La conquista di K.
di
Kugher
genere
comici
K. si stava chiedendo come fosse finito a stare seduto sul letto, gambe distese e polsi legati alla testiera dalle autoreggenti di lei.
Proprio lui, Master dichiarato anche all’anagrafe, quando ha dovuto compilare la casella “sesso” nella richiesta della carta di identità.
Eppure il percorso è stato in discesa e, una volta partita la pallina sul piano inclinato, non è più riuscito a fermarla.
In ogni caso Samantha era una gnocca pazzesca (almeno a lui faceva sesso, sangue e tutto il resto) e, mentre era legato alla testiera, lei stava stesa sul ventre, sullo stesso letto, tra le sue gambe allargate, appoggiata sui gomiti ed intenta a fargli un pompino pazzesco.
Da quella posizione K. poteva vedere le natiche che costituivano il classico culo a mandolino. Aveva anche una vista privilegiata sulle tette che la posizione rendeva pendenti.
La tipa, poi, lo guardava con fantastici occhi da gatta mentre glielo leccava.
Eppure lui, Master convinto, se ne stava legato al letto.
Tutto nacque mesi addietro quando K. vide per la prima volta Sammy sul balcone del secondo piano del condominio posto a confine del prato dove portava il cagnolino a fare i suoi bisogni.
Ne restò affascinato. Lei era alta, slanciata, lunghi capelli biondi, lisci. Su quel balcone si muoveva con leggiadria.
Tornò più e più volte in quel pratino nella speranza di vederla ancora. Ogni volta si vestiva in modo tale da auto considerarsi un gran figo al punto da pensare che, se lui fosse stato una gran gnocca, a uno come lui gliela avrebbe data.
In effetti la vide ancora.
Una volta, la mattina presto, lei uscì in una calda mattina estiva per abbassare la tenda parasole. Nulla di che, come operazione, se non che indossava un top canotta che a lui sembrava di seta, non aderente ma abbastanza stretta da far intuire il corpo e che, soprattutto, arrivava appena sotto le natiche.
Era scalza.
Lui la immaginò appena alzata dal letto ancora caldo e profumato da quel corpo che gli piaceva da impazzire.
Non riuscì a capire se lei ricambiasse i suoi sguardi quando lui era nel pratino con il cane.
Vederla là in alto, in una porzione di intimità, lo rendeva un uomo invadente e poco rispettoso della privacy ma lui, di queste cose, se ne fregava. Cercava solo di non essere beccato giusto per non fare una figura colorata di marrone.
La incontrò anche per strada, più di una volta. Volendo fare il duro ed il figo che non sbava dietro alle bellissime donzelle, non la guardò nel momento in cui la incrociò ma, appena passata, si voltò e le guardò il culo a mandolino e quelle gambe lunghe lunghe da urlo.
Il tutto, sempre stando attento che, girandosi, non lo beccasse mentre sbavava, anche se, in cuor suo, non capiva come potesse resistere a voltarsi per dargli una sbirciata.
Un giorno era seduto al tavolino di un bar intento a guardare il culo della cameriera e le altre gnocchettine che passavano.
Minchia, mica arriva la tipa stratosferica del balcone che gli si siede accanto!!!
Volendo darsi un contegno, recuperò il giornale sul tavolino vicino e finse di leggerlo, mentre, in realtà, continuava a voltare gli occhi per riuscire a guardarla.
La tipa prese un caffè e, senza guardarlo (cosa che peraltro aveva dell’incredibile) si allontanò.
K. si girò a guardarle il culo e solo quando svoltò l'angolo si accorse che la tipa aveva lasciato il cellulare sul tavolino. Lo prese per portarglielo quando si accorse che era sprovvisto di protezione che, evidentemente, non aveva fatto in tempo ad attivarsi.
Poichè il fine (portarsela a letto) giustifica i mezzi (tutto ciò che era necessario per portarsela a letto), ignorando la privacy e tutto ciò che in questo campo, anche etico e morale, poteva essere ignorato, accedette al tasto per le telefonate e si chiamò, così da avere il suo numero.
