Innamorato di una Puttana... 3
di
Impotente
genere
corna
Usciti dal palazzo, pioveva piano. Marika si era preparata in quei quindici minuti e… porca miseria, era uno spettacolo. Indossava un abito nero elegante ma decisamente sexy: scollatura generosa che metteva in risalto il suo seno pieno e sodo, la vita stretta e la gonna che le arrivava a metà coscia, aderente sui fianchi generosi. Calze velate nere con una riga dietro e tacchi alti che slanciavano le sue gambe perfette. Si era truccata con cura: labbra rosse, occhi smokey, capelli sciolti e leggermente mossi. Profumava di buono, di donna, di peccato.
«Come sto?» mi aveva chiesto prima di uscire.
«Sei troppo bella per uno come me» avevo risposto, sincero.
Siamo usciti stretti sotto il mio ombrello. Io le tenevo un braccio intorno alla vita, lei si appoggiava leggermente a me. Camminavamo piano, come una coppia vera. Sentivo il calore del suo corpo attraverso il vestito e il cuore mi batteva forte. Era una sensazione strana: orgoglio, desiderio, tenerezza e quel languore dolce di chi sa di stare perdendo la testa.
Quando siamo entrati nel ristorante di Vito, l’atmosfera è cambiata. Il locale era caldo, illuminato bene, con quel brusio tipico dei venerdì sera milanesi. Appena abbiamo varcato la soglia, molti sguardi si sono posati su di noi. Su di lei, soprattutto.
Vito, dietro al bancone, ha alzato gli occhi e ha fatto un’espressione sorpresa. Poi ha sorriso.
«Gianni! Che piacere vederti…» ha detto venendoci incontro, ma i suoi occhi continuavano a tornare su Marika. La squadrava con discrezione, ma si capiva che era colpito: quel corpo, quel décolleté, quell’aura da donna che sa di essere guardata.
Alcuni tavoli si sono voltati. Due uomini d’affari sulla cinquantina l’hanno fissata senza vergogna, uno ha addirittura dato di gomito all’amico. Una coppia di mezza età seduta vicino alla finestra ha sussurrato qualcosa. Lei era semplicemente magnetica: elegante abbastanza da non sembrare volgare, ma abbastanza sexy da far girare la testa a chiunque.
Vito ci ha accompagnati a un tavolo un po’ defilato, ma non abbastanza da nascondere Marika.
«Chi è questa meraviglia, Gianni?» ha chiesto con un sorriso furbo mentre ci porgeva i menu.
Marika ha sorriso con grazia, da vera signora, ma con quel luccichio malizioso negli occhi.
«Sono Marika, piacere» ha risposto porgendogli la mano.
Io mi sono seduto di fronte a lei, guardandola con un misto di orgoglio e possessività. Sapevo che molti in quella sala stavano immaginando cosa si nascondesse sotto quel vestito elegante. Sapevo che alcuni forse la stavano già spogliando con gli occhi. E quella consapevolezza, invece di infastidirmi, mi eccitava in modo sottile.
«Sei bellissima» le ho detto piano, una volta soli. «E io sono l’uomo più fortunato di questo ristorante.»
Lei ha allungato una mano sul tavolo e ha intrecciato le dita alle mie.
«Sei un porco romantico, lo sai? Mi porti fuori, mi tratti come una signora… mentre poche ore fa mi scopavi come una troia e mi riempivi di sborra.»
Ho riso piano, stringendole la mano più forte.
«E tu mi piaci proprio per questo. Perché sei tutto e il contrario di tutto.»
Marika ha sorriso, un sorriso vero, quasi tenero, mentre intorno a noi continuavano gli sguardi discreti e meno discreti
Eravamo seduti al tavolo, con le luci soffuse del ristorante che le accarezzavano il viso. Marika era splendida: il vestito nero le fasciava il corpo in modo peccaminoso ma elegante, la scollatura generosa lasciava intravedere la curva morbida del seno, mentre i capelli le ricadevano sulle spalle con naturalezza. Il suo sorriso era luminoso, gli occhi vivaci da gatta sorniona brillavano di intelligenza e malizia. Non volevo rovinare quel momento, non volevo spegnere quella luce sul suo volto delicato.
Mentre aspettavamo gli antipasti, ho preso coraggio e le ho stretto dolcemente la mano sul tavolo.
«Marika… posso farti una domanda un po’ seria?»
Lei ha inclinato la testa, curiosa.
«Dimmi tutto.»
Ho respirato profondo, cercando le parole giuste.
«Mi sto chiedendo chi sei davvero. Non la dea del sesso che ho incontrato stasera… ma tu, Marika. Vorrei conoscere la tua storia. La tua infanzia, la tua famiglia, cosa hai studiato, come sei arrivata a fare questo lavoro… le tue passioni, i tuoi interessi, cosa sogni per il futuro. Se vuoi una famiglia, dei figli… Insomma, tutto di te. Però ti prego, non smettere di sorridere così. Il tuo sorriso è troppo bello per rovinarlo.»
Lei è rimasta in silenzio per qualche secondo, guardandomi con quegli occhi penetranti. Poi ha sorriso di nuovo, più piano, più intimo.
«Sei il primo cliente che mi fa una domanda del genere dopo avermi scopata e pagata» ha detto con una risatina leggera. «Va bene, Gianni. Te lo racconto.»
Ha bevuto un sorso di vino rosso, poi ha iniziato a parlare con voce calma, quasi calda.
«Sono nata in un paesino del Sud. Famiglia normale, papà operaio, mamma casalinga. Due sorelle più piccole. Infanzia tranquilla, ma povera. Ho studiato ragioneria, ero brava a scuola. Volevo fare l’università, Economia, ma i soldi non bastavano. A ventidue anni sono venuta a Milano per cercare lavoro. Ho fatto la commessa, la segretaria… ma i soldi erano pochi e gli uomini… gli uomini erano sempre lì, a promettere, a chiedere, a insistere. Una sera un uomo più grande mi ha offerto una cifra assurda per una notte. Ho accettato. E da lì… è iniziato tutto.»
Ha fatto una pausa, giocando con lo stelo del bicchiere.
