La setta (parte 35)
di
Kugher
genere
sadomaso
Mattia non poteva più fuggire da Ilaria che, a quel punto, sapeva che avrebbe potuto essere una sua nemica o, almeno, avrebbe potuto diventarlo. Si sentiva sfuggire tutto di mano, come se stesse cercando di impugnare l’acqua. Capiva che non controllava più nulla e che il timone, che tutti ancora pensavano in mano sua, in realtà era passato ad altri.
Doveva mentire cercando di convincere di avere il controllo della situazione senza sapere come la situazione, che lui avrebbe dovuto controllare, stesse evolvendo.
Cercò di spiegare raccontando solo le cose essenziali.
Scoprì che Ilaria aveva cominciato a vedere le cose con occhi suoi senza più fidarsi di lui. Percepiva quindi che la crepa che si era formata, si allargava sempre più ad ogni domanda sempre più penetrante.
Mattia cercava di galleggiare ma, completamente vestito con i movimenti impediti, faceva sempre più fatica a stare a galla nel mare delle menzogne e continuava a cadere in piccole contraddizioni. Appena aveva la sensazione di avere rimediato ad una di queste, cadeva in un’altra ancora più grande in quanto veniva rimessa in discussione anche la precedente. Ogni scivolone, sommato a tutti gli altri, costruì tra loro due una barriera di quella invisibile diffidenza che sa essere più concreta di una muro di cemento posto tra due persone.
“Non ci penso per niente a diventare la sua schiava!!!”
Aveva aspettato all’ultimo a darle quella notizia, sperando di costruire prima un castello nel quale rinchiudere l’estrema pretesa di Gherardo, in modo da ingenerare la sensazione della provvisorietà e della sicurezza nonostante la gravità di una situazione che gli appariva sempre più nitida.
Ebbe però la sensazione che l’ultima comunicazione aveva rinforzato quel muro che li divideva, abbattendo così ogni vicinanza esistente in un passato troppo lontano.
Ormai abituato a vedere persone prostrate e disposte a soddisfare ogni sua esigenza sessuale, aveva sottovalutato forse troppo il problema. Non pensò che quella che per lui era la normalità, in realtà fosse l’anormalità.
Mentre comunicava a Ilaria ciò che avrebbe dovuto fare, capì che disporre del corpo altrui per il sesso non era quella cosa ovvia cui era abituato.
Mattia, a quel punto, raccontò tutto, fatta eccezione, ovviamente, per i conti correnti esteri dai quali aveva escluso Ilaria e che aveva sempre considerato quale isola segreta sulla quale avrebbe potuto, ricco, rifugiarsi anche dopo avere abbandonato la sua compagna e la nave che affondava.
Quanto accaduto, però, aveva trasformato quella solida isola in una zattera di salvataggio piena di buchi e senza viveri di scorta.
Si rese conto che da quel momento in poi non avrebbe dovuto salvare la comunità ma sé stesso, sperando che, esaudendo le richieste di Gherardo, almeno un conto glielo avrebbero lasciato, magari quello alle Bermuda, l’unico non sequestrato.
Ilaria, sospettando di non essere a conoscenza di tutto, pensando, o sperando, di riuscire a salvare la fonte di reddito della comunità, accettò, invitando Mattia a far sparire in conti segreti i capitali che lei pensava immensi ma per i quali Mattia le aveva fatto intendere che se non avesse accettato, sarebbero stati sequestrati.
Ilaria uscì dalla sala rivolgendo un insulto a Mattia.
Gherardo avrebbe voluto usarla tre giorni dopo, unitamente a Simona. Quest’ultima non era più stata usata e, anzi, era stata allontanata da ogni circuito interno, sollevata anche dai lavori manuali.
Ilaria sentì la necessità di affermare il proprio potere sugli schiavi della comunità, più per ricordare a sé stessa che deteneva ancora il potere.
Il giorno dopo disse a Vincenzo che avrebbe portato lei gli schiavi a raccogliere la legna.
Scelse Martina ed Elena, le due più vicine a Mattia, ritenendo, così, di riuscire a punirlo per quanto era successo perchè, lo pensava fortemente, se quanto verificatosi avesse avuto luogo, sicuramente a monte c’era una falla creata da lui.
