Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 8)
di
Kugher
genere
sadomaso
“Sì, servimi”.
Le parole possono assumere altro significato se correttamente si interpreta il tono, lo sguardo e la tensione che nasce nella voce.
Meddy guardò l’uomo, fermandosi immobile come se il tempo dovesse assumere una dilatazione sua propria nel corso della quale le viscere e le emozioni si sostituiscono alla parte raziocinante.
La ragazza, così come Enrico, capì che era quello il momento in cui il campo, da coltivato, divenne minato e, entrambi, decisero di avventurarvisi.
“Cosa vuoi che ti serva?”
“Portami del vino”.
Era cambiato il tono di entrambi, ormai dimentichi che stavano aspettando Fiona, solo concentrati in quell'attimo che divenne sospeso, come se quello fosse il solo motivo della presenza di entrambi in quella casa.
Il vassoio utilizzato per portare il bicchiere, aveva una piccola tovaglietta, inutile per il servizio in sé, utile per dimostrare la cura e l’interesse.
Volendo fingere un divertimento, ma con lo scopo di gettare l’amo, Meddy tenne le gambe rigide e piegò il busto in avanti.
“Ecco a te”.
Il suo sorriso, all’estremità della bocca, poteva avere angoli bui, interpretabile in diversi modi.
“Il servizio completo ti vede inginocchiata”.
Il tono di Enrico non era scherzoso e, anzi, trapelava qualcosa di impalpabile che sapeva di erotismo, quello cresciuto col tempo.
Entrambi sapevano che stavano vivendo il momento dell’innesco.
Lo sguardo di Meddy cambiò e pose le ginocchia a terra, abbassando istintivamente il capo.
Enrico, provando quell’eccitazione che parte dal tremolio alla bocca dello stomaco che trasmette vibrazioni all’inguine, si servì.
“Brava”.
Meddy fece per alzarsi.
“Ferma, aspetta che io finisca”.
Nessuno dei due stava pensando a Fiona, anche se la sua presenza aleggiava comunque nell’aria, rendendo all’attimo che stavano vivendo quel senso di divieto che alimenta maggiormente il desiderio e la voglia.
La ragazza restò immobile, seduta sui talloni, in attesa.
Il silenzio era pieno di mille pensieri e sensazioni. L’aria era carica di ossigeno che alimentò il combustibile dell’eccitazione.
Meddy stava provando un tremolio che le arrivava alle gambe, vivendo una situazione insolita, magari voluta ma non prevista per quella giornata, con il pensiero di mamma che poteva arrivare da un momento all’altro, nei confronti di persona che era destinata ad avere un ruolo particolare in quella famiglia.
Enrico posò il bicchiere sul vassoio tenuto offerto dalla ragazza che, però, non si alzò.
Le diede sul capo quella carezza che si destina ai cani e, da lì, la mano passò al seno.
Non lo strinse, ma il gesto è quello tipico di chi tocca, anche con leggerezza, ciò che gli appartiene.
Sentirono le chiavi girare nella serratura e, da lontano, il saluto di Fiona che annunciava il suo arrivo.
“Sono in ritardissimo. E’ già arrivato Enrico?"
L’uomo, prima di togliere la mano, strizzò appena il seno.
Meddy, rossa in viso, si alzò e, riposti vassoio e bicchiere, si infilò le scarpe avendo cura di non essere vista in viso dalla madre mentre, salutando entrambi, usciva.
“Eccoti. Sei qui da molto? dai che mi farò perdonare per il ritardo”.
Fiona, sentita la porta di casa che si chiudeva, si avvicinò ad Enrico, si alzò la gonna e andò a sedersi cavalcioni sulle gambe dell’uomo. Lo baciò in bocca.
Sentendo duro sotto di lei, provò un moto di orgoglio pensando, erroneamente, che quel turgore fosse stato generato dalla sua sola presenza. Spostò le mutandine. Enrico aprì i pantaloni per liberarsi il cazzo e penetrò la donna, scopandola con ardore pensando a Meddy.
“Sei un porco…eri già pronto in mia attesa”.
La donna si calava ripetutamente sul cazzo, nella illusoria convinzione che fosse in quello stato per lei.
Godendo, Enrico chiuse gli occhi e immaginò il suo cazzo nella bocca di Meddy mentre la teneva vicina a sé a mezzo del guinzaglio corto.
