Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 13
di
Michael035
genere
fantascienza
Le ruote del Dodge masticano la lastra di ghiaccio che ricopre la E HWY 25 70 con un rumore sordo, un crunch continuo che vibra su per il piantone dello sterzo fino ad arrivarmi alle ossa. La bufera ha finalmente smesso di vomitarci addosso, ma si è lasciata dietro un mondo spettrale. Il cielo è una lastra di metallo che schiaccia le cime dei pini neri, piegati sotto tonnellate di neve fresca. La strada è a malapena intuibile, un corridoio bianco bordato da burroni scoscesi e boschi impenetrabili. Il riscaldamento del pick-up tossisce aria tiepida, sufficiente a impedire che il parabrezza geli dall'interno, ma il freddo è ancora un passeggero seduto qui con noi.
Siamo in silenzio da almeno dieci miglia. Clem fissa il vuoto dal sedile posteriore, avvolta in una coperta di lana recuperata dalla casa, mentre Meave sta frugando nello zaino di tela dove ha infilato i vestiti asciutti e le poche scorte che siamo riusciti a portarci via.
All'improvviso, un ronzio acuto rompe la monotonia del motore. Un bip elettronico, secco e ripetitivo, che suona fuori posto in questo inferno di ghiaccio.
«Che diavolo è?» chiedo, gli occhi fissi sulla strada bianca per non finire nel fosso.
«Viene da qui dentro,» mormora Meave.
Tira fuori una giacca di pile e la scuote. Dalla tasca scivola fuori un blocco rettangolare, spesso e rivestito di gomma scura, con un piccolo schermo OLED che lampeggia di verde.
Lo riconosco all'istante, e lo stomaco mi si stringe.
«Un ricetrasmettitore d'emergenza. È il C-80.» Lo fisso per qualche secondo. «Lo distribuiva la Guardia Nazionale nei primi mesi dopo il crollo.»
Clem si sporge tra i due sedili per osservarlo meglio.
«Funziona ancora?»
«Dovrebbe.» Stringo il volante. «Usa microcelle ad alta densità e consuma pochissimo. Se rimane inutilizzato per più di sei mesi, entra automaticamente in modalità di risparmio energetico avanzato.»
«Non si spegne?»
«Non completamente.» Indico il piccolo schermo verde. «Mantiene attivo il ricevitore al minimo indispensabile. Continua a scandagliare il segnale d'emergenza, tutto il resto va in standby. Se intercetta un SOS nel suo raggio, si riattiva.»
Clem annuisce lentamente, assimilando la spiegazione senza distogliere gli occhi dal dispositivo.
«Dieci miglia,» continuo. «Quella è più o meno la sua portata. Prima il segnale poteva passare attraverso i ripetitori governativi e arrivare ai centri di soccorso. Adesso non c'è più niente a cui appoggiarsi. Un C-80 può parlare soltanto con un altro C-80 abbastanza vicino.»
Il verde dello schermo continua a lampeggiare.
Abbasso lo sguardo per un istante.
«Quindi, se questo si è appena riattivato...» Meave lascia la frase a metà.
«Significa che ha captato un SOS.»
Guardo la strada davanti a noi.
«E qualcuno, entro dieci miglia, lo ha mandato.»
Dall'altoparlante coperto di polvere gracchia una scarica di statica violenta. Poi, una voce umana, sottile e spezzata. «...aiu... [ksssss] ...remo... [krrr] ...non... [ksssss] ...cibo...» Meave fissa il dispositivo tra le sue mani, gli occhi verdi spalancati. «C'è qualcuno. Stanno chiedendo aiuto.»
«Spegni quella roba,» taglio corto. «E rimettilo nello zaino. Anzi, buttalo fuori dal finestrino.»
«Cosa? Trevis, ci sono delle persone lì fuori!»
«Ci sono dei cadaveri lì fuori, Meave. O, peggio ancora, dei figli di puttana che usano una radio trovata chissà dove per attirare polli come noi in un'imboscata. Non sappiamo chi siano. Non ci fermiamo.» Guardo lo specchietto retrovisore. «Clem?» Clementine si stringe nelle spalle. «A me basta restare intera. Decidete voi.»
«...vi prego... [krrr] ...sentite?» implora la voce, questa volta un filo più nitida mentre il pick-up avanza, accorciando la distanza con la fonte del segnale. Meave scuote la testa, cocciuta. Individua il pulsante di trasmissione sul lato della gomma e lo preme a fondo. «Mi sentite?» domanda, la voce ferma ma carica di ansia. Allungo la mano destra per strapparle la radio. «Lascia stare, Meave, mi dispiace per loro ma non possiamo rischiare.» Lei si ritrae contro lo sportello, schivando la mia mano. «Non fare lo stronzo, ascolta!» Dal dispositivo esplode una scarica di rumore bianco, seguita da un singhiozzo disperato. «Oddio... [ksssss] ...qualc [ksssss] ci sente? Vi prego... vi prego, aiutateci.»
È una ragazza. La voce è incrinata, tremante, carica di quel terrore primordiale che non si può fingere. Anche il mio cinismo vacilla per una frazione di secondo, ma la paranoia militare prende subito il sopravvento. Meave preme di nuovo il tasto. «Chi siete?» Silenzio.
«Siamo... [krrr] ...siamo solo in due, un uomo [ksss] donna...»
«Cosa vi è successo?» insiste Meave, guardandomi con aria di sfida come per dimostrarmi che non è una trappola. «Siamo in fuga da giorni... [ksssss] ...un gruppo di pa[ksss] ci insegue, credevamo fossero amichevoli ma... [krrr] ...ma in realtà sono dei pazzi psicop[krr]... sono cannibali.» La ragazza inizia a piangere, il suono deformato dall'interferenza.
«Vi prego, vi prego, vi prego, aiutateci. Non abbiamo cibo... [ksssss] ...non abbiamo acqua, stiamo morendo di freddo. Il mio ragazzo sta male, non riesce a camminare, e questi pazzi non ci lasciano in pace... [krrr] ...ci troveranno, ne sono sicura. Per [Ksss] e, non lasciateci morire. Abbiamo già perso un nostro compagno... lo hanno ucciso loro...»
La disperazione cruda nelle sue parole riempie l'abitacolo. Meave abbassa il dispositivo, pallida, le labbra socchiuse, sopraffatta dall'orrore della situazione. Le strappo il ricetrasmettitore dalle mani senza chiederle permesso. Premo il pulsante laterale e schiaccio il pedale del freno. Il Dodge sbanda leggermente sulla neve pressata e rallento un po'.
«Parla chiaro,» ordino nel microfono, con voce fredda e autoritaria. «Riuscite a dirci dove vi trovate? Il dispositivo segna che siete a sei miglia a est rispetto alla mia posizione, ma dove? In che tipo di struttura siete?»
«Siamo... [ksssss] ...ci sono degli alberi... una specie di capanno distrutto... [krrr] ...vicino a un fiume ghiacciato, credo...»
«Un fiume ghiacciato e degli alberi? Siamo in Tennessee porca puttana, è pieno di alberi e fiumi ghiacciati per cento miglia in ogni direzione,» urlo, l'esasperazione che mi sale in gola.
«Così non mi aiuti, non posso aiutarti. Sforzati di più.» «Non lo so!» urla lei disperata. «Non so dove siamo, abbiamo solo corso!»
«Meave, dai l'atlante a Clem,» ordino a bruciapelo. Lei scatta, lo sfila dal vano portaoggetti e lo posa sulle ginocchia di Clem, aperto sulla mappa locale del Tennessee. Premo di nuovo il pulsante della radio. «Ascoltami bene,» dico, scandendo ogni parola. «Una strada. Un cartello. Una vecchia pompa di benzina, un traliccio, qualsiasi fottuta cosa che abbia un nome. Mi serve un'indicazione stradale, capisci? Altrimenti, mi dispiace per voi, ma devo lasciar perdere e rimettermi in marcia.»
«Trevis!» sibila Meave, inorridita dalla mia freddezza. La ignoro, tenendo il pollice sul tasto e aspettando. Dalla radio arriva solo il suono del vento e il pianto soffocato della ragazza. Poi, un respiro profondo.
«Un cartello... [ksssss] ...prima di addentrarci nei boschi... c'era un vecchio ponte d'acciaio arrugginito, e un cartello verde crivellato di colpi... [krrr] ...c'era scritto Weaver Bend. E... e p... [ksss]... strada sterrata, credo fosse la 107.» Il dito indice di Clem corre sulla mappa spiegata sulle sue gambe.
«Eccolo. Weaver Bend Road, incrocio con la Route 107,» dice Clem, facendomi segno con il dito.
Più o meno sei miglia esatte verso est, proprio come indicava il segnale. È una zona boschiva fittissima, incassata in un'ansa del fiume. Un fottuto imbuto. Perfetto per nascondersi. Ancora più perfetto per morire in trappola.
Meave mi fissa, il fiato sospeso che forma nuvolette di vapore nell'aria fredda.
«Li hai trovati?»
«Sì,» rispondo, infilando la marcia. Il pick-up ringhia e le gomme fanno presa sulla neve. «Ma se ci andiamo, entriamo dritti in un vicolo cieco. E se davvero c'è una banda di cacciatori di carne alle loro calcagna, ci troveremo addosso la stessa gente da cui stanno scappando.»
