Sotto la Tua guida - Capitolo 23 • III
di
Baby_Ali
genere
dominazione
29 Agosto 2026
Avevo appuntamento con Marco alle nove e, dopo lo spostamento dell'incontro di mercoledì, finalmente avrei trascorso con lui quella mezza giornata.
Quando arrivai alla casa al mare, erano appena le otto e cinquantotto. Inserii la chiave e aprii la porta. Ad accogliermi fu il silenzio. Non sentivo rumori che facessero pensare che Marco fosse già arrivato. Entrai e richiusi la porta alle mie spalle.
Lasciai la borsa e la busta con il regalo all'ingresso, poi mi diressi verso la camera.
Quella mattina avevo scelto con attenzione cosa indossare per quell'occasione: un completo che all'apparenza sembrava un costume, o almeno il sopra dava quest'idea, visto che sia allacciava al collo e alla schiena con due piccoli nastri neri, mentre la coppa, rigorosamente a triangolo, era tutta in pizzo leggero senza imbottitura. Lo slip era dello stesso tessuto. Entra i pezzi avevano una piccola apertura al centro, in corrispondenza delle parti intime.
Lo avevo comprato il giorno prima, quando dopo aver scelto il regalo di Marco, ero tornata verso la macchina e aprendo lo sportello, il mio sguardo si soffermò, quasi per caso, davanti a quella vetrina. Esposto c'era questo completo.
Lo avevo guardato per qualche secondo, mentre in automatico avevo richiudendo lo sportello per dirigermi lì. In quel momento mi era sembrato perfetto per l'incontro di questa mattina.
E ora, davanti allo specchio dell'armadio, capii di aver fatto bene a seguire quell'istinto. Completai il look con un'autoreggente in pizzo nero e rimasi per qualche istante a osservarmi.
Non cercavo d'impressionarlo. Volevo semplicemente che, quando Marco mi avesse vista, capisse che avevo pensato a quella giornata.
Richiusi l'armadio con dentro il vestito con cui ero arrivata lì e mi inginocchiai sul tappeto in sua attesa.
Poco dopo sentii la porta d'ingresso aprirsi e non appena comparve sulla soglia della camera rimase semplicemente lì a guardarmi.
«Buongiorno, Alice»
«Buongiorno, Padrone»
Si avvicinò e mi fece cenno di alzarmi. Obbedii, mettendomi in piedi davanti a lui. Il suo sguardo si soffermò per qualche secondo su di me, poi mi voltò per controllare personalmente le condizioni del mio culo.
«Fammi vedere»
Rimasi ferma mentre osservava con attenzione la pelle, verificando che il rossore dei giorni precedenti fosse ormai quasi completamente scomparso.
«Molto meglio» commentò. «La pelle sta tornando alla normalità. Stai continuando a mettere la crema che ti ho dato?»
«Sì, Padrone. La metto regolarmente, come mi hai detto»
Marco annuì soddisfatto.
«Bene. Continua ancora per qualche giorno, finché il rossore non sarà completamente sparito»
Tornò davanti a me e mi ordinò di mettermi in posizione d'ispezione. Lo feci allargando le gambe e portando le mani dietro la testa.
«Guardarmi e dimmi una cosa...» alzai lo sguardo e vidi che mi stava guardando negli occhi. Le braccia incrociate davanti a se «Com'è stato per te ricevere quel trattamento?»
La domanda mi fece riflettere.
«È stato difficile, Padrone» risposi sinceramente «Soprattutto negli ultimi minuti»
Marco annuì lentamente.
«Me ne sono accorto» disse mentre il suo sguardo si abbassa sul mio corpo «Voglio sapere cosa hai provato. Non soltanto il dolore, voglio capire come ti sei sentita mentre andavi avanti»
Abbassai lo sguardo.
«Non abbassarlo» mi ordinò.
Rialzai lo sguardo. «All'inizio pensavo di riuscire a gestirlo senza problemi. Poi, col passare dei colpi, ho iniziato a fare sempre più fatica. Quando mi hai ricordato le safeword ho capito che potevo fermarmi, ma dentro di me sentivo ancora di voler continuare»
«Bene. È importante che tu sappia distinguere tra il voler continuare e il sentirti obbligata a farlo» si prese qualche secondo, poi mi fece una domanda «E quando hai capito che non sarebbe finita dopo la ventesima?»
Inspirai lentamente.
«Ho iniziato a chiedermi quanto sarebbe durato ancora. Ero stanca, il dolore era forte e avevo iniziato a piangere. Però non volevo fermarmi»
«Perché?»
Ci pensai qualche secondo.
«Perché volevo capire se riuscivo a superare quel momento, volevo capire dove fosse davvero il mio limite»
«Il limite non è sempre quello che pensi che sia» disse. Lo ascoltai attentamente «A volte crediamo di averlo già individuato, ma in realtà conosciamo soltanto il punto oltre il quale non siamo ancora stati»
Provai a riflettere su quelle parole, ma Marco continuò.
«Quello che hai fatto l'altro giorno mi ha permesso di capire qualcosa in più su di te. Ma non significa che tu abbia già scoperto tutto. Col tempo scoprirai bene qual è il tuo limite, Alice»
Non aggiunse altro, si avvicinò lentamente e lasciò che le dita sfiorassero appena la mia pelle nuda. Chiusi gli occhi istintivamente, lasciandomi sfuggire un piccolo gemito.
Marco continuò a muovere la mano con calma, soffermandosi per qualche istante su punti diversi, quasi volesse ricordarmi che quella mattina non aveva fretta. Sfiorò anche i capezzoli turgidi, attraverso l'apertura del completino, e la figa. Sospirai non appena sentii sfiorarmi quei punti. Poi parlò.
«Sai, mia piccola Alice...mi è piaciuto il modo in cui hai reagito al dolore. Hai avuto dei momenti difficili, hai fatto fatica, ma hai continuato ad affrontarlo senza perdere la consapevolezza di quello che stavi facendo»
Riaprii lentamente gli occhi e lo guardai.
«Hai sopportato molto più di quanto pensassi. Per questo penso che tu ti sia meritata un regalo»
Quelle parole mi sorpresero. Dopo tutto quello che era successo nei giorni precedenti, sentivo che quella mattina stava prendendo una direzione completamente diversa da quella che avevo immaginato.
Marco mi guidò lentamente all'indietro verso il letto. «Sdraiati»
Obbedii, sistemandomi sul materasso.
Iniziò lentamente a spogliarsi. Lo osservai in silenzio, sentendo il mio interesse per lui crescere. Il mio sguardo si fece più intenso e mi accorsi di quanto stessi aspettando che si avvicinasse.
Marco se ne accorse. Un piccolo sorriso comparve sul suo volto.
«A quanto pare qualcuno ha già capito cosa vuole»
Abbassai appena lo sguardo, imbarazzata, ma lo rialzai non appena lo sentii salire sul letto. Mi piegò le gambe, allargandole e si posizionò in mezzo. Portò le sue dita a sfiorare i capezzoli e scese lungo l'addome e i fianchi in modo lento, poi si avvicinò lambendo con la lingua e poi con la bocca uno dei capezzoli. Mugolai in risposta. Si spostò verso l'altro e ripeté il gesto. Mugolai ancora. Con le mani strinse entrambi i seni, rilassandoli stringendo più volte, mentre con la bocca afferrò meglio il capezzolo e iniziò a succhiarlo dolcemente più e più volte, rendendolo estremamente turgido e sensibile. Socchiusi gli occhi e lasciai uscire un lungo sospiro. O forse più di uno. Quando si staccò, mi guardò un attimo, poi passò a torturare dolcemente anche l'altro capezzolo, mentre con le dita giocò con quello appena torturato, per mantenere alta la tensione e il piacere che stavo provando. Dal mio canto inspirai profondamente, cercando di mantenere il controllo della situazione, e del piacere. Nonostante quella tortura mi stesse conducendo verso un'unica direzione. L'orgasmo.
Direzione che raggiunsi poco dopo. Non prima, però, di averlo informato.
«Padrone...» sussurrai gemendo.
Marco continuò a succhiare e aspirare l'intero capezzolo, mentre l'altro veniva schiacciato tra il suo indice e pollice. Sentii il respiro accelerare e il piacere aumentare.
«Uhmm...Padrone...» riprovai.
Ancora una volte non rispose. Vidi per un attimo, solo il suo sguardo sollevarsi verso il mio. Mi morsi appena il labbro, tentando di bloccare l'imminente orgasmo. Gli unici suoni in quella stanza erano i miei sospiri e i suoi risucchi.
«Adesso!» mi ordinò mordendo il capezzolo con i suoi denti e staccandosi.