Radunò le due schiave e attaccò al loro collare una catena, in luogo della solita corda usata da Vincenzo.
Le sembrava che fossero particolarmente lente e, per accelerare ogni cosa, iniziò a colpirle col frustino, nell’indifferenza di tutti coloro che assistevano, abituati a non pensare e ad accettare senza elaborare in autonomia i fatti cui assistevano.
“Forza, bestie!!!”
Erano nuovi sia il nervosismo, sia gli epiteti cui stava facendo ricorso, abbandonando di fatto le esigenze della comunità per le quali le schiave avevano accettato di lavorare gratis senza porsi domande, per preferire un linguaggio che le descriveva così come in effetti venivano considerate.
Non lesinava frustate alle natiche o alle cosce, in quanto la schiena era coperta dalla gerla.
All’andata il percorso venne fatto con una velocità soddisfacente. Le gerle di legno, vuote, non avevano un peso eccessivo.
Martina e Elena, ormai abituate a ricevere le frustate se ritenute “giuste”, avvertivano l’inutilità di quelle date da Ilaria.
Giunte nel bosco, le inutili frustate continuarono in quanto, secondo la Padrona, erano troppo lente nel raccogliere la legna e riempire le gerle.
Prima di tornare indietro, Ilaria pensò che forse un orgasmo l’avrebbe aiutata a tranquillizzarsi.
Ordinò ad Elena di porsi a 4 zampe e si sedette sulla sua schiena ancora sudata. Martina le si inginocchiò tra le cosce e iniziò a leccarla.
Ilaria adorava eccitarsi col dolore delle schiave e, per accelerare l’orgasmo che tardava ad arrivare, tirò i capelli alla sedia umana.
La tensione era tale che le impedì di godere e questo aumentò la sua frustrazione.
Allontanò con un calcio Martina e, con altra pedata, ordinò a Elena di alzarsi per indossare la gerla pesante.
Per il ritorno tirò spesso le corde per incentivare la velocità nelle due bestie da soma, invitate ad aumentare il passo anche con frustate delle quali le schiave percepirono nuovamente l’inutilità.
Gli altri membri della comunità vedevano con naturalezza le ragazze che portavano gerle pesanti guidate da una catena al loro collare, ma percepirono la stranezza di frustate fuori luogo, che nulla avevano a spartire con il fine della comunità, a differenza del lavoro (anche pesante) che invece andava a beneficio di tutti.
Doveva mentire cercando di convincere di avere il controllo della situazione senza sapere come la situazione, che lui avrebbe dovuto controllare, stesse evolvendo.
Cercò di spiegare raccontando solo le cose essenziali.
Scoprì che Ilaria aveva cominciato a vedere le cose con occhi suoi senza più fidarsi di lui. Percepiva quindi che la crepa che si era formata, si allargava sempre più ad ogni domanda sempre più penetrante.
Mattia cercava di galleggiare ma, completamente vestito con i movimenti impediti, faceva sempre più fatica a stare a galla nel mare delle menzogne e continuava a cadere in piccole contraddizioni. Appena aveva la sensazione di avere rimediato ad una di queste, cadeva in un’altra ancora più grande in quanto veniva rimessa in discussione anche la precedente. Ogni scivolone, sommato a tutti gli altri, costruì tra loro due una barriera di quella invisibile diffidenza che sa essere più concreta di una muro di cemento posto tra due persone.
“Non ci penso per niente a diventare la sua schiava!!!”
Aveva aspettato all’ultimo a darle quella notizia, sperando di costruire prima un castello nel quale rinchiudere l’estrema pretesa di Gherardo, in modo da ingenerare la sensazione della provvisorietà e della sicurezza nonostante la gravità di una situazione che gli appariva sempre più nitida.
Ebbe però la sensazione che l’ultima comunicazione aveva rinforzato quel muro che li divideva, abbattendo così ogni vicinanza esistente in un passato troppo lontano.
Ormai abituato a vedere persone prostrate e disposte a soddisfare ogni sua esigenza sessuale, aveva sottovalutato forse troppo il problema. Non pensò che quella che per lui era la normalità, in realtà fosse l’anormalità.
Mentre comunicava a Ilaria ciò che avrebbe dovuto fare, capì che disporre del corpo altrui per il sesso non era quella cosa ovvia cui era abituato.