«All’inizio lo facevo solo per soldi. Poi ho capito che mi piaceva. Mi piace il potere che ho sugli uomini, mi piace il sesso senza filtri, mi piace essere desiderata. Non mi vergogno. Sono una puttana, Gianni, e sono brava a esserlo. Ma non è tutta la mia vita. Mi piace leggere, soprattutto romanzi storici e thriller. Adoro cucinare piatti del Sud. Sogno di viaggiare, di vedere il Giappone un giorno. E sì… ogni tanto penso a una famiglia. A un uomo che mi accetti per quello che sono, che non mi giudichi. Ma è difficile. Gli uomini o mi vogliono solo per scopare, o scappano quando capiscono davvero chi sono.»
Mi ha guardato dritto negli occhi, con quel sorriso da gatta che si era fatto più dolce.
«E tu, porco romantico? Sei qui che mi guardi come se fossi la donna della tua vita. Non hai paura di innamorarti di una come me?»
Ho sentito il cuore stringersi forte. Le ho accarezzato il dorso della mano con il pollice.
«Forse è già troppo tardi per avere paura» ho risposto piano.
Marika ha riso piano, ma i suoi occhi erano lucidi di emozione. In quel momento, tra il brusio del ristorante e gli sguardi degli altri tavoli, mi sono sentito più vicino a lei di quanto non fossi stato con nessuno da anni.
La scollatura generosa valorizzava il suo seno, i capelli le cadevano morbidi sulle spalle e quegli occhi da gatta sorniona brillavano di una luce viva ma anche un po’ guardinga. Sentivo un trasporto fortissimo verso di lei: ammiravo la sua grinta, la sua forza, la capacità di aver accettato i suoi compromessi senza fingere di essere qualcun altro. Era una donna vera, complessa, ferita ma indomita. Eppure percepivo che c’era dell’altro, qualcosa di più profondo che non mi stava ancora raccontando. Non volli insistere. Non volevo essere pesante, noioso o invadente.
Le tenevo la mano sul tavolo mentre lei finiva di raccontarmi il suo passato: l’infanzia calabrese, gli studi fatti fra un cliente e l’altro, la laurea in Lettere grazie a quel professore che la fotteva e poi le spiegava Dante, il master in Archeologia con il collega archeologo che la usava come un giocattolo sessuale durante i “viaggi di lavoro”.
Quando finì di parlare, il suo sorriso era ancora lì, ma velato di una malinconia sottile.
«Ecco chi sono» concluse piano. «Una puttana laureata.»
Rimasi in silenzio qualche secondo, accarezzandole il dorso della mano. Poi, con un mezzo sorriso, le feci notare ciò che accadeva intorno a noi.
«Lo sai che da quando siamo entrati almeno sei uomini ti stanno spogliando con gli occhi? Quello lì in fondo, il signore con la cravatta blu, ti guardava come se volesse piegarti sul tavolo e scoparti qui davanti a tutti. E non è l’unico.»
Marika rise piano, ma i suoi occhi si accesero di una luce maliziosa e caustica. Si sporse leggermente verso di me.
«Ti eccita, vero? Sapere che tutti questi uomini vorrebbero fottermi sul tavolo mentre tu guardi. Sei proprio un cuckold nato, Gianni. Dimmi la verità… quando la tua ex Livia si faceva sbattere e usare davanti a te, cosa provavi esattamente? Eccitazione? Gelosia? Umiliazione? O tutte e tre le cose insieme?»
La sua curiosità era genuina, ma c’era anche qualcosa di invidioso e pungente nel tono. Come se volesse mettermi alla prova, come se volesse vedere fino a che punto arrivava la mia perversione.
Risposi con sincerità, guardandola negli occhi:
«Tutte e tre. Mi eccitava da morire vederla trasformata in troia, sentirla urlare di piacere mentre la usavano come una lurida puttana. Ma c’era anche gelosia, un nodo allo stomaco… e tanta umiliazione. Eppure non riuscivo a fermarmi. Anzi, più soffrivo, più godevo.»
Marika mi osservò a lungo, con quel sorriso da gatta che ora aveva una sfumatura più tagliente.
«Interessante… Quindi tu cerchi una donna che possa farti provare di nuovo tutto questo. Una che ti faccia impazzire e soffrire allo stesso tempo.»
Non era una domanda. Era un’affermazione.
Sentivo il trasporto crescere dentro di me, forte e pericoloso, ma anche una leggera inquietudine. Sapevo che dietro la sua grinta e la sua sensualità c’era molto altro che non mi aveva ancora raccontato. Però non insistetti. Volevo che fosse lei a decidere quando aprirsi di più.
Le strinsi la mano più forte e le sorrisi.
«Forse sì. O forse sto solo capendo che con te è tutto più intenso. Anche solo stare qui a cena.»
Lei non rispose subito. Si limitò a guardarmi con quegli occhi vivaci, un velo di malinconia misto a curiosità e sfida.
Marika mi guardava con quel sorriso da gatta, un misto di divertimento, sfida e qualcosa di più oscuro. Si sporse leggermente verso di me, abbassando la voce ma non abbastanza da non farmi sentire il calore delle sue parole.
«Quindi ti piace essere qui con una puttana, eh Gianni? Ti piace l’idea che magari il tuo amico Vito abbia già infilato il suo cazzo fra le mie labbra… che mi abbia già scopata e sborrato dentro la figa prima che arrivassi tu stasera. Ammettilo, porco. Cazzo, sei un maiale vero. Ti eccita sul serio l’idea, vero?»
Le sue parole mi colpirono dritte all’inguine. Sentivo il cazzo indurirsi sotto il tavolo mentre lei mi provocava con quella voce calda e caustica. Volevo risponderle, ma non volevo svelare troppo presto quanto fossi già perso. Così, invece di darle soddisfazione, la incalzai con un’altra richiesta, guardandola fisso negli occhi.
«Prima di risponderti… fai una cosa per me. Metti due dita nella tua figa, proprio adesso, e poi porgimele da baciare.»
Marika sgranò leggermente gli occhi, sorpresa, ma il suo sorriso si allargò, malizioso e un po’ eccitato.
«Perché, porco?»
«Perché voglio vedere se anche tu sei eccitata dalle tue parole, dai tuoi pensieri e dai tuoi ricordi.»