Io urlai di dolore e allo stesso tempo esplosi in un orgasmo che mi fece tremare tutto il corpo. Impiegai qualche secondo prima di ritrovare la calma. In tutto ciò, Marco rimase a osservarmi tra le mie gambe, accarezzandomi i fianchi e godendosi lo spettacolo.
Non appena il mio corpo riprese il controllo della situazione, calmandosi, Marco si scostò, portandosi verso giù. Iniziò col lasciare dei piccoli baci sull'interno coscia, spostandosi lentamente sempre più verso il centro del mio fuoco. Quando lo raggiunse, si portò sul clitoride e iniziò a leccarlo con una velocità moderata. Sentii la lingua lappare e il suo respiro sulla figa.
Ero ancora scossa e abbastanza sensibile per l'orgasmo di prima, che mi bastarono pochi minuti per riaccendermi.
«Non venire, senza chiedere» mi riprese sentendo il mio respiro farsi più corto e irregolare.
Annuii o almeno ci provai, tra un gemito e l'altro.
Staccò la bocca, che nel frattempo era passata a succhiare il clitoride.
«No no, per favore, Padrone» lo implorai non appena mi mancò il suo contatto e sentendo un brivido attraversarmi la schiena, proprio in quell'istante.
«No cosa, Alice? Cosa vuoi?» mi disse osservandomi.
«Voglio venire, Padrone» sospirai.
«Te l'ho già concesso» sorrise, portando la mano sulla mia figa «Non ti è bastato?»
Un gemito basso mi sfuggì prima ancora che potessi fermarlo, non appena lo sentii sfiorarmi.
«Non ho sentito la risposta…» mi incitò.
«Per favore...Padrone» lo pregai.
Marco da vero intenditore, spinse due dita direttamente dentro «Non pregarmi. Ti ho fatto una domanda prima» e iniziò a muoverle lentamente avanti e indietro.
Per me fu difficile concentrarmi e resistere. Nella mia testa c'era un solo unico pensiero. Poter godere nuovamente attraverso lui.
«No…no, Padrone» mugolai «Non…non mi è…bastato»
Scosse la testa «Che troia che sei, Alice» e si spinse verso di me col busto e appoggiò il palmo sul clitoride. La sua bocca era a qualche centimetro dalla mia, così come il suo sguardo si incatenò al mio. Sentii il movimento delle sue dita cambiare, in un va e viene. Più lui aumentava il ritmo, più io gemevo forte assecondandolo e avvertendo piccole scosse sul mio corpo.
«Implorami» La voce bassa.
«Posso venire, Padrone?» sussurrai. Il petto si alzava e abbassava più rapidamente.
«Più forte»
«Posso venire, Padrone?» provai ad alzare la voce, cercando di non farla inclinare.
«Non ancora» mi disse. Continuai a mugolare e gemere. Ormai ero sul punto di esplodere, era difficile resistere al suo controllo. «Fai silenzio, senti qui» mi ordinò, continuando a scuotere le sue dita all'interno. Provai a trattenere i mugolii, mordendomi le labbra più forte che potevo. Il suono che si diffuse nella stanza fu quello delle sue dita che smuovevano i miei liquidi interni. Il sudore mi bagnava la fronte e il resto della pelle, chiusi gli occhi.
«Guardami» mi ordinò. Provai a riaprire gli occhi, ma li richiusi subito. Quel piacere mi impediva di ragionare e fare qualsiasi cosa. «Guardami, se vuoi godere» ripeté.
Inspirai lentamente e tentai di riaprire gli occhi, incrociando il suo sguardo con il mio, che era pieno di desiderio.
«Così, brava ragazza» continuò a muoversi sempre più velocemente, finché non mi diede il permesso tanto agognato «Vieni. Godi per il tuo Padrone»
mi bastarono quelle parole, per esplodere in un orgasmo ancora più intenso di quello precedente. Marco in tutto ciò non smise mai di muovere le sue dita all'interno, neanche quando il mio corpo veniva scosso da innumerevoli tremori. Più lui le muoveva, più io esplodevo e urlavo. Continuammo così per almeno un minuto, finché lui non si scostò. Lasciai sciogliere gli ultimi tremori, finché lentamente, molto lentamente non mi calmai col corpo e col respiro.
Quando tornai in me, lo osservai. Si era seduto accanto a me, e mi accarezzava i capelli.
Lo guardai attentamente negli occhi e gli rivolsi un timido sorriso, seguito da un «Grazie Padrone»
«Sei una splendida sottomessa, Alice. Sono fiero di te» e mi lasciò un piccolo bacio sulle labbra.
Poi si alzò dal letto, recuperò dall'armadio una sua camicia e me la porse.
«Indossa questa»
La presi e la infilai, lasciandola aperta.
«Vieni» mi disse dalla soglia.
Lo seguii fino alla cucina. Appoggiò alcuni fogli sul tavolo e indicò una sedia.
«Siediti»
Obbedii. Lui si accomodò di fronte a me e spinse la documentazione nella mia direzione.
«Adesso parliamo del nuovo contratto»
Guardai i fogli.
«Hai già deciso tutto?»
«Ho preparato una proposta. Ma prima di parlare delle modifiche voglio sapere una cosa»
Alzai lo sguardo su di lui.
«Sei ancora convinta di voler continuare questo percorso?»
La domanda mi colpì. Nonostante tutto quello che era successo nei mesi precedenti, non avevo mai avuto dubbi reali sul fatto di voler proseguire. Eppure sentirglielo chiedere in quel modo rendeva la scelta improvvisamente molto più concreta.
«Sì» risposi dopo qualche secondo. «Lo sono»
Marco annuì. «Bene. Perché non voglio che tu continui soltanto per abitudine o perché pensi di doverlo fare»
«Non è per quello che lo faccio»
«Ne sei sicura?»
Lo guardai dritto negli occhi, con uno sguardo profondo.
«Sì, Padrone» dissi e subito dopo accennai un sorriso.
Marco rimase a fissarmi, poi ricambiò il sorriso.
«Anch'io sono favorevole a continuare»
Quelle parole mi fecero tirare un piccolo respiro di sollievo.
«Però il prossimo contratto sarà diverso»
Guardai nuovamente i fogli.
«In che senso?»
«Ci sono alcune cose che voglio rendere più chiare, altre che voglio modificare. E soprattutto voglio che entrambi sappiamo esattamente cosa ci aspettiamo dai prossimi mesi»
Annuii. Marco prese la prima pagina del contratto.
«Lo leggeremo insieme e se c'è qualcosa che non ti convince, me lo dici» lo imitai. «Partiamo dai giorni. Nel precedente accordo avevamo stabilito due giornate consecutive. Vorrei modificare questa parte»
«Come?» chiesi.
«Ho bisogno che una giornata sia per intero»
Rimasi qualche secondo in silenzio.
«Per intero?»
«Sì. Una giornata completa insieme, senza dover interrompere l'incontro per tornare a casa o per altri impegni»
Annuii lentamente.
«Per questo aggiungeremo una terza giornata»
Lo guardai sorpresa. «Una terza?»
«Esatto. Durante la settimana lavori praticamente sempre, quindi ci serve una giornata completa senza interferire con il tuo lavoro. Questo vuol dire che useremo il weekend»
Ci pensai per qualche secondo. La prima cosa che mi venne in mente fu il lavoro. Anche nei fine settimana avrei potuto avere del lavoro, soprattutto adesso che stava per iniziare il periodo in cui fiere, congressi ed eventi sarebbero diventati sempre più frequenti.
Ma non era soltanto quello. C'era anche la sua famiglia. Provai a mettermi nei suoi panni. Pensai che, per Marco, allontanarsi dalla famiglia per un'intera domenica con la semplice scusa del lavoro non sarebbe stato così facile. Un impegno di quel tipo, soprattutto se fosse diventato una cosa regolare, avrebbe potuto creare domande o qualche sospetto.
Il sabato, invece, sembrava molto più semplice da giustificare.
«Allora forse sarebbe meglio il sabato» proposi. «Per te dovrebbe essere più facile rispetto alla domenica»
Marco mi guardò per qualche secondo, poi annuì.
A quel punto mi venne spontaneo fare un'altra considerazione.
«Però, con l'inizio della stagione di fiere, congressi ed eventi potrei dover lavorare anche nel weekend» glielo feci presente.
Marco annuì. «Lo so e non voglio che tu rinunci al lavoro per questo»
Lo guardai sorpresa. Marco continuò «Tu lavori perché ti serve guadagnare. Lo so e lo capisco. Non avrebbe senso chiederti di rinunciare alle tue entrate e poi pretendere che tu sia tranquilla in sessione»
Rimasi in silenzio ad ascoltarlo.
«Se dovrai lavorare il sabato, potrai farlo. Ma in cambio mi concederai le serate che ti chiederò»
Aggrottai appena la fronte. «Quindi, se lavoro di giorno, recuperiamo la sera?»
