La fabbrica abbandonata (parte 7)
di
Kugher
genere
sadomaso
(Oggi)
Arianna era stesa su quel pavimento sporco. Sotto la schiena quei maledetti sassolini che le trafiggevano il cervello e sui quali la scarpa di Fabrizio la schiacciava, premendo sui seni.
Si sentiva sporca, sapeva che aveva le autoreggenti rotte, si sentiva schiava, animale catturato.
Aveva abbassato lo sguardo da tempo ed aveva ceduto alla più totale ubbidienza.
Questo la faceva impazzire di Fabrizio. Lui la conosceva, eccome se la conosceva, conosceva il suo carattere, il suo temperamento, il suo orgoglio e la lotta che aveva dovuto fare dentro di lei per accettare di essere una schiava, strada intrapresa con il suo primo Padrone che l’aveva portata, mano nella mano, nei meandri più oscuri e profondi della sua anima, facendogliela scoprire e rivelandogliela.
Fabrizio l’aveva portata avanti, in una reciproca conoscenza di entrambi, nei rispettivi ruoli, avendo conosciuto sé stesso tramite lei, facendo esperienze nuove e cercando di capirla e di farsi capire.
Sapeva che doveva vincere il suo orgoglio, la sua tempra, la sua indipendenza guadagnata a fatica dopo la separazione dal marito.
In quelle esperienze estreme la doveva portare a superare il confine, quello steccato davanti al quale lei immancabilmente si fermava, incerta. Lui sapeva che doveva attendere che decidesse di saltare o, meglio, di abbattere, con la propria forza, quello steccato e cedere completamente al volere del Padrone, per l’avventura che volta per volta vivevano assieme, forti della loro storie e della reciproca conoscenza delle rispettive anime.
Ogni tanto, al momento che sentivano essere giusto, vivevano situazioni sempre estreme, fughe in avanti verso la parte più profonda della loro anima che si rivelava sempre più, aprendo a nuove zone oscure da scoprire la prossima volta.
I due cavi fatti passare in anelli sulla trave del locale ad uso ufficio, la tenevano a braccia appena allargate e tese verso l’alto.
Il pavimento serviva solo per l’appoggio delle punte dei piedi che ancora calzavano le scarpe nere col tacco da schiava, come lo chiamava lei, sopra autoreggenti ormai rotte in più punti per lo sfregamento sul suolo.
Arianna aveva riconosciuto quel posto, cazzo se l’aveva riconosciuto!
Si era data dell’imbecille per non avere capito prima dove fossero, trovando scusanti nel viaggio nel bagagliaio e nelle emozioni forti provate una volta scesa e trascinata, nel fresco della sera, al guinzaglio, in quel terreno rotto e pieno di arbusti e, poi, a quattro zampe.
Aveva pensato che l’avesse portata lì perchè sapeva quanto lei fosse attratta da edifici in via di morte ma che, fino a pochi anni prima, avevano ospitato la vita, le speranze, i dolori, le aspettative delle persone. Gli edifici non sono solo mura e tetti, ma racchiudono storie che conservano gelosamente nelle loro pareti, emozioni che chi le vuole visitare, le può avvertire se solo chiude gli occhi e si concentra pensando al rumore di quei macchinari sovrastato dalle parole degli operai che narravano al vicino episodi di vita.
No, cazzo!
Quella non era una semplice fabbrica in disuso.
Porca troia!
L’aveva portata nella fabbrica nella quale aveva lavorato suo padre, proprio in quell’ufficio nel quale ora era appesa e riceveva la sua quarta o quinta frustata.
Si muoveva contorcendosi con il piccolo appoggio che aveva a terra e vedeva la scrivania di suo padre.
La frusta di Arturo la colpì ancora sulla schiena.
Davanti a sé aveva Fabrizio, con lo scudiscio che colpiva il ventre.
Il dolore la faceva impazzire, lo attendeva, lo temeva, lo anelava. Il colpo la faceva gemere e poi la liberava, scaricava la sua adrenalina.
Arturo le dava solo dolore, perché Arturo non era il suo Padrone, non conosceva la sua storia.
Fabrizio no, Fabrizio le stava davanti, Fabrizio la guardava ad ogni scudisciata sul ventre o sulle natiche e ne cercava gli occhi, trovandoli carichi di emozioni.
Arianna visse una situazione sospesa, nei ricordi di quel locale, con la macchinetta del caffè o, per lei, della cioccolata appena fuori, dove si fermava a parlare con gli operai che ormai la conoscevano.
Quante volte e quante ore con suo padre, quando la mamma doveva andare in ospedale e coprire il suo turno da infermiera, mentre i nonni non la potevano tenere.