Le parole possono assumere altro significato se correttamente si interpreta il tono, lo sguardo e la tensione che nasce nella voce.
Meddy guardò l’uomo, fermandosi immobile come se il tempo dovesse assumere una dilatazione sua propria nel corso della quale le viscere e le emozioni si sostituiscono alla parte raziocinante.
La ragazza, così come Enrico, capì che era quello il momento in cui il campo, da coltivato, divenne minato e, entrambi, decisero di avventurarvisi.
“Cosa vuoi che ti serva?”
“Portami del vino”.
Era cambiato il tono di entrambi, ormai dimentichi che stavano aspettando Fiona, solo concentrati in quell'attimo che divenne sospeso, come se quello fosse il solo motivo della presenza di entrambi in quella casa.
Il vassoio utilizzato per portare il bicchiere, aveva una piccola tovaglietta, inutile per il servizio in sé, utile per dimostrare la cura e l’interesse.
Volendo fingere un divertimento, ma con lo scopo di gettare l’amo, Meddy tenne le gambe rigide e piegò il busto in avanti.
“Ecco a te”.
Il suo sorriso, all’estremità della bocca, poteva avere angoli bui, interpretabile in diversi modi.
“Il servizio completo ti vede inginocchiata”.
Il tono di Enrico non era scherzoso e, anzi, trapelava qualcosa di impalpabile che sapeva di erotismo, quello cresciuto col tempo.
Entrambi sapevano che stavano vivendo il momento dell’innesco.
Lo sguardo di Meddy cambiò e pose le ginocchia a terra, abbassando istintivamente il capo.
Enrico, provando quell’eccitazione che parte dal tremolio alla bocca dello stomaco che trasmette vibrazioni all’inguine, si servì.
“Brava”.
Meddy fece per alzarsi.
“Ferma, aspetta che io finisca”.
Nessuno dei due stava pensando a Fiona, anche se la sua presenza aleggiava comunque nell’aria, rendendo all’attimo che stavano vivendo quel senso di divieto che alimenta maggiormente il desiderio e la voglia.
La ragazza restò immobile, seduta sui talloni, in attesa.
Il silenzio era pieno di mille pensieri e sensazioni. L’aria era carica di ossigeno che alimentò il combustibile dell’eccitazione.
Meddy stava provando un tremolio che le arrivava alle gambe, vivendo una situazione insolita, magari voluta ma non prevista per quella giornata, con il pensiero di mamma che poteva arrivare da un momento all’altro, nei confronti di persona che era destinata ad avere un ruolo particolare in quella famiglia.
Enrico posò il bicchiere sul vassoio tenuto offerto dalla ragazza che, però, non si alzò.
Le diede sul capo quella carezza che si destina ai cani e, da lì, la mano passò al seno.
Non lo strinse, ma il gesto è quello tipico di chi tocca, anche con leggerezza, ciò che gli appartiene.
Sentirono le chiavi girare nella serratura e, da lontano, il saluto di Fiona che annunciava il suo arrivo.
“Sono in ritardissimo. E’ già arrivato Enrico?"
L’uomo, prima di togliere la mano, strizzò appena il seno.
Meddy, rossa in viso, si alzò e, riposti vassoio e bicchiere, si infilò le scarpe avendo cura di non essere vista in viso dalla madre mentre, salutando entrambi, usciva.
“Eccoti. Sei qui da molto? dai che mi farò perdonare per il ritardo”.
Fiona, sentita la porta di casa che si chiudeva, si avvicinò ad Enrico, si alzò la gonna e andò a sedersi cavalcioni sulle gambe dell’uomo. Lo baciò in bocca.
Sentendo duro sotto di lei, provò un moto di orgoglio pensando, erroneamente, che quel turgore fosse stato generato dalla sua sola presenza. Spostò le mutandine. Enrico aprì i pantaloni per liberarsi il cazzo e penetrò la donna, scopandola con ardore pensando a Meddy.
“Sei un porco…eri già pronto in mia attesa”.
La donna si calava ripetutamente sul cazzo, nella illusoria convinzione che fosse in quello stato per lei.
Godendo, Enrico chiuse gli occhi e immaginò il suo cazzo nella bocca di Meddy mentre la teneva vicina a sé a mezzo del guinzaglio corto.
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