«Non possiamo abbandonarli, Trevis. Non dopo averli sentiti,» dice Meave. Il suo tono non ammette repliche. Dal sedile posteriore, si sente lo scatto metallico del caricatore della pistola di Clem.
«Dobbiamo aiutarli, Trev. Con Marcus abbiamo incontrato delle persone del genere. Inizialmente gentili e accoglienti e poi ti drogavano quando avevi bisogno di farmaci.» dice la ragazzina con una calma glaciale. «Entriamo, li carichiamo e usciamo prima che i cannibali arrivino da noi.»
Infilo la radio nel portabicchieri, sbuffando. «Va bene,» dico, guardando la strada davanti a noi. «Andiamo a recuperare questi disgraziati.»
Giro il volante con decisione, imboccando la deviazione per la Route 107. Il piantone dello sterzo trema tra le mie mani stanche mentre le ruote del Dodge cercano aderenza sulla strada ghiacciata. L'aria nell'abitacolo è stagnante, impregnata della puzza di diesel, ma il vero peso è il silenzio teso che ci avvolge. Meave tiene il ricetrasmettitore premuto vicino al viso, le nocche bianche per la stretta, il dito pronto sul pulsante di trasmissione.
Dall'altoparlante gracchia una scarica di rumore bianco, poi la voce della ragazza riemerge dal buio della frequenza, spezzata da un pianto soffocato.
«Mio Dio...» mormora lei, e il suono del suo respiro è un rantolo di puro sfinimento. «Cosa succede?» chiede subito Meave, piegandosi in avanti sul cruscotto. «Grazie al cielo... [krrr] sono giorni che cerchiamo di metterci in contatto con qualcuno... ormai pensavamo fosse finita... che saremmo morti o peggio, che loro ci avrebbero catturato e fatto chissà cosa.» La sua voce vaga in una spirale incontrollabile tra la disperazione e un'isteria di sollievo che mi fa rizzare i peli sulle braccia.
«Tranquilla, stiamo arrivando,» la rassicura Meave, cercando di mantenere un tono fermo e caldo per ancorarla alla realtà. «Questi tizi, sono armati?»
«Sì, sono armati! [ksssss] Hanno pistole, fucili, machete... se ne vanno in giro con la testa coperta. Usano delle bandane per coprirsi la bocca [krrrr]... pelli a rovescio sulla testa, oppure usano degli sciarponi. Sono pericolosi e sparano a vista, senza avvisare se ritengono che qualcuno sia ostile...»
Serro la mascella, gli occhi piantati sulla striscia di neve contaminata dalle impronte dei pini.
«Sarà un piacere ammazzare questi talebani di nuova generazione, allora,» commento a bassa voce, la rabbia che mi rinfresca il sangue.
«Che cazzo di animali!» risponde Meave, indignata. Poi stringe di nuovo il tasto. «Come ti chiami?»
«Nancy... [krrr] il mio ragazzo si chiama Jason. Voi?»
Nancy.
Quel nome rimbalza nell'abitacolo. Per una frazione di secondo, un'immagine nitida e dolorosa mi attraversa il cervello: un paio di occhi chiari, un sorriso sfrontato, la sorella minore di Tessa che rubava le birre dal garage per ubriacarsi con gli amici. Ma scuoto subito la testa, scacciando il fantasma. Non ha alcun senso. Il mondo prima della fine era pieno di ragazze che si chiamavano Nancy. È solo una coincidenza, un brutto scherzo della mia mente massacrata dai ricordi.
Meave riprende a parlare: «Io sono Meave, il mio compagno–» Sfilo d'istinto il braccio dal volante, allungandomi verso il dispositivo. Le strappo il microfono di bocca e parlo io con tutta la durezza che mi è rimasta in corpo.
«Che palle, Trevis! Lascialo a me,» borbotta Meave.
«Trevis! E tanto per essere chiaro... se è una trappola ammazzo prima voi e poi tutti gli altri e non sto scherzando,» dico premendo il tasto della comunicazione.
Dall'altra parte cala un istante di silenzio, interrotto solo dal sibilo della statica. Poi la risposta arriva, lenta, meravigliata, quasi smarrita.
«Trevis, davvero? [ksssss]... coincidenza, ho un cognato che si chiama come te, sai? Solo che non so dove sia adesso... speriamo che sia vivo e che anche mia sorella lo sia... e comunque non è una trappola... non crediamo di poter resistere molti altri giorni in queste condizioni... il mio ragazzo sta morendo...»
Le sue parole mi congelano il sangue nelle vene. L'aria nei polmoni si trasforma in piombo fuso.
Piazzo un pestone devastante sul pedale del freno.
Le ruote del Dodge inchiodano sul ghiaccio vivo. La coda del pick-up sbanda violentemente verso destra, intraversandosi lungo la carreggiata e rasentando un enorme muro di neve a bordo strada. Clem caccia un piccolo grido soffocato dietro di me, aggrappandosi al sedile, mentre Meave finisce con una spalla contro lo sportello. Il motore tossisce, va quasi in stallo, poi continua a girare al minimo con un battito metallico e sordo.
Il cuore mi batte nei timpani come un maglio da cantiere, così forte da oscurarmi la vista.
«Hai una sorella?» le urlo dentro il microfono, la voce che si spacca a metà. «Come si chiama?»
«Mia sorel– [krrr]»
«Sei Nancy Winslow?» domando, sovrastando l'interferenza.
Un secondo. Due secondi. Il silenzio radio è un abisso nero. «Ehm, sì... [ksssss] come... oh mio Dio... sei quel Trevis? Sei davvero tu?»
Il mondo intorno a me smette di ruotare. La neve, il freddo, la caccia, i cannibali: tutto sfuma in un punto nero al centro del parabrezza. «Sono io, Nancy,» sussurro, la gola ridotta a cartavetro. «Sì... sono Trevis.»
Un urlo di gioia e di incredulità perfora la cassa dell'altoparlante. «Porca puttana, non ci credo! [ksssss] Mia sorella? Tessa dov'è, come sta?»
La domanda mi colpisce in pieno petto con la violenza spietata di una fucilata a bruciapelo.
Mi si spezza qualcosa dentro. La colonna vertebrale sembra cedermi. Chiudo gli occhi con tanta forza da vederci macchie rosse e viola fluttuare nel buio. Non riesco a rispondere. Semplicemente non ci riesco. Il fiato mi si incastra nell'esofago come una spina di ferro. Sbatto le palpebre a ritmo frenetico per trattenere la marea montante, per non farmi vedere debole, ma è inutile: una lacrima calda e bruciante si fa strada tra la barba incolta, tracciando una linea di fuoco sulla pelle congelata.
«Trevis?» la voce di Nancy sale di tono, colma di un'improvvisa, terribile ansia. «Mi senti ancora? Dai, non ora, maledetto coso! [krrr] [thump thump] Mi sentite?»
Sento un peso leggero posarsi con una delicatezza infinita sulla mia spalla destra. È la mano di Meave. Mi accarezza piano, scivolando verso il collo, mentre il suo sguardo verde, carico di una solitudine e di una comprensione devastanti, si pianta sul mio profilo sconvolto dal dolore. Clem si sporge in avanti, il viso tirato.
«Tutto bene, Trev?» chiede con una voce piccolissima, smarrita, lei che non mi ha mai visto piegarmi di un millimetro.
Meave alza subito l'altra mano verso Clementine, facendole un cenno impercettibile con la testa. Un ordine silenzioso: No. Lascialo stare. Non ora.
Lotto contro il groppo che mi soffoca, mandando giù la saliva che sa di bile. Mi ricompongo a fatica, piantando le dita sul volante fino a far scricchiolare le nocche. «Nancy...» riesco a dire, la voce che vibra di un tremito incontrollabile. «Tessa...»
«Tessa? Cosa c'è? [ksssss]» La speranza nella voce di Nancy si sbriciola all'istante, sostituita da un terrore puro, sottile, mille volte più affilato delle armi degli uomini che le stanno dando la caccia. «Trevis, dimmi qualcosa... ti prego...»
Prendo un respiro lungo, profondo, che mi strazia i polmoni come se stessi inalando frammenti di vetro. «Tessa è- è stata morsa...»
Silenzio. Dalla radio non esce più neanche la statica. È come se l'intero universo avesse trattenuto il fiato.
«Non ce l'ha fatta...» continuo, e ogni parola è una coltellata che mi infliggo da solo nel centro del petto. «Sono stato con lei fino al suo ultimo respiro... sperando in un miracolo, ma non c'è stato niente da fare. Ho fatto quel che andava fatto.»
La verità è fuori. Nuda, cruda, immutabile. Fa male, ma mi hanno sempre insegnato che le cose scomode vanno dette direttamente così almeno si soffre una volta e non ogni volta che si riprende l'argomento.
Con la mano che trema in modo quasi imbarazzante, allungo il ricetrasmettitore verso Meave, lasciandoglielo cadere nel grembo. Non posso più tenerlo. Afferro la leva del cambio, ingrano la prima con uno scatto rabbioso e schiaccio il pedale dell'acceleratore. Le catene mordono la neve con furia, e il Dodge torna a ruggire, divorando la strada sterrata che ci addentra nel bosco di Weaver Bend.