«Esatto. Quando sarà possibile, troveremo un modo per venirci incontro»
Annuii lentamente.
«Mi sembra ragionevole»
In quel momento capii che non si trattava semplicemente di aggiungere un altro giorno. Stavamo cercando un equilibrio tra quello che Marco voleva dal nostro percorso e la vita che continuavo ad avere fuori da esso.
Poi passò al punto successivo.
«La durata» guardai la pagina. «Il primo contratto era di tre mesi. Questa volta vorrei portarlo a sei»
Sei mesi, era il doppio rispetto al primo accordo e, improvvisamente, quella parola mi fece percepire quanto il percorso fosse diventato più importante.
«Sei mesi?» chiesi.
Marco annuì. «Sì. Credo che ormai tre mesi siano troppo pochi per quello che stiamo costruendo»
Abbassai lo sguardo sul contratto. Non mi sembrava una proposta eccessiva. Anzi.
«Va bene» risposi.
Marco annuì e passò al punto successivo.
«C'è una cosa che voglio aggiungere e voglio che sia chiara prima di firmare»
«Quale?» risposi.
«Questi sei mesi saranno diversi dai primi tre. Finora abbiamo costruito le basi, adesso voglio andare oltre»
Quelle parole mi fecero riflettere.
«In che senso?»
«Nel senso che ti metterò alla prova più di quanto abbia fatto finora. Ci saranno momenti in cui potresti sentirti fuori dalla tua zona di comfort e potresti scoprire di avere limiti diversi da quelli che pensavi»
Abbassai lo sguardo sul contratto. Ripensai a quello che mi aveva detto poco prima 'col tempo scoprirai bene qual è il tuo limite'
«E se arrivassi al mio limite?»
Marco mi guardò con attenzione. «Allora me lo dirai. Il fatto che voglia spingerti oltre non significa che voglia ignorare quello che provi»
Annuii lentamente. «Quindi devo essere pronta a qualcosa di più difficile»
«Sì» non esitò. «Sei disposta ad affrontarlo?»
Quella volta non ebbi bisogno di pensarci a lungo. «Sì, Padrone»
Marco annuì. «Bene, allora questa sarà una delle condizioni del nuovo percorso»
Non sapevo ancora cosa avrebbe significato davvero quel andare oltre, ma avevo scelto di fidarmi e di continuare. E, in quel momento, mi bastava questo.
«Padrone, posso darti una cosa?» chiesi, non appena concludemmo la questione contratto.
«Certo» mi disse poggiando di nuovo i fogli sul tavolo, dopo averli messi in ordine, e concentrandosi su di me.
Mi alzai dalla sedia e tornai verso l'ingresso. Recuperai la busta che avevo lasciato lì appena arrivata e ritornai in cucina. Quando fui di fronte a lui gliela porsi.
«È per te, Padrone»
Marco prese la busta, apparentemente sorpreso. «Per me?»
Annuii.
La aprì con calma e tirò fuori il regalo. Per qualche secondo rimase a osservarlo senza dire nulla. Era un disegno tridimensionale in acciaio stilizzato, raffigurante un architetto intento a lavorare, montato su una base in legno. Sul davanti avevo fatto incidere il suo nome.
«È molto bello. Grazie, Alice»
Sorrisi annuendo. Poi tornò a guardare il regalo.
«Questo andrà direttamente nel mio studio»
Il sorriso mi si spense subito dopo.
«Nel tuo studio?»
«Sì»
Esitai. «Padrone... ma se tua moglie lo vede?»
Marco mi guardò per qualche secondo, come se avesse già previsto quella domanda. «Non preoccuparti»
«Ma c'è il tuo nome»
«Lo so»
«E se ti chiedesse chi te l'ha regalato?»
«Non succederà...c'è una cosa che devo dirti» appoggiò il regalo sul tavolo.
«Cosa?» sussurrai.
«Da questo mese il mio studio si trasferisce qui»
Rimasi sorpresa. «Qui?»
«Sì. Ho deciso di spostarlo in questa casa»
La notizia mi colse completamente impreparata.
«Finora ho sempre avuto lo studio in casa» spiegò Marco. «Ma ormai ho bisogno di più spazio. Il lavoro è cambiato e ho iniziato ad avere bisogno di un ambiente più adatto anche per la privacy dei clienti. Questa casa è molto più grande del mio studio ora e, soprattutto, mi permette di non essere disturbato»
«Quindi hai deciso di trasferire qui il tuo studio» ripetei più a me che a lui.
«In realtà è una soluzione che mi conviene sotto diversi aspetti»
Lo guardai cercando di capire.
«Ultimamente mia moglie mi ha fatto notare più volte che non avrebbe molto senso continuare a tenere una casa del genere chiusa per gran parte dell'anno. Mi aveva persino proposto di venderla»
Rimasi sorpresa.
«E tu non vuoi?»
«No» la risposta arrivò senza esitazione. «Questa casa apparteneva alla mia famiglia. Era dei miei nonni paterni e, quando sono venuti a mancare, è rimasta a me»
Mi guardai intorno, improvvisamente con una percezione diversa di quel luogo.
«Ci ho vissuto per diversi anni, prima di sposarmi. Poi ho deciso di ristrutturarla completamente. Per questo non riuscirei mai a venderla»
Annuii lentamente.
«Non è soltanto una casa, quindi»
«No. Non lo è mai stata» si guardò intorno per qualche secondo. «È stata casa mia per anni. E, anche dopo, è rimasta una specie di rifugio. Soprattutto da quando ho iniziato il mio percorso da Dominatore»
Quella frase mi fece prestare ancora più attenzione.
«E tu, Alice, non conosci ancora tutti i lati di questa casa»
Lo guardai, incuriosita. «Cosa intendi?»
Marco non rispose subito.
«Diciamo che hai visto soltanto una parte di quello che questo posto può rappresentare»
Il suo sguardo rimase su di me per qualche secondo. «E col tempo, forse, scoprirai anche il resto»
Non capivo esattamente cosa volesse dire, ma il modo in cui l'aveva detto mi fece pensare che non si riferisse soltanto alle stanze o agli spazi che non avevo ancora visto.
Marco, però, continuò a parlare come se non avesse bisogno di aggiungere altro.
«Qui ho sempre avuto uno spazio che sentivo completamente mio. Un posto dove potevo staccare dalla vita di tutti i giorni e dedicarmi a una parte di me che, nella mia vita quotidiana, non aveva lo stesso spazio. Per questo voglio conservarla. E trasferire qui lo studio mi permette di darle una funzione concreta, senza rinunciare a quello che rappresenta per me»
Poi tornò a guardarmi.
«E c'è anche un altro vantaggio»
«Quale?»
«Sarebbe molto più semplice gestire il nostro rapporto. Avere uno spazio che posso utilizzare per il lavoro, ma che allo stesso tempo mi permette di organizzare i nostri incontri, rende tutto molto più semplice»
In quel momento capii che quella casa avrebbe continuato a essere importante per Marco proprio perché gli permetteva di tenere insieme due aspetti della sua vita che fino a quel momento aveva dovuto gestire separatamente: il lavoro e il nostro percorso. E, forse, era proprio questo il motivo per cui aveva scelto di trasformarla nel suo nuovo studio.
Marco sembrò, improvvisamente, rendersi conto di quanto si fosse lasciato andare negli ultimi minuti. Il suo sguardo cambiò appena e tornò quella sicurezza che conoscevo bene. Prese nuovamente il regalo tra le mani e lo osservò per un istante.
«Questo è il regalo di Alice» lo disse quasi tra sé, poi tornò a guardarmi. «Ma la mia dolce e vogliosa sottomessa non ha intenzione di regalare nulla al suo Padrone?»
Rimasi per qualche secondo in silenzio, colta alla sprovvista dalla domanda.
«Qualunque cosa tu voglia, Padrone» risposi infine.
Mi accovacciai davanti a lui, abbassando lo sguardo.
Marco mi osservò per qualche secondo. Poi allungò una mano, mi sollevò delicatamente il mento e fece in modo che i miei occhi incontrassero i suoi.
«Stupiscimi»
Quelle due parole mi fecero sorridere, dentro di me. Mi alzai lentamente e lasciai scivolare la sua camicia a terra, rimanendo con gli unici indumenti che indossavo: in intimo, autoreggenti e scarpe. Volevo che mi guardasse, volevo sapere cosa avrebbe pensato vedendomi così, più sicura di quanto mi fossi mai sentita in sua presenza, poi tornai a inginocchiarmi.
Sentivo il cuore battere più velocemente. Iniziai ad avvicinarmi lentamente, quasi gattonando, lasciando che ogni movimento fosse misurato e consapevole. Non avevo fretta. Anzi, per la prima volta mi piaceva sapere che era lui ad aspettare me.