Lo scudiscio le liberava dolore e le sondava l‘anima, entrando nel profondo delle sue esigenze di sottomissione sempre più forti, del suo masochismo che aveva imparato a conoscere, lei per prima, prendendo ciò che il tempo tra una frustata e l’altra le poteva regalare.
Fabrizio l’aveva portata lì perché lei potesse ritrovare il padre, nei confronti del quale si era sempre sentito in difetto per queste sue esigenze erotiche che, temeva, lui avrebbe potuto considerare sbagliate e, così, deludendolo.
Quante volte gli aveva detto che suo padre avrebbe reagito male per queste sue fantasie.
Adesso era lì, a vivere le sue emozioni nel posto in cui il padre aveva passato la vita e lei con lui, colorando a quella scrivania sulla quale lui batteva ai tasti della calcolatrice che segnava quei numeri sconosciuti su una stretta lista di carta avvolta in un rotolino.
Piangeva per il dolore e per le emozioni che aveva dentro, dolore liberatorio e che le fece venire voglia del cazzo di Fabrizio dentro di lei, nella sua bocca, nel suo culo, nella sua figa.
Fabrizio era la sua anima più nera, più profonda ma anche la più luminosa, che esplorava con lui senza il vincolo dell’amore.
Venne fatta abbassare. I polsi dietro la schiena e le braccia innaturalmente sollevate verso l’alto, a polsi uniti, in una posizione scomoda e dolorosa, ma tanto da schiava, da preda catturata, da animale da sesso.
Arturo la stava prendendo nel culo ma a lei interessava il cazzo di Fabrizio in bocca, di Fabrizio che le stava tenendo la testa ma che a lei sembrava che gliela stesse accarezzando.
Aveva dolore alle braccia, alle spalle, alla schiena che immaginava coperta da eccitanti segni di frusta, quei segni che almeno per qualche giorno avrebbe ammirato allo specchio in ricordo di quelle mozioni di quell’anima sospesa tra passato e presente, che per un attimo si erano fusi assieme.
Non sentì il getto di sperma che le inondò il culo mentre Arturo la stava sculacciando.
Sentì invece lo sperma di Fabrizio che le raggiungeva la gola, sentì il sapore di quell’uomo che non amava ma col quale condivideva emozioni e la sua anima più profonda. Lo ingoiò quel sapore, ne assaporò ogni goccia cercando, per quanto possibile, lo sguardo di Fabrizio che, sapeva, a sua volta cercava i suoi occhi.
Arianna era stesa su quel pavimento sporco. Sotto la schiena quei maledetti sassolini che le trafiggevano il cervello e sui quali la scarpa di Fabrizio la schiacciava, premendo sui seni.
Si sentiva sporca, sapeva che aveva le autoreggenti rotte, si sentiva schiava, animale catturato.
Aveva abbassato lo sguardo da tempo ed aveva ceduto alla più totale ubbidienza.
Questo la faceva impazzire di Fabrizio. Lui la conosceva, eccome se la conosceva, conosceva il suo carattere, il suo temperamento, il suo orgoglio e la lotta che aveva dovuto fare dentro di lei per accettare di essere una schiava, strada intrapresa con il suo primo Padrone che l’aveva portata, mano nella mano, nei meandri più oscuri e profondi della sua anima, facendogliela scoprire e rivelandogliela.
Fabrizio l’aveva portata avanti, in una reciproca conoscenza di entrambi, nei rispettivi ruoli, avendo conosciuto sé stesso tramite lei, facendo esperienze nuove e cercando di capirla e di farsi capire.
Sapeva che doveva vincere il suo orgoglio, la sua tempra, la sua indipendenza guadagnata a fatica dopo la separazione dal marito.
In quelle esperienze estreme la doveva portare a superare il confine, quello steccato davanti al quale lei immancabilmente si fermava, incerta. Lui sapeva che doveva attendere che decidesse di saltare o, meglio, di abbattere, con la propria forza, quello steccato e cedere completamente al volere del Padrone, per l’avventura che volta per volta vivevano assieme, forti della loro storie e della reciproca conoscenza delle rispettive anime.
Ogni tanto, al momento che sentivano essere giusto, vivevano situazioni sempre estreme, fughe in avanti verso la parte più profonda della loro anima che si rivelava sempre più, aprendo a nuove zone oscure da scoprire la prossima volta.
I due cavi fatti passare in anelli sulla trave del locale ad uso ufficio, la tenevano a braccia appena allargate e tese verso l’alto.
Il pavimento serviva solo per l’appoggio delle punte dei piedi che ancora calzavano le scarpe nere col tacco da schiava, come lo chiamava lei, sopra autoreggenti ormai rotte in più punti per lo sfregamento sul suolo.
Arianna aveva riconosciuto quel posto, cazzo se l’aveva riconosciuto!
