Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 12)

di
genere
sadomaso

Una guancia della ragazza era sul tappeto e l’altra sotto la calzatura. ne avvertiva il ruvido e, ad ogni pressione piede, avvertiva l’umido tra le cosce che partiva dalla bocca dello stomaco.
Avrebbe desiderato che quella scarpa le schiacciasse i seni. Voleva sentire il peso di lui su di sé. Per un attimo desiderò che Enrico le camminasse sopra, usandola come un tappeto.
Invece l’uomo la tolse e si posizionò davanti a lei.
“In ginocchio davanti a me”.
Non si era nemmeno accorta che l’uomo aveva ripreso la posizione iniziale.
Strisciò a terra fino a trovarsi coi suoi piedi di fronte al viso. Si alzò giusto per rimettersi in ginocchio nella posizione che le aveva insegnato.
Aveva dimenticato i polsi uniti dietri alla schiena.
Enrico le prese il capezzolo di sinistra e glielo strizzò forte.
“Manca qualcosa”.
Inizialmente lei non capì, non riuscì a realizzare prontamente in cosa avesse mancato.
Il Padrone strinse ancora più forte.
La tensione la portò a non ricordare. Si sentì investita dal panico e la mente iniziò a viaggiare a mille in cerca della mancanza. le immagini le si accavallavano in testa senza sosta e, soprattutto, senza fermarsi sulla parola giusta.
“I polsi!”.
Obbedì e sentì venir meno il dolore al capezzolo.
Subito dopo, però, lo stesso capezzolo, come l’altro, vennero avvolti da due morsetti che le procurarono altra fitta di dolore. Per cercare di alleviare la sensazione si piegò in avanti col busto, come se cercasse una protezione che avrebbe potuto farle venire meno o anche diminuire ciò che provava.
Istintivamente mosse le mani per metterle a protezione, ma subito si ricordò della posizione che avrebbe dovuto tenere e le rimise al posto, dietro la schiena.
I due morsetti erano tra loro uniti da una catenella, al centro della quale, in corrispondenza dello sterno, si dipartiva altra catenella la cui estremità era in mano al Padrone.
“Succhiami il cazzo”.
Fu compito della schiava aprire i pantaloni, abbassare la cerniera, estrarre il sesso già duro dalle mutande e prenderlo in bocca.
“Quando tiro i morsetti devi aumentare la velocità. Quando calo la tensione devi succhiare più lentamente".
Era una sorta di telecomando. Le veniva sottratta anche l’autonomia del pompino.
Decideva lui tutto.
Si sentì un'improvvisa fitta e, alzandosi appena sulle ginocchia per cercare di andare incontro al dolore attenuando la tensione inutilmente, aumentava il lavoro di lingua, che, subito dopo, diminuiva con lo scemare della tensione della catenella.
E così per lungo tempo. A volte il cambio era più veloce, a volte restava teso o molle più a lungo.
Non c’era un ritmo costante e questo lasciava nella schiava una tensione continua.
Non si accorse nemmeno che il cazzo stava dando i primi segnali dell’orgasmo. Si sentì invadere la bocca di sperma che, abituata, ingoiò tutto.
Al termine, non avendo avuto ordini contrari, tenne il sesso in bocca per asportare le ultime gocce che uscivano con il venir meno della tensione.
Il Padrone le accarezzò la testa, come fosse un cane, eppure quel “brava” pronunciato con soddisfazione di chi è stato servito bene, le diede piacere.
“Fronte a terra e culo in alto”.
Ubbidì e l’uomo le infilò nella figa un ovetto vibratore.
“Rimettiti le mutandine, vestiti che dobbiamo andare”.
di
scritto il
2026-03-06
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