Marco rimase seduto sulla sedia, senza muoversi. Mi osservava in silenzio e quel suo silenzio, invece d'intimidirmi, mi fece sentire ancora più sicura.
Non appena fui davanti a lui, mi fermai. Gli afferrai la mano avvicinandola al mio volto, aprii la bocca e presi il suo indice e medio, spingendoli dentro, mentre lo guardai dal basso. Marco mi lasciò fare, non sforzò i miei gesti. Li infilai più dentro possibile, finché non tossi e lì arretrai, insieme a loro uscirono piccoli rivoli di saliva. Marco mi osservò intensamente, a tratti lo vidi mordersi le labbra, segno che lo stavo eccitando molto. Poi attese la mia prossima mossa. Non mi fermai e rimisi di nuovo le sue dita dentro, spingendole giù fino al nuovo conato e nuovamente altri rivoli di saliva uscirono, bagnandomi un po' il mento e il petto. Marco gemette.
Lascia la sua mano e iniziai ad accarezzargli il cazzo da sopra i pantaloni, mentre lo guardavo dal basso «Posso uscire il tuo cazzo, Padrone?»
Marco sganciò il bottone del pantalone e annuii «Procedi»
Tirai giù la cerniera accompagnandoli giù, grazie anche all'aiuto di Marco che si sollevò per permettermi di sfilarli. Abbassai anche il boxer e con una mano afferrai il cazzo, iniziando a sfiorare tutta l'asta. Lo sentii già bello duro sotto la mia mano. Nel frattempo uscii la lingua, mostrandogliela, e mi avvicinai con la bocca, leccando prima dal basso verso l'alto il glande, poi al contrario, per tornare infine di nuovo verso l'alto, dove aprii la bocca e iniziare a succhiarlo, lentamente, concentrandomi inizialmente sul glande. Lo sentii fremere e gemere. Non smisi mai di guardarlo negli occhi.
Poggiai una mano sulla sua coscia, l'altro alla base del cazzo e scesi più giù, con un quasi dentro e fuori lento, senza realmente farlo uscire dalla bocca. Ogni tanto alternavo questo a qualche colpo di lingua lunga l'asta e a un po' di masturbazione. Marco sembrava completamente rilassato sulla sedia: era immobile, con un'aria quasi tranquilla, come se nulla riuscisse a turbarlo. In realtà, però, seguiva ogni mio movimento.
Lo capivo dal modo in cui mi guardava e, soprattutto, da quei piccoli gemiti che gli sfuggivano di tanto in tanto, quasi involontariamente. Non aveva bisogno di parlare, quei suoni erano sufficienti a farmi capire che stava apprezzando quello che facevo e sapere di essere riuscita a provocare quella reazione in lui, mi diede l'input per continuare e spingermi oltre, sentendomi sempre più sicura.
Mi spostai un attimo liberando il cazzo e mi posizionai con la testa più perpendicolare rispetto al cazzo, così da avere più libero accesso, ma prima di andare oltre gli lanciai un ultimo sguardo.
Una volta sopra il cazzo, presi un respiro profondo e iniziai a scendere come mi aveva insegnato tempo prima. Scesi sempre più, lasciandomi guidare soltanto dalla mia scelta e dalla voglia di sorprenderlo, finché non sentii il cazzo sbattere contro l'ingresso della mia gola. A quel punto avvertii il primo forte conato e tornai indietro lentamente, portandomi dietro filamenti di saliva che colarono tra le sue gambe. Lo guardai un attimo per vedere la sua reazione.
Non disse nulla, rimase immobile sulla sedia, ma il suo respiro cambiò. Inspirò lentamente, più profondamente del solito, e per qualche secondo il suo sguardo rimase fisso su di me. Era evidente che quello che aveva visto lo aveva colpito. Le labbra gli si dischiusero appena e un piccolo gemito gli sfuggì, basso e involontario.
Quella reazione era più che sufficiente, per me. Tirai giù un altro respiro e scesi di nuovo lentamente sul suo cazzo, ripetendo il gesto per almeno 3 volte, provando a resistere sempre qualche secondo in più della volta precedente. Ogni volta che uscivo in compenso producevo sempre più saliva che fuoriusciva insieme al cazzo.
Alla quarta volta, ormai con gli occhi lucidi e il viso sopraffatto da ciò che stavo facendo, mi allontanai e mi alzai guardandolo. Marco ricambiò il mio sguardo, cercando di capire quale fosse la mia prossima mossa.
Mi voltai verso il tavolo, mi piegai col busto e allargai le gambe. Poi portai le mani dietro, afferrai i glutei e li allargai mostrando i miei buchi. Non ebbi bisogno di dire nulla, attesi solo, visto che quella posizione era già un invito. Pochi minuti dopo, sentì la sedia spostarsi leggermente e avvertii la presenza di Marco dietro di me. Passo una mano dal basso verso l'alto sulla mia figa, che trovò completamente bagnata. Mi sfuggì un gemito, spontaneo.
Mi afferrò una spalla e piegandosi verso la mia schiena mi puntò il cazzo sopra il mio ano.
«Per favore, Padrone, prendilo» sussurrai con voce sommessa. Non desideravo altro in quel momento.
«Non è ancora il momento» mi disse scendendolo verso giù e in solo colpo mi penetrò la figa, sbattendo il suo pube sul mio culo. Sentii il respiro spezzarsi e un gemito più forte mi sfuggì dalle labbra.
Cominciò a scoparmi, così, in profondità senza rallentare e il mio respiro diventò sempre più irregolare, mentre i gemiti mi sfuggirono uno dopo l'altro senza che riuscissi a trattenerli. Ogni tanto, si fermava col suo cazzo fin dentro, io mugolavo, poi riusciva e riprendeva a scoparmi.
Dopo qualche minuto, la mia voce si spezzò in un grido, lasciando uscire tutto quello che avevo trattenuto fino a quel momento. Marco non si fermò, continuò come se avesse previsto esattamente quella reazione. Io continuai a gemere, mugolare, bagnarmi e anche venire un'altra volta, finché non sentii fremere anche lui. A quel punto uscì, mi tirò giù verso il suo cazzo, chiusi gli occhi velocemente e mi schizzò tutta la sborra in faccia, riversandola sul naso, zigomi e bocca.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, riprendendoci. Entrambi avevamo ancora il respiro irregolare, io forse più di lui.
Il primo a calmarsi, infatti, fu Marco che, ancora fermi nelle nostre posizioni, raccolse più volte con un dito la sborra dal viso e la portò verso la mia bocca, ordinandomi di aprirla. Leccai quel dito ogni singola volta che me lo proponeva davanti, finché non ripulì ogni traccia.
«Ti ho sorpreso, Padrone?»
«Più di quanto pensassi» affermò, porgendomi la mano per rialzarmi. «Sei cambiata, Alice, e sono sicuro che questo sia solo l'inizio»
A quelle parole non riuscii a nascondere un sorriso. Ero felice. Non soltanto perché ero riuscita a sorprenderlo, ma perché sentire quelle parole da lui mi faceva capire quanto avesse notato il cambiamento che sentivo anch'io dentro di me.
«Nei prossimi mesi scoprirai ancora molte cose di te e sono curioso di vedere quanto riuscirai ancora a sorprendermi»
Annuii lentamente. «Farò del mio meglio, Padrone»
Poi mi prese delicatamente per una mano e mi accompagnò verso il mio bagno.
«Adesso vai a farti una doccia e sistemati»
Annuii. «Sì, Padrone»
Mentre entravo in bagno, ripensai alle sue parole e per la prima volta, ero davvero curiosa anch'io di scoprire fino a dove mi avrebbe portata quel cambiamento.
30 Agosto 2026
La domenica decidemmo di trascorrere la giornata al mare insieme agli amici, approfittando degli ultimi giorni d'estate. Passammo diverse ore in spiaggia, tra chiacchiere, risate e qualche bagno, cercando di goderci fino all'ultimo quelle giornate di libertà.
A un certo punto Emma iniziò a raccontarmi com'era andata a casa di Marco per il suo compleanno. Mi raccontò qualche episodio della serata, le persone che erano presenti e le solite situazioni divertenti che si erano create tra loro. Poi mi guardò con aria scherzosa.
«Comunque mi hai proprio lasciata sola ieri sera»
Scoppiai a ridere.
«Non esagerare. Sei sopravvissuta benissimo anche senza di me»
«Sì, certo. Però potevi venire»
Sorrisi, cercando di non dare troppo peso a quelle parole. «La prossima volta magari»
Emma annuì, tornando a parlare della serata come se nulla fosse.
Per il resto, la giornata trascorse tranquillamente. Non facemmo nulla di particolarmente importante. Ci godemmo semplicemente il mare e quelle che ormai erano davvero le ultime giornate d'estate.