Per qualche secondo rimase immobile, poi, con un gesto nascosto sotto il tavolo, si infilò la mano tra le cosce. La vidi trattenere il respiro per un istante mentre le dita scivolavano dentro di sé. Pochi secondi dopo le tirò fuori e me le porse, ancora lucide, proprio sopra il tavolo.
Io, senza esitare, mi sporsi in avanti e le presi tra le labbra. Le leccai lentamente, assaporando i suoi umori dolci e caldi, proprio lì, di fronte a tutti. Il suo sapore mi invase la bocca mentre i nostri sguardi rimanevano incatenati. Sentivo chiaramente che era bagnatissima.
Marika arrossì appena, ma non ritirò la mano. Anzi, spinse leggermente le dita più a fondo nella mia bocca, guardandomi con un misto di stupore, eccitazione e sfida.
«Sei proprio un maiale senza vergogna…» sussurrò con voce roca. «E mi stai facendo bagnare ancora di più.»
Intorno a noi il ristorante continuava il suo brusio, ignaro o forse no di quello che stava accadendo al nostro tavolo. Io continuavo a leccarle le dita con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, mentre dentro di me quel trasporto verso di lei cresceva sempre più forte, pericoloso e inevitabile.
Lei ritrasse lentamente la mano, si sistemò composta sulla sedia e mi guardò con occhi brillanti.
«Allora? Ti piace l’idea che Vito mi abbia già usata o no, porco mio?»
Marika mi guardava con quel luccichio malizioso negli occhi, in attesa della mia risposta. Io le sorrisi, ancora con il sapore dei suoi umori sulle labbra, e decisi di essere sincero.
«Sì Marika, ti confesso che mi eccita. Mi eccita da morire l’idea che ti abbia già montata… oltretutto lui è calabrese come te. Chissà, forse già lo conoscevi… hehehe.»
Lei scoppiò a ridere, una risata cristallina e divertita.
«No purtroppo non l’ho mai incontrato. Ma prima di uscire gli lascerò il mio biglietto da visita!»
«Ma dai… hai anche i biglietti da visita?» chiesi stupito.
Marika alzò un sopracciglio con aria professionale e divertita allo stesso tempo.
«Che credi? Sono una vera professionista del sesso, mica una quaquaraquà!»
Hahaha.
Aprì la borsetta elegante e ne estrasse un biglietto da visita. Me lo porse con un gesto teatrale.
Era un cartoncino raffinato, di carta spessa color crema con scritte in nero e oro. In alto, in caratteri eleganti ma sensuali, c’era scritto:
Dott.ssa Marika Rossi
Servizi alla persona & Intrattenimento esclusivo
Sotto, in corsivo più discreto:
Organizzazione eventi privati, addii al nubilato, feste aziendali
Disponibile per viaggi e accompagnamento
In basso a destra, un piccolo simbolo stilizzato: una rosa rossa con un sottile filo di spine dorate che si avvolgeva intorno. Il numero di telefono e una mail professionale completavano il tutto. Sembrava il biglietto di una consulente di lusso, non di una escort. Elegante, discreto, ma con quel tocco di sensualità che non passava inosservato.
Rimasi basito per qualche secondo, rigirandomelo tra le dita. Poi scoppiammo a ridere insieme come due ragazzini complici, cercando di non dare troppo spettacolo nel ristorante.
«Sei proprio una grandissima zoccola, tesoro!» le dissi ridendo, ma con un affetto sincero nella voce.
Marika si asciugò una lacrima di riso dall’angolo dell’occhio e mi guardò con tenerezza mista a malizia.
«E tu sei il primo cliente che mi fa ridere così tanto dopo avermi leccato le dita sotto il tavolo. Siamo proprio una bella coppia di matti, eh?»
Mi porse di nuovo la mano sopra il tavolo e io gliela strinsi forte. In quel momento, tra le risate, le provocazioni e quel biglietto da visita elegante e spudorato, sentivo il trasporto verso di lei farsi sempre più profondo. Non era solo sesso. Era qualcosa di vero, di vivo, di pericolosamente bello.
Intanto arrivarono le portate principali. La grigliata mista fumante e profumata fu servita con cura da due camerieri. Dietro di loro comparve Vito, con il suo sorriso da vecchio lupo di Milano, elegante nel suo gilet scuro.
«Gianni, spero che la cena sia di tuo gradimento e che ti abbia fatto fare una bella e golosa figura con la tua affascinante ospite» disse con tono affabile, ma gli occhi già puntati su Marika.
Senza aspettare, prese la mano di lei — proprio quella che solo pochi minuti prima era stata dentro la sua figa — e se la portò alle labbra. Le diede un bacio lungo, stringendola più del dovuto, inspirando forse il suo profumo intimo. Il suo sguardo scese senza pudore nella generosa scollatura di Marika, soffermandosi sul seno.
«L’ingegnere ha sempre un ottimo gusto in fatto di donne» commentò con voce calda. «Spero che Gianni non sia troppo egoista e lasci qualche briciola anche agli amici…»
Quelle parole rimasero sospese nell’aria come una promessa sporca. Io sentii una fitta familiare: eccitazione mista a quel nodo allo stomaco che conoscevo bene.
Marika sorrise con grazia, da vera professionista, ma io notai il luccichio divertito nei suoi occhi. Ritirò la mano con eleganza, senza però sembrare offesa.
Quando Vito si allontanò, mi sporsi verso di lei.
«Vito… è un vecchio maiale. E non ha tutti i torti a provarci.»
Marika bevve un sorso di vino e mi guardò con aria provocatoria.
«Sembra che tu e lui abbiate già condiviso qualcuna in passato, o sbaglio?»
Non potei fare a meno di sorridere con un velo di malinconia.
«Una volta Livia ha voluto farsi scopare nel cesso del ristorante proprio da Vito e da un suo cliente importante. È tornata al tavolo con le guance rosse, le gambe un po’ tremanti e un regalino dentro. Un preservativo usato, ancora pieno della sborra calda di Vito, annodato e infilato nella figa. A casa me se l’è versato sul pube e mi ha fatto leccare tutto… da bravo cornuto devoto.»
Marika mi fissò per qualche secondo, poi scoppiò in una risatina bassa e calda.