Dal dispositivo appoggiato sulle gambe di Meave esplode un lamento. Non è un pianto ordinario; è il suono spaventoso di un'anima che si spezza in due. Un lamento lungo, acuto, un rantolo di disperazione cieca che riempie l'abitacolo e si sovrappone al rombo del nostro motore.
Meave raccoglie la radio con cautela, portandosela di nuovo alle labbra. Le sue ciglia sono bagnate. «Nancy?» chiama piano, con una dolcezza disperata. «Nancy, ci sei? Ti prego, parlami. Stiamo arrivando, siamo quasi da voi...»
Dall'altra parte giungono solo colpi secchi, il suono di qualcuno che singhiozza e piange. «Noo... no, no, no... Tessa... no...» sussurra Nancy, la voce ridotta a un soffio infranto.
Poi si sente uno scatto metallico secco. La linea cade. Il rumore bianco scompare, sostituito da un silenzio ancora più spettrale. Ha riattaccato. O forse ha semplicemente lasciato cadere l'apparecchio sul pavimento.
Nessuno parla più all'interno del pick-up. Guardo avanti, la mente ridotta a una landa desolata, mentre gli alberi ricoperti di neve corrono ai lati del parabrezza come spettri bianchi. Il dolore per la perdita di Tessa si è riaperto fresco, sanguinante, ma ora si è mescolato a una nuova, ferocissima urgenza. Spingo ancora di più sull'acceleratore. Le sei miglia stanno finendo. Siamo quasi da loro.
Il bosco si fa sempre più fitto, un groviglio di tronchi neri e rami carichi di neve che sembrano volerci inghiottire. Rallento l'andatura del pick-up, scrutando tra gli alberi alla ricerca di una struttura. Prendo il ricetrasmettitore e premo il pulsante. «Hey Nancy, mi senti? Siamo qui, vicino a dove avete detto di trovarvi. Dove siete nascosti esattamente?»
Passa un minuto interminabile. Il silenzio radio è rotto solo dal battito irregolare del motore. Poi, la voce di Nancy risponde, tremolante dal pianto e interrotta da continui singhiozzi, mentre tira su col naso. «Siamo... siamo dentro un vecchio capanno... [ksssss] ...aspetta, adesso esco fuori.»
«No, ferma. Non farlo,» ordino subito, perentorio. «Resta dentro. Non si sa mai chi potrebbe esserci là fuori in agguato.»
Mi avvicino ancora, poi metto il cambio in folle e tiro il freno a mano. Spengo il motore per tagliare il rumore. Il silenzio della foresta ghiacciata ci piomba addosso, rotto solo dal fischio del vento. Prendo il mio fucile d'assalto dal sedile posteriore e sfilo una delle pistole di riserva dalla borsa tattica, controllando che abbia il colpo in canna. Questa andrà a Nancy.
Mi volto verso Meave e Clem. Le guardo dritte negli occhi. «Voi due restate qui di guardia. Nascondetevi bene dentro l'abitacolo e tenete le armi pronte. Se perdiamo il pick-up è la fine per tutti noi, chiaro?» Meave annuisce, stringendo la sua pistola. Clem ha già la pistola appoggiata sulle gambe.
«Se vedete qualcosa di strano, anche solo un'ombra muoversi tra gli alberi,» continuo, passandomi la cinghia del fucile attorno al collo, «chiamatemi subito sul C-80. Non fate le eroine.»
Apro la portiera e scendo, sprofondando con gli stivali nella neve. L'aria gelida mi morde subito la faccia. Chiudo lo sportello il più piano possibile e mi muovo piegato sulle ginocchia, il fucile spianato, gli occhi che scandagliano ogni cespuglio, ogni tronco. Il capanno è a una trentina di metri, nascosto in una conca naturale a ridosso del fiume ghiacciato. È una struttura di assi marce e lamiera arrugginita, mezza sepolta dalla neve. Mi avvicino al lato cieco, controllo il perimetro, e poi arrivo davanti alla porta scardinata. Busso forte sul legno con le nocche, tre colpi secchi.
«Nancy, eccomi,» urlo a mezza voce, e spingo la porta con la spalla.
L'interno è buio, puzza di muffa, polvere e disperazione. Faccio un passo dentro e abbasso l'arma. L'incontro è più potente e devastante di quanto potessi prepararmi ad affrontare. Nancy emerge dalla penombra e mi si lancia addosso. Non è un abbraccio di sollievo, è un crollo totale. Mi si aggrappa al giaccone, seppellendo il viso contro il mio petto, e scoppia in un pianto straziante, viscerale. Le sue dita mi stringono la stoffa come se fossi l'unica cosa che le impedisce di cadere nel vuoto.
Il peso del suo dolore mi investe come un treno merci. Lascio cadere il fucile lungo il fianco e le avvolgo le braccia intorno alla schiena, stringendola forte contro di me.
«No, Nancy... è difficile, lo so,» sussurro contro i suoi capelli sporchi e arruffati, chiudendo gli occhi per non far cadere le lacrime che premono.
«Perché?» urla lei contro il mio petto, la voce spezzata dall'angoscia. «Perché proprio a Tessa? Perché a lei, Trevis?!» La sua domanda mi scava dentro, riaprendo la ferita che sanguina senza sosta da mesi. Le accarezzo la testa, cullandola piano nel buio del capanno.
«Non lo so,» rispondo, la voce roca. «Me lo domando anche io ogni maledetto giorno da quasi un anno, ormai.»
Nancy si blocca. Si irrigidisce contro di me e si stacca lentamente, sollevando il viso rigato di lacrime e sporco verso il mio. I suoi occhi chiari, così simili a quelli di sua sorella, sono sgranati.
«Un anno?» ripete, la voce ridotta a un soffio incredulo.
«Già...» Deglutisco a fatica, guardando altrove per un secondo. «Quasi un anno.»
Lascio che la realtà affondi, ma so che non possiamo permetterci questo lusso. L'orologio ticchetta e siamo in territorio ostile. L'addestramento militare riprende il controllo, spingendo il lutto in un angolo buio della mia testa. Faccio un respiro profondo e la guardo negli occhi.
«Comunque, non è il momento di piangersi addosso,» dico, indurendo il tono. «Siamo in pericolo qui. Il tuo ragazzo... dov'è? Cos'ha?»
Nancy si asciuga la faccia con il dorso della mano, tremando.
«Vieni.» Mi fa strada verso il fondo del capanno. Sul pavimento di terra battuta, sopra un mucchio di cartoni umidi e vecchie coperte luride, c'è Jason. È un ragazzo magro, pallido come un lenzuolo. Trema in modo compulsivo, sudando freddo, il respiro corto e rantolante.
«È stato morso al braccio,» dice Nancy in un sussurro, fissandolo con il terrore negli occhi. «Non ci girerò intorno... è successo questa mattina.» Mi inginocchio accanto a lui, osservando il suo stato. La febbre lo sta divorando, il suo corpo sta combattendo una guerra già persa. «I-Io non ho il coraggio di farlo, Trevis...» continua Nancy, la voce che si spezza di nuovo mentre indietreggia di un passo, portandosi le mani alla bocca. «Non voglio, capisci? Non ce la faccio a ucciderlo.»
La guardo dal basso. Conosco quel baratro. L'ho guardato anche io prima di piantare il coltello nella testa di Tessa.
«Ti capisco benissimo,» dico, con una calma raggelante. Mi rialzo in piedi, fissando il ragazzo. «Al braccio, hai detto, no?»
«Sì,» annuisce lei, tremando.
«Se è successo questa mattina, quindi qualche ora fa... se non è passato troppo tempo e io non so se sia già tardi...» dico, soppesando ogni parola, l'idea cruda che mi prende forma in testa. «Potremmo provare a tagliare il suo braccio.»
Nancy sgrana gli occhi, inorridita, ma non fiata. Non le do il tempo di metabolizzare la cosa. Inizio a guardarmi intorno. I miei occhi si abituano alla luce grigia che filtra dalle fessure delle assi. È un vecchio capanno per attrezzi. Ci sono scaffali marci, secchi arrugginiti, rottami di vecchi falciaerba. Spulcio tra un mucchio di ciarpame su un banco da lavoro incrostato di sporco. Sposto delle chiavi inglesi, una vecchia morsa, e poi la vedo. Una sega da falegname. La lama è larga, dentellata e punteggiata di ruggine scura, ma il manico in legno sembra ancora saldo. La impugno, sentendo il peso dell'acciaio grezzo, e mi volto verso Nancy.
«Gli amputiamo il braccio. Appena sopra il gomito,» dico, guardando Nancy dritta negli occhi. «Se il virus non ha ancora superato l'articolazione, ha una possibilità. Vado al pick-up a prendere l'attrezzatura medica, tu cerca di tenerlo cosciente e non farlo muovere.»
