Il bacio nel bagno 2
di
Impotente
genere
corna
Il bacio nel bagno
Di impotente@proton.me
Le nostre chat diventavano sempre più intense e intime. Attraverso quelle parole scritte iniziavamo a inquadrarci meglio, e il desiderio cresceva giorno dopo giorno. Finché arrivò il momento in cui dovevo andare a Parma dal mio fornitore per concordare alcune modifiche al lavoro. E poi… poi, nel primo pomeriggio, sarei andato da Lella. Non vedevo l’ora.
In realtà lei mi aveva invitato a pranzo. Io le dissi che sarei passato più tardi, che non sarei riuscito a fare in tempo. Ma lei insistette: mi avrebbe aspettato, sarebbe stata felice di cucinare per me, di farmi assaggiare le sue pietanze e il vino prodotto con l’uva della sua terra. Non potei rifiutare.
Arrivai da lei poco dopo le due del pomeriggio.
Entrai in una tenuta bellissima: un casale imponente, di fronte un’aia antica ombreggiata da due grandi salici piangenti, il tutto contornato dai portici dei fienili e dalle stalle dove un tempo si tenevano le vacche da latte.
Parcheggiai vicino all’ala già libera dalle impalcature, quella che un tempo doveva essere la casa secondaria dei fattori. Lella uscì subito.
Nel cortile non eravamo soli: c’erano gli operai dell’impresa che seguiva i lavori di ristrutturazione e, più in là, due suoi agricoltori che armeggiavano intorno ad alcuni mezzi agricoli.
Mi accolse come si accoglie un vecchio amico di famiglia. Un abbraccio leggero, un bacio sfiorato sulla guancia.
«Ciao Luigi, che piacere vederti… ti piace il mio piccolo regno?»
Mantenni un distacco calibrato e risposi che era un posto meraviglioso, e che non avrebbe dovuto disturbarsi a prepararmi il pranzo. Le avevo portato un mazzo di girasoli gialli e una bottiglia di Bonarda dell’Oltrepò pavese, un piccolo omaggio dei sapori della mia terra.
Lei ne fu felice. Per un attimo mi sembrò una ragazzina di campagna che saltellava di gioia. Era splendida.
Dentro casa c’era Sandra, una signora sulla cinquantina che mi presentò come “una di famiglia”, la persona che l’aiutava a tenere tutto in ordine.
Ci accomodammo a tavola, occhi negli occhi. Un po’ imbarazzati, ma felici di quel ritrovarsi. Non essendo soli mantenemmo un distacco calcolato, eppure la conversazione si fece subito allegra e intrigante. Riprendemmo le chat dei giorni precedenti e, con un sorriso, cominciammo a stuzzicarci a vicenda sulle scene più hot che lei aveva scritto nel romanzo.
Pranzammo in allegria con le tipiche prelibatezze della cucina parmense.
Iniziò con una selezione di salumi: culatello di Zibello tagliato finissimo, prosciutto di Parma stagionato e una scaglia generosa di Parmigiano Reggiano a lunga stagionatura. Poi arrivarono i tortelli d’erbetta, delicati e profumati, serviti con solo burro e salvia. A seguire, un arrosto di maiale alle erbe aromatiche con contorno di patate al forno e, a chiudere, una fetta di torta di riso ancora tiepida. Sul tavolo non mancava il vino della sua terra, un rosso corposo e caldo che accompagnava ogni portata.
Mentre mangiavamo, le nostre mani si sfioravano di tanto in tanto. Lei si alzava continuamente, veniva vicino a me per servirmi, e faceva apposta a urtarmi leggermente con il fianco o con il seno. Era un contatto dolce e voluto.
Indossava una camicetta leggera con una scollatura che esaltava il suo seno generoso e una gonna fluida che avvolgeva e sottolineava le curve del sedere. Tutto sembrava studiato per ammaliarmi.