«Porco… ti vedo già eccitato solo a raccontarmelo. Quindi ti piace davvero l’idea che il tuo amico possa avermi già assaggiata… o che possa farlo in futuro.»
Non risposi subito. Mi limitai a guardarla, sentendo quel trasporto profondo crescere dentro di me. Era bellissima, sfacciata, intelligente. E io, nonostante tutto, mi sentivo sempre più attratto da lei, da questa sua capacità di stare al gioco senza fingere.
«Forse sì» ammisi piano. «Ma stasera… stasera vorrei averti solo per me.»
Marika allungò di nuovo la mano sul tavolo e mi sfiorò le dita.
«Vedremo, maiale. La notte è ancora lunga.»
La cena giunse al termine dopo un dolce condiviso e due bicchieri di passito. Ero sazio, un po’ brillo e con la testa piena di lei. Mi alzai per pagare il conto e mi diressi al guardaroba a prendere la giacchina leggera di Marika.
Mentre ero via, vidi con la coda dell’occhio Vito che, rapido come un predatore, si avvicinava al nostro tavolo. Sicuramente per attaccare bottone e sondare la situazione. Non mi sorprese. Lo conoscevo bene.
Quando tornai, Vito si era già dileguato, impegnato a intrattenere altri commensali. Mi avvicinai a Marika da dietro e, da perfetto gentiluomo, l’aiutai a indossare la giacchina, sistemandogliela sulle spalle con cura. Lei si voltò verso di me con quel sorriso da gatta che ormai mi faceva tremare.
«Sai che mi ha chiesto Vito mentre non c’eri?» disse divertita.
«Dimmi.»
«Se sono la tua fidanzata… e se anch’io sono di mentalità aperta come la tua ex. Hahaha. Sai che ho fatto? Gli ho dato il mio bigliettino da visita, invitandolo a scoprirlo lui stesso.»
Rise di gusto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Sei contento, maiale?»
In quel momento sentii una fitta dolorosa al petto. Pura gelosia. Cruda, improvvisa, bruciante. Non era solo eccitazione. Era qualcosa di più profondo, di più possessivo. L’idea che Vito potesse averla, che lei gli avesse dato il biglietto con tanta naturalezza, mi aveva colpito più di quanto volessi ammettere.
Cercai di dissimulare con un sorriso, ma non fui abbastanza bravo. Marika mi guardò attentamente e capì al volo. Si avvicinò, mi sistemò il colletto della camicia con un gesto quasi tenero e sussurrò:
«Gianni… ricordati che sono una puttana.»
Lo disse con dolcezza, ma anche con fermezza. Non era un rimprovero. Era un promemoria. Una verità che entrambi dovevamo tenere bene a mente.
Quella frase mi rimase dentro mentre uscivamo dal ristorante, stretti sotto l’ombrello. Pioveva ancora. Io ero silenzioso, lei mi camminava accanto con passo leggero.
La pioggia era diventata più sottile quando la riaccompagnai a casa. Guidavo piano, quasi per far durare il più possibile quella serata. Marika sedeva accanto a me, silenziosa ma serena, con la giacchina leggera sulle spalle e lo sguardo rivolto alla città che scorreva fuori dal finestrino.
Arrivati sotto il suo palazzo, spensi il motore. Per un attimo rimase ferma, come se stesse per dirmi qualcosa di importante. Aprì la bocca, forse per invitarmi a salire, ma poi si trattenne. Un piccolo sorriso malinconico le attraversò il viso.
«Grazie per questa splendida serata, Gianni» disse dolcemente. «È inutile che ti dica di chiamarmi quando vuoi… lo sai già. Sei una bella persona, a parte il modo in cui ci siamo conosciuti. Ma ricordati chi sono… e lo ricordo anche a me stessa.»
Quelle parole mi colpirono in pieno petto. C’era tenerezza, ma anche una lucidità spietata. Lei sapeva esattamente cosa stava facendo: proteggeva entrambi da un’illusione troppo pericolosa.
Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Fu un bacio intenso, profondo, quasi disperato. Le sue labbra morbide premevano contro le mie, la lingua cercava la mia con passione. Mi strinse forte a sé per qualche secondo, come se volesse imprimersi il mio sapore, il mio odore. Poi si staccò lentamente, gli occhi lucidi.
«Buonanotte, porco romantico» sussurrò con un ultimo sorriso.
Scese dalla macchina e si avviò verso il portone senza voltarsi. La guardai scomparire dentro il palazzo, la figura elegante che si dissolveva nella luce gialla delle scale.
Rimasi lì, seduto in macchina, con il cuore pesante e il cazzo ancora mezzo duro. Quella donna mi aveva già preso. Non era solo attrazione. Era qualcosa di più profondo, di più complicato. Un trasporto che faceva già male.
Dopo quella sera non seppi più niente di Marika per quasi due mesi.
Mi ero imposto di non scriverle. Di non cercarla. Di dimenticarla.
Ci provai davvero. Mi immersi nel lavoro, uscii con amici, cercai di distrarmi in tutti i modi possibili. Ma il pensiero di lei tornava, inevitabile, soprattutto la notte. Il suo sorriso da gatta, il suo odore, la sua voce calda mentre mi chiamava porco, quel bacio intenso sotto casa… tutto tornava a tormentarmi come una dolce ossessione.
Forse non ero il solo a pensarci.
Era una sera di metà dicembre, due giorni prima di Natale. Fuori faceva freddo, le luci delle feste illuminavano la città. Ero a casa, sul divano, quando il telefono vibrò.
Marika.
Il cuore mi fece un balzo.
«Ciao porco romantico… vedo che mi hai dimenticata! 😏 Posso disturbarti un momento? Ho un problema e forse tu puoi aiutarmi. Posso venire da te in ufficio?»
Lessi il messaggio tre volte, con un sorriso stupido che mi saliva alle labbra nonostante tutto. Risposi quasi subito, senza riuscire a trattenermi:
«Marika, per te la porta è sempre aperta. Vieni quando vuoi, solo chiamami mezz’ora prima così so se ci sono. Che bello leggere un tuo messaggio 🤎»
Rimasi a fissare lo schermo per minuti interi, con il cuore che batteva forte. Quella donna era tornata. E io, che mi ero tanto sforzato di dimenticarla, sentivo già l’emozione salire, mescolata a una punta di preoccupazione. Che problema poteva avere? E perché proprio da me?