Non aspetto la sua risposta. Scatto fuori dal capanno, corro affondando gli stivali nella neve fresca e raggiungo il Dodge. Faccio un cenno rapido a Meave, che mi guarda dal finestrino con la pistola in pugno. Afferro il mio zaino tattico dal sedile posteriore e torno indietro a perdifiato. Ogni secondo che passa, l'infezione pompa veleno verso il cuore di Jason.
Rientro nel capanno e butto lo zaino a terra. L'aria è gelida, ma sto sudando.
«Mettiti lì,» ordino a Nancy, indicando lo spazio dietro la testa di Jason. «Tienigli le spalle schiacciate a terra.»
Raduno un pugno di schegge di legno secco, carta di vecchi scatoloni e un po' di paglia marcia trovata in un angolo. Con il mio accendino antivento accendo un piccolo fuoco. Sfilo il coltello da combattimento dal fodero e spingo la lama d'acciaio direttamente in mezzo alle braci. Mi servirà incandescente. Poi prendo la sega arrugginita. Passo la fiamma blu dell'accendino lungo tutta la linea dei denti metallici. Sfrigola, sollevando un odore pungente. Non la renderà sterile come un bisturi da sala operatoria, ma almeno brucerà i batteri e i patogeni vivi sulla superficie.
«Ascoltami bene, Nancy,» dico, sfilandomi la cintura tattica dai pantaloni. È fatta di nylon intrecciato, spessa e letale se usata nel modo giusto. «Questo non sarà un lavoro pulito. Sanguinerà, urlerà e si dimenerà. Tu non devi lasciarlo andare per nessun motivo. Chiaro?» Lei annuisce, terrorizzata, aggrappandosi alle spalle del suo ragazzo.
Avvolgo la cintura intorno al bicipite di Jason, un palmo sopra l'infezione nera che sta risalendo dall'avambraccio. Strappo la manica di Jason e vedo il morso nella parte superiore del polso. Faccio passare il lembo nella fibbia autobloccante e tiro con tutta la forza che ho. Il tessuto stride. La carne di Jason si comprime fino all'osso. Il ragazzo emette un urlo debole mentre il braccio assume un colore violaceo e innaturale. Il flusso sanguigno dell'arteria brachiale è strozzato.
Dal kit medico tiro fuori un auto-iniettore di adrenalina, ne ho solo due e hanno un'importanza gigantesca al giorno d'oggi. Lo appoggio su un secchio rovesciato accanto a me, a portata di mano. Lo guardo un secondo. È la sua unica polizza sulla vita, ma se lo uso nel momento sbagliato, lo condanno a morte.
«Tienilo forte, usa tutta la forza che hai, capito Nancy?» le dico. Mi metto in ginocchio sopra di lui, bloccando il suo avambraccio infetto tra le mie cosce per tenerlo fermo. Piazzo i denti della sega sulla pelle tesa. Prendo fiato e affondo il colpo.
Il rumore è atroce. Un suono umido di carne che si lacera, seguito dal grattare sordo del metallo contro l'osso. Alla seconda passata, il dolore puro buca la nebbia della febbre. Jason spalanca gli occhi. Il suo corpo ha uno spasmo di violenza inaudita. Pensa di essere all'inferno, pensa che i cannibali lo stiano macellando vivo. Un urlo disumano gli esplode in gola. Con la mano sana scatta verso il suo stivale, cercando alla cieca il suo coltellino per difendersi.
«No, Jason, fermo!» urla Nancy. Gli si butta addosso con tutto il suo peso, schiacciandogli il braccio buono contro il petto e bloccandolo. «Calmati, lui è il fidanzato di Tessa, ci sta aiutando!» Jason si dimena come un animale in trappola, gli occhi iniettati di sangue sbarrati sul soffitto, il respiro che gli sibila tra i denti stretti. «È l'unico modo per provare a salvarti, amore mio...» singhiozza Nancy, premendo la fronte contro la guancia di lui, bagnandola di lacrime. «Perdonami. Ti prego, perdonami.»
«Forza ragazzo, sei forte... non mollare,» gli dico ma non guardo. Non posso permettermelo. Stringo la mascella e continuo a segare.
Poi, un forte "crack" ovattato. L'osso cede. Jason emette un respiro spezzato. Gli occhi gli si rovesciano all'indietro, mostrando solo il bianco. Il suo corpo si affloscia di colpo come un burattino a cui hanno tagliato i fili. Il cuore non ha retto allo shock.
«Jason? Jason!» urla Nancy, il panico che le distrugge la voce. Sgrana gli occhi vedendolo inerme, livido. Vede l'adrenalina poggiata sul secchio, molla la presa su di lui e allunga la mano per afferrarla.
«Sta morendo, fagli la siringa!»
Mollo la sega nel momento stesso in cui il moncone si stacca. Con la mano sporca di sangue scatto verso Nancy, afferrandole il polso con una violenza che quasi glielo spezza. «Devi stare ferma, che cazzo fai Nancy?!» le urlo in faccia. «Se gli dai l'adrenalina adesso, il cuore riparte a mille e muore dissanguato in due minuti! Devi aspettare che cauterizzi la ferita!»
La spingo via, brutale ma necessario. Metto una mano sul suo collo per verificare il battito. È vivo ma molto debole. Mi volto verso il fuoco. Afferro il manico del mio coltello. La lama è incandescente, brilla di un arancione rabbioso. Non ci penso su. Prendo il braccio mozzato di Jason e ci premo sopra l'acciaio rovente.
Il fumo bianco si disperde nell'aria. L'odore di carne bruciata mi riempie le narici, denso e rivoltante, facendomi venire i conati. Sento sfrigolare le vene e l'arteria principale. Spingo il coltello con forza su tutta la parte interessata, sigillando i vasi sanguigni prima che il calore svanisca.
Appena sono sicuro che l'emorragia maggiore è chiusa, butto il coltello a terra. Afferro l'EpiPen. Tolgo il tappo di sicurezza con i denti e lo sputo via. Individuo il centro del petto di Jason, tra i pettorali, sollevo il pugno e ci pianto dentro l'iniettore con tutta la mia forza. Il meccanismo a scatto scatta con un clic sordo, scaricando il farmaco nel corpo.
Uno... due... tre. Tiro via la siringa.
Il corpo di Jason ha una contrazione violenta, inarcandosi sulla terra battuta. La sua bocca si spalanca in un respiro gassoso e brutale, come quello di un uomo che emerge dalle profondità dell'oceano un attimo prima di annegare. L'aria gli entra nei polmoni con un sibilo raschiante. Tossisce, sputa saliva, e i suoi occhi si spalancano, vuoti, terrorizzati e dannatamente vivi.
Mi lascio cadere all'indietro, seduto sui talloni, le mani coperte di sangue appoggiate alle ginocchia. Guardo Nancy che si butta sul viso del suo ragazzo, piangendo disperata mentre lo copre di baci. Ho fatto il mio dovere. Ora spetta a lui sopravvivere.
«Dobbiamo andarcene,» dico, alzandomi a fatica. Le ginocchia mi scricchiolano e la puzza di carne bruciata mi impregna ancora i vestiti. «Prima o poi ci troveranno. Dobbiamo muoverci adesso. Prima però dammi qualcosa di pulito per coprire la ferita.»
Nancy non discute. Si sfila il maglione di lana che indossa sotto il giaccone, restando con una maglietta leggera che la fa tremare immediatamente. «Tieni, non c'è niente qui dentro.» dice, porgendomi la maglia.
«È la cosa più pulita che abbiamo.» Avvolgo il tessuto attorno al moncone cauterizzato di Jason, stringendo bene senza esagerare. Il ragazzo è ancora semi-cosciente, gli occhi che vagano a vuoto, il respiro corto.
Schiaccio il pulsante del C-80 di Nancy.
«Meave, mi ricevi?»
«Forte e chiaro,» risponde subito la sua voce, tesa ma pronta. «Sto portando fuori il ragazzo, ha perso il braccio. Come siete messe lì? La via è libera?»
«Per ora non vedo un cazzo oltre gli alberi, tutto tranquillo. Muovetevi.»
«Arriviamo. Tenete accesi i motori.»
Mi volto verso Nancy.
«Tu prendilo dalle spalle, io lo sollevo dalle gambe. E non fermarti per nessun motivo.» Lo solleviamo. Jason è un peso morto, ma lo shock dell'adrenalina lo tiene vagamente in asse. Usciamo dal capanno e l'aria gelida è una manna dal cielo contro la nausea che mi devasta lo stomaco.
Arranchiamo nella neve, sprofondando a ogni passo. «Nancy, sai guidare un Dodge con cambio manuale?» chiedo, ansimando. «Sì... sì, so guidare.»
«Bene. Tu guidi. Io e lui andiamo dietro. Devo tenerlo sotto controllo, e se arrivano quegli stronzi, ho bisogno delle mani libere per sparare dal finestrino.»
Raggiungiamo il pick-up. Meave apre lo sportello posteriore e ci aiuta a caricare Jason, disteso sui sedili.
«Clem, tu vai davanti con Nancy visto che sai leggere bene la cartina. Meave, tu stai con me dietro e mi dai una mano se ho bisogno.»
Clem sale sul sedile del passeggero, io aiuto Meave a sistemarsi dietro. Nancy si mette alla guida. Ora siamo tutti dentro.
