Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 11)

di
genere
sadomaso

“Togliti le mutandine e mettiti in ginocchio”.
Meddy si chinò per abbassarsi le mutandine, quasi dispiaciuta di non voltare le spalle all’uomo che, in quel caso, avrebbe potuto ammirarle il culo che, per levarsi l’indumento, avrebbe saputo far scodinzolare appena.
Alzò prima un piede e poi l'altro con tutta la sensualità di cui era capace.
“Dammele”.
Si sarebbe aspettata che le annusasse, invece le mise sul bracciolo della poltrona ed attese che si inginocchiasse.
“Schiena dritta, cosce appena aperte, polsi dietro la schiena, seno esposto, testa china”.
Il tono le trasmise la sensazione che quella fosse la posizione da tenere non solo in quella occasione, ma ogni qual volta si fosse inginocchiata.
Enrico le camminò intorno, per ammirarla ai suoi piedi.
Si fermò davanti a lei e le mise al collo un collare da cani prendendolo dal tavolino. Era lì, esposto, sin da quando lei era entrata, eppure non lo aveva visto, così come prima di quel momento, non aveva visto sé stessa, benché fosse lì solo da osservare.
Il battito del cuore le salì immediatamente tale era la forza di quell’atto.
Meddy era ancora avvolta dal turbinio di sensazioni che avevano preso il posto dei pensieri, troppo razionali in quel momento in cui il cuore sembrava che fosse in ogni parte del corpo, tanto il battito era forte.
Subito dopo lo vide piegarsi in avanti e attaccare il moschettone del guinzaglio di pelle intrecciata che terminava con una grossa asola, idonea a far passare il polso per tenerlo bene con una mano.
Senza dire una parola l’uomo iniziò a camminare tirando il guinzaglio. Meddy fece per alzarsi. Enrico se lo aspettava e, infatti, fu pronto a tirare verso il basso il guinzaglio e a colpirla con l’asola dello stesso sulla schiena.
“Giù, cagna”.
L’appellativo le indicò anche il modo in cui avrebbe dovuto seguirlo.
Pur ancora nel vortice di emozioni, riacquistò la lucidità tale per muoversi ancheggiando, cercando di eccitare il suo Padrone e di rendergli piacevole la vista.
Meddy pensò che, così facendo, lui l’avrebbe vista. Solo dopo, a mente fredda, avrebbe capito che quell’ancheggiamento serviva a sé stessa, per sentirsi come voleva essere.
“Brava”.
La portò di lato alla poltrona che l’aveva ospitato e le fece appoggiare le mani sul bracciolo, restando in ginocchio ed esponendo la schiena.
“Hai ritardato di sei minuti”.
Mentre pronunciava quella frase, si sfilò la cinghia.
Meddy capì subito cosa stava per accadere.
Era stata cinghiata poche volte, per gioco, molto piano.
Ebbe paura anche se si aspettava che sarebbe successo, prima o poi.
Ecco, doveva accadere più prima, che poi.
Il Padrone le mise in bocca le sue stesse mutandine così che potesse sentire il gusto del suo stesso desiderio.
Si pose dietro di lei e la fece attendere il tempo necessario per vederla tremare per l’ansia.
Il primo colpo le scatenò una reazione forte, di dolore, il primo dolore che provava per una frustata vera, una frustata da schiava, data al centro della schiena, a metà dei polmoni.
Tutte e sei le frustate arrivarono lì.
Solo dopo avrebbe potuto osservare le sei strisce della larghezza di quella cinghia che, con calma, mentre lei era stesa a terra per riprendersi da quella che, sapeva, sarebbe stata solo la prima esperienza col dolore, il Padrone si infilò nei passanti dei pantaloni, tenendole una scarpa sul viso.
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2026-03-05
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