti prego è già qualcosa che mi piace di più”.
Ma non lo spense.
“Spegnilo, basta, ti prego. Al prossimo orgasmo non riuscirò a fare finta di niente davanti a mia madre”.
“Dimmi qualcosa che mi possa convincere a non accenderlo”.
“Ti prego, ti prego, ti prego.”
“Questa l’ho già sentita”.
Meddy lo guardò e si sentì eccitare non tanto per l’orgasmo già avuto, quanto per avere capito quale tipo di rapporto era in grado di offrirle quell’uomo, con l’aggiunta della strana situazione che lo vedeva compagno di sua madre e, quindi, scopare anche con lei.
Sapeva lei, così come lo sapeva lui, che si stavano avventurando a camminare sempre più sul filo del rasoio, in bilico su uno stretto sentiero di montagna…e questo era eccitante, tremendamente eccitante, per il dominio, che intuiva essere forte, per il pericolo, per la situazione in generale.
“Sono la tua schiava”.
“Brava, sei la mia schiava. Quando torna tua madre, vai in bagno, togliti l’ovetto e portami le mutandine, le terrò io”.
Al termine della cena, portarono a casa Meddy. Enrico e Fiona andarono via.
“Meddy, non aspettare tua madre, questa notte non torna”.
Quella semplice comunicazione sapeva di ordine a Fiona, ma anche una comunicazione a Meddy circa il possesso di sua madre.
Enrico cominciava a realizzare che quella situazione madre/figlia aveva un ruolo particolare, anche se non determinante, nella causazione delle emozioni.
Era eccitato nuovamente.
Dopo che la ragazza chiuse la portiera dell’auto per dirigersi verso il locale in cui l’aspettavano i suoi amici per la serata, Enrico, immaginando la ragazza senza mutandine per suo ordine, pose la mano tra le cosce di Fiona. La fece salire verso l’alto trovando, come si aspettava, l’assenza delle mutandine.
“Sono stata bene questa sera, grazie per la serata al ristorante”.
Enrico le sorrise ma non le rispose.
Le staccò la cintura, la prese per i capelli e le diresse la bocca sul suo cazzo, mentre si avviava nel traffico, apprezzando la comodità del cambio automatico.
Il traffico era tale di far scorrere le ruote sull’asfalto, anche se lui non aveva fretta, anzi, gli piaceva gustarsi le attenzioni della bocca della donna sul suo cazzo.
Ogni tanto le posava la mano sul capo e lo spingeva verso il basso, fino a sentire i lamenti ai quali non cedeva immediatamente.
Arrivarono ad un semaforo. Il giallo gli avrebbe consentito di accelerare e passare l'incrocio. Invece rallentò e si fermò.
Accanto si fermò un’altra autovettura dalla quale proveniva musica ritmata ad alto volume.
Odiava quella musica e quel volume, come se la condivisione di quel rumore potesse trasmettere chissà quali qualità personali.
Girò il capo e vide il profilo di una ragazza che muoveva appena la testa per tenere il ritmo di quel rumore fastidioso.
La biondina indossava un vestito del quale si vedevano le spalline. Doveva essere alta, oppure il sedile era stato alzato al massimo.
La ragazza, come se sentisse lo sguardo dell’uomo, girò il capo per osservarlo.
Lo guardò e, senza distogliere lo sguardo, gli sorrise, strizzandogli l’occhio destro, pensando, magari, di regalare un'emozione a quel vecchio serioso.
Senza staccare gli occhi dai suoi, Enrico afferrò i capelli di Fiona e le fece alzare il capo, rivelando così la sua presenza e, soprattutto, la sua azione.
Fiona aveva ancora la bocca aperta. Guardò prima Enrico e, seguendo lo sguardo di lui, osservò la ragazza sull’altra auto.
Le sorrise e, con la lingua, pulì un po’ di bava che si sentiva scendere dall’angolo sinistro della bocca.
L’uomo, che non aveva mai mollato la presa sui capelli della donna, le spinse nuovamente il capo sul cazzo.
Girando la testa verso la strada, attese il verde, sicuro di avere ancora tutta l’attenzione di quella ragazza che, pensando di dare emozioni, forse ne aveva ricevuta una.
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