Stupida vacca - capitolo 5

di
genere
dominazione

Per contatti dawizarr@libero.it

Stefano non le aveva lasciato scelta sul quando.
Il messaggio era arrivato due giorni prima, sobrio e preciso:
Giovedì sera. Le 20:30. Sarò da voi. Inventa una scusa qualsiasi per tuo marito. Io mi presento come un conoscente del condominio che ha bisogno di un parere su una pratica. Tu stai zitta finché non ti parlo. Quando parli, sii cortese con me più di quanto lo sei con lui. Se lui dice qualcosa di grezzo o sbagliato, non lo correggere tu. Lascia fare a me. Alla fine della serata voglio che lui esca sentendosi un gradino sotto. E voglio che tu abbia contribuito.
Serena aveva letto il messaggio tre volte. Poi aveva risposto solo:
Sì, Stefano.
Nient’altro.

Giovedì sera il marito era già sul divano quando suonò il citofono. Aveva i piedi sul tavolino, la maglietta un po’ stropicciata, la televisione accesa su un programma di cucina che non stava davvero guardando.
«Chi è a quest’ora?» borbottò.
Serena, in piedi vicino al frigorifero, sentì il cuore batterle forte e regolare, come se avesse già deciso di non avere più scampo.
«Un signore del condominio» rispose con voce naturale. «Ha detto che doveva chiederti una cosa su una pratica… non ho capito bene. Gli ho detto di passare.»
Il marito alzò le sopracciglia, seccato, ma si alzò lo stesso. Si passò una mano sui capelli e andò ad aprire.
Stefano era lì, alto, composto, la barba rossiccia perfettamente curata, una camicia scura che gli stava addosso con una naturalezza che il marito non avrebbe mai avuto. In mano teneva una bottiglia di vino.
«Buonasera» disse con un sorriso calibrato. «Scusate il disturbo. Sono Stefano. Abito due scale più in là. Sua moglie è stata gentile a dirmi che poteva chiedervi un parere. È una questione di condominio un po’ noiosa, ma non volevo fare tutto da solo.»
Il marito, colto di sorpresa, allargò le braccia in un gesto goffo.
«Ah, certo, certo, entri… si accomodi. Serena, dai, fai passare il signore.»
Serena obbedì. Mentre Stefano entrava, i loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo. Lui non sorrise. Le fece solo un cenno quasi impercettibile del capo, come a ricordarle chi comandava davvero in quella casa.
Si sedettero in salotto. Il marito spense la televisione con un gesto un po’ troppo energico. Stefano posò la bottiglia sul tavolo.
«Ho portato questo. Niente di speciale, ma è meglio che arrivare a mani vuote.»
Il marito lesse l’etichetta senza capire granché e annuì.
«Figo, grazie. Serena, dai, apri ‘sta roba e prendi i bicchieri.»
Serena si alzò. Mentre apriva il cassetto dei bicchieri sentì lo sguardo di Stefano sulla schiena. Ne prese tre. Quando porse il primo a Stefano, lo fece con tutte e due le mani, leggermente inclinata, in un gesto più deferente di quanto avrebbe mai usato col marito. Stefano lo notò. Il marito no.
Bevvero. Stefano iniziò a parlare della “pratica”: una storia inventata ma credibile su spese condominiali, preventivi gonfiati, un amministratore poco trasparente. Parlava con chiarezza, usando termini precisi ma senza mai diventare pedante. Il marito cercava di stare dietro, annuiva, ogni tanto diceva «sì, sì, questi amministratori sono tutti ladri» o «io gliene direi quattro, a quello». Le sue frasi erano corte, grezze, piene di luoghi comuni. Stefano lo lasciava parlare e poi riprendeva il filo con calma, riformulando quello che il marito aveva detto in modo più ordinato e intelligente, come si fa con un bambino che sta cercando di spiegarsi.
Serena stava seduta in silenzio, le mani sulle ginocchia. Ogni volta che Stefano parlava, lei lo guardava. Ogni volta che parlava il marito, abbassava appena gli occhi. Non era ancora un gesto esplicito. Era già un tradimento.
A un certo punto il marito, per fare il generoso, diede una pacca sulla coscia di Serena e disse:
«Mia moglie di queste robe non capisce niente, eh. Lei fa la casa e basta. Giusto, cara?»
Serena sentì il sangue salirle al viso. Prima che potesse rispondere, Stefano intervenne con un sorriso leggero.
«Oh, non direi. Sua moglie mi è sembrata piuttosto attenta quando ne abbiamo parlato al telefono. A volte chi sta in silenzio osserva più di chi parla tanto.»
La frase era detta in tono cordiale, quasi elogiante verso Serena. In realtà era una piccola lama conficcata nel marito: lo aveva appena definito uno che parla tanto e osserva poco. Il marito rise, un po’ goffo, e alzò il bicchiere.
«Boh, può darsi. Io sono più pratico, io.»
«Si vede» rispose Stefano, e bevve.
Quelle due parole rimasero sospese nell’aria. Il marito non seppe se prenderle come un complimento o come altro. Scelse di riderci sopra.
La serata proseguì ancora per un’ora. Stefano non sbagliò un colpo. Era rispettoso, mai invadente, eppure ogni suo intervento metteva il marito un gradino più sotto. Quando il marito raccontava una barzelletta un po’ volgare, Stefano sorrideva con educazione e poi cambiava argomento con naturalezza. Quando il marito imprecava contro l’amministratore con un linguaggio da osteria, Stefano riformulava tutto in termini più freddi e precisi, facendo sembrare improvvisamente grossolana la rabbia dell’altro.
Serena, a un certo punto, si alzò per portare via i bicchieri. Mentre passava vicino a Stefano, lui le mormorò, così basso che solo lei poté sentire:
«Stai andando bene. Continua.»
Lei sentì un brivido le scendere lungo la schiena e si bagnò.
Verso le dieci e mezza Stefano si alzò.
«Ho già abusato della vostra ospitalità. Grazie davvero. Se vi va, un giorno vi restituisco il favore. Magari venite da me a prendere qualcosa.»
Il marito si alzò di scatto, troppo di scatto.
«Figurati, è stato un piacere. Qualsiasi cosa, io ci sono. Sempre.»
Si strinsero la mano. La mano di Stefano era più grande, più ferma. Il marito strinse forte, come fanno gli uomini quando vogliono dimostrare qualcosa. Stefano non ebbe bisogno di stringere forte.
Alla porta, mentre il marito era un passo indietro a spegnere una luce, Stefano rivolse a Serena un ultimo sguardo. Le labbra si mossero appena, formando parole che solo lei lesse:
Stasera mi scrivi. Tutto.
Poi uscì.

