Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 19)

di
genere
sadomaso

Meddy leccava le palle e pensava, pensava, pensava a quello che avrebbe potuto accadere.
Non aveva chiesto nulla fidando su informazioni che il Padrone le avrebbe dato. Non avrebbe potuto essere così folle.
Non poteva farlo!
Non doveva farlo!
Non avrebbe sicuramente fatto entrare sua madre mentre la stava usando come schiava e partecipare, così, ad una cosa a tre.
Il tempo passava e lui taceva, anzi, sembrava non voler smettere dall’uso della candela e della sua lingua sulle palle.
Non se la sentiva, però, di chiedere.
Si era fidata e abbandonata, cedendo sempre più il potere su di sé, consegnandolo a lui.
Cazzo! quella sera stessa gli aveva fatto da carta igienica, con la promessa, una volta abituata, che non gli avrebbe fatto fare figuracce.
Eppure non aveva chiesto nulla, anzi, aveva ascoltato e si era eccitata per l’uso che avrebbe potuto fare di lei.
Ma la madre no!
Eppure non osava chiedere. Taceva, leccava, ubbidiva agli ordini e riusciva pure ad eccitarsi per il dolore che la cera calda distribuiva sul suo corpo.
Il fatto che non se la sentisse di chiedere la faceva sentire ancor più schiava, pur nella paura, oppure anche grazie alla paura di ciò che avrebbe potuto accadere.
Fiona suonò alla porta.
Enrico la fece attendere 10 minuti.
Poi, finalmente, andò ad aprirle, nudo, con il cazzo ancora duro per l’eccitazione che Meddy gli aveva procurato.
Se ne era ben guardato dal metterglielo in bocca, perchè quella giovane schiava ci sapeva fare con la lingua e, temeva, l’avrebbe portato subito all’orgasmo.
“Spogliati, in fretta”.
Già all’ingresso, ancor prima di chiudere la porta, aveva iniziato a spogliarla, mentre Fiona impugnava il suo cazzo e cominciava a muovere le mani.
“Ferma! muovi piano che non voglio godere!”
“Ma quanto cazzo sei eccitato! Sei così da quando mi hai chiamato?”
“Anche da prima, se è per questo, da molto prima”.
“Cosa ti è successo?”
In cuor suo non sapeva cosa pensare. La sua maledetta gelosia che la mandava alla testa, le imponeva di pensare che ci fosse di mezzo un’altra donna. Tuttavia, se così fosse stato, avrebbe scopato l'altra, a meno che l’altra avesse dovuto andarsene in fretta perché chiamata dal marito.
Non sapeva più cosa pensare. Alla fine decise, seppur con un angolo di timore, di pensare che fosse eccitato per lei, che lui era suo e che nessuna avrebbe potuto portarglielo via.
Lei stessa, appena nuda, si inginocchiò per prenderglielo in bocca.
Cazzo quanto gli piaceva che glielo succhiassero.
Fiona aveva imparato a succhiarlo bene, a toccare con la lingua i posti giusti nel modo giusto. Sua figlia, invece, si era dimostrata abile sin dalla prima volta che gli aveva fatto un pompino.
Enrico le prese la testa e, mentre Fiona era in ginocchio e glielo succhiava, iniziò a camminare verso la camera da letto, dove c’era Meddy.
Fiona faceva fatica a camminare come i gamberi, senza vedere dove stesse andando e, soprattutto, senza fare uscire il cazzo dalla bocca.
“Guai a te se lo perdi! Venti frustate non te le toglie nessuno”.
Fiona sapeva che quando era così eccitato, sarebbe stato capace di mantenere la promessa, o la minaccia.
A fatica, ci riuscì. Solo una volta, passando attraverso la porta, urtò con il piede contro lo stipite e rischiò di farlo uscire dalla bocca.
Enrico intervenne subito, avendo visto che aveva una direzione errata. Le tenne stretta la testa e, ristabilita la posizione, le diede uno schiaffo.
Si fermò un attimo e le strizzò forte il capezzolo, fino a farla gemere.
“Stai attenta puttanella”.
Finalmente, sempre procedendo in quel modo scomodo e tutta concentrata sull’azione del pompino, Fiona capì di essere arrivata nella stanza da letto.
Trovò strano che lui volesse cominciare da quel locale. Solitamente preferiva in sala, dove lei avrebbe potuto stare inginocchiata e lui seduto in poltrona con il cazzo svettante.
Lei non lo sapeva, ma in quella stanza c’era Meddy, legata!
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scritto il
2026-03-13
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