Io ne ero felice. Così felice che non riuscivo a nascondere l’eccitazione: il cazzo mi si era gonfiato nei calzoni e restava lì, teso e insistente, mentre lei mi sorrideva e continuava a muoversi intorno a me.
Finito il pranzo mi portò nel suo studiolo, la stanza dove scriveva i suoi libri.
C’era un’atmosfera di altri tempi. L’arredamento era quello di un casale di campagna di fine Ottocento: mobili intarsiati, pesanti e importanti, che quasi certamente provenivano dal casale principale ancora in ristrutturazione. Lei se ne vantava con un orgoglio affettuoso, indicandomeli uno per uno.
«Questa è la libreria di mio nonno… e questa la scrivania di famiglia.»
Erano pezzi di pregio, troppo solenni per lo stile rustico e semplice di quella che un tempo era solo la casa secondaria dei fattori. Sembravano in attesa di tornare al loro posto naturale, non appena i lavori fossero terminati.
Dopo il caffè, servito da Sandra, Lella la congedò con gentilezza. Le disse di sistemare in cucina e poi di andare a fare alcune commissioni in città, e di tornarsene pure a casa: per il resto della giornata avrebbe pensato lei.
Quando Sandra uscì, rimanemmo soli.
Non riuscimmo più a trattenerci.
Ci trovammo uno di fronte all’altra, in piedi. Ripartimmo esattamente da dove avevamo interrotto il nostro primo incontro: dal bacio.
Un bacio desiderato, profondo, viscerale. Le mani si strinsero l’una all’altra con un’intensità che cresceva senza freni.
Oddio, che bel momento. Uno di quelli che restano stampati nella pelle.
Il suo seno prorompente era fra di noi.
La mia bocca si impossessò del suo collo mentre le mani scendevano a palpare quel seno generoso. Lei, molto più birichina di quanto avessi immaginato, mi afferrò il cazzo da sopra i calzoni e lo strinse con una mano forte, vogliosa, intensa. Quanta voglia c’era. Eppure ancora non potevamo lasciarci andare del tutto.
Corse a chiudere silenziosamente la porta della stanza, poi mi tirò verso un angolo dove c’era un divano di velluto. Ci buttammo sopra, lei sotto e io sopra. Ne approfittai per slacciarle la camicetta e far uscire il seno dall’ampio reggiseno.
Quelle tette grosse, i capezzoli turgidi che sembravano chiedermi di essere succhiati… le leccai con fame.
Le mani scesero più in basso, le tolsi le mutandine con rapidità e lasciai scoperta la sua figa, contornata da tanti peli bianchi, arruffati, bellissimi.
Mi inginocchiai, le sollevai le gambe sulle spalle e tuffai le labbra sul suo sesso. La leccai con avidità mentre lei, cercando di restare il più silenziosa possibile, ansimava e premeva la figa contro la mia bocca, lasciandosi penetrare dalla lingua.
A un certo punto si irrigidì. Mi prese i capelli con forza e mi premette contro di sé, gemendo mentre raggiungeva il primo orgasmo.
«Gianni… Gianni… quante volte mi sono toccata pensando a te, al nostro bacio, al tuo cazzo che quel giorno ho sentito contro il ventre… Gianniiii… sì, fammi godere…»
Le confessai che mi ero masturbato leggendo la descrizione dei due nel fienile, immaginando lei, immaginando la sua figa che accoglieva un cazzo per la prima volta, che lo avvolgeva.
Tolsi con urgenza scarpe e calzoni. Con il cazzo duro e turgido la penetrai e cominciai a scoparla forte. Lei teneva le gambe larghe, un polpaccio appoggiato sul bracciolo del divano e l’altro sulla mia spalla. Era schiacciata sotto di me e la prendevo fino in fondo.
Aveva la figa unta d’olio. Me lo disse mentre la montavo: alla sua età soffriva di secchezza vaginale, non riusciva più a bagnarsi come da giovane, e allora si era riempita di olio aspettandomi.
Era bellissimo.