Pensò anche di guardare in whatsapp per capire se avesse una storia con qualcuno, ma pensò che tutto sommato, in fondo in fondo, anche lui aveva un senso etico, più che altro generato dalla volontà di correrle dietro per restituirle il telefono, cosa che avrebbe potuto non riuscire se si fosse soffermato a guardare la messaggeria. Così cancellò la chiamata e la inseguì, senza però trovarla. Ormai, però, il telefono si era bloccato e non poté più accedere a whatsapp.
Tornò al bar e, sperando che sarebbe tornata indietro a cercarlo, lasciò il cellulare alla commessa anch’essa carina, con la quale si soffermò a parlare intuendo in lei un certo interesse, fino a che la tipa non gli disse che c’era altra gente in fila per pagare e che se ne doveva andare.
Solo la sera, mentre ripensava a quel culo, gli venne in mente che avrebbe potuto aspettare, magari sarebbe tornata indietro subito.
Si diede del coglione e poi se ne dimenticò autoassolvendosi in qualche modo.
Invece di chiamarla, decise di mandarle messaggi nei quali cantava la sua bellezza ed eleganza, tutti cercati in internet e spediti senza, ovviamente, citare la fonte.
Poichè nessuna gnocchettina avrebbe potuto resistere a cotanta maestria nell’uso della lingua italiana utilizzata per cantar le lodi fisiche, si incontrarono.
La gnocchettina, al secolo Samantha, gli disse che l’aveva trovato simpatico e sfrontato nel ricorso al copia incolla di frasi seducenti, poiché era evidente che nessun uomo che fruga nei telefoni altrui sarebbe stato tanto capace di scrivere frasi di tal fatta.
K., convinto del proprio fascino, cercò di dare il meglio di sé, fino a strapparle un altro appuntamento.
Naturalmente la gnocchettina accettò con grande entusiasmo in quanto colpita dalla sua prestanza fisica, sicuramente affascinata dalla sua muscolatura simile a quella di quei tipi ritratti sulle anfore vecchie trovate in Grecia.
Melodiosa fu la sua voce nell’accettare:
“Dai, accetto volentieri anche se fisicamente non sei il mio tipo. Tuttavia, ti vedevo dal balcone e mi è molto piaciuto come tenevi il tuo cagnolino”.
K. non potè che dedurre che si stesse trovando di fronte ad una schiava fatta e finita, colpita dall’autorità e fermezza con la quale gestiva il suo cane educato ad ubbidire ciecamente a qualsiasi comando, senza esitazione alcuna.
“Sì, mi è piaciuta la dolcezza e delicatezza con la quale cerchi di convincerlo, senza successo, a fare quello che vuoi, mentre in realtà cedi a qualsiasi sua richiesta”.
K. si chiese se non lo stesse confondendo con altro tipo, ma la cosa poco gli interessava perché quella era troppo gnocchettina. Sicuramente, senza ombra di dubbio, con assoluta certezza, sarebbe riuscito a convincerla ad interessarsi ai piaceri della sottomissione.
Finiti finalmente tra le quattro mura di una stanza da letto, quando le propose di usare le sue autoreggenti per una legatura alla testiera del letto, la gnocchettina non potè che accettare la proposta così potentemente carica di erotismo.
Quando furono a letto, K. cominciò però a pensare che la tipa non fosse molto sveglia ed avesse problemi di comprensione, infatti lei pretese di legare lui, il master duro e puro, al letto.
Lui avrebbe voluto fortemente e decisamente farle capire che la cosa avrebbe dovuto essere a parti inverse, se non si fosse ritrovato con le sue mutandine in bocca mentre lei lo legava.
Lei, colpita dalla sua capacità di farla sentire bella e importante, dopo un po’ gli tolse le mutandine e, prima di riprenderlo in bocca, gli chiese (con occhi supplichevoli da gatta vogliosa del suo potente e leggendario membro) di dirle, mentre glielo leccava, cosa lo avesse colpito di lei, così da farle venire voglia di impegnarsi ad indurirlo un poco, per lo meno quanto bastava per farsi penetrare.
K. non capì cosa la fece andare via dopo averlo morso, abbandonando cotanto simbolo di potente virilità, quando lui, esaudendo la sua supplica, le disse che quando la vide una mattina sul balcone con la vestaglia di sua mamma, non riuscì a capire se fosse depilata ma indossasse le mutandine nere oppure se non indossasse le mutandine ed era tutta pelosa.
