La fabbrica abbandonata (parte 5)

di
genere
sadomaso

(Oggi)
All’interno della fabbrica abbandonata, almeno, non c’erano arbusti. Regnava il cemento a terra, dove prima erano posate le macchine industriali.
Erano ancora visibili tracce di grasso vecchio, penetrato nel pavimento che, in molti punti, era rotto. Alle pareti qualche traccia di piastrelle ancora intatte, mentre tante erano a terra, rotte, forse cadute perché la colla aveva ceduto, forse rotte dai ragazzi che le miravano con la fionda.
I pilastri erano rovinati ed in alto ancora stavano appesi i fili che reggevano le lampade per illuminare il lavoro, risultando inutili, nelle sere invernali, le ampie finestre alle pareti, prive di vetri alcune e, altre, con i vetri rotti, forse centrati anch’essi dalle fionde o dal trascorrere del tempo.
Arianna aveva ormai la pelle quasi insensibile al fresco. Ciò che sentiva serviva solo a meglio evidenziare il contrasto con i due Padroni vestiti, pantaloni lunghi e camicia con le maniche arrotolate. Tessuti leggeri, sufficienti a trattenere quel giusto calore utile a scaldare la pelle.
La luce della luna trasmetteva la sensazione di clandestinità, come ladri che si muovono al tenue chiarore tra i locali di un posto nel quale non dovrebbero essere, testimone del loro piacere e della loro trasgressione, posto complice delle emozioni, con la sensazione e la possibilità che altri, sconosciuti visitatori, possano essere presenti e nascosti nel sentirli arrivare, voyeurs di ciò che stava accadendo e sarebbe accaduto.
Fabrizio si fermò e attirò a sé la schiava.
Il pollice nella bocca umida della donna bagnò, uscendo, il mento, per portare la mano a stringere il collo, come se il collare non fosse sufficiente a dichiarare il suo potere su di lei, ferma, immobile, con lo sguardo fisso sul quello dell’uomo, per osservare la sua lussuria e l’anticipazione del piacere, la sua arroganza. Per un attimo il suo orgoglio fece capolino per cedere poi all’umido tra le cosce che sentiva bagnate, in attesa di quella mano che scese al seno per strizzare il capezzolo e poi giù, lungo il ventre, il fianco, per arrivare, finalmente, ad insinuarsi nel debole tessuto delle mutandine, nelle quali si infilò per mettere un dito nella figa che trovò come si aspettava.
L’umido nel sesso trasmise agli occhi dell’uomo ulteriore anticipazione che, a sua volta, venne assorbita dagli occhi di Arianna.
Arturo aveva la mano sul culo della donna. Anche lui volle raggiungere la figa mentre il suo petto aderiva alla schiena di quel corpo femminile.
Per lui Arianna non aveva una storia, non ne conosceva le emozioni e lei non conosceva le sue, nulla sapevano l’uno dell’altra, di cosa li spingeva, di cosa provavano. Non avevano in comune tra loro la storia di momenti vissuti assieme, carichi di emozioni.
L’uno per l’altra, quella sera, erano solo corpi, figa, cazzo, frusta.
Arturo la spinse da dietro, appoggiato a lei che era appoggiata a Fabrizio, stretta tra i due.
Arianna e fabrizio potevano guardarsi, vedersi, sentirsi, annusarsi perché, loro avevano una storia, una condivisione di emozioni e di piaceri, una storia di un rapporto quasi tutto incentrato sulle loro esigenze sessuali, sulla soddisfazione di ciò che il reciproco specchio rifletteva, essendo l’una l’esigenza speculare dell’altro. Tre anni in cui si erano sconosciuti e avevano sperimentato emozioni sempre nuove, alla ricerca di ciò che il marito di Arianna aveva respinto, scioccato quando aveva scoperto le esigenza della moglie, in un rapporto che già aveva buchi grossi dai quali tutto usciva e nulla entrava a colmare ciò che stavano reciprocamente perdendo.
“Andiamo a fare un giro in questo luogo, cagna”.
Fabrizio spinse a terra la donna, facendola mettere a 4 zampe e tirando il guinzaglio per ordinarle di procedere.
Arianna non si lamentò del dolore alle ginocchia e alle mani su quel pavimento sconnesso pieno di terra, mattoni rotti, sassolini.
Il movimento non era fluido, modificato dal dolore che provava ma che non la fermava, quel dolore che dalle ginocchia le andava in testa prima e, poi, le amplificava l’esigenza di sottomissione, le si scatenava dentro occupando ogni millimetro del suo pensiero e delle sue emozioni, tutte concentrate su quel dolore che la assorbiva interamente ma che non era in grado di fermare la sua necessità di seguire quel guinzaglio, osservando le scarpe dell’uomo che procedevano sicure su quel pavimento che a lei destinava sassi e dolore alle ginocchia.
Il frustino di Arturo era utile solo al piacere e non al suo incedere che nulla guadagnava ad ogni colpo, il cui suono si riverberava in quei locali, sbattendo contro le pareti e ritornando alle loro orecchie, magari udibile da qualcuno nascosto che li stava osservando.
Fabrizio l’aveva portata davanti ad altro locale, le cui due pareti erano occupate da vetri, per consentire a chi stava a quelle scrivanie abbandonate, oggi senza sedie, di osservare il lavoro altrui.
Si sedette cavalcioni sulla schiava procurando una fitta di dolore ed un grido che si trasmise immediatamente al cazzo del suo cavaliere.
Fabrizio tenne teso il guinzaglio e impugnò i capelli, che nulla conservavano della cura messa dalla schiava prima di uscire per renderli e rendersi piacevole ed eccitante.
Tirò indietro per farle alzare la testa, forzandole appena il collo.
Le fece girare il viso sugli spazi vuoti che avevano conquistato e che per quella notte sarebbero stati i loro.
Voleva che Arianna guardasse bene dove si trovavano. In silenzio attese un segno che gli fece capire che la schiava si era resa conto dove l’aveva portata.
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2026-01-26
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