La sera tornai a casa stanca, ma con la sensazione di aver sfruttato al meglio quell'ultimo giorno di mare.
Avevo appuntamento con Marco alle nove e, dopo lo spostamento dell'incontro di mercoledì, finalmente avrei trascorso con lui quella mezza giornata.
Quando arrivai alla casa al mare, erano appena le otto e cinquantotto. Inserii la chiave e aprii la porta. Ad accogliermi fu il silenzio. Non sentivo rumori che facessero pensare che Marco fosse già arrivato. Entrai e richiusi la porta alle mie spalle.
Lasciai la borsa e la busta con il regalo all'ingresso, poi mi diressi verso la camera.
Quella mattina avevo scelto con attenzione cosa indossare per quell'occasione: un completo che all'apparenza sembrava un costume, o almeno il sopra dava quest'idea, visto che sia allacciava al collo e alla schiena con due piccoli nastri neri, mentre la coppa, rigorosamente a triangolo, era tutta in pizzo leggero senza imbottitura. Lo slip era dello stesso tessuto. Entra i pezzi avevano una piccola apertura al centro, in corrispondenza delle parti intime.
Lo avevo comprato il giorno prima, quando dopo aver scelto il regalo di Marco, ero tornata verso la macchina e aprendo lo sportello, il mio sguardo si soffermò, quasi per caso, davanti a quella vetrina. Esposto c'era questo completo.
Lo avevo guardato per qualche secondo, mentre in automatico avevo richiudendo lo sportello per dirigermi lì. In quel momento mi era sembrato perfetto per l'incontro di questa mattina.
E ora, davanti allo specchio dell'armadio, capii di aver fatto bene a seguire quell'istinto. Completai il look con un'autoreggente in pizzo nero e rimasi per qualche istante a osservarmi.
Non cercavo d'impressionarlo. Volevo semplicemente che, quando Marco mi avesse vista, capisse che avevo pensato a quella giornata.
Richiusi l'armadio con dentro il vestito con cui ero arrivata lì e mi inginocchiai sul tappeto in sua attesa.
Poco dopo sentii la porta d'ingresso aprirsi e non appena comparve sulla soglia della camera rimase semplicemente lì a guardarmi.
«Buongiorno, Alice»
«Buongiorno, Padrone»
Si avvicinò e mi fece cenno di alzarmi. Obbedii, mettendomi in piedi davanti a lui. Il suo sguardo si soffermò per qualche secondo su di me, poi mi voltò per controllare personalmente le condizioni del mio culo.
«Fammi vedere»
Rimasi ferma mentre osservava con attenzione la pelle, verificando che il rossore dei giorni precedenti fosse ormai quasi completamente scomparso.
«Molto meglio» commentò. «La pelle sta tornando alla normalità. Stai continuando a mettere la crema che ti ho dato?»
«Sì, Padrone. La metto regolarmente, come mi hai detto»
Marco annuì soddisfatto.
«Bene. Continua ancora per qualche giorno, finché il rossore non sarà completamente sparito»
Tornò davanti a me e mi ordinò di mettermi in posizione d'ispezione. Lo feci allargando le gambe e portando le mani dietro la testa.
«Guardarmi e dimmi una cosa...» alzai lo sguardo e vidi che mi stava guardando negli occhi. Le braccia incrociate davanti a se «Com'è stato per te ricevere quel trattamento?»
La domanda mi fece riflettere.
«È stato difficile, Padrone» risposi sinceramente «Soprattutto negli ultimi minuti»
Marco annuì lentamente.
«Me ne sono accorto» disse mentre il suo sguardo si abbassa sul mio corpo «Voglio sapere cosa hai provato. Non soltanto il dolore, voglio capire come ti sei sentita mentre andavi avanti»
Abbassai lo sguardo.
«Non abbassarlo» mi ordinò.
Rialzai lo sguardo. «All'inizio pensavo di riuscire a gestirlo senza problemi. Poi, col passare dei colpi, ho iniziato a fare sempre più fatica. Quando mi hai ricordato le safeword ho capito che potevo fermarmi, ma dentro di me sentivo ancora di voler continuare»
«Bene. È importante che tu sappia distinguere tra il voler continuare e il sentirti obbligata a farlo» si prese qualche secondo, poi mi fece una domanda «E quando hai capito che non sarebbe finita dopo la ventesima?»
Inspirai lentamente.
«Ho iniziato a chiedermi quanto sarebbe durato ancora. Ero stanca, il dolore era forte e avevo iniziato a piangere. Però non volevo fermarmi»
«Perché?»
Ci pensai qualche secondo.
«Perché volevo capire se riuscivo a superare quel momento, volevo capire dove fosse davvero il mio limite»
«Il limite non è sempre quello che pensi che sia» disse. Lo ascoltai attentamente «A volte crediamo di averlo già individuato, ma in realtà conosciamo soltanto il punto oltre il quale non siamo ancora stati»
Provai a riflettere su quelle parole, ma Marco continuò.
«Quello che hai fatto l'altro giorno mi ha permesso di capire qualcosa in più su di te. Ma non significa che tu abbia già scoperto tutto. Col tempo scoprirai bene qual è il tuo limite, Alice»
Non aggiunse altro, si avvicinò lentamente e lasciò che le dita sfiorassero appena la mia pelle nuda. Chiusi gli occhi istintivamente, lasciandomi sfuggire un piccolo gemito.
Marco continuò a muovere la mano con calma, soffermandosi per qualche istante su punti diversi, quasi volesse ricordarmi che quella mattina non aveva fretta. Sfiorò anche i capezzoli turgidi, attraverso l'apertura del completino, e la figa. Sospirai non appena sentii sfiorarmi quei punti. Poi parlò.
«Sai, mia piccola Alice...mi è piaciuto il modo in cui hai reagito al dolore. Hai avuto dei momenti difficili, hai fatto fatica, ma hai continuato ad affrontarlo senza perdere la consapevolezza di quello che stavi facendo»
Riaprii lentamente gli occhi e lo guardai.
«Hai sopportato molto più di quanto pensassi. Per questo penso che tu ti sia meritata un regalo»
Quelle parole mi sorpresero. Dopo tutto quello che era successo nei giorni precedenti, sentivo che quella mattina stava prendendo una direzione completamente diversa da quella che avevo immaginato.
Marco mi guidò lentamente all'indietro verso il letto. «Sdraiati»
Obbedii, sistemandomi sul materasso.
Iniziò lentamente a spogliarsi. Lo osservai in silenzio, sentendo il mio interesse per lui crescere. Il mio sguardo si fece più intenso e mi accorsi di quanto stessi aspettando che si avvicinasse.
Marco se ne accorse. Un piccolo sorriso comparve sul suo volto.
«A quanto pare qualcuno ha già capito cosa vuole»
Abbassai appena lo sguardo, imbarazzata, ma lo rialzai non appena lo sentii salire sul letto. Mi piegò le gambe, allargandole e si posizionò in mezzo. Portò le sue dita a sfiorare i capezzoli e scese lungo l'addome e i fianchi in modo lento, poi si avvicinò lambendo con la lingua e poi con la bocca uno dei capezzoli. Mugolai in risposta. Si spostò verso l'altro e ripeté il gesto. Mugolai ancora. Con le mani strinse entrambi i seni, rilassandoli stringendo più volte, mentre con la bocca afferrò meglio il capezzolo e iniziò a succhiarlo dolcemente più e più volte, rendendolo estremamente turgido e sensibile. Socchiusi gli occhi e lasciai uscire un lungo sospiro. O forse più di uno. Quando si staccò, mi guardò un attimo, poi passò a torturare dolcemente anche l'altro capezzolo, mentre con le dita giocò con quello appena torturato, per mantenere alta la tensione e il piacere che stavo provando. Dal mio canto inspirai profondamente, cercando di mantenere il controllo della situazione, e del piacere. Nonostante quella tortura mi stesse conducendo verso un'unica direzione. L'orgasmo.
Direzione che raggiunsi poco dopo. Non prima, però, di averlo informato.
«Padrone...» sussurrai gemendo.
Marco continuò a succhiare e aspirare l'intero capezzolo, mentre l'altro veniva schiacciato tra il suo indice e pollice. Sentii il respiro accelerare e il piacere aumentare.
«Uhmm...Padrone...» riprovai.
Ancora una volte non rispose. Vidi per un attimo, solo il suo sguardo sollevarsi verso il mio. Mi morsi appena il labbro, tentando di bloccare l'imminente orgasmo. Gli unici suoni in quella stanza erano i miei sospiri e i suoi risucchi.
«Adesso!» mi ordinò mordendo il capezzolo con i suoi denti e staccandosi.
Io urlai di dolore e allo stesso tempo esplosi in un orgasmo che mi fece tremare tutto il corpo. Impiegai qualche secondo prima di ritrovare la calma. In tutto ciò, Marco rimase a osservarmi tra le mie gambe, accarezzandomi i fianchi e godendosi lo spettacolo.