A un certo punto mi disse:
«Gianni, scopami… sono una vacca e tu un toro… scopami come una vacca… la tua vacca…»
E io la scopavo con tutta la forza che avevo, dicendole quanto la desideravo, quanto avrei voluto prenderla già in quel bagno del ristorante, dal primo istante in cui l’avevo vista entrare con suo marito.
Lei ansimava sotto di me, la voce spezzata e cattiva:
«Gianni… scopami… scopami forte… quello stronzo di mio marito mi ha riempito di corna per anni, con tutte le sue puttane di segretarie… mi ha umiliata, mi ha trattato come una cosa… ora voglio fargli pagare tutto… voglio essere la tua puttana, la tua vacca… sborrami dentro fino in fondo, riempimi, non lasciarmi niente… usami… ti prego, Gianni… scopami fammi tua tua...»
Non resistetti a lungo. Con una spinta forte le andai a fondo, contro l’utero.
Lei non riuscì a trattenersi: gemette forte, senza tregua, mentre gli spasmi le scuotevano il corpo e la figa mi stringeva il cazzo a ondate.
Sborrai tanto. Non mi masturbavo più da quando avevamo deciso di vederci. Le riempii la figa di sperma.
Poi ci baciammo, abbracciati su quel divano, con un’intensità quasi dolorosa.
Lei, ancora tremante, mi sussurrò:
«Sono vecchia… ma tu mi hai fatto sentire ancora giovane e desiderata. Ti voglio. Voglio essere la tua vacca… o mio bel toro… come ho goduto…»
Restammo alcuni minuti così, senza parole, a crogiolarci nel piacere condiviso.
Poi, d’improvviso, lei mi baciò ancora e sussurrò:
«Gianni… fammi succhiare il tuo cazzo.»
Mi sedetti sul divano. Lei si inginocchiò di fronte a me e prese tra le labbra il mio sesso, ormai semi-morbido.
Lella sapeva. Quella chioma bianca, ora scapigliata, si muoveva con ritmo lento e sicuro. Ogni tanto alzava lo sguardo e i nostri occhi si incontravano. Teneva il mio membro con una mano e, sorridendo sorniona, faceva scorrere la lingua intorno alla cappella, leccava il frenulo e la punta come si fa con un gelato, poi lo stringeva e lo risucchiava con intensità.
Non resistetti a lungo: tornai duro tra le sue labbra.
Lei alzò gli occhi, orgogliosa, e rise:
«Vedi? Anche se sono una nonna, ci so fare. Dimmi, Gianni… quante fighe hanno preso questo cazzo? Dimmelo, ti prego.»
«Ma che fai… sei gelosa?»
Io «Allora quanti cazzi ha preso la tua figa?».
Rise ancora.
«L’ho chiesto prima io. Ho capito che sei un porco… voglio che mi racconti di te.»
Mi guardava dritto negli occhi.
Le dissi che non ero un santo, e che forse, come diceva lei, un porco sì. Qualcuna c’era stata, anche se non avevo mai fatto i conti. Ma se si parlava di quante donne avevano preso il mio cuore… lì il numero era più piccolo, e più facile da ricordare.
Lei rise.
«E io? Ho preso un po’ del tuo cuore, o sono solo una che ha preso il tuo cazzo?»
«Gelosa… sei gelosa, Lella. Un’affascinante donna gelosa.»
Mi strinse il sesso con forza, quasi per farmi male, ma solo un attimo. Poi tornò a succhiarmi e, con un sorriso, disse:
«Non me ne frega niente… ma poi te lo farò dire, porco.»
Si alzò di scatto e corse verso la cucina. Non capii.
Quando tornò, ridendo, mi spiegò:
«Scusa… mi bruciava un po’. È un bel po’ che nessuno la usa, e tu mi hai… risverginata. Ho dovuto rimettere un po’ d’olio.»
Si mise a cavalcioni su di me, mi guardò negli occhi e si infilò il mio sesso nella figa ancora unta di olio e di sperma.
