La setta (parte 10)
di
Kugher
genere
sadomaso
Martina ripensò a lungo all’esperienza vissuta in quel luogo strano, carico di serenità, di gente tranquilla vestita semplicemente che sorrideva ed accoglieva anche lei, estranea, in quel gruppo aperto nelle emozioni ma chiuso all’esterno.
Una chiusura che faceva sembrare quella comunità come una cittadina circondata da mura e fossato, una chiusura di protezione, estranea al mondo chiuso fuori. Immaginò gli abitanti di quel luogo, forti del senso di protezione, che circolavano in quelle strade, tra le abitazioni con le porte aperte così da consentire a chiunque di trovare ospitalità e riparo. In quel mondo fino a poco prima a lei sconosciuto le sembrava che un temporale della vita non avrebbe potuto far sentire solo nessuno perché tutti lì dentro sapevano che avrebbero trovato tante capanne, pronte ad avvolgere e proteggere.
Dalle stradine e dalla gente sorridente e tranquilla, il pensiero di Martina tornò dentro l’abitazione del leader, per fermarsi agli occhi di quella ragazza che avrebbe potuto essere sua coetanea, nuda, stesa a terra con un piede di Mattia sul capo, un piede che, le era sembrato, non schiacciava ma proteggeva.
La sera prima aveva avuto luogo l’ennesimo litigio con la madre, un diverbio che le era sembrato più pesante dei soliti, non tanto per i contenuti, quanto perché prima li dava per scontati e facenti parte della sua vita, adesso, dopo avere respirato la serenità di quel posto e la possibilità di abbandonarsi, quelle parole di sua madre l’avevano schiacciata, ferita dentro come se si fosse creata una crepa nella corazza che aveva creato contro di lei.
Era tornata ancora in quella comunità. Era rimasta in contatto con Franco che mai aveva fatto cenno alla sua bellezza né ci aveva provato. Da quando si confrontava con lui, aveva scoperto il piacere di non doversi vestire per provocare ma semplicemente per stare bene con sé stessa.
Franco aveva portato nuovamente la sua fragilità a visitare quel posto strano, in cui la gente l’aveva accettata e la salutava. Si fermavano a parlare con lei e nessuno aveva fatto battute sul suo culo o le sue tette.
Aveva incontrato nuovamente Mattia che, in giro per il campo seguito da Elena che camminava tenuta al guinzaglio, si era fermato a salutarla. L’aveva invitata a sedersi in un tavolino appena fuori da una abitazione che aveva le porte aperte, pronte ad accogliere chiunque della comunità avesse voluto fare una sosta. Era uscita una donna che Mattia aveva baciato in maniera casta e che servì loro una bibita. Elena si era accucciata a terra dietro la sedia del Padrone.
In quel campo non si bevevano alcolici, non si fumava e non c’erano cellulari.
Mattia le aveva spiegato che è possibile avere rispetto degli altri se, a monte, si ha rispetto per sé stessi.
Martina si rese conto che non aveva guardato Elena, l’aveva proprio ignorata, considerandola un oggetto. Si pentì subito e si sentì sporca per quel gesto in un ambiente che le trasmetteva un senso di pulizia dell’anima delle persone.
Guardò la sua coetanea che scoprì avere gli occhi su di lei, occhi tranquilli, sereni. Cercò di leggere in essi una reazione al fatto di essere ignorata ma non trovò nulla.
“Ciao Elena, mi fa piacere incontrarti”.
Martina si compiacque più del sorriso di Mattia per quel suo gesto, anche se in ritardo, che del saluto ricambiato dalla schiava.
La gente lavorava ma non in maniera frenetica, né svogliata.
Aveva visto passare uomini e donne, anche giovani, che portavano una pesante gerla piena di legna. Erano in gruppi di 3, o 5 e li vide uscire da un bosco. Erano guidati da un uomo. Lui non portava pesi ma era evidentemente il capo carovana che dettava il passo. Il gruppo, sotto il peso, faceva fatica e si muoveva lentamente, ma il capo carovana non accennava a fermarsi e, anzi, li incitava.
Una ragazza, sotto il peso, accennava a rallentare. Osservò l’uomo che la raggiunse e le parlò, per darle energia ed invitarla a non cedere.
L’uomo mise un collare a tutti i componenti della carovana e li unì con una corda la cui estremità era in mano a lui. La ragazza affaticata era l’ultima. La carovana si rimise in marcia.