Non appena il mio corpo riprese il controllo della situazione, calmandosi, Marco si scostò, portandosi verso giù. Iniziò col lasciare dei piccoli baci sull'interno coscia, spostandosi lentamente sempre più verso il centro del mio fuoco. Quando lo raggiunse, si portò sul clitoride e iniziò a leccarlo con una velocità moderata. Sentii la lingua lappare e il suo respiro sulla figa.
Ero ancora scossa e abbastanza sensibile per l'orgasmo di prima, che mi bastarono pochi minuti per riaccendermi.
«Non venire, senza chiedere» mi riprese sentendo il mio respiro farsi più corto e irregolare.
Annuii o almeno ci provai, tra un gemito e l'altro.
Staccò la bocca, che nel frattempo era passata a succhiare il clitoride.
«No no, per favore, Padrone» lo implorai non appena mi mancò il suo contatto e sentendo un brivido attraversarmi la schiena, proprio in quell'istante.
«No cosa, Alice? Cosa vuoi?» mi disse osservandomi.
«Voglio venire, Padrone» sospirai.
«Te l'ho già concesso» sorrise, portando la mano sulla mia figa «Non ti è bastato?»
Un gemito basso mi sfuggì prima ancora che potessi fermarlo, non appena lo sentii sfiorarmi.
«Non ho sentito la risposta…» mi incitò.
«Per favore...Padrone» lo pregai.
Marco da vero intenditore, spinse due dita direttamente dentro «Non pregarmi. Ti ho fatto una domanda prima» e iniziò a muoverle lentamente avanti e indietro.
Per me fu difficile concentrarmi e resistere. Nella mia testa c'era un solo unico pensiero. Poter godere nuovamente attraverso lui.
«No…no, Padrone» mugolai «Non…non mi è…bastato»
Scosse la testa «Che troia che sei, Alice» e si spinse verso di me col busto e appoggiò il palmo sul clitoride. La sua bocca era a qualche centimetro dalla mia, così come il suo sguardo si incatenò al mio. Sentii il movimento delle sue dita cambiare, in un va e viene. Più lui aumentava il ritmo, più io gemevo forte assecondandolo e avvertendo piccole scosse sul mio corpo.
«Implorami» La voce bassa.
«Posso venire, Padrone?» sussurrai. Il petto si alzava e abbassava più rapidamente.
«Più forte»
«Posso venire, Padrone?» provai ad alzare la voce, cercando di non farla inclinare.
«Non ancora» mi disse. Continuai a mugolare e gemere. Ormai ero sul punto di esplodere, era difficile resistere al suo controllo. «Fai silenzio, senti qui» mi ordinò, continuando a scuotere le sue dita all'interno. Provai a trattenere i mugolii, mordendomi le labbra più forte che potevo. Il suono che si diffuse nella stanza fu quello delle sue dita che smuovevano i miei liquidi interni. Il sudore mi bagnava la fronte e il resto della pelle, chiusi gli occhi.
«Guardami» mi ordinò. Provai a riaprire gli occhi, ma li richiusi subito. Quel piacere mi impediva di ragionare e fare qualsiasi cosa. «Guardami, se vuoi godere» ripeté.
Inspirai lentamente e tentai di riaprire gli occhi, incrociando il suo sguardo con il mio, che era pieno di desiderio.
«Così, brava ragazza» continuò a muoversi sempre più velocemente, finché non mi diede il permesso tanto agognato «Vieni. Godi per il tuo Padrone»
mi bastarono quelle parole, per esplodere in un orgasmo ancora più intenso di quello precedente. Marco in tutto ciò non smise mai di muovere le sue dita all'interno, neanche quando il mio corpo veniva scosso da innumerevoli tremori. Più lui le muoveva, più io esplodevo e urlavo. Continuammo così per almeno un minuto, finché lui non si scostò. Lasciai sciogliere gli ultimi tremori, finché lentamente, molto lentamente non mi calmai col corpo e col respiro.
Quando tornai in me, lo osservai. Si era seduto accanto a me, e mi accarezzava i capelli.
Lo guardai attentamente negli occhi e gli rivolsi un timido sorriso, seguito da un «Grazie Padrone»
«Sei una splendida sottomessa, Alice. Sono fiero di te» e mi lasciò un piccolo bacio sulle labbra.
Poi si alzò dal letto, recuperò dall'armadio una sua camicia e me la porse.
«Indossa questa»
La presi e la infilai, lasciandola aperta.
«Vieni» mi disse dalla soglia.
Lo seguii fino alla cucina. Appoggiò alcuni fogli sul tavolo e indicò una sedia.
«Siediti»
Obbedii. Lui si accomodò di fronte a me e spinse la documentazione nella mia direzione.
«Adesso parliamo del nuovo contratto»
Guardai i fogli.
«Hai già deciso tutto?»
«Ho preparato una proposta. Ma prima di parlare delle modifiche voglio sapere una cosa»
Alzai lo sguardo su di lui.
«Sei ancora convinta di voler continuare questo percorso?»
La domanda mi colpì. Nonostante tutto quello che era successo nei mesi precedenti, non avevo mai avuto dubbi reali sul fatto di voler proseguire. Eppure sentirglielo chiedere in quel modo rendeva la scelta improvvisamente molto più concreta.
«Sì» risposi dopo qualche secondo. «Lo sono»
Marco annuì. «Bene. Perché non voglio che tu continui soltanto per abitudine o perché pensi di doverlo fare»
«Non è per quello che lo faccio»
«Ne sei sicura?»
Lo guardai dritto negli occhi, con uno sguardo profondo.
«Sì, Padrone» dissi e subito dopo accennai un sorriso.
Marco rimase a fissarmi, poi ricambiò il sorriso.
«Anch'io sono favorevole a continuare»
Quelle parole mi fecero tirare un piccolo respiro di sollievo.
«Però il prossimo contratto sarà diverso»
Guardai nuovamente i fogli.
«In che senso?»
«Ci sono alcune cose che voglio rendere più chiare, altre che voglio modificare. E soprattutto voglio che entrambi sappiamo esattamente cosa ci aspettiamo dai prossimi mesi»
Annuii. Marco prese la prima pagina del contratto.
«Lo leggeremo insieme e se c'è qualcosa che non ti convince, me lo dici» lo imitai. «Partiamo dai giorni. Nel precedente accordo avevamo stabilito due giornate consecutive. Vorrei modificare questa parte»
«Come?» chiesi.
«Ho bisogno che una giornata sia per intero»
Rimasi qualche secondo in silenzio.
«Per intero?»
«Sì. Una giornata completa insieme, senza dover interrompere l'incontro per tornare a casa o per altri impegni»
Annuii lentamente.
«Per questo aggiungeremo una terza giornata»
Lo guardai sorpresa. «Una terza?»
«Esatto. Durante la settimana lavori praticamente sempre, quindi ci serve una giornata completa senza interferire con il tuo lavoro. Questo vuol dire che useremo il weekend»
Ci pensai per qualche secondo. La prima cosa che mi venne in mente fu il lavoro. Anche nei fine settimana avrei potuto avere del lavoro, soprattutto adesso che stava per iniziare il periodo in cui fiere, congressi ed eventi sarebbero diventati sempre più frequenti.
Ma non era soltanto quello. C'era anche la sua famiglia. Provai a mettermi nei suoi panni. Pensai che, per Marco, allontanarsi dalla famiglia per un'intera domenica con la semplice scusa del lavoro non sarebbe stato così facile. Un impegno di quel tipo, soprattutto se fosse diventato una cosa regolare, avrebbe potuto creare domande o qualche sospetto.
Il sabato, invece, sembrava molto più semplice da giustificare.
«Allora forse sarebbe meglio il sabato» proposi. «Per te dovrebbe essere più facile rispetto alla domenica»
Marco mi guardò per qualche secondo, poi annuì.
A quel punto mi venne spontaneo fare un'altra considerazione.
«Però, con l'inizio della stagione di fiere, congressi ed eventi potrei dover lavorare anche nel weekend» glielo feci presente.
Marco annuì. «Lo so e non voglio che tu rinunci al lavoro per questo»
Lo guardai sorpresa. Marco continuò «Tu lavori perché ti serve guadagnare. Lo so e lo capisco. Non avrebbe senso chiederti di rinunciare alle tue entrate e poi pretendere che tu sia tranquilla in sessione»
Rimasi in silenzio ad ascoltarlo.
«Se dovrai lavorare il sabato, potrai farlo. Ma in cambio mi concederai le serate che ti chiederò»
Aggrottai appena la fronte. «Quindi, se lavoro di giorno, recuperiamo la sera?»
«Esatto. Quando sarà possibile, troveremo un modo per venirci incontro»
Annuii lentamente.