Mi lasciai fare. Godetti della sua intimità calda e scivolosa mentre lei mi cavalcava lentamente, offrendomi il seno. Lo presi tra le mani, lo strinsi.
«Sì… stringi le tette della tua vacca, Gianni… stringimele…»
Si muoveva cercando di prenderlo sempre più a fondo. Io spingevo incontro a lei, volendo penetrarla il più possibile.
Raccolsi un po’ di olio e di sperma che le colava e, con le dita unte, tornai a massaggiarle e a strizzarle il seno. Lei ansimò:
«Sì… così… strizzamele… mungimi, porco…»
Che bello vederla cavalcare il mio sesso, quelle tette generose e i capezzoli turgidi che si muovevano al ritmo del suo corpo.
All’inizio il movimento era lento, quasi misurato; poi, lasciandosi andare al piacere, divenne più intenso, frenetico. Non avrei mai immaginato che una donna della sua età potesse essere così ardente. Si godeva la penetrazione e, insieme, quella “mungitura” che tanto le piaceva.
Alle mani unii la bocca. Presi i suoi capezzoli tra le labbra e li succhiai con forza, a bocca spalancata, fino a lasciare su di essi il segno rosso del risucchio. Lei ansimava, si abbandonava, e a un certo punto cominciò a stimolarsi il clitoride con le dita, con gesti rapidi e insistenti.
Lo stropicciava con tale intensità che in poco tempo raggiunse un orgasmo forte, quasi devastante. La vescica non resse: mentre veniva, si bagnò.
Si rese conto del casino solo un attimo dopo. Aveva imbrattato il divano e il tappeto.
Appena ripresasi, si spaventò.
«Oh cazzo… ho bagnato tutto… cosa mi fai fare, Gianni… oddio…»
Si sfilò da me, lasciandomi lì senza fiato e ancora pieno di voglia di sborrare.
Io sorrisi.
«Dai… poi racconti a tuo marito che ti sei masturbata e non hai retto venendo.»
E risei piano.
Lei rideva come una ragazzina: bella e un po’ spaventata.
Appena si rese conto di avermi lasciato così, a metà, mi si avvicinò e mi baciò.
«Tesoro… scusami.»
Mi prese il sesso in mano e lo accarezzò con delicatezza, poi lo prese in bocca, seduta di fianco a me. Il pompino fu intenso, lento e profondo, fino a quando non le venni tra le labbra.
Si girò verso di me, aprì la bocca e mi mostrò lo sperma con un gesto teatrale, quasi da attrice esperta. Poi, sorridendo, deglutì.
Che maiala, pensai.
Mi leccò con cura, risucchiò ogni residuo, e si avvicinò al mio viso.
«Porco… baciami ora, se hai il coraggio.»
La baciai. Ci baciammo a lungo, profondamente.
Fu bellissimo.
Fu felice di quel bacio sporco. Mi sorrise e disse:
«Ma mi hai baciata così… sporca. Che porco che sei. Mio marito non l’avrebbe mai fatto, giuro.»
Io risposi:
«Mia bella Lella… sapessi quanto di peggio ho fatto.»
Lei, curiosa come una scimmia, insistette:
«Voglio che mi racconti, porco.»
«Dai… prima o poi ti racconterò. Ma ora sistemiamo questo casino.»
Lei guardò intorno, un po’ smarrita.
«E adesso che facciamo? Non so da dove iniziare.»
«Prendi della carta igienica, asciughiamo un po’. Poi laviamo con acqua e un po’ di ammoniaca per togliere l’odore. Di nuovo carta, e infine il phon. Mezz’ora e non si capisce più niente.»
Rise e obbedì. Seguì le mie istruzioni con una sorta di solerzia allegra, e in breve tempo risolvemmo il pasticcio.
Poi ci lavammo e ci rendemmo di nuovo quasi presentabili.
Tra di noi, però, era nata qualcosa di nuovo: un’allegria leggera e, soprattutto, un’intima complicità.
