Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 10)
di
Kugher
genere
sadomaso
La porta davanti ad una Meddy in attesa e sempre più in ansia, si aprì senza che lei avesse sentito i passi avvicinarsi.
Non fece nemmeno in tempo a salutare.
“Sei in ritardo di 6 minuti…”
La frase era stata pronunciata come se avesse dovuto proseguire, invece Enrico si era fermato e si era diretto verso una poltrona in pelle marrone scura, vissuta ma non rovinata, nella parte dell’ufficio dedicata agli ospiti o ai clienti importanti.
L’ampio locale aveva due poltrone ed un divano destinato, evidentemente, a fare accomodare quegli ospiti che venivano trattati come tali e non come clienti o collaboratori di grado inferiore che, probabilmente, venivano fatti accomodare alla scrivania.
Si guardò velocemente intorno e vide quadri evidentemente dipinti a mano e non semplici stampe, un armadio in legno massiccio, così come erano di buona fattura le poltrone ed il tavolino.
Nell’area in cui si trovava vi era un tappeto colorato ma senza eccessi.
“Ho trovato traffico e..”
“Non mi interessa. Stai in piedi”.
Enrico era già seduto e lei aveva cercato di imitarlo.
L’uomo sin dalle prime battute aveva messo le cose in chiaro nel loro rapporto, non basato sulla cordialità, almeno nei momenti in cui avrebbe prevalso l’aspetto erotico.
Lei non era lì per fare due chiacchiere o trovare un amico, lo sapeva benissimo.
Non sapeva come lui avrebbe impostato la situazione e, ora, ne aveva una idea.
Si sentiva la mente in un turbinio.
Capiva che quella situazione era diversa dalle volte in cui aveva giocato alla schiava.
Si sentiva come davanti ad una porta che aveva appena oltrepassato e stava ferma, sulla soglia, ad osservare, intimorita, quell’ambiente per lei nuovo, nel quale trovava parti della sua anima che vedeva come se lei fosse terza, rispetto ad essa, potendone ammirare tutte le nitidezze e le luci, benché, in altra parte della stanza, la stessa anima fosse ancora nascosta sotto un velo che uno dei due avrebbe sollevato.
Sentiva emozioni che riconosceva, così come collocava le precedenti esperienze come semplici schermaglie, giochi che l'avevano preparata a quella esperienza, in quella stanza, davanti a quell’uomo che lei temeva non tanto per ciò (o per chi) era, ma perché sapeva che rappresentava ciò che di lei non aveva mai voluto scoprire.
In quel momento pensò solamente a sé stesse e alle proprie emozioni, dimentica di mamma, dell’appuntamento al ristorante. Sapeva che quell’uomo era il compagno di sua madre e questo lo collocava in altro gradino, più alto o più basso non aveva importanza, ma non erano sullo stesso piano. Quella frequentazione lo teneva distante sotto certi aspetti e, sotto altri, più vicino, come se avesse diritto di avere accesso ad una parte che lei scoprì di voler rivelare.
Mentre l’uomo la guardava come fosse un animale appena acquistato alla fiera, un nuovo giocattolino, un oggetto di proprietà, non resse lo sguardo e lo abbassò.
Non si rese nemmeno conto di unire le mani davanti al pube. Non era da lei, abituata a gestire la situazione o, almeno, a non farsi solo gestire dal partner, giocando con lui nel creare le situazioni.
“I polsi uniti dietro la schiena”.
L’ordine le arrivò come una frustata e solo in quel momento si rese conto della posizione delle mani a protezione illusoria del suo sesso e, con esso, della propria posizione di persona libera delle proprie scelte.
Non ci pensò un attimo ed ubbidì.
Fu quella un'azione figlia del tempo trascorso dal primo momento in cui era stata inginocchiata davanti a lui. Da quel momento mille erano stati i pensieri, consolidati dagli incontri successivi che le fecero delineare meglio il personaggio e le sue esigenze.
Non seppe quanto tempo passò prima di sentire l’ordine di spogliarsi.
Quell’azione le apparteneva, sapendo quanto un uomo fosse sensibile al momento in cui una donna si denuda.
Fece scorrere la lampo del nero vestito aderente, posta dietro in corrispondenza della schiena.