Martina restò a fissare la scena ma aveva imparato a non trarre conclusioni.
“Perché quel guinzaglio?”
Mattia le entrò negli occhi con il suo sguardo carico di carisma.
“Apprezzo che tu non abbia chiesto se sono schiavi”.
Martina restò basita da quell’affermazione che pareva averle letto nel pensiero. In quella comunità, si era accorta, non ci si fermava mai alla superficie, preferendo la strada più difficile per cercare nell’animo delle persone.
“Vengono legati perché sono una cosa unica. In quel modo nessuno può restare indietro e chi è davanti può incitare i più lenti e affaticati”.
Lo sguardo di Martina parve rilassarsi a quella spiegazione.
“Vedo che gli occhi hanno cambiato parole a questa mia spiegazione”.
La ragazza capiva sempre più il motivo del carisma di quella persona.
“Perchè la corda non viene legata in vita?”
“Perché le persone devono essere legate ma non trascinate. Legare in vita consente di tirare ma, così facendo, una persona sarebbe incentivata a proseguire oltre le sue forze, e non va bene. Il collo è più sottile, unisce ma non forza, per la sua delicatezza”.
Martina capiva che Mattia le stava guardando gli occhi per comprendere la reazione a quella ulteriore spiegazione.
Gli occhi della ragazza si rilassarono. Era talmente appagata dal fatto che lui le leggesse dentro, che non provò nemmeno ad essere lei a cercare di leggere negli occhi di lui.
Le persone si limitavano a trarre piacere dall’essere capite senza sforzarsi di capire a propria volta.
Se ci fosse riuscita e fosse entrata nei pensieri di quell’uomo, avrebbe letto la menzogna, la manipolazione. Mattia si eccitava nel vedere quei giovani, carichi dei pesi del lavoro, portati come schiavi. Quello doveva essere il messaggio che passava: essere al servizio, essere legati con la scusa della comunità ma, anche, accettare di essere legati e sottomessi in cambio dell’accoglienza.
Essere guardati senza guardare può essere pericoloso. Le fragilità si espongono e danno forza ad altri che, con la scusa della protezione, la sottraggono e la trattengono.
Se Martina avesse avuto la capacità di guardare dietro alle iridi azzurre, avrebbe potuto vedere nei pensieri di Mattia l’immagine di lei stessa, nuda, inginocchiata, intenta a succhiargli il cazzo.
Una chiusura che faceva sembrare quella comunità come una cittadina circondata da mura e fossato, una chiusura di protezione, estranea al mondo chiuso fuori. Immaginò gli abitanti di quel luogo, forti del senso di protezione, che circolavano in quelle strade, tra le abitazioni con le porte aperte così da consentire a chiunque di trovare ospitalità e riparo. In quel mondo fino a poco prima a lei sconosciuto le sembrava che un temporale della vita non avrebbe potuto far sentire solo nessuno perché tutti lì dentro sapevano che avrebbero trovato tante capanne, pronte ad avvolgere e proteggere.
Dalle stradine e dalla gente sorridente e tranquilla, il pensiero di Martina tornò dentro l’abitazione del leader, per fermarsi agli occhi di quella ragazza che avrebbe potuto essere sua coetanea, nuda, stesa a terra con un piede di Mattia sul capo, un piede che, le era sembrato, non schiacciava ma proteggeva.
La sera prima aveva avuto luogo l’ennesimo litigio con la madre, un diverbio che le era sembrato più pesante dei soliti, non tanto per i contenuti, quanto perché prima li dava per scontati e facenti parte della sua vita, adesso, dopo avere respirato la serenità di quel posto e la possibilità di abbandonarsi, quelle parole di sua madre l’avevano schiacciata, ferita dentro come se si fosse creata una crepa nella corazza che aveva creato contro di lei.
Era tornata ancora in quella comunità. Era rimasta in contatto con Franco che mai aveva fatto cenno alla sua bellezza né ci aveva provato. Da quando si confrontava con lui, aveva scoperto il piacere di non doversi vestire per provocare ma semplicemente per stare bene con sé stessa.
Franco aveva portato nuovamente la sua fragilità a visitare quel posto strano, in cui la gente l’aveva accettata e la salutava. Si fermavano a parlare con lei e nessuno aveva fatto battute sul suo culo o le sue tette.