Di impotente@proton.me
Di impotente@proton.me
Le nostre chat diventavano sempre più intense e intime. Attraverso quelle parole scritte iniziavamo a inquadrarci meglio, e il desiderio cresceva giorno dopo giorno. Finché arrivò il momento in cui dovevo andare a Parma dal mio fornitore per concordare alcune modifiche al lavoro. E poi… poi, nel primo pomeriggio, sarei andato da Lella. Non vedevo l’ora.
In realtà lei mi aveva invitato a pranzo. Io le dissi che sarei passato più tardi, che non sarei riuscito a fare in tempo. Ma lei insistette: mi avrebbe aspettato, sarebbe stata felice di cucinare per me, di farmi assaggiare le sue pietanze e il vino prodotto con l’uva della sua terra. Non potei rifiutare.
Arrivai da lei poco dopo le due del pomeriggio.
Entrai in una tenuta bellissima: un casale imponente, di fronte un’aia antica ombreggiata da due grandi salici piangenti, il tutto contornato dai portici dei fienili e dalle stalle dove un tempo si tenevano le vacche da latte.
Parcheggiai vicino all’ala già libera dalle impalcature, quella che un tempo doveva essere la casa secondaria dei fattori. Lella uscì subito.
Nel cortile non eravamo soli: c’erano gli operai dell’impresa che seguiva i lavori di ristrutturazione e, più in là, due suoi agricoltori che armeggiavano intorno ad alcuni mezzi agricoli.
Mi accolse come si accoglie un vecchio amico di famiglia. Un abbraccio leggero, un bacio sfiorato sulla guancia.
«Ciao Luigi, che piacere vederti… ti piace il mio piccolo regno?»
Mantenni un distacco calibrato e risposi che era un posto meraviglioso, e che non avrebbe dovuto disturbarsi a prepararmi il pranzo. Le avevo portato un mazzo di girasoli gialli e una bottiglia di Bonarda dell’Oltrepò pavese, un piccolo omaggio dei sapori della mia terra.
Lei ne fu felice. Per un attimo mi sembrò una ragazzina di campagna che saltellava di gioia. Era splendida.
Dentro casa c’era Sandra, una signora sulla cinquantina che mi presentò come “una di famiglia”, la persona che l’aiutava a tenere tutto in ordine.
Ci accomodammo a tavola, occhi negli occhi. Un po’ imbarazzati, ma felici di quel ritrovarsi. Non essendo soli mantenemmo un distacco calcolato, eppure la conversazione si fece subito allegra e intrigante. Riprendemmo le chat dei giorni precedenti e, con un sorriso, cominciammo a stuzzicarci a vicenda sulle scene più hot che lei aveva scritto nel romanzo.
Pranzammo in allegria con le tipiche prelibatezze della cucina parmense.
Iniziò con una selezione di salumi: culatello di Zibello tagliato finissimo, prosciutto di Parma stagionato e una scaglia generosa di Parmigiano Reggiano a lunga stagionatura. Poi arrivarono i tortelli d’erbetta, delicati e profumati, serviti con solo burro e salvia. A seguire, un arrosto di maiale alle erbe aromatiche con contorno di patate al forno e, a chiudere, una fetta di torta di riso ancora tiepida. Sul tavolo non mancava il vino della sua terra, un rosso corposo e caldo che accompagnava ogni portata.
Mentre mangiavamo, le nostre mani si sfioravano di tanto in tanto. Lei si alzava continuamente, veniva vicino a me per servirmi, e faceva apposta a urtarmi leggermente con il fianco o con il seno. Era un contatto dolce e voluto.
Indossava una camicetta leggera con una scollatura che esaltava il suo seno generoso e una gonna fluida che avvolgeva e sottolineava le curve del sedere. Tutto sembrava studiato per ammaliarmi.
Io ne ero felice. Così felice che non riuscivo a nascondere l’eccitazione: il cazzo mi si era gonfiato nei calzoni e restava lì, teso e insistente, mentre lei mi sorrideva e continuava a muoversi intorno a me.