«Mi sembra ragionevole»
In quel momento capii che non si trattava semplicemente di aggiungere un altro giorno. Stavamo cercando un equilibrio tra quello che Marco voleva dal nostro percorso e la vita che continuavo ad avere fuori da esso.
Poi passò al punto successivo.
«La durata» guardai la pagina. «Il primo contratto era di tre mesi. Questa volta vorrei portarlo a sei»
Sei mesi, era il doppio rispetto al primo accordo e, improvvisamente, quella parola mi fece percepire quanto il percorso fosse diventato più importante.
«Sei mesi?» chiesi.
Marco annuì. «Sì. Credo che ormai tre mesi siano troppo pochi per quello che stiamo costruendo»
Abbassai lo sguardo sul contratto. Non mi sembrava una proposta eccessiva. Anzi.
«Va bene» risposi.
Marco annuì e passò al punto successivo.
«C'è una cosa che voglio aggiungere e voglio che sia chiara prima di firmare»
«Quale?» risposi.
«Questi sei mesi saranno diversi dai primi tre. Finora abbiamo costruito le basi, adesso voglio andare oltre»
Quelle parole mi fecero riflettere.
«In che senso?»
«Nel senso che ti metterò alla prova più di quanto abbia fatto finora. Ci saranno momenti in cui potresti sentirti fuori dalla tua zona di comfort e potresti scoprire di avere limiti diversi da quelli che pensavi»
Abbassai lo sguardo sul contratto. Ripensai a quello che mi aveva detto poco prima 'col tempo scoprirai bene qual è il tuo limite'
«E se arrivassi al mio limite?»
Marco mi guardò con attenzione. «Allora me lo dirai. Il fatto che voglia spingerti oltre non significa che voglia ignorare quello che provi»
Annuii lentamente. «Quindi devo essere pronta a qualcosa di più difficile»
«Sì» non esitò. «Sei disposta ad affrontarlo?»
Quella volta non ebbi bisogno di pensarci a lungo. «Sì, Padrone»
Marco annuì. «Bene, allora questa sarà una delle condizioni del nuovo percorso»
Non sapevo ancora cosa avrebbe significato davvero quel andare oltre, ma avevo scelto di fidarmi e di continuare. E, in quel momento, mi bastava questo.
«Padrone, posso darti una cosa?» chiesi, non appena concludemmo la questione contratto.
«Certo» mi disse poggiando di nuovo i fogli sul tavolo, dopo averli messi in ordine, e concentrandosi su di me.
Mi alzai dalla sedia e tornai verso l'ingresso. Recuperai la busta che avevo lasciato lì appena arrivata e ritornai in cucina. Quando fui di fronte a lui gliela porsi.
«È per te, Padrone»
Marco prese la busta, apparentemente sorpreso. «Per me?»
Annuii.
La aprì con calma e tirò fuori il regalo. Per qualche secondo rimase a osservarlo senza dire nulla. Era un disegno tridimensionale in acciaio stilizzato, raffigurante un architetto intento a lavorare, montato su una base in legno. Sul davanti avevo fatto incidere il suo nome.
«È molto bello. Grazie, Alice»
Sorrisi annuendo. Poi tornò a guardare il regalo.
«Questo andrà direttamente nel mio studio»
Il sorriso mi si spense subito dopo.
«Nel tuo studio?»
«Sì»
Esitai. «Padrone... ma se tua moglie lo vede?»
Marco mi guardò per qualche secondo, come se avesse già previsto quella domanda. «Non preoccuparti»
«Ma c'è il tuo nome»
«Lo so»
«E se ti chiedesse chi te l'ha regalato?»
«Non succederà...c'è una cosa che devo dirti» appoggiò il regalo sul tavolo.
«Cosa?» sussurrai.
«Da questo mese il mio studio si trasferisce qui»
Rimasi sorpresa. «Qui?»
«Sì. Ho deciso di spostarlo in questa casa»
La notizia mi colse completamente impreparata.
«Finora ho sempre avuto lo studio in casa» spiegò Marco. «Ma ormai ho bisogno di più spazio. Il lavoro è cambiato e ho iniziato ad avere bisogno di un ambiente più adatto anche per la privacy dei clienti. Questa casa è molto più grande del mio studio ora e, soprattutto, mi permette di non essere disturbato»
«Quindi hai deciso di trasferire qui il tuo studio» ripetei più a me che a lui.
«In realtà è una soluzione che mi conviene sotto diversi aspetti»
Lo guardai cercando di capire.
«Ultimamente mia moglie mi ha fatto notare più volte che non avrebbe molto senso continuare a tenere una casa del genere chiusa per gran parte dell'anno. Mi aveva persino proposto di venderla»
Rimasi sorpresa.
«E tu non vuoi?»
«No» la risposta arrivò senza esitazione. «Questa casa apparteneva alla mia famiglia. Era dei miei nonni paterni e, quando sono venuti a mancare, è rimasta a me»
Mi guardai intorno, improvvisamente con una percezione diversa di quel luogo.
«Ci ho vissuto per diversi anni, prima di sposarmi. Poi ho deciso di ristrutturarla completamente. Per questo non riuscirei mai a venderla»
Annuii lentamente.
«Non è soltanto una casa, quindi»
«No. Non lo è mai stata» si guardò intorno per qualche secondo. «È stata casa mia per anni. E, anche dopo, è rimasta una specie di rifugio. Soprattutto da quando ho iniziato il mio percorso da Dominatore»
Quella frase mi fece prestare ancora più attenzione.
«E tu, Alice, non conosci ancora tutti i lati di questa casa»
Lo guardai, incuriosita. «Cosa intendi?»
Marco non rispose subito.
«Diciamo che hai visto soltanto una parte di quello che questo posto può rappresentare»
Il suo sguardo rimase su di me per qualche secondo. «E col tempo, forse, scoprirai anche il resto»
Non capivo esattamente cosa volesse dire, ma il modo in cui l'aveva detto mi fece pensare che non si riferisse soltanto alle stanze o agli spazi che non avevo ancora visto.
Marco, però, continuò a parlare come se non avesse bisogno di aggiungere altro.
«Qui ho sempre avuto uno spazio che sentivo completamente mio. Un posto dove potevo staccare dalla vita di tutti i giorni e dedicarmi a una parte di me che, nella mia vita quotidiana, non aveva lo stesso spazio. Per questo voglio conservarla. E trasferire qui lo studio mi permette di darle una funzione concreta, senza rinunciare a quello che rappresenta per me»
Poi tornò a guardarmi.
«E c'è anche un altro vantaggio»
«Quale?»
«Sarebbe molto più semplice gestire il nostro rapporto. Avere uno spazio che posso utilizzare per il lavoro, ma che allo stesso tempo mi permette di organizzare i nostri incontri, rende tutto molto più semplice»
In quel momento capii che quella casa avrebbe continuato a essere importante per Marco proprio perché gli permetteva di tenere insieme due aspetti della sua vita che fino a quel momento aveva dovuto gestire separatamente: il lavoro e il nostro percorso. E, forse, era proprio questo il motivo per cui aveva scelto di trasformarla nel suo nuovo studio.
Marco sembrò, improvvisamente, rendersi conto di quanto si fosse lasciato andare negli ultimi minuti. Il suo sguardo cambiò appena e tornò quella sicurezza che conoscevo bene. Prese nuovamente il regalo tra le mani e lo osservò per un istante.
«Questo è il regalo di Alice» lo disse quasi tra sé, poi tornò a guardarmi. «Ma la mia dolce e vogliosa sottomessa non ha intenzione di regalare nulla al suo Padrone?»
Rimasi per qualche secondo in silenzio, colta alla sprovvista dalla domanda.
«Qualunque cosa tu voglia, Padrone» risposi infine.
Mi accovacciai davanti a lui, abbassando lo sguardo.
Marco mi osservò per qualche secondo. Poi allungò una mano, mi sollevò delicatamente il mento e fece in modo che i miei occhi incontrassero i suoi.
«Stupiscimi»
Quelle due parole mi fecero sorridere, dentro di me. Mi alzai lentamente e lasciai scivolare la sua camicia a terra, rimanendo con gli unici indumenti che indossavo: in intimo, autoreggenti e scarpe. Volevo che mi guardasse, volevo sapere cosa avrebbe pensato vedendomi così, più sicura di quanto mi fossi mai sentita in sua presenza, poi tornai a inginocchiarmi.
Sentivo il cuore battere più velocemente. Iniziai ad avvicinarmi lentamente, quasi gattonando, lasciando che ogni movimento fosse misurato e consapevole. Non avevo fretta. Anzi, per la prima volta mi piaceva sapere che era lui ad aspettare me.
Marco rimase seduto sulla sedia, senza muoversi. Mi osservava in silenzio e quel suo silenzio, invece d'intimidirmi, mi fece sentire ancora più sicura.