«Vai. Metti la prima e non toccare i freni se slitta.» Mi butto sul sedile poggiando la testa di Jason sulle mie gambe, chiudendo lo sportello con un colpo secco. Il Dodge ruggisce e le ruote cercano aderenza sul ghiaccio. Ce ne andiamo, lasciandoci dietro il capanno e l'ennesimo pezzo di umanità.
[CONTINUA...]
Siamo in silenzio da almeno dieci miglia. Clem fissa il vuoto dal sedile posteriore, avvolta in una coperta di lana recuperata dalla casa, mentre Meave sta frugando nello zaino di tela dove ha infilato i vestiti asciutti e le poche scorte che siamo riusciti a portarci via.
All'improvviso, un ronzio acuto rompe la monotonia del motore. Un bip elettronico, secco e ripetitivo, che suona fuori posto in questo inferno di ghiaccio.
«Che diavolo è?» chiedo, gli occhi fissi sulla strada bianca per non finire nel fosso.
«Viene da qui dentro,» mormora Meave.
Tira fuori una giacca di pile e la scuote. Dalla tasca scivola fuori un blocco rettangolare, spesso e rivestito di gomma scura, con un piccolo schermo OLED che lampeggia di verde.
Lo riconosco all'istante, e lo stomaco mi si stringe.
«Un ricetrasmettitore d'emergenza. È il C-80.» Lo fisso per qualche secondo. «Lo distribuiva la Guardia Nazionale nei primi mesi dopo il crollo.»
Clem si sporge tra i due sedili per osservarlo meglio.
«Funziona ancora?»
«Dovrebbe.» Stringo il volante. «Usa microcelle ad alta densità e consuma pochissimo. Se rimane inutilizzato per più di sei mesi, entra automaticamente in modalità di risparmio energetico avanzato.»
«Non si spegne?»
«Non completamente.» Indico il piccolo schermo verde. «Mantiene attivo il ricevitore al minimo indispensabile. Continua a scandagliare il segnale d'emergenza, tutto il resto va in standby. Se intercetta un SOS nel suo raggio, si riattiva.»
Clem annuisce lentamente, assimilando la spiegazione senza distogliere gli occhi dal dispositivo.
«Dieci miglia,» continuo. «Quella è più o meno la sua portata. Prima il segnale poteva passare attraverso i ripetitori governativi e arrivare ai centri di soccorso. Adesso non c'è più niente a cui appoggiarsi. Un C-80 può parlare soltanto con un altro C-80 abbastanza vicino.»
Il verde dello schermo continua a lampeggiare.
Abbasso lo sguardo per un istante.
«Quindi, se questo si è appena riattivato...» Meave lascia la frase a metà.
«Significa che ha captato un SOS.»
Guardo la strada davanti a noi.
«E qualcuno, entro dieci miglia, lo ha mandato.»
Dall'altoparlante coperto di polvere gracchia una scarica di statica violenta. Poi, una voce umana, sottile e spezzata. «...aiu... [ksssss] ...remo... [krrr] ...non... [ksssss] ...cibo...» Meave fissa il dispositivo tra le sue mani, gli occhi verdi spalancati. «C'è qualcuno. Stanno chiedendo aiuto.»
«Spegni quella roba,» taglio corto. «E rimettilo nello zaino. Anzi, buttalo fuori dal finestrino.»
«Cosa? Trevis, ci sono delle persone lì fuori!»
«Ci sono dei cadaveri lì fuori, Meave. O, peggio ancora, dei figli di puttana che usano una radio trovata chissà dove per attirare polli come noi in un'imboscata. Non sappiamo chi siano. Non ci fermiamo.» Guardo lo specchietto retrovisore. «Clem?» Clementine si stringe nelle spalle. «A me basta restare intera. Decidete voi.»
«...vi prego... [krrr] ...sentite?» implora la voce, questa volta un filo più nitida mentre il pick-up avanza, accorciando la distanza con la fonte del segnale. Meave scuote la testa, cocciuta. Individua il pulsante di trasmissione sul lato della gomma e lo preme a fondo. «Mi sentite?» domanda, la voce ferma ma carica di ansia. Allungo la mano destra per strapparle la radio. «Lascia stare, Meave, mi dispiace per loro ma non possiamo rischiare.» Lei si ritrae contro lo sportello, schivando la mia mano. «Non fare lo stronzo, ascolta!» Dal dispositivo esplode una scarica di rumore bianco, seguita da un singhiozzo disperato. «Oddio... [ksssss] ...qualc [ksssss] ci sente? Vi prego... vi prego, aiutateci.»
È una ragazza. La voce è incrinata, tremante, carica di quel terrore primordiale che non si può fingere. Anche il mio cinismo vacilla per una frazione di secondo, ma la paranoia militare prende subito il sopravvento. Meave preme di nuovo il tasto. «Chi siete?» Silenzio.
«Siamo... [krrr] ...siamo solo in due, un uomo [ksss] donna...»
«Cosa vi è successo?» insiste Meave, guardandomi con aria di sfida come per dimostrarmi che non è una trappola. «Siamo in fuga da giorni... [ksssss] ...un gruppo di pa[ksss] ci insegue, credevamo fossero amichevoli ma... [krrr] ...ma in realtà sono dei pazzi psicop[krr]... sono cannibali.» La ragazza inizia a piangere, il suono deformato dall'interferenza.
«Vi prego, vi prego, vi prego, aiutateci. Non abbiamo cibo... [ksssss] ...non abbiamo acqua, stiamo morendo di freddo. Il mio ragazzo sta male, non riesce a camminare, e questi pazzi non ci lasciano in pace... [krrr] ...ci troveranno, ne sono sicura. Per [Ksss] e, non lasciateci morire. Abbiamo già perso un nostro compagno... lo hanno ucciso loro...»
La disperazione cruda nelle sue parole riempie l'abitacolo. Meave abbassa il dispositivo, pallida, le labbra socchiuse, sopraffatta dall'orrore della situazione. Le strappo il ricetrasmettitore dalle mani senza chiederle permesso. Premo il pulsante laterale e schiaccio il pedale del freno. Il Dodge sbanda leggermente sulla neve pressata e rallento un po'.
«Parla chiaro,» ordino nel microfono, con voce fredda e autoritaria. «Riuscite a dirci dove vi trovate? Il dispositivo segna che siete a sei miglia a est rispetto alla mia posizione, ma dove? In che tipo di struttura siete?»
«Siamo... [ksssss] ...ci sono degli alberi... una specie di capanno distrutto... [krrr] ...vicino a un fiume ghiacciato, credo...»
«Un fiume ghiacciato e degli alberi? Siamo in Tennessee porca puttana, è pieno di alberi e fiumi ghiacciati per cento miglia in ogni direzione,» urlo, l'esasperazione che mi sale in gola.
«Così non mi aiuti, non posso aiutarti. Sforzati di più.» «Non lo so!» urla lei disperata. «Non so dove siamo, abbiamo solo corso!»
«Meave, dai l'atlante a Clem,» ordino a bruciapelo. Lei scatta, lo sfila dal vano portaoggetti e lo posa sulle ginocchia di Clem, aperto sulla mappa locale del Tennessee. Premo di nuovo il pulsante della radio. «Ascoltami bene,» dico, scandendo ogni parola. «Una strada. Un cartello. Una vecchia pompa di benzina, un traliccio, qualsiasi fottuta cosa che abbia un nome. Mi serve un'indicazione stradale, capisci? Altrimenti, mi dispiace per voi, ma devo lasciar perdere e rimettermi in marcia.»
«Trevis!» sibila Meave, inorridita dalla mia freddezza. La ignoro, tenendo il pollice sul tasto e aspettando. Dalla radio arriva solo il suono del vento e il pianto soffocato della ragazza. Poi, un respiro profondo.
«Un cartello... [ksssss] ...prima di addentrarci nei boschi... c'era un vecchio ponte d'acciaio arrugginito, e un cartello verde crivellato di colpi... [krrr] ...c'era scritto Weaver Bend. E... e p... [ksss]... strada sterrata, credo fosse la 107.» Il dito indice di Clem corre sulla mappa spiegata sulle sue gambe.
«Eccolo. Weaver Bend Road, incrocio con la Route 107,» dice Clem, facendomi segno con il dito.
Più o meno sei miglia esatte verso est, proprio come indicava il segnale. È una zona boschiva fittissima, incassata in un'ansa del fiume. Un fottuto imbuto. Perfetto per nascondersi. Ancora più perfetto per morire in trappola.
Meave mi fissa, il fiato sospeso che forma nuvolette di vapore nell'aria fredda.
«Li hai trovati?»
«Sì,» rispondo, infilando la marcia. Il pick-up ringhia e le gomme fanno presa sulla neve. «Ma se ci andiamo, entriamo dritti in un vicolo cieco. E se davvero c'è una banda di cacciatori di carne alle loro calcagna, ci troveremo addosso la stessa gente da cui stanno scappando.»
«Non possiamo abbandonarli, Trevis. Non dopo averli sentiti,» dice Meave. Il suo tono non ammette repliche. Dal sedile posteriore, si sente lo scatto metallico del caricatore della pistola di Clem.
