La setta (parte 34)

di
genere
sadomaso

Ilaria entrò in sala non appena aveva visto Gherardo allontanarsi.
Sentiva che qualcosa non sarebbe andato bene. Quando quell’uomo se ne era andato l’altra volta Mattia era strano, avvertiva in lui una sorta di insicurezza che non gli aveva mai visto.
Durante la settimana successiva lo aveva visto come impazzito anche se lui aveva cercato di far finta di nulla. Era evidente che fosse successo qualcosa e lei subito aveva fatto il collegamento tra la visita di Greta e Gherardo e lo stato d’animo del suo compagno.
Nell’ufficio di Mattia non c’era nessuno. La cosa la lasciò molto perplessa. Si sarebbe aspettata di trovare l’uomo in attesa di lei per poterle riferire. Invece se ne era andato.
Provò a chiamarlo al cellulare ma non sempre rispondeva. Nessuno nella comunità sapeva e doveva sapere che loro due ne erano in possesso. Erano tutti convinti che l’unico telefono, peraltro fisso, fosse nello studio del leader ma che serviva unicamente per le emergenze.
I cellulari erano simbolo del decadimento della società moderna mentre in quella comunità dovevano prevalere i sani principi, i valori e la vita di un tempo, più semplice e, in quanto tale, spacciata per più vera. Illusioni di una felicità passata che, forse, nemmeno allora c’era e chi l’aveva vissuta aveva poi apprezzato le novità degli anni successivi, lasciando alle nuove generazioni l’illusione che ciò che non è più, in quanto cristallizzato nel tempo e in immagini ferme, in bianco e nero, potesse essere scevro dalle difficoltà moderne.
Provò comunque a chiamarlo. Solitamente, appena avesse visto la telefonata non risposta, provvedeva a chiamarla.
Quella strana sensazione che albergava nello stomaco e nelle viscere, la portò a chiudere quel cretino di Fabrizio nella gabbia della “sala giochi”, in quanto non aveva voglia di vedere per casa oggetti inutili che avrebbero potuto assistere al suo tormento interiore.
Ordinò a Elena di andare a pulire altre stanze nelle quali lei non aveva intenzione di recarsi.
L’angoscia salì ulteriormente quando Mattia non si presentò nemmeno per cena.
In sala mensa inventò una scusa per la sua assenza e, facendo finta di nulla, si tenne Elena accucciata ai piedi mentre ingoiava cibo che non aveva voglia di mangiare. Sperò di non essere notata quando gettò a terra a beneficio della schiava più cibo di quanto avrebbe dovuto.
Elena era stata chiusa in uno sgabuzzino con la scusa di errori inesistenti, così da non assistere a quanto si sarebbero detti quando, prima o poi, sarebbe tornato a casa.
Mattia arrivò a sera inoltrata, visibilmente provato.
Lei lo investì con tante domande, tutte giuste, volte a sapere cosa c’entrasse Gherardo con quanto accaduto in settimana e come fosse andato l’incontro e, soprattutto, se la sua sparizione per quelle interminabili ore fosse servito per rimediare qualcosa della quale lei era stata tenuta all’oscuro.
Mattia, in quelle lunghe ore, aveva cercato di capire la portata dei danni, soprattutto ora che aveva la certezza che fossero tutti collegati a quello stronzo.
Nonostante la chiave di lettura, i professionisti che lo aiutavano non furono in grado di dare una risposta a quanto accaduto, se non confermargli che c’era qualcosa di molto strano. Non solo per i tempi, ma per i modi. Gli avvocati confermarono che non era la solita operazione di polizia. Nessuno seppe poi spiegare l’intervento dell’antiterrorismo. Non c’entravano nulla quei poveracci con quel mondo, così come non c’entravano con la droga, era evidente, eppure c’era un muro di gomma contro il quale tutti si scontravano.
Lo colpirono anche le domande di Ilaria, alla base delle quali lesse i sospetti che dovevano albergare in lei, nel suo animo, forse entrati da una fessura che lui non aveva saputo riconoscere. Si rese conto che o si era sopravvalutato, oppure aveva sottovalutato lei. O, forse peggio, entrambe le cose.
Gli apparve la consapevolezza di non avere tutto sotto controllo e che, anzi, sotto controllo aveva solo le menti di quei disgraziati che, forse, si sarebbero fatti ingannare da chiunque, tanta e tale era la loro fragilità.
Si rese conto che non appena aveva avuto a che fare con persone diverse, lui altro non era che un povero mentitore, un imbonitore da circo.
Si sentiva circondato da ganasce che anticipavano ogni suo movimento o tentativo di fuga, senza nascondere le risate di chi governava quelle strutture che, piano piano, si stringevano su di lui.
Aveva provato a scaricare la sua frustrazione su Martina che, tutto sommato, riusciva sempre ad eccitarlo.
Aveva provato a umiliarla costringendola a strisciare per andare a raccogliere i biscotti che lui lanciava a terra, affamata di ciò che il Padrone le concedeva. Mattia trovò quasi patetica quella scena che, fino ad una settimana prima, era in grado di fargli diventare il cazzo duro.
Vedeva solo una splendida ragazza che strisciava, nuda, inseguendo non ciò che lui le dava ma ciò che lei cercava, di cui aveva bisogno. Si sentì uno strumento della debolezza della schiava, sensazione che comprese solo adesso che, privato del potere che pensava di avere dentro di sé, lui stesso si era scoperto fragile.
Con gesto di rabbia, fece cadere un biscotto accanto ai suoi piedi. Lo calpestò per ridurlo in briciole, sperando di eccitarsi nel vedere quello splendore sexy, ai suoi piedi, che leccava il pavimento per mangiare ciò che la suola delle sue scarpe aveva calpestato.
Il suo cazzo ancora non diede alcuna reazione.
Arrabbiato con sé stesso, cercò di punire la schiava che nemmeno con la lingua sul suo cazzo riusciva a procurargli quell’eccitazione che, con l’orgasmo, gli avrebbe confermato di avere potere e non, invece, di esserne schiacciato.
Non era nemmeno riuscito a convincere Martina di essere l’unica causa del suo insuccesso e, pertanto, di meritare la punizione prima della frusta e, poi, di essere rinchiusa nella gabbia nella stessa stanza dove vide essere già rinchiuso Fabrizio.
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2026-08-18
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