Non appena fui davanti a lui, mi fermai. Gli afferrai la mano avvicinandola al mio volto, aprii la bocca e presi il suo indice e medio, spingendoli dentro, mentre lo guardai dal basso. Marco mi lasciò fare, non sforzò i miei gesti. Li infilai più dentro possibile, finché non tossi e lì arretrai, insieme a loro uscirono piccoli rivoli di saliva. Marco mi osservò intensamente, a tratti lo vidi mordersi le labbra, segno che lo stavo eccitando molto. Poi attese la mia prossima mossa. Non mi fermai e rimisi di nuovo le sue dita dentro, spingendole giù fino al nuovo conato e nuovamente altri rivoli di saliva uscirono, bagnandomi un po' il mento e il petto. Marco gemette.
Lascia la sua mano e iniziai ad accarezzargli il cazzo da sopra i pantaloni, mentre lo guardavo dal basso «Posso uscire il tuo cazzo, Padrone?»
Marco sganciò il bottone del pantalone e annuii «Procedi»
Tirai giù la cerniera accompagnandoli giù, grazie anche all'aiuto di Marco che si sollevò per permettermi di sfilarli. Abbassai anche il boxer e con una mano afferrai il cazzo, iniziando a sfiorare tutta l'asta. Lo sentii già bello duro sotto la mia mano. Nel frattempo uscii la lingua, mostrandogliela, e mi avvicinai con la bocca, leccando prima dal basso verso l'alto il glande, poi al contrario, per tornare infine di nuovo verso l'alto, dove aprii la bocca e iniziare a succhiarlo, lentamente, concentrandomi inizialmente sul glande. Lo sentii fremere e gemere. Non smisi mai di guardarlo negli occhi.
Poggiai una mano sulla sua coscia, l'altro alla base del cazzo e scesi più giù, con un quasi dentro e fuori lento, senza realmente farlo uscire dalla bocca. Ogni tanto alternavo questo a qualche colpo di lingua lunga l'asta e a un po' di masturbazione. Marco sembrava completamente rilassato sulla sedia: era immobile, con un'aria quasi tranquilla, come se nulla riuscisse a turbarlo. In realtà, però, seguiva ogni mio movimento.
Lo capivo dal modo in cui mi guardava e, soprattutto, da quei piccoli gemiti che gli sfuggivano di tanto in tanto, quasi involontariamente. Non aveva bisogno di parlare, quei suoni erano sufficienti a farmi capire che stava apprezzando quello che facevo e sapere di essere riuscita a provocare quella reazione in lui, mi diede l'input per continuare e spingermi oltre, sentendomi sempre più sicura.
Mi spostai un attimo liberando il cazzo e mi posizionai con la testa più perpendicolare rispetto al cazzo, così da avere più libero accesso, ma prima di andare oltre gli lanciai un ultimo sguardo.
Una volta sopra il cazzo, presi un respiro profondo e iniziai a scendere come mi aveva insegnato tempo prima. Scesi sempre più, lasciandomi guidare soltanto dalla mia scelta e dalla voglia di sorprenderlo, finché non sentii il cazzo sbattere contro l'ingresso della mia gola. A quel punto avvertii il primo forte conato e tornai indietro lentamente, portandomi dietro filamenti di saliva che colarono tra le sue gambe. Lo guardai un attimo per vedere la sua reazione.
Non disse nulla, rimase immobile sulla sedia, ma il suo respiro cambiò. Inspirò lentamente, più profondamente del solito, e per qualche secondo il suo sguardo rimase fisso su di me. Era evidente che quello che aveva visto lo aveva colpito. Le labbra gli si dischiusero appena e un piccolo gemito gli sfuggì, basso e involontario.
Quella reazione era più che sufficiente, per me. Tirai giù un altro respiro e scesi di nuovo lentamente sul suo cazzo, ripetendo il gesto per almeno 3 volte, provando a resistere sempre qualche secondo in più della volta precedente. Ogni volta che uscivo in compenso producevo sempre più saliva che fuoriusciva insieme al cazzo.
Alla quarta volta, ormai con gli occhi lucidi e il viso sopraffatto da ciò che stavo facendo, mi allontanai e mi alzai guardandolo. Marco ricambiò il mio sguardo, cercando di capire quale fosse la mia prossima mossa.
Mi voltai verso il tavolo, mi piegai col busto e allargai le gambe. Poi portai le mani dietro, afferrai i glutei e li allargai mostrando i miei buchi. Non ebbi bisogno di dire nulla, attesi solo, visto che quella posizione era già un invito. Pochi minuti dopo, sentì la sedia spostarsi leggermente e avvertii la presenza di Marco dietro di me. Passo una mano dal basso verso l'alto sulla mia figa, che trovò completamente bagnata. Mi sfuggì un gemito, spontaneo.
Mi afferrò una spalla e piegandosi verso la mia schiena mi puntò il cazzo sopra il mio ano.
«Per favore, Padrone, prendilo» sussurrai con voce sommessa. Non desideravo altro in quel momento.
«Non è ancora il momento» mi disse scendendolo verso giù e in solo colpo mi penetrò la figa, sbattendo il suo pube sul mio culo. Sentii il respiro spezzarsi e un gemito più forte mi sfuggì dalle labbra.
Cominciò a scoparmi, così, in profondità senza rallentare e il mio respiro diventò sempre più irregolare, mentre i gemiti mi sfuggirono uno dopo l'altro senza che riuscissi a trattenerli. Ogni tanto, si fermava col suo cazzo fin dentro, io mugolavo, poi riusciva e riprendeva a scoparmi.
Dopo qualche minuto, la mia voce si spezzò in un grido, lasciando uscire tutto quello che avevo trattenuto fino a quel momento. Marco non si fermò, continuò come se avesse previsto esattamente quella reazione. Io continuai a gemere, mugolare, bagnarmi e anche venire un'altra volta, finché non sentii fremere anche lui. A quel punto uscì, mi tirò giù verso il suo cazzo, chiusi gli occhi velocemente e mi schizzò tutta la sborra in faccia, riversandola sul naso, zigomi e bocca.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, riprendendoci. Entrambi avevamo ancora il respiro irregolare, io forse più di lui.
Il primo a calmarsi, infatti, fu Marco che, ancora fermi nelle nostre posizioni, raccolse più volte con un dito la sborra dal viso e la portò verso la mia bocca, ordinandomi di aprirla. Leccai quel dito ogni singola volta che me lo proponeva davanti, finché non ripulì ogni traccia.
«Ti ho sorpreso, Padrone?»
«Più di quanto pensassi» affermò, porgendomi la mano per rialzarmi. «Sei cambiata, Alice, e sono sicuro che questo sia solo l'inizio»
A quelle parole non riuscii a nascondere un sorriso. Ero felice. Non soltanto perché ero riuscita a sorprenderlo, ma perché sentire quelle parole da lui mi faceva capire quanto avesse notato il cambiamento che sentivo anch'io dentro di me.
«Nei prossimi mesi scoprirai ancora molte cose di te e sono curioso di vedere quanto riuscirai ancora a sorprendermi»
Annuii lentamente. «Farò del mio meglio, Padrone»
Poi mi prese delicatamente per una mano e mi accompagnò verso il mio bagno.
«Adesso vai a farti una doccia e sistemati»
Annuii. «Sì, Padrone»
Mentre entravo in bagno, ripensai alle sue parole e per la prima volta, ero davvero curiosa anch'io di scoprire fino a dove mi avrebbe portata quel cambiamento.
30 Agosto 2026
La domenica decidemmo di trascorrere la giornata al mare insieme agli amici, approfittando degli ultimi giorni d'estate. Passammo diverse ore in spiaggia, tra chiacchiere, risate e qualche bagno, cercando di goderci fino all'ultimo quelle giornate di libertà.
A un certo punto Emma iniziò a raccontarmi com'era andata a casa di Marco per il suo compleanno. Mi raccontò qualche episodio della serata, le persone che erano presenti e le solite situazioni divertenti che si erano create tra loro. Poi mi guardò con aria scherzosa.
«Comunque mi hai proprio lasciata sola ieri sera»
Scoppiai a ridere.
«Non esagerare. Sei sopravvissuta benissimo anche senza di me»
«Sì, certo. Però potevi venire»
Sorrisi, cercando di non dare troppo peso a quelle parole. «La prossima volta magari»
Emma annuì, tornando a parlare della serata come se nulla fosse.
Per il resto, la giornata trascorse tranquillamente. Non facemmo nulla di particolarmente importante. Ci godemmo semplicemente il mare e quelle che ormai erano davvero le ultime giornate d'estate.
La sera tornai a casa stanca, ma con la sensazione di aver sfruttato al meglio quell'ultimo giorno di mare.
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