Due giorni prima di Natale, nel pieno di quel freddo milanese, Marika stava per rientrare nella mia vita. E io, da bravo porco romantico, non vedevo l’ora.
Per contatti Impotente@proton.me
«Come sto?» mi aveva chiesto prima di uscire.
«Sei troppo bella per uno come me» avevo risposto, sincero.
Siamo usciti stretti sotto il mio ombrello. Io le tenevo un braccio intorno alla vita, lei si appoggiava leggermente a me. Camminavamo piano, come una coppia vera. Sentivo il calore del suo corpo attraverso il vestito e il cuore mi batteva forte. Era una sensazione strana: orgoglio, desiderio, tenerezza e quel languore dolce di chi sa di stare perdendo la testa.
Quando siamo entrati nel ristorante di Vito, l’atmosfera è cambiata. Il locale era caldo, illuminato bene, con quel brusio tipico dei venerdì sera milanesi. Appena abbiamo varcato la soglia, molti sguardi si sono posati su di noi. Su di lei, soprattutto.
Vito, dietro al bancone, ha alzato gli occhi e ha fatto un’espressione sorpresa. Poi ha sorriso.
«Gianni! Che piacere vederti…» ha detto venendoci incontro, ma i suoi occhi continuavano a tornare su Marika. La squadrava con discrezione, ma si capiva che era colpito: quel corpo, quel décolleté, quell’aura da donna che sa di essere guardata.
Alcuni tavoli si sono voltati. Due uomini d’affari sulla cinquantina l’hanno fissata senza vergogna, uno ha addirittura dato di gomito all’amico. Una coppia di mezza età seduta vicino alla finestra ha sussurrato qualcosa. Lei era semplicemente magnetica: elegante abbastanza da non sembrare volgare, ma abbastanza sexy da far girare la testa a chiunque.
Vito ci ha accompagnati a un tavolo un po’ defilato, ma non abbastanza da nascondere Marika.
«Chi è questa meraviglia, Gianni?» ha chiesto con un sorriso furbo mentre ci porgeva i menu.
Marika ha sorriso con grazia, da vera signora, ma con quel luccichio malizioso negli occhi.
«Sono Marika, piacere» ha risposto porgendogli la mano.
Io mi sono seduto di fronte a lei, guardandola con un misto di orgoglio e possessività. Sapevo che molti in quella sala stavano immaginando cosa si nascondesse sotto quel vestito elegante. Sapevo che alcuni forse la stavano già spogliando con gli occhi. E quella consapevolezza, invece di infastidirmi, mi eccitava in modo sottile.
«Sei bellissima» le ho detto piano, una volta soli. «E io sono l’uomo più fortunato di questo ristorante.»
Lei ha allungato una mano sul tavolo e ha intrecciato le dita alle mie.
«Sei un porco romantico, lo sai? Mi porti fuori, mi tratti come una signora… mentre poche ore fa mi scopavi come una troia e mi riempivi di sborra.»
Ho riso piano, stringendole la mano più forte.
«E tu mi piaci proprio per questo. Perché sei tutto e il contrario di tutto.»
Marika ha sorriso, un sorriso vero, quasi tenero, mentre intorno a noi continuavano gli sguardi discreti e meno discreti
Eravamo seduti al tavolo, con le luci soffuse del ristorante che le accarezzavano il viso. Marika era splendida: il vestito nero le fasciava il corpo in modo peccaminoso ma elegante, la scollatura generosa lasciava intravedere la curva morbida del seno, mentre i capelli le ricadevano sulle spalle con naturalezza. Il suo sorriso era luminoso, gli occhi vivaci da gatta sorniona brillavano di intelligenza e malizia. Non volevo rovinare quel momento, non volevo spegnere quella luce sul suo volto delicato.
Mentre aspettavamo gli antipasti, ho preso coraggio e le ho stretto dolcemente la mano sul tavolo.
«Marika… posso farti una domanda un po’ seria?»
Lei ha inclinato la testa, curiosa.
«Dimmi tutto.»
Ho respirato profondo, cercando le parole giuste.
«Mi sto chiedendo chi sei davvero. Non la dea del sesso che ho incontrato stasera… ma tu, Marika. Vorrei conoscere la tua storia. La tua infanzia, la tua famiglia, cosa hai studiato, come sei arrivata a fare questo lavoro… le tue passioni, i tuoi interessi, cosa sogni per il futuro. Se vuoi una famiglia, dei figli… Insomma, tutto di te. Però ti prego, non smettere di sorridere così. Il tuo sorriso è troppo bello per rovinarlo.»
Lei è rimasta in silenzio per qualche secondo, guardandomi con quegli occhi penetranti. Poi ha sorriso di nuovo, più piano, più intimo.
«Sei il primo cliente che mi fa una domanda del genere dopo avermi scopata e pagata» ha detto con una risatina leggera. «Va bene, Gianni. Te lo racconto.»
Ha bevuto un sorso di vino rosso, poi ha iniziato a parlare con voce calma, quasi calda.
«Sono nata in un paesino del Sud. Famiglia normale, papà operaio, mamma casalinga. Due sorelle più piccole. Infanzia tranquilla, ma povera. Ho studiato ragioneria, ero brava a scuola. Volevo fare l’università, Economia, ma i soldi non bastavano. A ventidue anni sono venuta a Milano per cercare lavoro. Ho fatto la commessa, la segretaria… ma i soldi erano pochi e gli uomini… gli uomini erano sempre lì, a promettere, a chiedere, a insistere. Una sera un uomo più grande mi ha offerto una cifra assurda per una notte. Ho accettato. E da lì… è iniziato tutto.»
Ha fatto una pausa, giocando con lo stelo del bicchiere.
«All’inizio lo facevo solo per soldi. Poi ho capito che mi piaceva. Mi piace il potere che ho sugli uomini, mi piace il sesso senza filtri, mi piace essere desiderata. Non mi vergogno. Sono una puttana, Gianni, e sono brava a esserlo. Ma non è tutta la mia vita. Mi piace leggere, soprattutto romanzi storici e thriller. Adoro cucinare piatti del Sud. Sogno di viaggiare, di vedere il Giappone un giorno. E sì… ogni tanto penso a una famiglia. A un uomo che mi accetti per quello che sono, che non mi giudichi. Ma è difficile. Gli uomini o mi vogliono solo per scopare, o scappano quando capiscono davvero chi sono.»