Proprio lui, Master dichiarato anche all’anagrafe, quando ha dovuto compilare la casella “sesso” nella richiesta della carta di identità.
Eppure il percorso è stato in discesa e, una volta partita la pallina sul piano inclinato, non è più riuscito a fermarla.
In ogni caso Samantha era una gnocca pazzesca (almeno a lui faceva sesso, sangue e tutto il resto) e, mentre era legato alla testiera, lei stava stesa sul ventre, sullo stesso letto, tra le sue gambe allargate, appoggiata sui gomiti ed intenta a fargli un pompino pazzesco.
Da quella posizione K. poteva vedere le natiche che costituivano il classico culo a mandolino. Aveva anche una vista privilegiata sulle tette che la posizione rendeva pendenti.
La tipa, poi, lo guardava con fantastici occhi da gatta mentre glielo leccava.
Eppure lui, Master convinto, se ne stava legato al letto.
Tutto nacque mesi addietro quando K. vide per la prima volta Sammy sul balcone del secondo piano del condominio posto a confine del prato dove portava il cagnolino a fare i suoi bisogni.
Ne restò affascinato. Lei era alta, slanciata, lunghi capelli biondi, lisci. Su quel balcone si muoveva con leggiadria.
Tornò più e più volte in quel pratino nella speranza di vederla ancora. Ogni volta si vestiva in modo tale da auto considerarsi un gran figo al punto da pensare che, se lui fosse stato una gran gnocca, a uno come lui gliela avrebbe data.
In effetti la vide ancora.
Una volta, la mattina presto, lei uscì in una calda mattina estiva per abbassare la tenda parasole. Nulla di che, come operazione, se non che indossava un top canotta che a lui sembrava di seta, non aderente ma abbastanza stretta da far intuire il corpo e che, soprattutto, arrivava appena sotto le natiche.
Era scalza.
Lui la immaginò appena alzata dal letto ancora caldo e profumato da quel corpo che gli piaceva da impazzire.
Non riuscì a capire se lei ricambiasse i suoi sguardi quando lui era nel pratino con il cane.
Vederla là in alto, in una porzione di intimità, lo rendeva un uomo invadente e poco rispettoso della privacy ma lui, di queste cose, se ne fregava. Cercava solo di non essere beccato giusto per non fare una figura colorata di marrone.
La incontrò anche per strada, più di una volta. Volendo fare il duro ed il figo che non sbava dietro alle bellissime donzelle, non la guardò nel momento in cui la incrociò ma, appena passata, si voltò e le guardò il culo a mandolino e quelle gambe lunghe lunghe da urlo.
Il tutto, sempre stando attento che, girandosi, non lo beccasse mentre sbavava, anche se, in cuor suo, non capiva come potesse resistere a voltarsi per dargli una sbirciata.
Un giorno era seduto al tavolino di un bar intento a guardare il culo della cameriera e le altre gnocchettine che passavano.
Minchia, mica arriva la tipa stratosferica del balcone che gli si siede accanto!!!
Volendo darsi un contegno, recuperò il giornale sul tavolino vicino e finse di leggerlo, mentre, in realtà, continuava a voltare gli occhi per riuscire a guardarla.
La tipa prese un caffè e, senza guardarlo (cosa che peraltro aveva dell’incredibile) si allontanò.
K. si girò a guardarle il culo e solo quando svoltò l'angolo si accorse che la tipa aveva lasciato il cellulare sul tavolino. Lo prese per portarglielo quando si accorse che era sprovvisto di protezione che, evidentemente, non aveva fatto in tempo ad attivarsi.
Poichè il fine (portarsela a letto) giustifica i mezzi (tutto ciò che era necessario per portarsela a letto), ignorando la privacy e tutto ciò che in questo campo, anche etico e morale, poteva essere ignorato, accedette al tasto per le telefonate e si chiamò, così da avere il suo numero.