Mattia, a quel punto, raccontò tutto, fatta eccezione, ovviamente, per i conti correnti esteri dai quali aveva escluso Ilaria e che aveva sempre considerato quale isola segreta sulla quale avrebbe potuto, ricco, rifugiarsi anche dopo avere abbandonato la sua compagna e la nave che affondava.
Quanto accaduto, però, aveva trasformato quella solida isola in una zattera di salvataggio piena di buchi e senza viveri di scorta.
Si rese conto che da quel momento in poi non avrebbe dovuto salvare la comunità ma sé stesso, sperando che, esaudendo le richieste di Gherardo, almeno un conto glielo avrebbero lasciato, magari quello alle Bermuda, l’unico non sequestrato.
Ilaria, sospettando di non essere a conoscenza di tutto, pensando, o sperando, di riuscire a salvare la fonte di reddito della comunità, accettò, invitando Mattia a far sparire in conti segreti i capitali che lei pensava immensi ma per i quali Mattia le aveva fatto intendere che se non avesse accettato, sarebbero stati sequestrati.
Ilaria uscì dalla sala rivolgendo un insulto a Mattia.
Gherardo avrebbe voluto usarla tre giorni dopo, unitamente a Simona. Quest’ultima non era più stata usata e, anzi, era stata allontanata da ogni circuito interno, sollevata anche dai lavori manuali.
Ilaria sentì la necessità di affermare il proprio potere sugli schiavi della comunità, più per ricordare a sé stessa che deteneva ancora il potere.
Il giorno dopo disse a Vincenzo che avrebbe portato lei gli schiavi a raccogliere la legna.
Scelse Martina ed Elena, le due più vicine a Mattia, ritenendo, così, di riuscire a punirlo per quanto era successo perchè, lo pensava fortemente, se quanto verificatosi avesse avuto luogo, sicuramente a monte c’era una falla creata da lui.
Radunò le due schiave e attaccò al loro collare una catena, in luogo della solita corda usata da Vincenzo.
Le sembrava che fossero particolarmente lente e, per accelerare ogni cosa, iniziò a colpirle col frustino, nell’indifferenza di tutti coloro che assistevano, abituati a non pensare e ad accettare senza elaborare in autonomia i fatti cui assistevano.
“Forza, bestie!!!”
Erano nuovi sia il nervosismo, sia gli epiteti cui stava facendo ricorso, abbandonando di fatto le esigenze della comunità per le quali le schiave avevano accettato di lavorare gratis senza porsi domande, per preferire un linguaggio che le descriveva così come in effetti venivano considerate.
Non lesinava frustate alle natiche o alle cosce, in quanto la schiena era coperta dalla gerla.
All’andata il percorso venne fatto con una velocità soddisfacente. Le gerle di legno, vuote, non avevano un peso eccessivo.
Martina e Elena, ormai abituate a ricevere le frustate se ritenute “giuste”, avvertivano l’inutilità di quelle date da Ilaria.
Giunte nel bosco, le inutili frustate continuarono in quanto, secondo la Padrona, erano troppo lente nel raccogliere la legna e riempire le gerle.
Prima di tornare indietro, Ilaria pensò che forse un orgasmo l’avrebbe aiutata a tranquillizzarsi.
Ordinò ad Elena di porsi a 4 zampe e si sedette sulla sua schiena ancora sudata. Martina le si inginocchiò tra le cosce e iniziò a leccarla.
Ilaria adorava eccitarsi col dolore delle schiave e, per accelerare l’orgasmo che tardava ad arrivare, tirò i capelli alla sedia umana.
La tensione era tale che le impedì di godere e questo aumentò la sua frustrazione.
Allontanò con un calcio Martina e, con altra pedata, ordinò a Elena di alzarsi per indossare la gerla pesante.
Per il ritorno tirò spesso le corde per incentivare la velocità nelle due bestie da soma, invitate ad aumentare il passo anche con frustate delle quali le schiave percepirono nuovamente l’inutilità.
Gli altri membri della comunità vedevano con naturalezza le ragazze che portavano gerle pesanti guidate da una catena al loro collare, ma percepirono la stranezza di frustate fuori luogo, che nulla avevano a spartire con il fine della comunità, a differenza del lavoro (anche pesante) che invece andava a beneficio di tutti.
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