Finito il pranzo mi portò nel suo studiolo, la stanza dove scriveva i suoi libri.
C’era un’atmosfera di altri tempi. L’arredamento era quello di un casale di campagna di fine Ottocento: mobili intarsiati, pesanti e importanti, che quasi certamente provenivano dal casale principale ancora in ristrutturazione. Lei se ne vantava con un orgoglio affettuoso, indicandomeli uno per uno.
«Questa è la libreria di mio nonno… e questa la scrivania di famiglia.»
Erano pezzi di pregio, troppo solenni per lo stile rustico e semplice di quella che un tempo era solo la casa secondaria dei fattori. Sembravano in attesa di tornare al loro posto naturale, non appena i lavori fossero terminati.
Dopo il caffè, servito da Sandra, Lella la congedò con gentilezza. Le disse di sistemare in cucina e poi di andare a fare alcune commissioni in città, e di tornarsene pure a casa: per il resto della giornata avrebbe pensato lei.
Quando Sandra uscì, rimanemmo soli.
Non riuscimmo più a trattenerci.
Ci trovammo uno di fronte all’altra, in piedi. Ripartimmo esattamente da dove avevamo interrotto il nostro primo incontro: dal bacio.
Un bacio desiderato, profondo, viscerale. Le mani si strinsero l’una all’altra con un’intensità che cresceva senza freni.
Oddio, che bel momento. Uno di quelli che restano stampati nella pelle.
Il suo seno prorompente era fra di noi.
La mia bocca si impossessò del suo collo mentre le mani scendevano a palpare quel seno generoso. Lei, molto più birichina di quanto avessi immaginato, mi afferrò il cazzo da sopra i calzoni e lo strinse con una mano forte, vogliosa, intensa. Quanta voglia c’era. Eppure ancora non potevamo lasciarci andare del tutto.
Corse a chiudere silenziosamente la porta della stanza, poi mi tirò verso un angolo dove c’era un divano di velluto. Ci buttammo sopra, lei sotto e io sopra. Ne approfittai per slacciarle la camicetta e far uscire il seno dall’ampio reggiseno.
Quelle tette grosse, i capezzoli turgidi che sembravano chiedermi di essere succhiati… le leccai con fame.
Le mani scesero più in basso, le tolsi le mutandine con rapidità e lasciai scoperta la sua figa, contornata da tanti peli bianchi, arruffati, bellissimi.
Mi inginocchiai, le sollevai le gambe sulle spalle e tuffai le labbra sul suo sesso. La leccai con avidità mentre lei, cercando di restare il più silenziosa possibile, ansimava e premeva la figa contro la mia bocca, lasciandosi penetrare dalla lingua.
A un certo punto si irrigidì. Mi prese i capelli con forza e mi premette contro di sé, gemendo mentre raggiungeva il primo orgasmo.
«Gianni… Gianni… quante volte mi sono toccata pensando a te, al nostro bacio, al tuo cazzo che quel giorno ho sentito contro il ventre… Gianniiii… sì, fammi godere…»
Le confessai che mi ero masturbato leggendo la descrizione dei due nel fienile, immaginando lei, immaginando la sua figa che accoglieva un cazzo per la prima volta, che lo avvolgeva.
Tolsi con urgenza scarpe e calzoni. Con il cazzo duro e turgido la penetrai e cominciai a scoparla forte. Lei teneva le gambe larghe, un polpaccio appoggiato sul bracciolo del divano e l’altro sulla mia spalla. Era schiacciata sotto di me e la prendevo fino in fondo.
Aveva la figa unta d’olio. Me lo disse mentre la montavo: alla sua età soffriva di secchezza vaginale, non riusciva più a bagnarsi come da giovane, e allora si era riempita di olio aspettandomi.
Era bellissimo.