Pensò anche di guardare in whatsapp per capire se avesse una storia con qualcuno, ma pensò che tutto sommato, in fondo in fondo, anche lui aveva un senso etico, più che altro generato dalla volontà di correrle dietro per restituirle il telefono, cosa che avrebbe potuto non riuscire se si fosse soffermato a guardare la messaggeria. Così cancellò la chiamata e la inseguì, senza però trovarla. Ormai, però, il telefono si era bloccato e non poté più accedere a whatsapp.
Tornò al bar e, sperando che sarebbe tornata indietro a cercarlo, lasciò il cellulare alla commessa anch’essa carina, con la quale si soffermò a parlare intuendo in lei un certo interesse, fino a che la tipa non gli disse che c’era altra gente in fila per pagare e che se ne doveva andare.
Solo la sera, mentre ripensava a quel culo, gli venne in mente che avrebbe potuto aspettare, magari sarebbe tornata indietro subito.
Si diede del coglione e poi se ne dimenticò autoassolvendosi in qualche modo.
Invece di chiamarla, decise di mandarle messaggi nei quali cantava la sua bellezza ed eleganza, tutti cercati in internet e spediti senza, ovviamente, citare la fonte.
Poichè nessuna gnocchettina avrebbe potuto resistere a cotanta maestria nell’uso della lingua italiana utilizzata per cantar le lodi fisiche, si incontrarono.
La gnocchettina, al secolo Samantha, gli disse che l’aveva trovato simpatico e sfrontato nel ricorso al copia incolla di frasi seducenti, poiché era evidente che nessun uomo che fruga nei telefoni altrui sarebbe stato tanto capace di scrivere frasi di tal fatta.
K., convinto del proprio fascino, cercò di dare il meglio di sé, fino a strapparle un altro appuntamento.
Naturalmente la gnocchettina accettò con grande entusiasmo in quanto colpita dalla sua prestanza fisica, sicuramente affascinata dalla sua muscolatura simile a quella di quei tipi ritratti sulle anfore vecchie trovate in Grecia.
Melodiosa fu la sua voce nell’accettare:
“Dai, accetto volentieri anche se fisicamente non sei il mio tipo. Tuttavia, ti vedevo dal balcone e mi è molto piaciuto come tenevi il tuo cagnolino”.
K. non potè che dedurre che si stesse trovando di fronte ad una schiava fatta e finita, colpita dall’autorità e fermezza con la quale gestiva il suo cane educato ad ubbidire ciecamente a qualsiasi comando, senza esitazione alcuna.
“Sì, mi è piaciuta la dolcezza e delicatezza con la quale cerchi di convincerlo, senza successo, a fare quello che vuoi, mentre in realtà cedi a qualsiasi sua richiesta”.
K. si chiese se non lo stesse confondendo con altro tipo, ma la cosa poco gli interessava perché quella era troppo gnocchettina. Sicuramente, senza ombra di dubbio, con assoluta certezza, sarebbe riuscito a convincerla ad interessarsi ai piaceri della sottomissione.
Finiti finalmente tra le quattro mura di una stanza da letto, quando le propose di usare le sue autoreggenti per una legatura alla testiera del letto, la gnocchettina non potè che accettare la proposta così potentemente carica di erotismo.
Quando furono a letto, K. cominciò però a pensare che la tipa non fosse molto sveglia ed avesse problemi di comprensione, infatti lei pretese di legare lui, il master duro e puro, al letto.
Lui avrebbe voluto fortemente e decisamente farle capire che la cosa avrebbe dovuto essere a parti inverse, se non si fosse ritrovato con le sue mutandine in bocca mentre lei lo legava.
Lei, colpita dalla sua capacità di farla sentire bella e importante, dopo un po’ gli tolse le mutandine e, prima di riprenderlo in bocca, gli chiese (con occhi supplichevoli da gatta vogliosa del suo potente e leggendario membro) di dirle, mentre glielo leccava, cosa lo avesse colpito di lei, così da farle venire voglia di impegnarsi ad indurirlo un poco, per lo meno quanto bastava per farsi penetrare.
K. non capì cosa la fece andare via dopo averlo morso, abbandonando cotanto simbolo di potente virilità, quando lui, esaudendo la sua supplica, le disse che quando la vide una mattina sul balcone con la vestaglia di sua mamma, non riuscì a capire se fosse depilata ma indossasse le mutandine nere oppure se non indossasse le mutandine ed era tutta pelosa.
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