Mi ha guardato dritto negli occhi, con quel sorriso da gatta che si era fatto più dolce.
«E tu, porco romantico? Sei qui che mi guardi come se fossi la donna della tua vita. Non hai paura di innamorarti di una come me?»
Ho sentito il cuore stringersi forte. Le ho accarezzato il dorso della mano con il pollice.
«Forse è già troppo tardi per avere paura» ho risposto piano.
Marika ha riso piano, ma i suoi occhi erano lucidi di emozione. In quel momento, tra il brusio del ristorante e gli sguardi degli altri tavoli, mi sono sentito più vicino a lei di quanto non fossi stato con nessuno da anni.
La scollatura generosa valorizzava il suo seno, i capelli le cadevano morbidi sulle spalle e quegli occhi da gatta sorniona brillavano di una luce viva ma anche un po’ guardinga. Sentivo un trasporto fortissimo verso di lei: ammiravo la sua grinta, la sua forza, la capacità di aver accettato i suoi compromessi senza fingere di essere qualcun altro. Era una donna vera, complessa, ferita ma indomita. Eppure percepivo che c’era dell’altro, qualcosa di più profondo che non mi stava ancora raccontando. Non volli insistere. Non volevo essere pesante, noioso o invadente.
Le tenevo la mano sul tavolo mentre lei finiva di raccontarmi il suo passato: l’infanzia calabrese, gli studi fatti fra un cliente e l’altro, la laurea in Lettere grazie a quel professore che la fotteva e poi le spiegava Dante, il master in Archeologia con il collega archeologo che la usava come un giocattolo sessuale durante i “viaggi di lavoro”.
Quando finì di parlare, il suo sorriso era ancora lì, ma velato di una malinconia sottile.
«Ecco chi sono» concluse piano. «Una puttana laureata.»
Rimasi in silenzio qualche secondo, accarezzandole il dorso della mano. Poi, con un mezzo sorriso, le feci notare ciò che accadeva intorno a noi.
«Lo sai che da quando siamo entrati almeno sei uomini ti stanno spogliando con gli occhi? Quello lì in fondo, il signore con la cravatta blu, ti guardava come se volesse piegarti sul tavolo e scoparti qui davanti a tutti. E non è l’unico.»
Marika rise piano, ma i suoi occhi si accesero di una luce maliziosa e caustica. Si sporse leggermente verso di me.
«Ti eccita, vero? Sapere che tutti questi uomini vorrebbero fottermi sul tavolo mentre tu guardi. Sei proprio un cuckold nato, Gianni. Dimmi la verità… quando la tua ex Livia si faceva sbattere e usare davanti a te, cosa provavi esattamente? Eccitazione? Gelosia? Umiliazione? O tutte e tre le cose insieme?»
La sua curiosità era genuina, ma c’era anche qualcosa di invidioso e pungente nel tono. Come se volesse mettermi alla prova, come se volesse vedere fino a che punto arrivava la mia perversione.
Risposi con sincerità, guardandola negli occhi:
«Tutte e tre. Mi eccitava da morire vederla trasformata in troia, sentirla urlare di piacere mentre la usavano come una lurida puttana. Ma c’era anche gelosia, un nodo allo stomaco… e tanta umiliazione. Eppure non riuscivo a fermarmi. Anzi, più soffrivo, più godevo.»
Marika mi osservò a lungo, con quel sorriso da gatta che ora aveva una sfumatura più tagliente.
«Interessante… Quindi tu cerchi una donna che possa farti provare di nuovo tutto questo. Una che ti faccia impazzire e soffrire allo stesso tempo.»
Non era una domanda. Era un’affermazione.
Sentivo il trasporto crescere dentro di me, forte e pericoloso, ma anche una leggera inquietudine. Sapevo che dietro la sua grinta e la sua sensualità c’era molto altro che non mi aveva ancora raccontato. Però non insistetti. Volevo che fosse lei a decidere quando aprirsi di più.
Le strinsi la mano più forte e le sorrisi.
«Forse sì. O forse sto solo capendo che con te è tutto più intenso. Anche solo stare qui a cena.»
Lei non rispose subito. Si limitò a guardarmi con quegli occhi vivaci, un velo di malinconia misto a curiosità e sfida.
Marika mi guardava con quel sorriso da gatta, un misto di divertimento, sfida e qualcosa di più oscuro. Si sporse leggermente verso di me, abbassando la voce ma non abbastanza da non farmi sentire il calore delle sue parole.
«Quindi ti piace essere qui con una puttana, eh Gianni? Ti piace l’idea che magari il tuo amico Vito abbia già infilato il suo cazzo fra le mie labbra… che mi abbia già scopata e sborrato dentro la figa prima che arrivassi tu stasera. Ammettilo, porco. Cazzo, sei un maiale vero. Ti eccita sul serio l’idea, vero?»
Le sue parole mi colpirono dritte all’inguine. Sentivo il cazzo indurirsi sotto il tavolo mentre lei mi provocava con quella voce calda e caustica. Volevo risponderle, ma non volevo svelare troppo presto quanto fossi già perso. Così, invece di darle soddisfazione, la incalzai con un’altra richiesta, guardandola fisso negli occhi.
«Prima di risponderti… fai una cosa per me. Metti due dita nella tua figa, proprio adesso, e poi porgimele da baciare.»
Marika sgranò leggermente gli occhi, sorpresa, ma il suo sorriso si allargò, malizioso e un po’ eccitato.
«Perché, porco?»
«Perché voglio vedere se anche tu sei eccitata dalle tue parole, dai tuoi pensieri e dai tuoi ricordi.»
Per qualche secondo rimase immobile, poi, con un gesto nascosto sotto il tavolo, si infilò la mano tra le cosce. La vidi trattenere il respiro per un istante mentre le dita scivolavano dentro di sé. Pochi secondi dopo le tirò fuori e me le porse, ancora lucide, proprio sopra il tavolo.