Aveva incontrato nuovamente Mattia che, in giro per il campo seguito da Elena che camminava tenuta al guinzaglio, si era fermato a salutarla. L’aveva invitata a sedersi in un tavolino appena fuori da una abitazione che aveva le porte aperte, pronte ad accogliere chiunque della comunità avesse voluto fare una sosta. Era uscita una donna che Mattia aveva baciato in maniera casta e che servì loro una bibita. Elena si era accucciata a terra dietro la sedia del Padrone.
In quel campo non si bevevano alcolici, non si fumava e non c’erano cellulari.
Mattia le aveva spiegato che è possibile avere rispetto degli altri se, a monte, si ha rispetto per sé stessi.
Martina si rese conto che non aveva guardato Elena, l’aveva proprio ignorata, considerandola un oggetto. Si pentì subito e si sentì sporca per quel gesto in un ambiente che le trasmetteva un senso di pulizia dell’anima delle persone.
Guardò la sua coetanea che scoprì avere gli occhi su di lei, occhi tranquilli, sereni. Cercò di leggere in essi una reazione al fatto di essere ignorata ma non trovò nulla.
“Ciao Elena, mi fa piacere incontrarti”.
Martina si compiacque più del sorriso di Mattia per quel suo gesto, anche se in ritardo, che del saluto ricambiato dalla schiava.
La gente lavorava ma non in maniera frenetica, né svogliata.
Aveva visto passare uomini e donne, anche giovani, che portavano una pesante gerla piena di legna. Erano in gruppi di 3, o 5 e li vide uscire da un bosco. Erano guidati da un uomo. Lui non portava pesi ma era evidentemente il capo carovana che dettava il passo. Il gruppo, sotto il peso, faceva fatica e si muoveva lentamente, ma il capo carovana non accennava a fermarsi e, anzi, li incitava.
Una ragazza, sotto il peso, accennava a rallentare. Osservò l’uomo che la raggiunse e le parlò, per darle energia ed invitarla a non cedere.
L’uomo mise un collare a tutti i componenti della carovana e li unì con una corda la cui estremità era in mano a lui. La ragazza affaticata era l’ultima. La carovana si rimise in marcia.
Martina restò a fissare la scena ma aveva imparato a non trarre conclusioni.
“Perché quel guinzaglio?”
Mattia le entrò negli occhi con il suo sguardo carico di carisma.
“Apprezzo che tu non abbia chiesto se sono schiavi”.
Martina restò basita da quell’affermazione che pareva averle letto nel pensiero. In quella comunità, si era accorta, non ci si fermava mai alla superficie, preferendo la strada più difficile per cercare nell’animo delle persone.
“Vengono legati perché sono una cosa unica. In quel modo nessuno può restare indietro e chi è davanti può incitare i più lenti e affaticati”.
Lo sguardo di Martina parve rilassarsi a quella spiegazione.
“Vedo che gli occhi hanno cambiato parole a questa mia spiegazione”.
La ragazza capiva sempre più il motivo del carisma di quella persona.
“Perchè la corda non viene legata in vita?”
“Perché le persone devono essere legate ma non trascinate. Legare in vita consente di tirare ma, così facendo, una persona sarebbe incentivata a proseguire oltre le sue forze, e non va bene. Il collo è più sottile, unisce ma non forza, per la sua delicatezza”.
Martina capiva che Mattia le stava guardando gli occhi per comprendere la reazione a quella ulteriore spiegazione.
Gli occhi della ragazza si rilassarono. Era talmente appagata dal fatto che lui le leggesse dentro, che non provò nemmeno ad essere lei a cercare di leggere negli occhi di lui.
Le persone si limitavano a trarre piacere dall’essere capite senza sforzarsi di capire a propria volta.
Se ci fosse riuscita e fosse entrata nei pensieri di quell’uomo, avrebbe letto la menzogna, la manipolazione. Mattia si eccitava nel vedere quei giovani, carichi dei pesi del lavoro, portati come schiavi. Quello doveva essere il messaggio che passava: essere al servizio, essere legati con la scusa della comunità ma, anche, accettare di essere legati e sottomessi in cambio dell’accoglienza.
Essere guardati senza guardare può essere pericoloso. Le fragilità si espongono e danno forza ad altri che, con la scusa della protezione, la sottraggono e la trattengono.
Se Martina avesse avuto la capacità di guardare dietro alle iridi azzurre, avrebbe potuto vedere nei pensieri di Mattia l’immagine di lei stessa, nuda, inginocchiata, intenta a succhiargli il cazzo.
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