Si era data dell’imbecille per non avere capito prima dove fossero, trovando scusanti nel viaggio nel bagagliaio e nelle emozioni forti provate una volta scesa e trascinata, nel fresco della sera, al guinzaglio, in quel terreno rotto e pieno di arbusti e, poi, a quattro zampe.
Aveva pensato che l’avesse portata lì perchè sapeva quanto lei fosse attratta da edifici in via di morte ma che, fino a pochi anni prima, avevano ospitato la vita, le speranze, i dolori, le aspettative delle persone. Gli edifici non sono solo mura e tetti, ma racchiudono storie che conservano gelosamente nelle loro pareti, emozioni che chi le vuole visitare, le può avvertire se solo chiude gli occhi e si concentra pensando al rumore di quei macchinari sovrastato dalle parole degli operai che narravano al vicino episodi di vita.
No, cazzo!
Quella non era una semplice fabbrica in disuso.
Porca troia!
L’aveva portata nella fabbrica nella quale aveva lavorato suo padre, proprio in quell’ufficio nel quale ora era appesa e riceveva la sua quarta o quinta frustata.
Si muoveva contorcendosi con il piccolo appoggio che aveva a terra e vedeva la scrivania di suo padre.
La frusta di Arturo la colpì ancora sulla schiena.
Davanti a sé aveva Fabrizio, con lo scudiscio che colpiva il ventre.
Il dolore la faceva impazzire, lo attendeva, lo temeva, lo anelava. Il colpo la faceva gemere e poi la liberava, scaricava la sua adrenalina.
Arturo le dava solo dolore, perché Arturo non era il suo Padrone, non conosceva la sua storia.
Fabrizio no, Fabrizio le stava davanti, Fabrizio la guardava ad ogni scudisciata sul ventre o sulle natiche e ne cercava gli occhi, trovandoli carichi di emozioni.
Arianna visse una situazione sospesa, nei ricordi di quel locale, con la macchinetta del caffè o, per lei, della cioccolata appena fuori, dove si fermava a parlare con gli operai che ormai la conoscevano.
Quante volte e quante ore con suo padre, quando la mamma doveva andare in ospedale e coprire il suo turno da infermiera, mentre i nonni non la potevano tenere.
Lo scudiscio le liberava dolore e le sondava l‘anima, entrando nel profondo delle sue esigenze di sottomissione sempre più forti, del suo masochismo che aveva imparato a conoscere, lei per prima, prendendo ciò che il tempo tra una frustata e l’altra le poteva regalare.
Fabrizio l’aveva portata lì perché lei potesse ritrovare il padre, nei confronti del quale si era sempre sentito in difetto per queste sue esigenze erotiche che, temeva, lui avrebbe potuto considerare sbagliate e, così, deludendolo.
Quante volte gli aveva detto che suo padre avrebbe reagito male per queste sue fantasie.
Adesso era lì, a vivere le sue emozioni nel posto in cui il padre aveva passato la vita e lei con lui, colorando a quella scrivania sulla quale lui batteva ai tasti della calcolatrice che segnava quei numeri sconosciuti su una stretta lista di carta avvolta in un rotolino.
Piangeva per il dolore e per le emozioni che aveva dentro, dolore liberatorio e che le fece venire voglia del cazzo di Fabrizio dentro di lei, nella sua bocca, nel suo culo, nella sua figa.
Fabrizio era la sua anima più nera, più profonda ma anche la più luminosa, che esplorava con lui senza il vincolo dell’amore.
Venne fatta abbassare. I polsi dietro la schiena e le braccia innaturalmente sollevate verso l’alto, a polsi uniti, in una posizione scomoda e dolorosa, ma tanto da schiava, da preda catturata, da animale da sesso.
Arturo la stava prendendo nel culo ma a lei interessava il cazzo di Fabrizio in bocca, di Fabrizio che le stava tenendo la testa ma che a lei sembrava che gliela stesse accarezzando.
Aveva dolore alle braccia, alle spalle, alla schiena che immaginava coperta da eccitanti segni di frusta, quei segni che almeno per qualche giorno avrebbe ammirato allo specchio in ricordo di quelle mozioni di quell’anima sospesa tra passato e presente, che per un attimo si erano fusi assieme.
Non sentì il getto di sperma che le inondò il culo mentre Arturo la stava sculacciando.
Sentì invece lo sperma di Fabrizio che le raggiungeva la gola, sentì il sapore di quell’uomo che non amava ma col quale condivideva emozioni e la sua anima più profonda. Lo ingoiò quel sapore, ne assaporò ogni goccia cercando, per quanto possibile, lo sguardo di Fabrizio che, sapeva, a sua volta cercava i suoi occhi.
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