Si abbassò le spalline dando la conferma che non indossava il reggiseno.
Fece scendere il vestito. Per agevolare la discesa dello stesso ai piedi, cominciò a muovere i fianchi, fino a che l'abito non superò quella parte anatomica e scese a terra.
Sollevò prima un gamba e poi l’altra, per spingerlo via con un movimento del piede, come se volesse allontanare ogni difesa o remora, dando maggior forza alla sua nudità.
Ritornò in posizione eretta, ferma, vestita solo di autoreggenti, scarpe tacco 12 e mutandine, nere, poco più di un perizoma.
I polsi tornarono dietro alla schiena.
L’ansia era salita e si sentiva, ovviamente, maggiormente esposta ma, paradossalmente, più a suo agio, in quanto erano definitivamente entrati nella dimensione che li accomuna e che entrambi avevano evidentemente desiderato e atteso.
Nessuno dei due, al momento, si ricordava che di lì a poco avrebbero raggiunto la madre della ragazza al ristorante.
“Girati su te stessa”.
La ragazza eseguì lentamente, sapendo muovere bene gambe, anche, natiche e busto esponendo i seni nella parte della rotazione che li poneva di profilo.
La testa, china, fu l’ultima parte a girarsi, come se volesse che lui potesse osservarle gli occhi fino all’ultimo e, girandola unitamente al corpo, essere maggiormente sensuale muovendo la massa di capelli, sottraendo il viso alla sua vista il meno possibile, per ritornare, quanto prima, con lo sguardo basso davanti a lui.
Restò di spalle quel tanto per farsi ammirare. Prima di completare la rotazione e ritornare di fronte all'uomo, al Padrone, ancheggiò appena per evidenziare le natiche piene, con quelle mutandine che, messe a protezione, adesso avevano la funzione di renderla più nuda.
Si sentiva ammirata e, adesso, sempre più nel suo ambiente anche se, a differenza del solito, non sentiva che la sua bellezza le dava il potere di gestire quella situazione che, invece, sapeva che avrebbe subito.
“Togliti le mutandine e mettiti in ginocchio”.
Ogni ordine era una frustata nella sua mente.
Non fece nemmeno in tempo a salutare.
“Sei in ritardo di 6 minuti…”
La frase era stata pronunciata come se avesse dovuto proseguire, invece Enrico si era fermato e si era diretto verso una poltrona in pelle marrone scura, vissuta ma non rovinata, nella parte dell’ufficio dedicata agli ospiti o ai clienti importanti.
L’ampio locale aveva due poltrone ed un divano destinato, evidentemente, a fare accomodare quegli ospiti che venivano trattati come tali e non come clienti o collaboratori di grado inferiore che, probabilmente, venivano fatti accomodare alla scrivania.
Si guardò velocemente intorno e vide quadri evidentemente dipinti a mano e non semplici stampe, un armadio in legno massiccio, così come erano di buona fattura le poltrone ed il tavolino.
Nell’area in cui si trovava vi era un tappeto colorato ma senza eccessi.
“Ho trovato traffico e..”
“Non mi interessa. Stai in piedi”.
Enrico era già seduto e lei aveva cercato di imitarlo.
L’uomo sin dalle prime battute aveva messo le cose in chiaro nel loro rapporto, non basato sulla cordialità, almeno nei momenti in cui avrebbe prevalso l’aspetto erotico.
Lei non era lì per fare due chiacchiere o trovare un amico, lo sapeva benissimo.
Non sapeva come lui avrebbe impostato la situazione e, ora, ne aveva una idea.
Si sentiva la mente in un turbinio.
Capiva che quella situazione era diversa dalle volte in cui aveva giocato alla schiava.
Si sentiva come davanti ad una porta che aveva appena oltrepassato e stava ferma, sulla soglia, ad osservare, intimorita, quell’ambiente per lei nuovo, nel quale trovava parti della sua anima che vedeva come se lei fosse terza, rispetto ad essa, potendone ammirare tutte le nitidezze e le luci, benché, in altra parte della stanza, la stessa anima fosse ancora nascosta sotto un velo che uno dei due avrebbe sollevato.