Il marito chiuse la porta e soffiò.
«Che tipo strano, eh? Troppo preciso. A me ‘sti tipi che parlano bene stanno un po’ sul cazzo, alla fine.»
Serena stava raccogliendo i bicchieri. Non rispose subito. Poi disse, con voce piatta:
«A me è sembrato gentile.»
Il marito la guardò storto.
«Ah sì? Ti è piaciuto?»
Lei alzò gli occhi e lo fissò per un secondo di troppo.
«Ha solo parlato meglio di come parliamo di solito noi due.»
Il marito restò zitto. Si grattò la barba incolta e tornò verso il divano borbottando qualcosa. Non ebbe il coraggio di ribattere.
Serena andò in cucina. Le mani le tremavano appena mentre lavava i bicchieri. Tra le cosce era calda e umida. Il disprezzo verso il marito le si era depositato in bocca come un sapore metallico, e sotto c’era un’eccitazione sporca, precisa, che non riusciva più a confondere con altro.
Prese il telefono. Scrisse a Stefano, come le era stato ordinato:
Ha cercato di sembrare alla pari e non ci è riuscito. Ha fatto battute volgari. Ti ha stretto la mano troppo forte. Io ho fatto come mi hai detto. Quando è uscito mi ha chiesto se mi eri piaciuto. Gli ho risposto che parli meglio di noi. Adesso è sul divano e non parla.
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
Brava. Hai fatto la tua parte. Ora vai da lui. Fatti scopare se vuole. Mentre ti usa, pensa a quanto è stato ridicolo stasera. Poi vieni in bagno e mi racconti. E stanotte, quando ti tocchi, ringrazia ad alta voce per aver iniziato a mettere tuo marito al suo posto. Il lavoro vero comincia adesso.
Serena posò il telefono. Si guardò allo specchio del mobile della cucina. Gli occhi le brillavano di qualcosa che non era più solo paura.
Si asciugò le mani, si sistemò i capelli, e tornò in salotto.
Il marito era ancora sul divano. Lei si sedette accanto a lui, più vicino del solito, e aspettò.
Sapeva già cosa sarebbe successo dopo.
E, per la prima volta, non le dispiaceva affatto.
scritto il
2026-09-07
1 4 3
visite
5
voti
valutazione
7.4
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Stupida vacca - capitolo 4

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.