A un certo punto mi disse:
«Gianni, scopami… sono una vacca e tu un toro… scopami come una vacca… la tua vacca…»
E io la scopavo con tutta la forza che avevo, dicendole quanto la desideravo, quanto avrei voluto prenderla già in quel bagno del ristorante, dal primo istante in cui l’avevo vista entrare con suo marito.
Lei ansimava sotto di me, la voce spezzata e cattiva:
«Gianni… scopami… scopami forte… quello stronzo di mio marito mi ha riempito di corna per anni, con tutte le sue puttane di segretarie… mi ha umiliata, mi ha trattato come una cosa… ora voglio fargli pagare tutto… voglio essere la tua puttana, la tua vacca… sborrami dentro fino in fondo, riempimi, non lasciarmi niente… usami… ti prego, Gianni… scopami fammi tua tua...»
Non resistetti a lungo. Con una spinta forte le andai a fondo, contro l’utero.
Lei non riuscì a trattenersi: gemette forte, senza tregua, mentre gli spasmi le scuotevano il corpo e la figa mi stringeva il cazzo a ondate.
Sborrai tanto. Non mi masturbavo più da quando avevamo deciso di vederci. Le riempii la figa di sperma.
Poi ci baciammo, abbracciati su quel divano, con un’intensità quasi dolorosa.
Lei, ancora tremante, mi sussurrò:
«Sono vecchia… ma tu mi hai fatto sentire ancora giovane e desiderata. Ti voglio. Voglio essere la tua vacca… o mio bel toro… come ho goduto…»
Restammo alcuni minuti così, senza parole, a crogiolarci nel piacere condiviso.
Poi, d’improvviso, lei mi baciò ancora e sussurrò:
«Gianni… fammi succhiare il tuo cazzo.»
Mi sedetti sul divano. Lei si inginocchiò di fronte a me e prese tra le labbra il mio sesso, ormai semi-morbido.
Lella sapeva. Quella chioma bianca, ora scapigliata, si muoveva con ritmo lento e sicuro. Ogni tanto alzava lo sguardo e i nostri occhi si incontravano. Teneva il mio membro con una mano e, sorridendo sorniona, faceva scorrere la lingua intorno alla cappella, leccava il frenulo e la punta come si fa con un gelato, poi lo stringeva e lo risucchiava con intensità.
Non resistetti a lungo: tornai duro tra le sue labbra.
Lei alzò gli occhi, orgogliosa, e rise:
«Vedi? Anche se sono una nonna, ci so fare. Dimmi, Gianni… quante fighe hanno preso questo cazzo? Dimmelo, ti prego.»
«Ma che fai… sei gelosa?»
Io «Allora quanti cazzi ha preso la tua figa?».
Rise ancora.
«L’ho chiesto prima io. Ho capito che sei un porco… voglio che mi racconti di te.»
Mi guardava dritto negli occhi.
Le dissi che non ero un santo, e che forse, come diceva lei, un porco sì. Qualcuna c’era stata, anche se non avevo mai fatto i conti. Ma se si parlava di quante donne avevano preso il mio cuore… lì il numero era più piccolo, e più facile da ricordare.
Lei rise.
«E io? Ho preso un po’ del tuo cuore, o sono solo una che ha preso il tuo cazzo?»
«Gelosa… sei gelosa, Lella. Un’affascinante donna gelosa.»
Mi strinse il sesso con forza, quasi per farmi male, ma solo un attimo. Poi tornò a succhiarmi e, con un sorriso, disse:
«Non me ne frega niente… ma poi te lo farò dire, porco.»
Si alzò di scatto e corse verso la cucina. Non capii.
Quando tornò, ridendo, mi spiegò:
«Scusa… mi bruciava un po’. È un bel po’ che nessuno la usa, e tu mi hai… risverginata. Ho dovuto rimettere un po’ d’olio.»
Si mise a cavalcioni su di me, mi guardò negli occhi e si infilò il mio sesso nella figa ancora unta di olio e di sperma.