«Dobbiamo aiutarli, Trev. Con Marcus abbiamo incontrato delle persone del genere. Inizialmente gentili e accoglienti e poi ti drogavano quando avevi bisogno di farmaci.» dice la ragazzina con una calma glaciale. «Entriamo, li carichiamo e usciamo prima che i cannibali arrivino da noi.»
Infilo la radio nel portabicchieri, sbuffando. «Va bene,» dico, guardando la strada davanti a noi. «Andiamo a recuperare questi disgraziati.»
Giro il volante con decisione, imboccando la deviazione per la Route 107. Il piantone dello sterzo trema tra le mie mani stanche mentre le ruote del Dodge cercano aderenza sulla strada ghiacciata. L'aria nell'abitacolo è stagnante, impregnata della puzza di diesel, ma il vero peso è il silenzio teso che ci avvolge. Meave tiene il ricetrasmettitore premuto vicino al viso, le nocche bianche per la stretta, il dito pronto sul pulsante di trasmissione.
Dall'altoparlante gracchia una scarica di rumore bianco, poi la voce della ragazza riemerge dal buio della frequenza, spezzata da un pianto soffocato.
«Mio Dio...» mormora lei, e il suono del suo respiro è un rantolo di puro sfinimento. «Cosa succede?» chiede subito Meave, piegandosi in avanti sul cruscotto. «Grazie al cielo... [krrr] sono giorni che cerchiamo di metterci in contatto con qualcuno... ormai pensavamo fosse finita... che saremmo morti o peggio, che loro ci avrebbero catturato e fatto chissà cosa.» La sua voce vaga in una spirale incontrollabile tra la disperazione e un'isteria di sollievo che mi fa rizzare i peli sulle braccia.
«Tranquilla, stiamo arrivando,» la rassicura Meave, cercando di mantenere un tono fermo e caldo per ancorarla alla realtà. «Questi tizi, sono armati?»
«Sì, sono armati! [ksssss] Hanno pistole, fucili, machete... se ne vanno in giro con la testa coperta. Usano delle bandane per coprirsi la bocca [krrrr]... pelli a rovescio sulla testa, oppure usano degli sciarponi. Sono pericolosi e sparano a vista, senza avvisare se ritengono che qualcuno sia ostile...»
Serro la mascella, gli occhi piantati sulla striscia di neve contaminata dalle impronte dei pini.
«Sarà un piacere ammazzare questi talebani di nuova generazione, allora,» commento a bassa voce, la rabbia che mi rinfresca il sangue.
«Che cazzo di animali!» risponde Meave, indignata. Poi stringe di nuovo il tasto. «Come ti chiami?»
«Nancy... [krrr] il mio ragazzo si chiama Jason. Voi?»
Nancy.
Quel nome rimbalza nell'abitacolo. Per una frazione di secondo, un'immagine nitida e dolorosa mi attraversa il cervello: un paio di occhi chiari, un sorriso sfrontato, la sorella minore di Tessa che rubava le birre dal garage per ubriacarsi con gli amici. Ma scuoto subito la testa, scacciando il fantasma. Non ha alcun senso. Il mondo prima della fine era pieno di ragazze che si chiamavano Nancy. È solo una coincidenza, un brutto scherzo della mia mente massacrata dai ricordi.
Meave riprende a parlare: «Io sono Meave, il mio compagno–» Sfilo d'istinto il braccio dal volante, allungandomi verso il dispositivo. Le strappo il microfono di bocca e parlo io con tutta la durezza che mi è rimasta in corpo.
«Che palle, Trevis! Lascialo a me,» borbotta Meave.
«Trevis! E tanto per essere chiaro... se è una trappola ammazzo prima voi e poi tutti gli altri e non sto scherzando,» dico premendo il tasto della comunicazione.
Dall'altra parte cala un istante di silenzio, interrotto solo dal sibilo della statica. Poi la risposta arriva, lenta, meravigliata, quasi smarrita.
«Trevis, davvero? [ksssss]... coincidenza, ho un cognato che si chiama come te, sai? Solo che non so dove sia adesso... speriamo che sia vivo e che anche mia sorella lo sia... e comunque non è una trappola... non crediamo di poter resistere molti altri giorni in queste condizioni... il mio ragazzo sta morendo...»
Le sue parole mi congelano il sangue nelle vene. L'aria nei polmoni si trasforma in piombo fuso.
Piazzo un pestone devastante sul pedale del freno.
Le ruote del Dodge inchiodano sul ghiaccio vivo. La coda del pick-up sbanda violentemente verso destra, intraversandosi lungo la carreggiata e rasentando un enorme muro di neve a bordo strada. Clem caccia un piccolo grido soffocato dietro di me, aggrappandosi al sedile, mentre Meave finisce con una spalla contro lo sportello. Il motore tossisce, va quasi in stallo, poi continua a girare al minimo con un battito metallico e sordo.
Il cuore mi batte nei timpani come un maglio da cantiere, così forte da oscurarmi la vista.
«Hai una sorella?» le urlo dentro il microfono, la voce che si spacca a metà. «Come si chiama?»
«Mia sorel– [krrr]»
«Sei Nancy Winslow?» domando, sovrastando l'interferenza.
Un secondo. Due secondi. Il silenzio radio è un abisso nero. «Ehm, sì... [ksssss] come... oh mio Dio... sei quel Trevis? Sei davvero tu?»
Il mondo intorno a me smette di ruotare. La neve, il freddo, la caccia, i cannibali: tutto sfuma in un punto nero al centro del parabrezza. «Sono io, Nancy,» sussurro, la gola ridotta a cartavetro. «Sì... sono Trevis.»
Un urlo di gioia e di incredulità perfora la cassa dell'altoparlante. «Porca puttana, non ci credo! [ksssss] Mia sorella? Tessa dov'è, come sta?»
La domanda mi colpisce in pieno petto con la violenza spietata di una fucilata a bruciapelo.
Mi si spezza qualcosa dentro. La colonna vertebrale sembra cedermi. Chiudo gli occhi con tanta forza da vederci macchie rosse e viola fluttuare nel buio. Non riesco a rispondere. Semplicemente non ci riesco. Il fiato mi si incastra nell'esofago come una spina di ferro. Sbatto le palpebre a ritmo frenetico per trattenere la marea montante, per non farmi vedere debole, ma è inutile: una lacrima calda e bruciante si fa strada tra la barba incolta, tracciando una linea di fuoco sulla pelle congelata.
«Trevis?» la voce di Nancy sale di tono, colma di un'improvvisa, terribile ansia. «Mi senti ancora? Dai, non ora, maledetto coso! [krrr] [thump thump] Mi sentite?»
Sento un peso leggero posarsi con una delicatezza infinita sulla mia spalla destra. È la mano di Meave. Mi accarezza piano, scivolando verso il collo, mentre il suo sguardo verde, carico di una solitudine e di una comprensione devastanti, si pianta sul mio profilo sconvolto dal dolore. Clem si sporge in avanti, il viso tirato.
«Tutto bene, Trev?» chiede con una voce piccolissima, smarrita, lei che non mi ha mai visto piegarmi di un millimetro.
Meave alza subito l'altra mano verso Clementine, facendole un cenno impercettibile con la testa. Un ordine silenzioso: No. Lascialo stare. Non ora.
Lotto contro il groppo che mi soffoca, mandando giù la saliva che sa di bile. Mi ricompongo a fatica, piantando le dita sul volante fino a far scricchiolare le nocche. «Nancy...» riesco a dire, la voce che vibra di un tremito incontrollabile. «Tessa...»
«Tessa? Cosa c'è? [ksssss]» La speranza nella voce di Nancy si sbriciola all'istante, sostituita da un terrore puro, sottile, mille volte più affilato delle armi degli uomini che le stanno dando la caccia. «Trevis, dimmi qualcosa... ti prego...»
Prendo un respiro lungo, profondo, che mi strazia i polmoni come se stessi inalando frammenti di vetro. «Tessa è- è stata morsa...»
Silenzio. Dalla radio non esce più neanche la statica. È come se l'intero universo avesse trattenuto il fiato.
«Non ce l'ha fatta...» continuo, e ogni parola è una coltellata che mi infliggo da solo nel centro del petto. «Sono stato con lei fino al suo ultimo respiro... sperando in un miracolo, ma non c'è stato niente da fare. Ho fatto quel che andava fatto.»
La verità è fuori. Nuda, cruda, immutabile. Fa male, ma mi hanno sempre insegnato che le cose scomode vanno dette direttamente così almeno si soffre una volta e non ogni volta che si riprende l'argomento.
Con la mano che trema in modo quasi imbarazzante, allungo il ricetrasmettitore verso Meave, lasciandoglielo cadere nel grembo. Non posso più tenerlo. Afferro la leva del cambio, ingrano la prima con uno scatto rabbioso e schiaccio il pedale dell'acceleratore. Le catene mordono la neve con furia, e il Dodge torna a ruggire, divorando la strada sterrata che ci addentra nel bosco di Weaver Bend.
Dal dispositivo appoggiato sulle gambe di Meave esplode un lamento. Non è un pianto ordinario; è il suono spaventoso di un'anima che si spezza in due. Un lamento lungo, acuto, un rantolo di disperazione cieca che riempie l'abitacolo e si sovrappone al rombo del nostro motore.