Io, senza esitare, mi sporsi in avanti e le presi tra le labbra. Le leccai lentamente, assaporando i suoi umori dolci e caldi, proprio lì, di fronte a tutti. Il suo sapore mi invase la bocca mentre i nostri sguardi rimanevano incatenati. Sentivo chiaramente che era bagnatissima.
Marika arrossì appena, ma non ritirò la mano. Anzi, spinse leggermente le dita più a fondo nella mia bocca, guardandomi con un misto di stupore, eccitazione e sfida.
«Sei proprio un maiale senza vergogna…» sussurrò con voce roca. «E mi stai facendo bagnare ancora di più.»
Intorno a noi il ristorante continuava il suo brusio, ignaro o forse no di quello che stava accadendo al nostro tavolo. Io continuavo a leccarle le dita con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, mentre dentro di me quel trasporto verso di lei cresceva sempre più forte, pericoloso e inevitabile.
Lei ritrasse lentamente la mano, si sistemò composta sulla sedia e mi guardò con occhi brillanti.
«Allora? Ti piace l’idea che Vito mi abbia già usata o no, porco mio?»
Marika mi guardava con quel luccichio malizioso negli occhi, in attesa della mia risposta. Io le sorrisi, ancora con il sapore dei suoi umori sulle labbra, e decisi di essere sincero.
«Sì Marika, ti confesso che mi eccita. Mi eccita da morire l’idea che ti abbia già montata… oltretutto lui è calabrese come te. Chissà, forse già lo conoscevi… hehehe.»
Lei scoppiò a ridere, una risata cristallina e divertita.
«No purtroppo non l’ho mai incontrato. Ma prima di uscire gli lascerò il mio biglietto da visita!»
«Ma dai… hai anche i biglietti da visita?» chiesi stupito.
Marika alzò un sopracciglio con aria professionale e divertita allo stesso tempo.
«Che credi? Sono una vera professionista del sesso, mica una quaquaraquà!»
Hahaha.
Aprì la borsetta elegante e ne estrasse un biglietto da visita. Me lo porse con un gesto teatrale.
Era un cartoncino raffinato, di carta spessa color crema con scritte in nero e oro. In alto, in caratteri eleganti ma sensuali, c’era scritto:
Dott.ssa Marika Rossi
Servizi alla persona & Intrattenimento esclusivo
Sotto, in corsivo più discreto:
Organizzazione eventi privati, addii al nubilato, feste aziendali
Disponibile per viaggi e accompagnamento
In basso a destra, un piccolo simbolo stilizzato: una rosa rossa con un sottile filo di spine dorate che si avvolgeva intorno. Il numero di telefono e una mail professionale completavano il tutto. Sembrava il biglietto di una consulente di lusso, non di una escort. Elegante, discreto, ma con quel tocco di sensualità che non passava inosservato.
Rimasi basito per qualche secondo, rigirandomelo tra le dita. Poi scoppiammo a ridere insieme come due ragazzini complici, cercando di non dare troppo spettacolo nel ristorante.
«Sei proprio una grandissima zoccola, tesoro!» le dissi ridendo, ma con un affetto sincero nella voce.
Marika si asciugò una lacrima di riso dall’angolo dell’occhio e mi guardò con tenerezza mista a malizia.
«E tu sei il primo cliente che mi fa ridere così tanto dopo avermi leccato le dita sotto il tavolo. Siamo proprio una bella coppia di matti, eh?»
Mi porse di nuovo la mano sopra il tavolo e io gliela strinsi forte. In quel momento, tra le risate, le provocazioni e quel biglietto da visita elegante e spudorato, sentivo il trasporto verso di lei farsi sempre più profondo. Non era solo sesso. Era qualcosa di vero, di vivo, di pericolosamente bello.
Intanto arrivarono le portate principali. La grigliata mista fumante e profumata fu servita con cura da due camerieri. Dietro di loro comparve Vito, con il suo sorriso da vecchio lupo di Milano, elegante nel suo gilet scuro.
«Gianni, spero che la cena sia di tuo gradimento e che ti abbia fatto fare una bella e golosa figura con la tua affascinante ospite» disse con tono affabile, ma gli occhi già puntati su Marika.
Senza aspettare, prese la mano di lei — proprio quella che solo pochi minuti prima era stata dentro la sua figa — e se la portò alle labbra. Le diede un bacio lungo, stringendola più del dovuto, inspirando forse il suo profumo intimo. Il suo sguardo scese senza pudore nella generosa scollatura di Marika, soffermandosi sul seno.
«L’ingegnere ha sempre un ottimo gusto in fatto di donne» commentò con voce calda. «Spero che Gianni non sia troppo egoista e lasci qualche briciola anche agli amici…»
Quelle parole rimasero sospese nell’aria come una promessa sporca. Io sentii una fitta familiare: eccitazione mista a quel nodo allo stomaco che conoscevo bene.
Marika sorrise con grazia, da vera professionista, ma io notai il luccichio divertito nei suoi occhi. Ritirò la mano con eleganza, senza però sembrare offesa.
Quando Vito si allontanò, mi sporsi verso di lei.
«Vito… è un vecchio maiale. E non ha tutti i torti a provarci.»
Marika bevve un sorso di vino e mi guardò con aria provocatoria.
«Sembra che tu e lui abbiate già condiviso qualcuna in passato, o sbaglio?»
Non potei fare a meno di sorridere con un velo di malinconia.
«Una volta Livia ha voluto farsi scopare nel cesso del ristorante proprio da Vito e da un suo cliente importante. È tornata al tavolo con le guance rosse, le gambe un po’ tremanti e un regalino dentro. Un preservativo usato, ancora pieno della sborra calda di Vito, annodato e infilato nella figa. A casa me se l’è versato sul pube e mi ha fatto leccare tutto… da bravo cornuto devoto.»
Marika mi fissò per qualche secondo, poi scoppiò in una risatina bassa e calda.
«Porco… ti vedo già eccitato solo a raccontarmelo. Quindi ti piace davvero l’idea che il tuo amico possa avermi già assaggiata… o che possa farlo in futuro.»
Non risposi subito. Mi limitai a guardarla, sentendo quel trasporto profondo crescere dentro di me. Era bellissima, sfacciata, intelligente. E io, nonostante tutto, mi sentivo sempre più attratto da lei, da questa sua capacità di stare al gioco senza fingere.