Sentiva emozioni che riconosceva, così come collocava le precedenti esperienze come semplici schermaglie, giochi che l'avevano preparata a quella esperienza, in quella stanza, davanti a quell’uomo che lei temeva non tanto per ciò (o per chi) era, ma perché sapeva che rappresentava ciò che di lei non aveva mai voluto scoprire.
In quel momento pensò solamente a sé stesse e alle proprie emozioni, dimentica di mamma, dell’appuntamento al ristorante. Sapeva che quell’uomo era il compagno di sua madre e questo lo collocava in altro gradino, più alto o più basso non aveva importanza, ma non erano sullo stesso piano. Quella frequentazione lo teneva distante sotto certi aspetti e, sotto altri, più vicino, come se avesse diritto di avere accesso ad una parte che lei scoprì di voler rivelare.
Mentre l’uomo la guardava come fosse un animale appena acquistato alla fiera, un nuovo giocattolino, un oggetto di proprietà, non resse lo sguardo e lo abbassò.
Non si rese nemmeno conto di unire le mani davanti al pube. Non era da lei, abituata a gestire la situazione o, almeno, a non farsi solo gestire dal partner, giocando con lui nel creare le situazioni.
“I polsi uniti dietro la schiena”.
L’ordine le arrivò come una frustata e solo in quel momento si rese conto della posizione delle mani a protezione illusoria del suo sesso e, con esso, della propria posizione di persona libera delle proprie scelte.
Non ci pensò un attimo ed ubbidì.
Fu quella un'azione figlia del tempo trascorso dal primo momento in cui era stata inginocchiata davanti a lui. Da quel momento mille erano stati i pensieri, consolidati dagli incontri successivi che le fecero delineare meglio il personaggio e le sue esigenze.
Non seppe quanto tempo passò prima di sentire l’ordine di spogliarsi.
Quell’azione le apparteneva, sapendo quanto un uomo fosse sensibile al momento in cui una donna si denuda.
Fece scorrere la lampo del nero vestito aderente, posta dietro in corrispondenza della schiena.
Si abbassò le spalline dando la conferma che non indossava il reggiseno.
Fece scendere il vestito. Per agevolare la discesa dello stesso ai piedi, cominciò a muovere i fianchi, fino a che l'abito non superò quella parte anatomica e scese a terra.
Sollevò prima un gamba e poi l’altra, per spingerlo via con un movimento del piede, come se volesse allontanare ogni difesa o remora, dando maggior forza alla sua nudità.
Ritornò in posizione eretta, ferma, vestita solo di autoreggenti, scarpe tacco 12 e mutandine, nere, poco più di un perizoma.
I polsi tornarono dietro alla schiena.
L’ansia era salita e si sentiva, ovviamente, maggiormente esposta ma, paradossalmente, più a suo agio, in quanto erano definitivamente entrati nella dimensione che li accomuna e che entrambi avevano evidentemente desiderato e atteso.
Nessuno dei due, al momento, si ricordava che di lì a poco avrebbero raggiunto la madre della ragazza al ristorante.
“Girati su te stessa”.
La ragazza eseguì lentamente, sapendo muovere bene gambe, anche, natiche e busto esponendo i seni nella parte della rotazione che li poneva di profilo.
La testa, china, fu l’ultima parte a girarsi, come se volesse che lui potesse osservarle gli occhi fino all’ultimo e, girandola unitamente al corpo, essere maggiormente sensuale muovendo la massa di capelli, sottraendo il viso alla sua vista il meno possibile, per ritornare, quanto prima, con lo sguardo basso davanti a lui.
Restò di spalle quel tanto per farsi ammirare. Prima di completare la rotazione e ritornare di fronte all'uomo, al Padrone, ancheggiò appena per evidenziare le natiche piene, con quelle mutandine che, messe a protezione, adesso avevano la funzione di renderla più nuda.
Si sentiva ammirata e, adesso, sempre più nel suo ambiente anche se, a differenza del solito, non sentiva che la sua bellezza le dava il potere di gestire quella situazione che, invece, sapeva che avrebbe subito.
“Togliti le mutandine e mettiti in ginocchio”.
Ogni ordine era una frustata nella sua mente.
2
voti
voti
valutazione
5.5
5.5
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 9)
Commenti dei lettori al racconto erotico