Meave raccoglie la radio con cautela, portandosela di nuovo alle labbra. Le sue ciglia sono bagnate. «Nancy?» chiama piano, con una dolcezza disperata. «Nancy, ci sei? Ti prego, parlami. Stiamo arrivando, siamo quasi da voi...»
Dall'altra parte giungono solo colpi secchi, il suono di qualcuno che singhiozza e piange. «Noo... no, no, no... Tessa... no...» sussurra Nancy, la voce ridotta a un soffio infranto.
Poi si sente uno scatto metallico secco. La linea cade. Il rumore bianco scompare, sostituito da un silenzio ancora più spettrale. Ha riattaccato. O forse ha semplicemente lasciato cadere l'apparecchio sul pavimento.
Nessuno parla più all'interno del pick-up. Guardo avanti, la mente ridotta a una landa desolata, mentre gli alberi ricoperti di neve corrono ai lati del parabrezza come spettri bianchi. Il dolore per la perdita di Tessa si è riaperto fresco, sanguinante, ma ora si è mescolato a una nuova, ferocissima urgenza. Spingo ancora di più sull'acceleratore. Le sei miglia stanno finendo. Siamo quasi da loro.
Il bosco si fa sempre più fitto, un groviglio di tronchi neri e rami carichi di neve che sembrano volerci inghiottire. Rallento l'andatura del pick-up, scrutando tra gli alberi alla ricerca di una struttura. Prendo il ricetrasmettitore e premo il pulsante. «Hey Nancy, mi senti? Siamo qui, vicino a dove avete detto di trovarvi. Dove siete nascosti esattamente?»
Passa un minuto interminabile. Il silenzio radio è rotto solo dal battito irregolare del motore. Poi, la voce di Nancy risponde, tremolante dal pianto e interrotta da continui singhiozzi, mentre tira su col naso. «Siamo... siamo dentro un vecchio capanno... [ksssss] ...aspetta, adesso esco fuori.»
«No, ferma. Non farlo,» ordino subito, perentorio. «Resta dentro. Non si sa mai chi potrebbe esserci là fuori in agguato.»
Mi avvicino ancora, poi metto il cambio in folle e tiro il freno a mano. Spengo il motore per tagliare il rumore. Il silenzio della foresta ghiacciata ci piomba addosso, rotto solo dal fischio del vento. Prendo il mio fucile d'assalto dal sedile posteriore e sfilo una delle pistole di riserva dalla borsa tattica, controllando che abbia il colpo in canna. Questa andrà a Nancy.
Mi volto verso Meave e Clem. Le guardo dritte negli occhi. «Voi due restate qui di guardia. Nascondetevi bene dentro l'abitacolo e tenete le armi pronte. Se perdiamo il pick-up è la fine per tutti noi, chiaro?» Meave annuisce, stringendo la sua pistola. Clem ha già la pistola appoggiata sulle gambe.
«Se vedete qualcosa di strano, anche solo un'ombra muoversi tra gli alberi,» continuo, passandomi la cinghia del fucile attorno al collo, «chiamatemi subito sul C-80. Non fate le eroine.»
Apro la portiera e scendo, sprofondando con gli stivali nella neve. L'aria gelida mi morde subito la faccia. Chiudo lo sportello il più piano possibile e mi muovo piegato sulle ginocchia, il fucile spianato, gli occhi che scandagliano ogni cespuglio, ogni tronco. Il capanno è a una trentina di metri, nascosto in una conca naturale a ridosso del fiume ghiacciato. È una struttura di assi marce e lamiera arrugginita, mezza sepolta dalla neve. Mi avvicino al lato cieco, controllo il perimetro, e poi arrivo davanti alla porta scardinata. Busso forte sul legno con le nocche, tre colpi secchi.
«Nancy, eccomi,» urlo a mezza voce, e spingo la porta con la spalla.
L'interno è buio, puzza di muffa, polvere e disperazione. Faccio un passo dentro e abbasso l'arma. L'incontro è più potente e devastante di quanto potessi prepararmi ad affrontare. Nancy emerge dalla penombra e mi si lancia addosso. Non è un abbraccio di sollievo, è un crollo totale. Mi si aggrappa al giaccone, seppellendo il viso contro il mio petto, e scoppia in un pianto straziante, viscerale. Le sue dita mi stringono la stoffa come se fossi l'unica cosa che le impedisce di cadere nel vuoto.
Il peso del suo dolore mi investe come un treno merci. Lascio cadere il fucile lungo il fianco e le avvolgo le braccia intorno alla schiena, stringendola forte contro di me.
«No, Nancy... è difficile, lo so,» sussurro contro i suoi capelli sporchi e arruffati, chiudendo gli occhi per non far cadere le lacrime che premono.
«Perché?» urla lei contro il mio petto, la voce spezzata dall'angoscia. «Perché proprio a Tessa? Perché a lei, Trevis?!» La sua domanda mi scava dentro, riaprendo la ferita che sanguina senza sosta da mesi. Le accarezzo la testa, cullandola piano nel buio del capanno.
«Non lo so,» rispondo, la voce roca. «Me lo domando anche io ogni maledetto giorno da quasi un anno, ormai.»
Nancy si blocca. Si irrigidisce contro di me e si stacca lentamente, sollevando il viso rigato di lacrime e sporco verso il mio. I suoi occhi chiari, così simili a quelli di sua sorella, sono sgranati.
«Un anno?» ripete, la voce ridotta a un soffio incredulo.
«Già...» Deglutisco a fatica, guardando altrove per un secondo. «Quasi un anno.»
Lascio che la realtà affondi, ma so che non possiamo permetterci questo lusso. L'orologio ticchetta e siamo in territorio ostile. L'addestramento militare riprende il controllo, spingendo il lutto in un angolo buio della mia testa. Faccio un respiro profondo e la guardo negli occhi.
«Comunque, non è il momento di piangersi addosso,» dico, indurendo il tono. «Siamo in pericolo qui. Il tuo ragazzo... dov'è? Cos'ha?»
Nancy si asciuga la faccia con il dorso della mano, tremando.
«Vieni.» Mi fa strada verso il fondo del capanno. Sul pavimento di terra battuta, sopra un mucchio di cartoni umidi e vecchie coperte luride, c'è Jason. È un ragazzo magro, pallido come un lenzuolo. Trema in modo compulsivo, sudando freddo, il respiro corto e rantolante.
«È stato morso al braccio,» dice Nancy in un sussurro, fissandolo con il terrore negli occhi. «Non ci girerò intorno... è successo questa mattina.» Mi inginocchio accanto a lui, osservando il suo stato. La febbre lo sta divorando, il suo corpo sta combattendo una guerra già persa. «I-Io non ho il coraggio di farlo, Trevis...» continua Nancy, la voce che si spezza di nuovo mentre indietreggia di un passo, portandosi le mani alla bocca. «Non voglio, capisci? Non ce la faccio a ucciderlo.»
La guardo dal basso. Conosco quel baratro. L'ho guardato anche io prima di piantare il coltello nella testa di Tessa.
«Ti capisco benissimo,» dico, con una calma raggelante. Mi rialzo in piedi, fissando il ragazzo. «Al braccio, hai detto, no?»
«Sì,» annuisce lei, tremando.
«Se è successo questa mattina, quindi qualche ora fa... se non è passato troppo tempo e io non so se sia già tardi...» dico, soppesando ogni parola, l'idea cruda che mi prende forma in testa. «Potremmo provare a tagliare il suo braccio.»
Nancy sgrana gli occhi, inorridita, ma non fiata. Non le do il tempo di metabolizzare la cosa. Inizio a guardarmi intorno. I miei occhi si abituano alla luce grigia che filtra dalle fessure delle assi. È un vecchio capanno per attrezzi. Ci sono scaffali marci, secchi arrugginiti, rottami di vecchi falciaerba. Spulcio tra un mucchio di ciarpame su un banco da lavoro incrostato di sporco. Sposto delle chiavi inglesi, una vecchia morsa, e poi la vedo. Una sega da falegname. La lama è larga, dentellata e punteggiata di ruggine scura, ma il manico in legno sembra ancora saldo. La impugno, sentendo il peso dell'acciaio grezzo, e mi volto verso Nancy.
«Gli amputiamo il braccio. Appena sopra il gomito,» dico, guardando Nancy dritta negli occhi. «Se il virus non ha ancora superato l'articolazione, ha una possibilità. Vado al pick-up a prendere l'attrezzatura medica, tu cerca di tenerlo cosciente e non farlo muovere.»
Non aspetto la sua risposta. Scatto fuori dal capanno, corro affondando gli stivali nella neve fresca e raggiungo il Dodge. Faccio un cenno rapido a Meave, che mi guarda dal finestrino con la pistola in pugno. Afferro il mio zaino tattico dal sedile posteriore e torno indietro a perdifiato. Ogni secondo che passa, l'infezione pompa veleno verso il cuore di Jason.
Rientro nel capanno e butto lo zaino a terra. L'aria è gelida, ma sto sudando.