«Forse sì» ammisi piano. «Ma stasera… stasera vorrei averti solo per me.»
Marika allungò di nuovo la mano sul tavolo e mi sfiorò le dita.
«Vedremo, maiale. La notte è ancora lunga.»
La cena giunse al termine dopo un dolce condiviso e due bicchieri di passito. Ero sazio, un po’ brillo e con la testa piena di lei. Mi alzai per pagare il conto e mi diressi al guardaroba a prendere la giacchina leggera di Marika.
Mentre ero via, vidi con la coda dell’occhio Vito che, rapido come un predatore, si avvicinava al nostro tavolo. Sicuramente per attaccare bottone e sondare la situazione. Non mi sorprese. Lo conoscevo bene.
Quando tornai, Vito si era già dileguato, impegnato a intrattenere altri commensali. Mi avvicinai a Marika da dietro e, da perfetto gentiluomo, l’aiutai a indossare la giacchina, sistemandogliela sulle spalle con cura. Lei si voltò verso di me con quel sorriso da gatta che ormai mi faceva tremare.
«Sai che mi ha chiesto Vito mentre non c’eri?» disse divertita.
«Dimmi.»
«Se sono la tua fidanzata… e se anch’io sono di mentalità aperta come la tua ex. Hahaha. Sai che ho fatto? Gli ho dato il mio bigliettino da visita, invitandolo a scoprirlo lui stesso.»
Rise di gusto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Sei contento, maiale?»
In quel momento sentii una fitta dolorosa al petto. Pura gelosia. Cruda, improvvisa, bruciante. Non era solo eccitazione. Era qualcosa di più profondo, di più possessivo. L’idea che Vito potesse averla, che lei gli avesse dato il biglietto con tanta naturalezza, mi aveva colpito più di quanto volessi ammettere.
Cercai di dissimulare con un sorriso, ma non fui abbastanza bravo. Marika mi guardò attentamente e capì al volo. Si avvicinò, mi sistemò il colletto della camicia con un gesto quasi tenero e sussurrò:
«Gianni… ricordati che sono una puttana.»
Lo disse con dolcezza, ma anche con fermezza. Non era un rimprovero. Era un promemoria. Una verità che entrambi dovevamo tenere bene a mente.
Quella frase mi rimase dentro mentre uscivamo dal ristorante, stretti sotto l’ombrello. Pioveva ancora. Io ero silenzioso, lei mi camminava accanto con passo leggero.
La pioggia era diventata più sottile quando la riaccompagnai a casa. Guidavo piano, quasi per far durare il più possibile quella serata. Marika sedeva accanto a me, silenziosa ma serena, con la giacchina leggera sulle spalle e lo sguardo rivolto alla città che scorreva fuori dal finestrino.
Arrivati sotto il suo palazzo, spensi il motore. Per un attimo rimase ferma, come se stesse per dirmi qualcosa di importante. Aprì la bocca, forse per invitarmi a salire, ma poi si trattenne. Un piccolo sorriso malinconico le attraversò il viso.
«Grazie per questa splendida serata, Gianni» disse dolcemente. «È inutile che ti dica di chiamarmi quando vuoi… lo sai già. Sei una bella persona, a parte il modo in cui ci siamo conosciuti. Ma ricordati chi sono… e lo ricordo anche a me stessa.»
Quelle parole mi colpirono in pieno petto. C’era tenerezza, ma anche una lucidità spietata. Lei sapeva esattamente cosa stava facendo: proteggeva entrambi da un’illusione troppo pericolosa.
Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Fu un bacio intenso, profondo, quasi disperato. Le sue labbra morbide premevano contro le mie, la lingua cercava la mia con passione. Mi strinse forte a sé per qualche secondo, come se volesse imprimersi il mio sapore, il mio odore. Poi si staccò lentamente, gli occhi lucidi.
«Buonanotte, porco romantico» sussurrò con un ultimo sorriso.
Scese dalla macchina e si avviò verso il portone senza voltarsi. La guardai scomparire dentro il palazzo, la figura elegante che si dissolveva nella luce gialla delle scale.
Rimasi lì, seduto in macchina, con il cuore pesante e il cazzo ancora mezzo duro. Quella donna mi aveva già preso. Non era solo attrazione. Era qualcosa di più profondo, di più complicato. Un trasporto che faceva già male.
Dopo quella sera non seppi più niente di Marika per quasi due mesi.
Mi ero imposto di non scriverle. Di non cercarla. Di dimenticarla.
Ci provai davvero. Mi immersi nel lavoro, uscii con amici, cercai di distrarmi in tutti i modi possibili. Ma il pensiero di lei tornava, inevitabile, soprattutto la notte. Il suo sorriso da gatta, il suo odore, la sua voce calda mentre mi chiamava porco, quel bacio intenso sotto casa… tutto tornava a tormentarmi come una dolce ossessione.
Forse non ero il solo a pensarci.
Era una sera di metà dicembre, due giorni prima di Natale. Fuori faceva freddo, le luci delle feste illuminavano la città. Ero a casa, sul divano, quando il telefono vibrò.
Marika.
Il cuore mi fece un balzo.
«Ciao porco romantico… vedo che mi hai dimenticata! 😏 Posso disturbarti un momento? Ho un problema e forse tu puoi aiutarmi. Posso venire da te in ufficio?»
Lessi il messaggio tre volte, con un sorriso stupido che mi saliva alle labbra nonostante tutto. Risposi quasi subito, senza riuscire a trattenermi:
«Marika, per te la porta è sempre aperta. Vieni quando vuoi, solo chiamami mezz’ora prima così so se ci sono. Che bello leggere un tuo messaggio 🤎»
Rimasi a fissare lo schermo per minuti interi, con il cuore che batteva forte. Quella donna era tornata. E io, che mi ero tanto sforzato di dimenticarla, sentivo già l’emozione salire, mescolata a una punta di preoccupazione. Che problema poteva avere? E perché proprio da me?
Due giorni prima di Natale, nel pieno di quel freddo milanese, Marika stava per rientrare nella mia vita. E io, da bravo porco romantico, non vedevo l’ora.
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