Mi lasciai fare. Godetti della sua intimità calda e scivolosa mentre lei mi cavalcava lentamente, offrendomi il seno. Lo presi tra le mani, lo strinsi.
«Sì… stringi le tette della tua vacca, Gianni… stringimele…»
Si muoveva cercando di prenderlo sempre più a fondo. Io spingevo incontro a lei, volendo penetrarla il più possibile.
Raccolsi un po’ di olio e di sperma che le colava e, con le dita unte, tornai a massaggiarle e a strizzarle il seno. Lei ansimò:
«Sì… così… strizzamele… mungimi, porco…»
Che bello vederla cavalcare il mio sesso, quelle tette generose e i capezzoli turgidi che si muovevano al ritmo del suo corpo.
All’inizio il movimento era lento, quasi misurato; poi, lasciandosi andare al piacere, divenne più intenso, frenetico. Non avrei mai immaginato che una donna della sua età potesse essere così ardente. Si godeva la penetrazione e, insieme, quella “mungitura” che tanto le piaceva.
Alle mani unii la bocca. Presi i suoi capezzoli tra le labbra e li succhiai con forza, a bocca spalancata, fino a lasciare su di essi il segno rosso del risucchio. Lei ansimava, si abbandonava, e a un certo punto cominciò a stimolarsi il clitoride con le dita, con gesti rapidi e insistenti.
Lo stropicciava con tale intensità che in poco tempo raggiunse un orgasmo forte, quasi devastante. La vescica non resse: mentre veniva, si bagnò.
Si rese conto del casino solo un attimo dopo. Aveva imbrattato il divano e il tappeto.
Appena ripresasi, si spaventò.
«Oh cazzo… ho bagnato tutto… cosa mi fai fare, Gianni… oddio…»
Si sfilò da me, lasciandomi lì senza fiato e ancora pieno di voglia di sborrare.
Io sorrisi.
«Dai… poi racconti a tuo marito che ti sei masturbata e non hai retto venendo.»
E risei piano.
Lei rideva come una ragazzina: bella e un po’ spaventata.
Appena si rese conto di avermi lasciato così, a metà, mi si avvicinò e mi baciò.
«Tesoro… scusami.»
Mi prese il sesso in mano e lo accarezzò con delicatezza, poi lo prese in bocca, seduta di fianco a me. Il pompino fu intenso, lento e profondo, fino a quando non le venni tra le labbra.
Si girò verso di me, aprì la bocca e mi mostrò lo sperma con un gesto teatrale, quasi da attrice esperta. Poi, sorridendo, deglutì.
Che maiala, pensai.
Mi leccò con cura, risucchiò ogni residuo, e si avvicinò al mio viso.
«Porco… baciami ora, se hai il coraggio.»
La baciai. Ci baciammo a lungo, profondamente.
Fu bellissimo.
Fu felice di quel bacio sporco. Mi sorrise e disse:
«Ma mi hai baciata così… sporca. Che porco che sei. Mio marito non l’avrebbe mai fatto, giuro.»
Io risposi:
«Mia bella Lella… sapessi quanto di peggio ho fatto.»
Lei, curiosa come una scimmia, insistette:
«Voglio che mi racconti, porco.»
«Dai… prima o poi ti racconterò. Ma ora sistemiamo questo casino.»
Lei guardò intorno, un po’ smarrita.
«E adesso che facciamo? Non so da dove iniziare.»
«Prendi della carta igienica, asciughiamo un po’. Poi laviamo con acqua e un po’ di ammoniaca per togliere l’odore. Di nuovo carta, e infine il phon. Mezz’ora e non si capisce più niente.»
Rise e obbedì. Seguì le mie istruzioni con una sorta di solerzia allegra, e in breve tempo risolvemmo il pasticcio.
Poi ci lavammo e ci rendemmo di nuovo quasi presentabili.
Tra di noi, però, era nata qualcosa di nuovo: un’allegria leggera e, soprattutto, un’intima complicità.
Di impotente@proton.me
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