«Mettiti lì,» ordino a Nancy, indicando lo spazio dietro la testa di Jason. «Tienigli le spalle schiacciate a terra.»
Raduno un pugno di schegge di legno secco, carta di vecchi scatoloni e un po' di paglia marcia trovata in un angolo. Con il mio accendino antivento accendo un piccolo fuoco. Sfilo il coltello da combattimento dal fodero e spingo la lama d'acciaio direttamente in mezzo alle braci. Mi servirà incandescente. Poi prendo la sega arrugginita. Passo la fiamma blu dell'accendino lungo tutta la linea dei denti metallici. Sfrigola, sollevando un odore pungente. Non la renderà sterile come un bisturi da sala operatoria, ma almeno brucerà i batteri e i patogeni vivi sulla superficie.
«Ascoltami bene, Nancy,» dico, sfilandomi la cintura tattica dai pantaloni. È fatta di nylon intrecciato, spessa e letale se usata nel modo giusto. «Questo non sarà un lavoro pulito. Sanguinerà, urlerà e si dimenerà. Tu non devi lasciarlo andare per nessun motivo. Chiaro?» Lei annuisce, terrorizzata, aggrappandosi alle spalle del suo ragazzo.
Avvolgo la cintura intorno al bicipite di Jason, un palmo sopra l'infezione nera che sta risalendo dall'avambraccio. Strappo la manica di Jason e vedo il morso nella parte superiore del polso. Faccio passare il lembo nella fibbia autobloccante e tiro con tutta la forza che ho. Il tessuto stride. La carne di Jason si comprime fino all'osso. Il ragazzo emette un urlo debole mentre il braccio assume un colore violaceo e innaturale. Il flusso sanguigno dell'arteria brachiale è strozzato.
Dal kit medico tiro fuori un auto-iniettore di adrenalina, ne ho solo due e hanno un'importanza gigantesca al giorno d'oggi. Lo appoggio su un secchio rovesciato accanto a me, a portata di mano. Lo guardo un secondo. È la sua unica polizza sulla vita, ma se lo uso nel momento sbagliato, lo condanno a morte.
«Tienilo forte, usa tutta la forza che hai, capito Nancy?» le dico. Mi metto in ginocchio sopra di lui, bloccando il suo avambraccio infetto tra le mie cosce per tenerlo fermo. Piazzo i denti della sega sulla pelle tesa. Prendo fiato e affondo il colpo.
Il rumore è atroce. Un suono umido di carne che si lacera, seguito dal grattare sordo del metallo contro l'osso. Alla seconda passata, il dolore puro buca la nebbia della febbre. Jason spalanca gli occhi. Il suo corpo ha uno spasmo di violenza inaudita. Pensa di essere all'inferno, pensa che i cannibali lo stiano macellando vivo. Un urlo disumano gli esplode in gola. Con la mano sana scatta verso il suo stivale, cercando alla cieca il suo coltellino per difendersi.
«No, Jason, fermo!» urla Nancy. Gli si butta addosso con tutto il suo peso, schiacciandogli il braccio buono contro il petto e bloccandolo. «Calmati, lui è il fidanzato di Tessa, ci sta aiutando!» Jason si dimena come un animale in trappola, gli occhi iniettati di sangue sbarrati sul soffitto, il respiro che gli sibila tra i denti stretti. «È l'unico modo per provare a salvarti, amore mio...» singhiozza Nancy, premendo la fronte contro la guancia di lui, bagnandola di lacrime. «Perdonami. Ti prego, perdonami.»
«Forza ragazzo, sei forte... non mollare,» gli dico ma non guardo. Non posso permettermelo. Stringo la mascella e continuo a segare.
Poi, un forte "crack" ovattato. L'osso cede. Jason emette un respiro spezzato. Gli occhi gli si rovesciano all'indietro, mostrando solo il bianco. Il suo corpo si affloscia di colpo come un burattino a cui hanno tagliato i fili. Il cuore non ha retto allo shock.
«Jason? Jason!» urla Nancy, il panico che le distrugge la voce. Sgrana gli occhi vedendolo inerme, livido. Vede l'adrenalina poggiata sul secchio, molla la presa su di lui e allunga la mano per afferrarla.
«Sta morendo, fagli la siringa!»
Mollo la sega nel momento stesso in cui il moncone si stacca. Con la mano sporca di sangue scatto verso Nancy, afferrandole il polso con una violenza che quasi glielo spezza. «Devi stare ferma, che cazzo fai Nancy?!» le urlo in faccia. «Se gli dai l'adrenalina adesso, il cuore riparte a mille e muore dissanguato in due minuti! Devi aspettare che cauterizzi la ferita!»
La spingo via, brutale ma necessario. Metto una mano sul suo collo per verificare il battito. È vivo ma molto debole. Mi volto verso il fuoco. Afferro il manico del mio coltello. La lama è incandescente, brilla di un arancione rabbioso. Non ci penso su. Prendo il braccio mozzato di Jason e ci premo sopra l'acciaio rovente.
Il fumo bianco si disperde nell'aria. L'odore di carne bruciata mi riempie le narici, denso e rivoltante, facendomi venire i conati. Sento sfrigolare le vene e l'arteria principale. Spingo il coltello con forza su tutta la parte interessata, sigillando i vasi sanguigni prima che il calore svanisca.
Appena sono sicuro che l'emorragia maggiore è chiusa, butto il coltello a terra. Afferro l'EpiPen. Tolgo il tappo di sicurezza con i denti e lo sputo via. Individuo il centro del petto di Jason, tra i pettorali, sollevo il pugno e ci pianto dentro l'iniettore con tutta la mia forza. Il meccanismo a scatto scatta con un clic sordo, scaricando il farmaco nel corpo.
Uno... due... tre. Tiro via la siringa.
Il corpo di Jason ha una contrazione violenta, inarcandosi sulla terra battuta. La sua bocca si spalanca in un respiro gassoso e brutale, come quello di un uomo che emerge dalle profondità dell'oceano un attimo prima di annegare. L'aria gli entra nei polmoni con un sibilo raschiante. Tossisce, sputa saliva, e i suoi occhi si spalancano, vuoti, terrorizzati e dannatamente vivi.
Mi lascio cadere all'indietro, seduto sui talloni, le mani coperte di sangue appoggiate alle ginocchia. Guardo Nancy che si butta sul viso del suo ragazzo, piangendo disperata mentre lo copre di baci. Ho fatto il mio dovere. Ora spetta a lui sopravvivere.
«Dobbiamo andarcene,» dico, alzandomi a fatica. Le ginocchia mi scricchiolano e la puzza di carne bruciata mi impregna ancora i vestiti. «Prima o poi ci troveranno. Dobbiamo muoverci adesso. Prima però dammi qualcosa di pulito per coprire la ferita.»
Nancy non discute. Si sfila il maglione di lana che indossa sotto il giaccone, restando con una maglietta leggera che la fa tremare immediatamente. «Tieni, non c'è niente qui dentro.» dice, porgendomi la maglia.
«È la cosa più pulita che abbiamo.» Avvolgo il tessuto attorno al moncone cauterizzato di Jason, stringendo bene senza esagerare. Il ragazzo è ancora semi-cosciente, gli occhi che vagano a vuoto, il respiro corto.
Schiaccio il pulsante del C-80 di Nancy.
«Meave, mi ricevi?»
«Forte e chiaro,» risponde subito la sua voce, tesa ma pronta. «Sto portando fuori il ragazzo, ha perso il braccio. Come siete messe lì? La via è libera?»
«Per ora non vedo un cazzo oltre gli alberi, tutto tranquillo. Muovetevi.»
«Arriviamo. Tenete accesi i motori.»
Mi volto verso Nancy.
«Tu prendilo dalle spalle, io lo sollevo dalle gambe. E non fermarti per nessun motivo.» Lo solleviamo. Jason è un peso morto, ma lo shock dell'adrenalina lo tiene vagamente in asse. Usciamo dal capanno e l'aria gelida è una manna dal cielo contro la nausea che mi devasta lo stomaco.
Arranchiamo nella neve, sprofondando a ogni passo. «Nancy, sai guidare un Dodge con cambio manuale?» chiedo, ansimando. «Sì... sì, so guidare.»
«Bene. Tu guidi. Io e lui andiamo dietro. Devo tenerlo sotto controllo, e se arrivano quegli stronzi, ho bisogno delle mani libere per sparare dal finestrino.»
Raggiungiamo il pick-up. Meave apre lo sportello posteriore e ci aiuta a caricare Jason, disteso sui sedili.
«Clem, tu vai davanti con Nancy visto che sai leggere bene la cartina. Meave, tu stai con me dietro e mi dai una mano se ho bisogno.»
Clem sale sul sedile del passeggero, io aiuto Meave a sistemarsi dietro. Nancy si mette alla guida. Ora siamo tutti dentro.
«Vai. Metti la prima e non toccare i freni se slitta.» Mi butto sul sedile poggiando la testa di Jason sulle mie gambe, chiudendo lo sportello con un colpo secco. Il Dodge ruggisce e le ruote cercano aderenza sul ghiaccio. Ce ne andiamo, lasciandoci dietro il capanno e l'ennesimo pezzo di umanità.
[CONTINUA...]
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