Meddy, schiava del compagno di mamma (parte 7)

di
genere
sadomaso

Enrico ebbe modo di incontrare ancora Meddy alla presenza della madre di questa, ma quella scintilla nella parte impalpabile che ospita l’erotismo, si trasformava sempre più in un piccolo fuoco, che si alimentava con gli sguardi, con i tocchi fugaci tra i corpi, con le parole, il servizio a tavola in cui la cortesia viene vista dal dominante come un particolare atto e tale viene trasmesso a chi porge il piatto che, a sua volta, recepisce la sensazione trasmessa da chi sta seduto.
Il tutto in un gioco di sguardi e di segnali del corpo che Fiona non avvertiva.
Gli affari che attengono alle emozioni e all’erotismo, rischiano sempre di trasformarsi da terreno incolto a campo minato, se non fermato subito.
Nel frattempo, infatti, il subconscio emerge sempre più verso la parte conscia e le sensazioni prima provate per caso, poi vengono desiderate, cercate e, in ultimo, provocate, in un crescendo tale per cui si arriva ad un punto in cui la cosa non può più essere fermata.
Gli sguardi, le frasi, le posture, avvenivano, per tacito accordo, nei momenti in cui Fiona non se ne sarebbe potuta accorgere, in quanto Enrico e Meddy sapevano cosa si celava dietro ai singoli fatti o atti che, presi singolarmente, altro non erano che accadimenti neutri.
Così, come negli incendi, accade che combustibile e comburente siano ad una soglia tale in cui un piccolissimo innesco genera ciò che a lungo le parti hanno prima inconsciamente e poi consciamente preparato, facendo affidamento su una complicità mai espressa, ma data per scontata, a seguito delle reazioni ai singoli atti.
L’innesco può derivare da un caso che, comunque, è latente, nel senso che è sempre pronto ed aspetta solo di poter accadere.
Il caso avvenne un giorno in cui Fiona doveva ancora rientrare a casa. Enrico, che nel frattempo aveva iniziato a frequentare l’abitazione, a lui preclusa e non ricercata prima di conoscere Meddy, era arrivato in anticipo.
Meddy si stava preparando per uscire. Era quasi pronta, mancavano scarpe, cellulare e borsetta. L’abbigliamento era comodo ma idoneo a fare apprezzare il giovane e atletico corpo della ragazza, alla quale non dispiaceva un minimo di esibizionismo.
Meddy si affacciò alla porta della sala appoggiandosi allo stipite, e rivelando solo una parte del corpo.
“Posso servirti qualcosa mentre attendi mamma?”.
Enrico era seduto in poltrona. Il verbo “servire”, pronunciato da una bella donna, gli procurava sempre una piacevole emozione. In quel caso il desiderio e l’attrazione che provava per quella ragazza che, come ebbe modo di dire ad un suo amico, gli “faceva sangue”, lo portò ad alzare lo sguardo verso di lei, chiudendo il giornale e riponendolo sul tavolino prima di rispondere.
Quel gesto venne inteso da Meddy come se fosse a chiusura di una azione in quanto ne stava iniziando un’altra.
Lo sguardo che le veniva rivolto era eloquente, più di quanto consciamente Enrico avrebbe voluto. Era uno sguardo che nasceva dalle emozioni più profonde che cercavano di uscire, per quanto ne conoscesse il pericolo.
Impercettibilmente, ma in maniera irresistibile, cambiò la sua postura. Meddy aderì maggiormente col corpo allo stipite, con il risultato di simulare l'occultamento di una parte del corpo del quale, però, veniva evidenziato uno dei due seni.
“Sì, servimi”.
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2026-03-01
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